John Latham: Great Noit - Opere 1955–1998

A cura di Alessandro Rabottini

La Triennale presenta la prima mostra antologica che un’istituzione pubblica italiana dedica al lavoro dell’artista inglese John Latham. La mostra è realizzata in collaborazione con la John Latham Foundation.

John Latham (Livingstone, Zambia, 1921 – Londra, 2006) è una delle figure più affascinanti della scena artistica europea dal secondo dopoguerra: instancabile sperimentatore, Latham ha attraversato i decenni senza appartenere ad alcuna corrente artistica, esercitando una profonda influenza sulle generazioni a lui successive pur restando tuttora poco conosciuto al pubblico italiano. La singolarità e la visionarietà della sua opera – che ha unito la riflessione teorica alla sperimentazione di linguaggi e materiali – lo rende un artista che esula dalle facili classificazioni: sin dagli anni cinquanta, infatti, Latham ha esplorato pittura, scultura, assemblaggio, performance, film e installazione testando i limiti formali e concettuali di ciascun medium.

Il lavoro di Latham è una riflessione poetica e provocatoria sulla natura della conoscenza umana, sugli strumenti e sui sistemi con cui l’uomo tenta di comprendere l’universo e il proprio destino (dalla scienza alla filosofia passando attraverso la religione) e sull’arte come forma di intuizione in grado di superare i confini tra le discipline.

 

In collaborazione con la John Latham Foundation.
Si ringrazia la Lisson Gallery.

Gianfranco Baruchello: Cold Cinema - Film, video e opere 1960–1999

A cura di Alessandro Rabottini

La mostra personale di Gianfranco Baruchello riunisce, per la prima volta e in modo organico, un’ampia selezione di film e video sperimentali che l’artista ha realizzato sin dai primi anni sessanta del secolo scorso.

Quella di Gianfranco Baruchello è una delle pratiche artistiche più singolari e articolate del panorama italiano dal secondo dopoguerra in poi: sin dalla metà degli anni cinquanta l’artista ha esplorato pittura, installazione, assemblaggio, film, fotografia, scrittura e sonoro, espandendo la ricerca visiva ben oltre gli ambiti linguistici tradizionali e introducendo nel linguaggio dell’arte le pratiche dell’agricoltura, dell’antropologia e dell’economia come forme di analisi critica della societИ dei consumi.

Gianfranco Baruchello: Cold Cinema è un progetto espositivo inedito, prodotto dalla Triennale e realizzato in collaborazione con il MADRE-Museo d'Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli che, dal giugno 2013, ha iniziato una serie di presentazioni tuttora in corso nell'ambito del programma Per_formare una collezione, che esplora la cinematografia di Baruchello introducendo opere e documenti nella collezione permanente dell’istituzione.

La mostra presenta sedici opere tra film e video (selezionate all’interno di un corpus che ne contempla piЭ di ottanta), tutte realizzate tra il 1963 e il 1999 e tra le più rappresentative all’interno della produzione che l’artista ha dedicato all’immagine in movimento e alla sperimentazione sui linguaggi del cinema, del documentario e del testo filmico. All’interno di un percorso tanto cronologico quanto tematico la mostra esplora i principali temi che percorrono questo particolare ambito dell’arte di Baruchello, collegando la pratica filmica agli altri media di cui l’artista si è sempre servito, come pittura, disegno, romanzo e scultura. In questo modo la mostra esplora le tematiche e le operazioni formali e concettuali che attraversano l’arte di Gianfranco Baruchello, andando al cuore della multimedialità che la caratterizza. Nel dialogo tra immagine in movimento e immagine statica cogliamo le questioni e i materiali con cui Baruchello si è confrontato per oltre cinquant’anni: l’appropriazione di immagini e narrazioni prelevate dal cinema commerciale, dalla TV e dai mass media; i dispositivi del montaggio, dell’assemblaggio e dell’archivio come strumenti che analizzano e superano il principio dell’autorialità e dell’invenzione; la decostruzione dei meccanismi dell’informazione e dello spettacolo; l’attenzione per gli aspetti più marginali e anti-spettacolari della realtà; l’esplorazione dell’inconscio e della casualità; l’osservazione della natura e di una dimensione temporale e vitale che prescinde dalla presenza umana e dalla cultura.

Ciascun’opera filmica è allestita all’interno di un percorso che comprende altre opere (pittura, disegni, oggetti e appunti) che ne chiariscono il processo creativo: una mostra di idee sul cinema che dimostra come, sin dai suoi esordi, Baruchello abbia lavorato sulla dimensione dell’immagine in movimento non come prodotto finito ma come spazio di sperimentazione formale e concettuale.

 

In collaborazione con la Fondazione Baruchello e con il MADRE - Museo d'Arte Contemporanea Donnaregina, Napoli.
Si ringrazia Massimo De Carlo (Milano-Londra) .

Non è la rosa non è il tulipano - Tener–a–mente… Gherardo Frassa

Dal 3 dicembre 2014 al 11 gennaio 2015 Triennale Design Museum rende omaggio a Gherardo Frassa, recentemente scomparso, e al progetto Fiori di Latta da lui ideato.

In mostra una selezione di opere di Frassa a partire dai fiori futuristi del 1986 (sviluppo della Flora Meccanica Futurista disegnata nel 1930 da Oswaldo Bot ma mai realizzata) passando per le sculture da tavolo, da terra e da parete realizzate rigorosamente a mano (papaveri, rose, quadrifogli, margherite, tulipani) fino all’ultimo lavoro di Frassa, che ha chiesto ad amici designer, pittori e architetti di disegnare per la mostra uno o più oggetti a tema. Andrea Branzi, Pierluigi Cerri, Sergio Calatroni, Aldo Cibic, Edoardo Perri, Clara Rota, Giuseppe Ragazzini, Margherita Palli, m-ar (Renato J. Morganti), Cesare Rota Nodari, Angela Rui e Franca Silva hanno risposto all’appello con grande entusiasmo e ognuno, con il proprio stile, ha realizzato un piccolo gioiello d'autore che sarà esposto in Triennale.

Non è la rosa non è il tulipano vuole restituire l’ironia e l’anticonformismo di Gherardo Frassa, un uomo che ha fatto della sua vita una lunga e riuscita avventura artistica e umana: viaggi, incursioni corsare nel mondo della moda e del design, dell'arte e dell'artigianato, eventi, mostre, istallazioni e allestimenti. Il tutto caratterizzato da una inestinguibile passione per l'inconsueto, dall'amore per il dettaglio, dalla cura spasmodica del particolare, dal gusto per i materiali. Fiori di latta è l'ultimo progetto al quale Frassa si è dedicato ed è diventato presto un marchio noto sia in Italia che all'estero.

Nel 1986 i fiori futuristi di Frassa hanno illuminato le tavole di Palazzo Grassi a Venezia nell'ambito della mostra Futurismo Futurismi, curata da Pontus Hulten. L'anno dopo, nel 1987 Frassa ha disegnato, con l'amico artista Emilio Tadini, il logo Fiori di latta.

Dal 2010 ha ripreso vita il progetto Fiori di Latta nella versione attuale.

Giancarlo De Carlo. Schizzi inediti

A cura di Anna De Carlo e Giacomo Polin
Allestimento: Giacomo Polin

L’opera di Giancarlo De Carlo, architetto, urbanista, polemista, appassionato uomo di cultura del XX secolo è troppo nota per ripercorrerla qui.

Dallo IUAV a Venezia all‘ILAUD a Urbino, dal Team X a Terni, da Harvard a Mazzorbo, da “Spazio e Società” a Catania, gli interventi di De Carlo sono ormai casi di studio, e testimonianze  storiche di un impegno profondo e continuo sia professionale che “politico“.

Meno noto è il registro “privato” del suo impegno, l’amore per la Grecia come luogo della mente e sorgente di molte riflessioni, oppure la passione per lo schizzo a mano libera, a volte secondo una vena descrittiva e funzionale all’approfondimento progettuale, a volte puramente creativa, quasi involontaria.

La raccolta di questi schizzi prodotti soprattutto nell’ultima parte della sua vita è ora custodita dalla figlia Anna e costituisce il cuore in qualche modo privato del suo archivio, i cui fondi “storici” si trovano allo IUAV di Venezia e in parte al MAXXI di Roma e al Beaubourg di Parigi.

Questi schizzi, in gran parte inediti, che la Triennale presenta nel decennale della scomparsa di De Carlo, non hanno nulla che vedere con le cosiddette “architetture di carta” poiché nacquero per una ricerca del tutto personale, come suggestioni, idee, o semplici divertimenti.

Piccoli disegni, quasi diagrammi concettuali e formali, che attraverso la loro incompletezza sembrano suggerirci uno spazio lasciato all’immaginazione: una progettazione “tentativa” che sembra preludere ad una partecipazione allargata.

Una mostra piccola ma “preziosa”  che intende mostrare la qualità e l’originalità degli schizzi (con dimensioni anche molto diverse, dalle pagine di un block-notes a grandi fogli da disegno) cercando di ritrovare e di esporre i fili che li legano, di volta in volta, ad un pensiero, al volto di un amico, ad un dettaglio decorativo, ad una architettura.

Facendo ricorso anche a brani di testi particolarmente significativi, ad alcuni plastici in scala, e a filmati di interviste, l’obbiettivo è quello di rendere il più possibile evidente la totalità e la organicità del pensiero e dell’azione di De Carlo, sempre alla ricerca di una coerenza complessiva, di un’armonia mai solo estetica.

Un ricordo sentimentale oltre che una mostra di architettura, un piccolo omaggio all’immagine meno conosciuta e più privata di Giancarlo De Carlo.

VIII Triennale Design Museum - Cucina & Ultracorpi

A cura di Germano Celant

L’ottava edizione del Triennale Design Museum, in occasione di Expo Milano 2015, propone “Cucina & Ultracorpi”, a cura di Germano Celant. Sviluppata in stretta collaborazione con Silvana Annicchiarico e il Triennale Design Museum, l’edizione del Museo s’ispira sin dal titolo al libro di fantascienza L’invasione degli Ultracorpi, scritto da Jack Finney nel 1955 e all’omonimo film tratto dal romanzo e girato da Don Siegel, che si sono imposti come opere di rottura e cambiamento nell’immaginario collettivo.

Nella narrazione gli alieni da “invasori” divengono “cospiratori” capaci di confondersi e insinuarsi tra gli abitanti della terra: entrano nel quotidiano degli esseri umani, attuando una rivoluzione interna e perciò endemica della società, invasa da forze aliene che si mescolano agli umani e ne assumono la forma per prendere il sopravvento.

Analogamente, “Cucina & Ultracorpi” vuole raccontare la lenta quanto inesorabile trasformazione degli utensili da cucina in macchine e automi.

Un’armata “di invasori” che, dalla metà del XIX secolo con l’avvento dell’industrializzazione, è dilagata arrivando a sostituire molte pratiche umane del cucinare.

L’intento è di tracciare l’evoluzione in Italia dei “cospiratori”, cucine ed elettrodomestici, dalla prima emergenza documentabile fino al 2015, anche in relazione a episodi della progettazione dell’industria internazionale.

Il display espositivo presenterà questo universo di ultracorpi – dal frigorifero al microonde, dalla caffettiera al tostapane, dal trita rifiuti alle cappe assorbenti, dai bollitori ai mixer, dalle friggitrici alle gelatiere – che si è sviluppato dalla prima industrializzazione alla diffusione di massa, dall’automazione all’innovazione digitale. Questo transito dal manuale al tecnologico sarà affiancato da artefatti complementari come pubblicità e manuali, film e documentari, libri e giochi.

Un universo magico e sorprendente messo in scena dallo Studio Italo Rota, per rievocare questo paesaggio meccanizzato - al contempo alieno e ambiguo, utilitario ed ergonomico - che attinge agli ambiti e ai linguaggi più disparati - dalla scifi all’horror, dalla favola al fumetto - mostrando risvolti comici e tragicomici, ironici e inquietanti della relazione “essere umano-macchina”: una cucina fantascientifica.

Ugo La Pietra - Progetto disequilibrante

A cura di Angela Rui
Progetto di allestimento: Ugo La Pietra
Progetto grafico: POMO
Videoinstallazioni: Lucio Lapietra
Catalogo Corraini Edizioni 

Triennale Design Museum presenta la prima grande mostra monografica sul lavoro di Ugo La Pietra dal 1960 a oggi con l’obiettivo di mettere in luce l’aspetto umanistico di questo progettista eclettico. Questa mostra si inserisce in un percorso tracciato da Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum, che rivendica la continuità di una ricerca volta a rivalutare i non allineati, gli eretici, i sommersi, da Gino Sarfatti a Piero Fornasetti, via via fino a Ugo La Pietra. 

Architetto di formazione, artista, cineasta (e attore), editor, musicista, fumettista, docente, Ugo La Pietra rimane un osservatore critico della realtà, che ha sondato, analizzato, criticato, amato, riprogettato con una profondità rara, disvelando le contraddizioni insite nella cultura e nella società. In termini teorici la sua completa attività - così eterogenea e complessa da risultare di difficile collocazione critica e disciplinare - è da interpretare come una lunga militanza all’interno della categoria dell’anti-progetto.

La sua attività compie oggi mezzo secolo e ha attraversato momenti molto significativi della storia contemporanea, come gli anni Sessanta di una Brera capitale della cultura, gli anni della Contestazione dei Settanta; l’avvento della comunicazione mediatica di massa e i relativi effetti sul mondo domestico e psicologico degli Ottanta.

Ma la parte più inesplorata e allo stesso tempo radicale, è data dalla militanza verso la globalizzazione del mondo, grazie all’avvicinamento in tempi non sospetti al tessuto artigiano lungo tutto il paese, considerato dal mainstream come un non valore più che, come in tempi recenti è stato dimostrato, serbatoio di maestria artigiana e culturale, e alternativa praticabile dal sistema design.

La Pietra fa della quotidianità e dei comportamenti il proprio campo d’azione e discussione, utilizzando se stesso, il proprio corpo, gli amici, la propria casa, la città e il Paese - senza mai tralasciare ironia e sarcasmo - per narrare il rapporto individuo-ambiente. Dove per ambiente non si considera mai il fattore strettamente urbano o ecologico, ma la fenomenologia della realtà, amplificando il significato non solo del contesto progettuale, ma dell’intero bagaglio emotivo, antropologico, esistenziale del nostro stare nel mondo.

Attraverso una selezione di oltre 1.000 opere, la mostra è strutturata secondo un percorso che, dalle origini concettuali del suo pensiero, si “manifesta” attraverso un racconto - per ricerche e sperimentazioni, oggetti e ambienti - che dall’individuo si propaga verso l’osservazione, la riappropriazione, la progettazione dello spazio e della realtà.

La presenza di opere e documenti, accompagnati da materiali audiovisivi e sonori, concorre alla messa in scena della cosmologia progettuale emersa dalla lettura globale della produzione di Ugo La Pietra.

Arts & Foods

La multiforme relazione fra le arti e il cibo sarà ripercorsa e analizzata nel Padiglione Arts & Foods l’unica Area tematica di Expo Milano 2015 realizzata in città ospitata al Palazzo della Triennale dal 10 Aprile fino al 1 Novembre 2015. 

Allestita negli spazi interni ed esterni della Triennale – 7.000 metri quadrati circa tra edificio e giardino – Arts & Foods metterà a fuoco la pluralità di linguaggi visuali e plastici, oggettuali e ambientali che dal 1851, anno della prima Expo a Londra, fino ad oggi hanno ruotato intorno al cibo, alla nutrizione e al convivio. Una panoramica mondiale sugli intrecci estetici e progettuali che hanno riguardato i riti del nutrirsi e una mostra internazionale che farà ricorso a differenti media così da offrire un attraversamento temporale, dallo storico al contemporaneo, di tutti i livelli di espressività, creatività e comunicazione espressi in tutte le aree culturali.

Con una prospettiva stratificata e plurisensoriale  Arts & Foods, a cura di Germano Celant e con l’allestimento  dello Studio Italo Rota, cercherà di documentare gli sviluppi e le soluzioni adottate per relazionarsi al cibo, dagli strumenti di cucina alla tavola imbandita e al picnic, dalle articolazioni pubbliche di bar e ristoranti ai mutamenti avvenuti in rapporto al viaggio per strada, in aereo e nello spazio, dalla progettazione e presentazione di edifici dedicati ai suoi rituali e alla sua produzione. Il tutto apparirà intrecciato alle testimonianze di artisti, scrittori, film makers, grafici, musicisti, fotografi, architetti e designers che, dall’Impressionismo e dal Divisionismo alle Avanguardie storiche, dalla Pop Art alle ricerche più attuali, hanno contribuito allo sviluppo della visione e del consumo del cibo.

Una raccolta e un viaggio nel tempo che rifletterà creativamente il tema dell’Esposizione Universale di Milano, “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, attraverso centinaia e centinaia di opere, oggetti e documenti provenienti da musei, istituzioni pubbliche e private, collezionisti e artisti da tutto il mondo.

"Arts & Foods coinvolge tutti i media e linguaggi: dalla pittura alla scultura, dal video all’installazione, dalla fotografia alla pubblicità, dal design all’architettura, dal cinema alla musica e alla letteratura. – ha dichiarato Germano Celant, curatore del Padiglione e dell’ottava edizione Triennale Design Museum - Si articola con un andamento cronologico che copre il periodo dal 1851 – data della prima Expo a Londra e dell’avvio della modernità – all’attualità, attraverso la creazione di ambienti dedicati ai luoghi e agli spazi del convivo, sia in ambito privato sia nella sfera pubblica – dalla sala da pranzo alla cucina, dal bar al cibo da viaggio – in cui arredi, oggetti, elettrodomestici e opere d’arte creano una narrazione di forte impatto visivo e suggestione sensoriale.

2016: XXI Triennale International Exhibition – 21st century Design after Design

La Triennale di Milano annuncia la XXI Esposizione Internazionale del 2016 dal titolo 21st century. Design after Design.

Unica istituzione riconosciuta dal BIE, La Triennale di Milano torna nel 2016 alla sua grande Esposizione Internazionale dopo 20 anni dalla sua ultima edizione.

La Triennale si riallaccia alla sua tradizione storica, ma con un forte carattere innovativo, estendendone la partecipazione a realtà quali città, regioni, università, imprese, design center, giovani designer.

La seconda novità consiste nel allargare l’Esposizione oltre la sede storica della Triennale ed estenderla ad altre sedi, altrettanto prestigiose, che coinvolgeranno l’intera città e consentiranno un numero considerevole di partecipazioni e di declinazioni del tema a partire dalle più diverse radici culturali.

Luoghi storici come la Reggia di Monza – il cui restauro sarà completato nel 2015 -, luoghi a forte connotazione museale contemporanea, come il Museo delle Culture, progettato da David Chipperfield – che sarà inaugurato nell’autunno del 2014, luoghi deputati al raporto tra impresa e cultura, come l’Hangar Bicocca (sede di grandi installazioni di Anselm Kiefer) e la Fabbrica del Vapore, luoghi infine sede di ricerca continua, come il Campus Bovisa, dove risiede la più grande scuola di Design in Europa e il Campus Leonardo, sede della Facoltà di Architettura.

XXI Triennale
Esposizione Internazionale
21st Century.
Design after Design
Comitato scientifico

Claudio De Albertis , Presidente La Triennale di MIlano
Vicente González Loscertales , Segretario Generale BIE
Silvana Annicchiarico, Direttore Triennale Design Museum
Andrea Cancellato, Director Generale La Triennale di Milano
Andrea Branzi
Luisa collina
Elizabeth Diller e Ricardo Scofidio
Kenya Hara
Stefano Micelli
Pierluigi Nicolin
Richard Sennett
Cino Zucchi

Clicca qui per scaricare il contributo di Silvana Annicchiarico
Clicca qui per scaricare il contributo di Andrea Branzi
Clicca qui per scaricare il contributo di Pierluigi Nicolin
Clicca qui per scaricare il contributo di Stefano Micelli 

AFRICA - Big Change Big Chance

A cura di Benno Albrecht

Il “contesto planetario” sta cambiando a causa della scarsità di risorse fossili, ormai in accertato esaurimento, della pressione antropica, oggi dotata di una immensa potenzialità tecnica, della situazione demografica, in impetuoso aumento, dell’incremento dell’urbanizzazione, della globalizzazione dell’economia ed anche del pensiero.

Occuparsi dell’Africa dal punto di vista dell’architettura, intesa nel suo senso più ampio, significa occuparsi di un luogo in cui stanno sviluppandosi alcuni dei fenomeni più interessanti, complessi ed anche inquietanti di questi ultimi anni.

La mostra AFRICA Big Change Big Chance vuole rendere palesi le dinamiche delle grandi trasformazioni in corso in Africa.

Il cambiamento – Change – riguarda in particolare i fenomeni di concentrazione urbana. Nel 2030 anche le regioni che oggi hanno il minor tasso di urbanizzazione saranno a maggioranza con una popolazione residente nella città. Nel 2030 la popolazione urbana dell’Africa, 748 milioni, supererà popolazione complessiva dell’Europa, 685 milioni.

La possibilità – Chance – è impersonata dai protagonisti della scena dell’architettura in Africa dal dopoguerra, dal modernismo tropicale, ad oggi. Sono gli interpreti di una progettualità impegnata nella proposizione di una nuova modernità, il cui interesse travalica le ragioni specifiche, estetiche e tecniche, e fa riflettere attorno a problemi più generali, di assetto complessivo delle città  e delle modalità di intervento.

La sfida che abbiamo davanti in Africa riguarda il controllo dei grandi numeri, di persone, di pressione dell’urbanizzazione, e la possibilità legata al controllo della grande dimensione, sia questa urbana sia territoriale.

La mostra si svilupperà attraverso alcune sezioni che riguarderanno lo sviluppo urbano in atto in Africa attraverso la presentazione di ricerche riguardanti i casi più eclatanti, Lagos, Maputo, Nairobi, Cairo ecc.

Saranno illustrate anche le grandi trasformazioni territoriali con i relativi progetti, di scala continentale e globale, che riguardano lo sfruttamento delle acque, la produzione di energia, l’arresto della desertificazione, con le nuove infrastrutture e i nuovi attori che si muovono in questo scenario.

 



Partner



Partner tecnici

Partner Triennale Architettura


Sotto l'Alto patronato
del Ministero degli Affari Esteri
e della Cooperazione Internazionale


In collaborazione con

CIVA
The Aga Khan Award for Architecture 

Le mappe del sapere – Visual data di arti, nuovi linguaggi, diritti: l’infografica ridisegna le conoscenze

Un viaggio interattivo attraverso le pagine che «la Lettura», il supplemento culturale del «Corriere della Sera», dedica a visualizzazioni e infografiche. Serie potenzialmente infinite di correlazioni numeriche diventano protagoniste di un nuovo modo di fare informazione, che coinvolge in maniera diretta il lettore, i suoi interessi, le sue competenze, la sua fantasia. Le risorse del graphic design più avanzato incontrano le esigenze di un giornalismo che accetta la sfida della complessità e ne sperimenta le declinazioni: si disegnano così le coordinate di una nuova estetica del sapere, in cui l’iperrazionalità dei codici di scrittura viaggia di pari passo con una nuova idea di creatività.

Alessandro Busci - In alto Milano

La personale di Alessandro Busci, In alto Milano, riflette sulla crescita architettonica della città che, a partire dal dopoguerra, ma soprattutto ora, all’esordio del XXI secolo, ne ha cambiato radicalmente il volto, imprimendo al suo orizzonte un inedito moto ascendente.

L’esposizione, col patrocinio del Comune di Milano, presentata in catalogo da Ada Masoero, che comprende 50 nuovi dipinti, tutti su lastre di acciaio cor-ten e un nucleo di 40 opere su carta, ruota attorno al ciclo, appositamente realizzato per l’occasione, che vede protagonista la nuova Milano “verticale”, cui si affiancano alcune vedute di metropoli simbolo, come New York, Londra e Shanghai, in un dialogo e confronto a distanza fra memorie di archeologie industriali e visioni di scenari futuri.

La mostra propone le suggestive architetture che caratterizzano il nuovo quartiere di Porta Nuova-Garibaldi e l’area di Citylife che hanno radicalmente trasformato il tessuto della città, riprendendo la tradizione che nel periodo post-bellico aveva portato alla costruzione di edifici iconici come la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli, non a caso ancora tra i soggetti protagonisti nella mostra stessa insieme ad altri classici suoi temi ricorrenti come lo stadio di San Siro o la nuova Bocconi.

Per Alessandro Busci la veduta urbana, soprattutto di Milano, è da sempre il tema prediletto, oggetto di un'indagine che è mentale, visiva ed emotiva insieme ma è al contempo soggetto, matrice ed elemento generatore di sequenze di dipinti che, come fotogrammi di un film d'autore, la colgono nel suo crescere e nel suo divenire. 

MatinItaly - Matematici alla scoperta del futuro

Avreste mai sospettato che ogni aspetto della nostra vita ha un suo lato matematico? Con la matematica non solo possiamo fare previsioni meteorologiche o disegnare prototipi industriali, ma anche quantificare gli effetti dei comportamenti umani in un gruppo sociale o decifrare la forma biochimica delle nostre emozioni.

È questo che racconta al pubblico la mostra MatinItaly – Matematici alla scoperta del futuro: in che modo le forme e i numeri della matematica ci aiutano a comprendere e interpretare sempre meglio il mondo intorno a noi e in che modo i matematici ci aiutano a trasformare il mondo.

Il percorso della mostra parte dall’antichità e arriva fino a oggi, toccando alcune tappe del pensiero matematico e alcuni suoi protagonisti: Pitagora e i numeri irrazionali, Fibonacci e la sezione aurea, Tartaglia e il suo famoso triangolo, Galileo, che per primo intuì come la natura fosse scritta con la lingua dei numeri, e Volterra che gettò le basi per descrivere e comprendere, con lo stesso linguaggio, anche la complessità dei sistemi ecologici e della società umana. Infine Federigo Enriques, che diede impulso a una geometria nuova, fatta soprattutto di forme definite dalle regole astratte del pensiero.

Saranno questi grandi protagonisti della matematica italiana a condurre il pubblico verso il mondo dei matematici dei giorni nostri, che risolvono problemi negli ambiti più svariati: in medicina, nello sport, nella finanza, nella gestione del traffico di aerei e treni, nella sicurezza delle carte di credito e di Internet e in tutte le tecnologie che sempre più rapidamente trasformano la nostra vita.

Per farlo, i matematici esplorano mondi astratti – qualche volta al limite di ciò che riusciamo a intuire – di cui, però, rivelano relazioni nascoste e inaspettate con la realtà. Immaginano, ad esempio, spazi a dimensioni superiori alle 3 cui siamo abituati, o disegnano superfici dalle forme stravaganti che potrebbero ispirare i designer del futuro.

MatinItaly farà viaggiare il visitatore tra i mondi “impossibili” della matematica e la scoperta imprevista che l’impossibile invece esiste e si realizza sotto i nostri occhi. Un viaggio emozionante - fatto di esperienze immersive e di giochi in cui sfidarsi-  in cui vi sentirete come i protagonisti di una  storia di fantascienza, per ritrovarvi infine in una realtà più sfaccettata e complessa, ma anche più chiara e intellegibile per il nostro cervello.

MatinItaly è promossa dall'Università degli Studi di Milano, dall'Università di Milano Bicocca e dall'Università Bocconi, con il supporto delle Università di  Camerino,  "Federico II" di Napoli, dell'Insubria e con il  patrocinio dell'Accademia dei Lincei e di  Expo, oltre che di altre prestigiose istituzioni scientifiche.

 

La mostra è organizzata dal Centro “matematita” dell’Università degli Studi di Milano e Centro P.RI.ST.EM. dell’Università Bocconi di Milano.

A cura di Renato Betti, Gilberto Bini, Maria Dedò, Simonetta Di Sieno e Angelo Guerraggio.

Coordinamento e comunicazione: CodiCS - Comunicazione .

Atelier Castello - 11 progetti in mostra

Nel mese di luglio si è svolto Atelier Castello che ha visto undici gruppi di architetti, invitati dalla Triennale su richiesta del Comune di Milano, misurarsi con le soluzioni di vivibilità nell’area di Piazza Castello a seguito della pedonalizzazione e della costruzione dei padiglioni di Expo Gate. L’intento di questa prima tappa era sperimentare un approccio propositivo che coinvolgesse, sin dall’inizio, residenti e utenti di vario genere.

Ogni incontro ha affrontato, in modo ogni volta diverso, i tanti aspetti della questione dando luogo a undici piccoli eventi. Potendo contare sulla presenza costante di abitanti, esperti, membri di comitati e di consigli di zona, gli incontri sono stati l’occasione per confrontare punti di vista diversi, analizzare esperimenti compiuti altrove, vagliare proposte, ricordare la storia di un luogo così importante per la città di Milano.

Il 27 settembre, si è aperta dunque l’ultima fase del percorso, che si è conclusa con l’individuazione delle migliori soluzioni per la sistemazione della piazza per tutto il 2015.

Dal 7 Novembre all'8 Dicembre la Triennale di Milano ospita in una mostra le proposte di Studio Albori, Guidarini&Salvadeo, Morpurgo De Curtis, Onsite Studio, Obr Open Building Research, Matteo Fantoni Studio, Park Associati, Piuarch, Attilio Stocchi, Urbana e Marco Zanuso.

VII Triennale Design Museum - Il design italiano oltre le crisi - Autarchia, austerità, autoproduzione

Direzione: Silvana Annicchiarico
Cura scientifica: Beppe Finessi
Progetto di allestimento: Philippe Nigro
Progetto grafico: Italo Lupi
Catalogo Corraini Edizioni 

La settima edizione del Triennale Design Museum focalizza la sua attenzione sul tema dell'autosufficienza produttiva, declinato e affrontato in modo diverso in tre periodi storici cruciali: gli anni trenta, gli anni settanta e gli anni zero. L’idea alla base è che il progettare negli anni delle crisi economiche sia una condizione particolarmente favorevole allo stimolo della creatività progettuale: dalle origini del design italiano negli anni trenta, anni in cui i nostri grandi progettisti hanno realizzato opere esemplari, ai distretti produttivi (nati negli anni settanta in piccole aree geografiche tra patrimoni di sapere e di eccellenza, basati su tradizioni locali e disponibilità diretta di materie prime) per arrivare alle sperimentali forme di produzione dal basso e di autoproduzione.

Viene delineata una storia “alternativa” del design italiano, fatta anche di episodi all’apparenza minori, attraverso una selezione di oltre 650 opere di autori fra cui Fortunato Depero, Bice Lazzari, Fausto Melotti, Carlo Mollino, Franco Albini, Gio Ponti, Antonia Campi, Renata Bonfanti, Salvatore Ferragamo, Piero Fornasetti, Bruno Munari, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce, Ettore Sottsass, Enzo Mari, Andrea Branzi, Ugo La Pietra fino a Martino Gamper, Formafantasma, Nucleo, Lorenzo Damiani, Paolo Ulian, Massimiliano Adami.

Il percorso si sviluppa cronologicamente:  si comincia con una stanza dedicata a Fortunato Depero, il primo maker, e alla sua bottega Casa d’Arte a Rovereto (dove realizzava quadri e arazzi, mobili e arredamenti, giocattoli e abiti, manifesti pubblicitari e allestimenti) e termina con una stanza a cura di Denis Santachiara dedicata al design autoriale che si autoproduce con le nuove tecnologie. In mezzo un racconto che mette in scena diversi protagonisti che, dagli anni trenta a oggi, hanno saputo sperimentare in modo libero creando nuovi linguaggi e nuove modalità di produrre, fra questi Enzo Mari con la sua autoprogettazione. Su questo percorso si intrecciano focus scelti a campione (un materiale: il vimini; un distretto produttivo: il marmo; una tecnica di lavorazione: il mosaico; una città: Torino; una regione: la Sardegna…)

Gli ambienti del Triennale Design Museum sono rivisitati in maniera inedita. Per il progetto di allestimento sono stati scelti materiali che rievocano il lavoro artigianale e autoprodotto: il metallo e l’OSB (materiale composito di pezzi di legno di pioppo del Monferrato).

Il percorso si apre con una grande stanza/vetrina, che accoglie in un solo colpo d’occhio una selezione di oggetti rappresentativi dei tre periodi. Gli oggetti sono mescolati in modo che periodi distanti si incontrino e il visitatore possa così avere una visione di insieme delle differenze o similitudini.

Nella curva gli oggetti sono appoggiati nello spazio in un percorso lineare che rispetta l’architettura preesistente, la luce naturale e l’ordinamento cronologico. Gli elementi dell’allestimento dialogano con l’architettura di Muzio senza mai toccarla. Avvolgono e immergono subito il visitatore in un paesaggio fatto di sentieri, pareti, palazzi, marciapiedi, scale, piazze… Tutti elementi che permettono di fare dei focus e presentare oggetti isolati o famiglie di oggetti.

La linearità si interrompe in corrispondenza degli anni settanta, dove gli oggetti esposti si dispongono più liberamente nello spazio, senza coordinate, come se rimarcassero uno spaesamento. 

Dopo aver risposto alla domanda “Che Cosa è il Design Italiano?” con Le Sette Ossessioni del Design Italiano, Serie Fuori Serie, Quali cose siamo, Le fabbriche dei sogni, TDM5: grafica italiana e Design. La sindrome dell’influenza, Triennale Design Museum, il primo museo del design italiano, conferma la sua natura dinamica, in grado di rinnovarsi continuamente e di offrire al visitatore percorsi inediti e diversificati. Un museo emozionale e coinvolgente. Un organismo vivo e mutante, capace ogni anno, attraverso la sua innovativa formula, di interrogarsi senza dare risposte precostituite.
 

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Icone del Design italiano

A cura di Silvana Annicchiarico, Direttore Triennale Design Museum.
Progetto di allestimento: Antonio Citterio Patricia Viel Interiors

Triennale Design Museum presenta negli spazi del CreativeSet un nucleo di icone dalla Collezione Permanente del Museo, arricchito dalle selezioni di Maestri invitati a indicare gli oggetti per loro necessari e imprescindibili della storia del design italiano.

Selezioni di:

Enzo Mari
4 aprile / 4 maggio 2014

Cini Boeri
6 maggio / 8 giugno 2014

Mario Bellini
10 giugno / 13 luglio 2014

Andrea Branzi
15 luglio / 31 agosto 2014

Nanda Vigo
2 settembre / 28 settembre 2014

Alessandro Mendini
30 settembre / 19 ottobre 2014

Ugo La Pietra
21 ottobre / 16 novembre 2014

Michele De Lucchi
18 novembre / 14 dicembre 2014

Gaetano Pesce
16 dicembre 2014 / 18 gennaio 2015

Antonio Citterio
20 gennaio / 22 febbraio 2015


Partner tecnici

TARSHITO - Vasi comunicanti

Una mostra incentrata su unica tipologia, quella del vaso, metafora esemplificativa della progettualità di Tarshito e della sua tensione verso trascendenza e spiritualità.

Il vaso per Tarshito è uno spazio di elezione, un contenitore che simbolicamente si presta a essere riempito di amore e bellezza.

Così Tarshito presenta concettualmente il progetto:

“L'artista è il vaso vuoto
la creatività è di natura divina.
Non è tua, semplicemente si manifesta attraverso te riempiendo il tuo vaso per prepararsi all’ incontro con il divino e con la creatività.
Come svuotarsi per accoglierli?
Come pulire lo spazio di accoglienza interiore affinché il passaggio della creatività attraverso me sia il più possibile non contaminato?
La possibilità di incontrare il divino
attraverso l’arte.  
Per vivere nel divino.
Per respirare il divino.
La coscienza a essere aperti,
come un vaso, per ricevere.
imparare a riconoscere in ogni essere, in ogni oggetto che incontriamo virtù particolari.
Aprire cuore e intelletto
e tutto può diventare
nutrimento per la nostra vita interiore”.

 

Nato a Corato (Bari) il 13 agosto 1952, si laurea nel 1979 alla Facoltà di Architettura di Firenze con una Tesi sul teatro di strada (relatore Gianni Pettena, esponente dell’Architettura radicale). Parte subito dopo per un viaggio in India, che rappresenta per lui una rinascita.

Nei primi anni ’80 fonda a Bari la Galleria Speciale, insieme a Shama, la sua compagna di allora, anche lei designer e artista. L’esperienza dura fino al 1987 coinvolgendo progettisti e artisti di fama (Alessandro Mendini, Mario Merz, Nanda Vigo) o anche ignoti, purché interessati all’esperienza/progettazione di momenti e oggetti di “nuova ritualità”. Esemplare in questo ambito la bella serie dei Tappeti e arazzi della meditazione.

Nel 1990 l’esperienza di Speciale viene documentata con una Grande Mostra al Groninger Museum della città di Groningen, in Olanda, conclusiva di un trilogia che il suo direttore Frans Hacks volle dedicare al design italiano degli anni Ottanta (uniche esperienze documentate nella stessa trilogia: quella di Ettore Sottsass ovvero Memphis e di Alessandro Mendini ovvero Alchimia).

Gli anni ’90 vedono Tarshito protagonista di mostre collettive e personali e sempre più creativamente impegnato sull’archetipo del Guerriero d’Amore.

Ma é soprattutto con la Grande personale The Gold and the Clay (2001) curata da Daniela Bezzi e da Jyotindra Jain al Crafts Museum di New Delhi, che il suo percorso artistico si espande e al tempo stesso si focalizza, nell’entusiasmante pratica di collaborazione con gli artigianati dell’India. Dalla terracotta al metallo, dalle pitture tribali della tradizione Warli oppure Sohrai ai ricami del Gujarath o del Rajasthan, dalle delicate miniature di Bikaner agli sgargianti dipinti devozionali dell’Orissa: la sete di sperimentazione in sempre nuove relazioni di ‘condivisione creativa’ non conosce sosta, mentre si fa strada il desiderio  di dipingere in proprio, di provarsi con il segno del pennello sulla tela con gesto proprio.

Il risultato è l’infinita serie dei Vasi, grandi, enormi oppure piccoli, su carta, tessuto o in sculture di grandi dimensioni, che sono il più eloquente Manifesto della sua poetica: l’Opera di Tarshito si esprime nell’atto dell’accogliere e riempirsi, e quindi traboccare. Un travaso concettuale ed emotivo che avviane nella relazione con la forma/materia dell’artigiano, o guidando sedute particolarissime di meditazione, o progettando opere che possono considerarsi Monumenti a un tipo completamente nuovo e al tempo stesso antico e purissimo di Arte sacra: quella in cui l’artista si propone come umile canale di trasmissione, di una creatività che essendo già in sé stessa ‘dono’, potrà solo gioiosamente condividersi, anche autorialmente, con altri. Restando però sempre e inconfondibilmente by Tarshito, per la leggerezza con cui tutto ciò si compia e celebra, ogni volta.

Italia: la verità dei materiali

Cura e progetto di allestimento di Pierluigi Cerri e Alessandro Colombo

La Triennale di Milano presenta la mostra "Italia: la verità dei materiali", curata e progettata da Pierluigi Cerri e Alessandro Colombo. Terzo appuntamento dal 2010 presso il Padiglione Italiano dell'Expo, oggi “Shanghai Italian Center”.

Il primo è stato con la mostra "La città dell’uomo. Vivere all’Italiana", in occasione dell'Esposizione Universale in rappresentanza dell'Italia. Il secondo nel 2012 con la mostra "Tradizione e Innovazione. L’Italia in Cina" che segnava la riapertura del Padiglione, appena donato dall'Italia alla Cina, per diventare non solo piattaforma di promozione della cultura italiana e del made in Italy ma anche luogo di scambio e d’incontro fra due Paesi portatori di una tradizione antica del “fare”.

La mostra Italia: La verità dei materiali, che Triennale di Milano e Shanghai Expo Group organizzano e presentano, vuole offrire al pubblico cinese l’occasione per avvicinarsi maggiormente alla cultura italiana e conoscerla, e vuole rafforzare la presenza di un paese che del “fare” quotidiano e artistico ha posto la sua base fondamentale nel rapporto fra cultura – luogo della tradizione e della creatività - e impresa - luogo o luoghi della produzione, nei quali la materia prende tecnicamente forma in un prodotto artistico o di design. Il luogo della trasformazione del materiale non è secondario rispetto al ruolo dell’idea artistica/creativa ma è anzi parte inscindibile di un processo unitario.

La bellezza e la creatività hanno a che fare con la materia di cui sono fatte le cose, come il legno, la pietra, le plastiche – materiali cui questa mostra è dedicata. Nella tradizione italiana, la materia è vivente e ha un rapporto privilegiato con chi la lavora: da Michelangelo che considerava la figura da scolpire “prigioniera” del blocco di marmo, dal quale andava liberata “per forza di togliere”, al popolare Pinocchio (presente in questa mostra) che dà il primo segno di vita quando suo padre falegname colpisce con lo scalpello il tronco di legno da cui verrà tratto, fino alle pietre scolpite dall’artista Pinuccio Sciola, anch’esse in questa mostra, che addirittura “lo chiamano” – una fra centinaia – per rivelargli che al loro interno conservano il suono dell’universo, che chiede di essere finalmente liberato.

Inoltre, i materiali sono, come le cose che progettiamo, anch’essi frutto del nostro lavoro, sia quando essi sono in natura, come il legno e la pietra, perché la natura è anche il risultato delle scelte dell'uomo, sia quando essi sono il frutto della ricerca scientifica, come le plastiche, che hanno cambiato il panorama degli oggetti che ci circondano.

Il lavoro sui materiali, con i materiali, è un lavoro nobile e comune dei Paesi, come la Cina e come l'Italia, nei quali le economie non sono fatte “di carta” ma costruite a partire dal lavoro.

La mostra “Italia: la verità dei materiali” è il frutto della collaborazione tra la Triennale di Milano e Shanghai Expo Group.

La mostra è stata realizzata grazie al contributo di:
Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane
e alla preziosa collaborazione di
Henraux
Kartell
Riva1920

Partner tecnici
Generali China Insurance Co., Ltd.
Otim Milano-Shanghai


RICORDO LA LUCE – 1944–2014 - Dalla Repubblica dell’Ossola alla ricostruzione di Milano

La Fondazione Aldo Aniasi e la Fondazione La Triennale di Milano, in occasione del 70° anniversario della Resistenza e della Liberazione, danno vita ad una collaborazione per gli anni 2013-2014-2015 allo scopo di approfondire quanto i fatti e le idee della Resistenza abbiano improntato le politiche amministrative e culturali della rinascita della città dopo la distruzione bellica e sviluppare un dibattito conseguente.

Le iniziative progettuali avranno al centro la figura di Aldo Aniasi in quanto emblematica del modo in cui i valori e le esperienze della lotta partigiana si siano tradotti poi nell’amministrazione della città.  

La mostra vuole presentare le vicende delle repubbliche partigiane e della loro organizzazione sociale, attraverso le esperienze di alcune figure di primo piano come Aldo Aniasi, Ezio Vigorelli, Gisella Floreanini, fino ad arrivare alla liberazione, all’Assemblea Costituente e al governo della grande città, nelle attività di ricostruzione con l’esempio del Quartiere Sperimentale QT8 e di riqualificazione sociale con l’edilizia scolastica degli anni ’50 -’60.

La mostra è articolata in 5 sezioni: la nascita della Repubblica d’Ossola; l’attività della giunta di governo; le donne; Milano liberata; la ricostruzione e riqualificazione sociale; la Triennale e il QT8.

In mostra pannelli fotografici con giornali della Repubblica d’Ossola, la sua nascita - pannelli fotografici relativi ai gruppi partigiani dell’Ossola, alle lotte e alla liberazione di Milano - pannelli descrittivi con i documenti originali della giunta di governo, biografie dei vari protagonisti (Vigorelli, Aniasi, Floreanini).

Il materiale in digitale proviene dall’Archivio Storico, Fotografico e Audiovisivo della Triennale di Milano, con il montaggio dei documenti originali del CLN per commissariamento Triennale e corrispondenza con Assemblea Costituente - fotografie e planimetrie progettuali della costruzione del QT8 e concorso casa in lotteria del comune di Milano, filmati e cinegiornali originali dell’epoca - fotografie del quartiere costruito e della visita di Vigorelli alla Decima Triennale.
 

La mostra è frutto della collaborazione tra la Fondazione Triennale di Milano e la Fondazione Aldo Aniasi.
Coordinamento della mostra: Fiorella Imprenti, Tommaso Tofanetti, Marina Cavallini, Roberta Cairoli.

Medaglia d'Oro all'Architettura Italiana - IV Edizione

La Triennale di Milano in collaborazione con il MiBAC, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e con MADE expo, bandisce la quarta edizione del Premio Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana, evento con cadenza triennale che intende promuovere e riflettere sulle nuove e più interessanti opere e costruite nel paese e sui protagonisti che le hanno rese possibili.

La Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana punta alla promozione pubblica dell’architettura contemporanea come costruttrice di qualità ambientale e civile, e insieme guarda all’architettura come prodotto di un dialogo vitale tra progettista, committenza e impresa.

La Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana si pone come riflessione attiva sul ruolo del progettista e delle sue opere puntando alla diffusione pubblica in Italia ed all’estero di un nuovo patrimonio di costruzioni e idee e insieme verificando periodicamente lo stato della produzione architettonica italiana, gli indirizzi, i problemi e i nuovi attori.

Volendo aprire il premio anche alla ricerca, in questa edizione si aggiunge una sezione intitolata Architettura, progettazione e futuro, dedicata ai progetti, alle ricerche e agli studi che rappresentano le nuove esigenze e visioni spaziali, che contemplano l’uso di metodologie e materiali inediti e tecnologie all’avanguardia.

Partner dell’iniziativa è MADE expo, la principale manifestazione fieristica italiana dedicata all’intero mondo delle costruzioni e del progetto, da sempre attenta a creare una stretta connessione tra il mondo delle tecnologie e dei materiali con la cultura del costruire, offrendo ad architetti, ingegneri e operatori un punto di riferimento qualificato e di dibattito per rispondere alle sfide dell’abitare contemporaneo e della sostenibilità. Con il premio Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana MADE expo conferma quindi la sua attenzione al mondo dell’architettura e il suo ruolo di luogo di incontro per l’intera filiera delle costruzioni, valorizzando il patrimonio di progetti, idee e tecnologie del nostro Paese. 

Il Premio ha cadenza triennale ed è ripartito in Medaglia d’Oro all’opera, Premio Speciale all’opera prima, Premio Speciale alla committenza, Premio Speciale alla ricerca.

Medaglia d’Oro all’opera. Per la qualità della progettazione, l’intelligenza ambientale e contestuale, la realizzazione e la capacità d’innovazione tecnologica.

Premio Speciale all’opera prima. Il premio si riferisce a un'opera prima di un progettista entro il compimento del 40esimo anno d’età e intende porre in forte evidenza la nuova generazione che opera attivamente in Italia e all’estero.

Premio Speciale alla committenza. Il premio intende porre l’attenzione sul ruolo fondamentale che la committenza pubblica e privata ha nella costruzione di un’opera di architettura e nella definizione di una differente qualità dello spazio fisico e sociale.

Premio Speciale alla ricerca. Il premio è dedicato al progetto, alla ricerca facente parte della sezione Architettura, progettazione e futuro che meglio esprime l’unione tra architettura, innovazione, avanguardia tecnologica e progettuale rivolta a esiti futuri dell’architettura.

Sono, inoltre, previste sei Menzioni d’Onore relative ad altrettante sezioni del costruire: 

Nuovi edifici (i nuovi edifici realizzati, a uso privato e pubblico in zone urbane, suburbane ed extraurbane), Parchi e giardini (progetti realizzati di nuove aree verdi e di riqualificazione ambientale in zone urbane, suburbane ed extraurbane), Infrastrutture (progetti realizzati di strade, ponti, gallerie, canali, linee e fermate metropolitane, linee ferroviarie, stazioni, aeroporti, porti, etc), Riconversione e restauro (progetti realizzati di riconversione edilizia relativi a grandi aree, quartieri ed edifici; progetti realizzati di restauro e ripristino di architetture storiche e contemporanee), Architettura ed emergenza (progetti e interventi realizzati in relazione a situazioni di emergenza umanitaria e ambientale o che presentino specifiche problematiche geo-climatiche), Architettura, progettazione e futuro (progetti e studi nei nuovi campi della ricerca architettonica quali: progetti marini ecosostenibili e underwater architecture, architettura aerospaziale sulla terra e nello spazio, architettura galleggiante e isole artificiali, architettura sotterranea, architettura senza peso, molle ed elastica, architettura mobile e temporanea, autodistruttiva ed effimera, architettura virtuale e toy architecture).

I premi e le menzioni verranno assegnati ad architetture progettate da professionisti italiani (architetti e ingegneri) e realizzate, in Italia o all’estero, nel periodo 2009-2011.

Sia la Medaglia d’Oro, che i Premi Speciali, che le Menzioni d’Onore verranno attribuiti da una giuria internazionale composta da sette membri. La Giuria stabilirà la lista dei progetti finalisti, fra i quali voterà a maggioranza i vincitori della Medaglia, dei singoli Premi Speciali e delle Menzioni d’Onore. La decisione della Giuria verrà resa pubblica tramite una conferenza stampa e una cerimonia ufficiale di proclamazione, cui seguirà l’esposizione e la pubblicazione dei progetti finalisti.

Sono previsti tre criteri di raccolta delle candidature, i cui risultati confluiranno, senza alcuna selezione preventiva, in un unico contenitore che verrà sottoposto alla giuria.

  1. Segnalazione da parte degli advisers: opere relative alle categorie indicate segnalate dagli advisers (architetti, direttori di riviste e Centri per l’architettura, critici) invitati dalla Triennale di Milano.
  2. Auto candidatura: qualsiasi progettista (architetto e ingegnere) potrà autocandidare un proprio lavoro seguendo le indicazioni consultabili all’interno del sito web della Triennale di Milano – Medaglia d’Oro 2012 (www.triennale.org/medagliadoro2012)
  3. Segnalazione da parte di Associazioni, Fondazioni ed Enti riconosciuti.

Progetti vincitori delle passate edizioni

I Edizione, 2003
Umberto Riva con PierPaolo Ricatti,
Magazzino Fincantieri, Castellammare di Stabia (NA)

II Edizione, 2006
Renzo Piano Building Workshop (RPBW) 

Hight Museum of Art, Village of the Arts, Woodroof Arts Center 
Atlanta,
Stati Uniti, 2003-2005

III Edizione, 2009
Massimiliano & Doriana Fuksas
Zenith Music Hall, Strasburgo, Francia 2008

Premio Riccardo Prina

L’Associazione Amici di Piero Chiara, la famiglia Prina, gli Amici di Riccardo ricordano il critico d’arte e di fotografia Riccardo Prina con un Premio di fotografia a lui dedicato, con il Patrocinio del Consiglio Regione Lombardia e Expo 2015 con il sostegno della Repubblica e Cantone Ticino, della Provincia di Varese, Comune di Varese, della Triennale di Milano e della Galleria Ghiggini.

Giuria:
Mauro Gervasini, Presidente, critico cinematografico 
Marina Ballo Charmet, fotografa e video artista,
Rolando Bellini, critico d’arte Accademia di Brera
Rudi Bianchi, collezionista fotografico e fotografo
Riccardo Blumer, architetto e designer
Francesca Damiani Prina
Claudio De Albertis, Presidente Triennale di Milano
Giorgio Falco, scrittore
Marco Introini, architetto e fotografo
Bambi Lazzati, docente di storia dell’arte e direzione Premio Chiara
Carlo Madesani, Galleria Camera 16 di Milano
Sabrina Ragucci, artista e docente di linguaggio fotografico
Francesco Zanot, docente di storia della fotografia e critico fotografico
 

il concorso era riservato a fotografi professionisti e non, da 18 ai 40 anni, che dovevano realizzare un racconto fotografico in max 10 scatti.

TheDayAfter - da una raccolta di Margherita Palli e Italo Rota

Triennale Design Museum presenta una selezione di oltre 500 animali in miniatura, realizzati fra il 1906 e il 1950 dalle aziende tedesche Linoleol e Elastolin e dall’italiana Nardi e Confalonieri, provenienti dalla raccolta di Margherita Palli e Italo Rota, che ne comprende oltre 1.000.

Pezzi da collezione che sul mercato internazionale hanno registrato in asta quotazioni anche di 10.000 dollari, i modelli si distinguono per l’impiego di materiali ormai rari e preziosi (plastiche brevettate con anima in ferro e ritoccate a mano, cartapesta rinforzata e gessi speciali) e per la resa mimetica delle pose e dei particolari anatomici (modellati a partire da tavole anatomiche di fine Ottocento e con la consulenza di esperti zoologi).

Cuore della collezione di Margherita Palli e Italo Rota, frutto di passione e di anni di ricerche, è la riproduzione di un’Arca di Noé (databile fra il 1918 e il 1920) popolata da coppie di animali. Partendo dal mito del diluvio, presente in tutte le culture, Rota legge l’arca come metafora del momento che stiamo vivendo: come l’arca è senza timone e galleggia seguendo i flussi, allo stesso modo ci muoviamo senza direzione in una geografia finita e già completamente esplorata.

L’arca diventa anche ideale rifugio per affrontare la fine del mondo prevista proprio per il 21 dicembre e per riscrivere il contratto con la natura esaltando la biodiversità.

Porto Poetic

A cura di Roberto Cremascoli

La mostra è sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Portoghese.

Il Council of Architects – Northern Chapter (OASRN) e La Triennale di Milano presentano la mostra Porto Poetic, una panoramica delle figure chiave dell'architettura portoghese Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura assieme agli architetti Fernando Távora, Adalberto Dias, Camilo Rebelo and Tiago Pimentel, Carlos Castanheira, Cristina Guedes e Francisco Vieira de Campos, Isabel Furtado e João Pedro Serôdio, João Mendes Ribeiro, José Carvalho Araújo e Nuno Brandão Costa.

Con l’uscita nel 1986 della pubblicazione “Álvaro Siza, Professione poetica” (Quaderni di Lotus, collana diretta da Pierluigi Nicolin), irrompe sul panorama architettonico internazionale l’architettura portoghese (la scuola di Oporto), fino ad allora considerata solamente in chiave regionalistica: “vernacular”e “critical regionalism”, che limitiva il campo di azione in un orizzonte neo-realista e anacronistico.

Professione poetica” dimostrava che la sapienza e il talento di Álvaro Siza (che non aveva ancora costruito e progettato i lavori più iconici che lo hanno successivamente consacrato) erano frutto di piccoli gesti, di disegno, di continuare a disegnare la città in cui viveva e lavorava, Oporto, Porto Poetic.

Nella sua celebre premessa alla pubblicazione, scriveva ... “Dicono che disegno nei caffè, che sono un architetto di piccole opere (dato che ho provato a fare le altre, penso che, se non mi sbaglio, le piccole sono più difficili).”...La tradizione è una sfida all’innovazione. È fatta di inserti successivi. Sono conservatore e tradizionalista, cioè mi muovo fra conflitti, compromessi, meticciaggio, trasformazione.”...

Negli ultimi venti anni la Porto, poetica, fatta di piccole cose e di grandi interventi è stata campo di trasformazione, di innovazione.

I recenti progetti hanno modificato la maniera di vivere la città e di conseguenza anche gli spazi collettivi. Il tracciato della metropolitana, con le stazioni disegnate da Eduardo Souto de Moura, il Museo di Serralves di Álvaro Siza o la Casa da Musica di Rem Koolhaas sono icone della nuova Porto.

La città di Porto ha celebrato recentemente la conquista del secondo Premio Pritzker, quello a Eduardo Souto de Moura (2011), premio che Álvaro Siza aveva meritato nel 1992. Porto è una città con poco meno di duecento cinquanta mila abitanti, in un paese con poco più di dieci milioni. Grazie al lavoro assiduo e geniale degli esponenti della cosiddetta scuola di Oporto: Fernando Tavora come supremo maestro di Álvaro Siza, Álvaro Siza come maestro di Eduardo Souto Moura si consacra nell’esposizione PORTO POETIC la Città dei Pritzker. 

Il 12 settembre 2013 l’inaugurazione della mostra sarà preceduta da una conferenza alla quale parteciperanno Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura.

Partendo dagli anni cinquanta del secolo passato e giungendo all’attualità la mostra si sviluppa attraverso 3 nuclei :

POETIC, COMMUNITY, DESIGN, con 41 progetti di architettura in mostra, 215 pezzi di design, 540 fotografie d’autore, 28 filmati in proiezione.

L’esposizione è composta e descritta attraverso 6 settori:

i filmati, la visione dei fotografi (visione fotografica), gli archivi di Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura, gli oggetti di design, la visione dei critici (visione critica), 8 progetti di ulteriori esponenti dell’architettura portoghese.

{partners}

Organizzazione



Collaborazione



Supporto istituzionale



Partner strategico



Con il contributo di



Parner della OASRN



Partner della mostra



Partner Triennale Architettura



Con il supporto

 

 

{/partners}

Quarantanni d'artecontemporanea - Massimo Minini 1973–2013

La Triennale di Milano presenta: Quarantanni d'artecontemporanea. Massimo Minini 1973-2013, una grande mostra per festeggiare quarant'anni di attività della Galleria Minini.

La mostra è costituita da opere passate dalla Galleria Minini, un vero e proprio spaccato di storia dell'arte contemporanea raccontata da un punto di vista speciale, talvolta ironico e  dissacrante dall'attore protagonista. Una storia con molti flash back, in cui Massimo Minini cerca di legare, giustificare e raccontare i vari momenti e passaggi con quella modalità tipica che ha trovato una peculiare forma letteraria nei "Pizzini", diventati un libro di successo con brevi favole, flash, racconti sugli artisti incontrati in questi anni.

Massimo Minini e la sua galleria sono parte integrante della recente storia dell'arte contemporanea, grazie a mostre di molti fra i più importanti artisti degli ultimi decenni, italiani e internazionali.

L'inizio dell’attività è caratterizzato dai movimenti dell'Arte Concettuale, dell'Arte Povera e Minimal; tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta viene inserito il lavoro di alcuni giovani artisti italiani e stranieri, tra cui Ettore Spalletti, Jan Fabre, Didier Vermeiren, Bertrand Lavier, Anish Kapoor, Alberto Garutti, Icaro, senza trascurare la ricerca figurativa con artisti come Salvo, Luigi Ontani, Ger Van Elk, Ryan Mendoza, Jiri Dokoupil.

Dalla metà degli anni Novanta viene dato spazio a un gruppo di giovani artisti italiani tra cui Eva Marisaldi, Stefano Arienti, Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft, Sabrina Mezzaqui, Francesco Simeti e Paolo Chiasera, accostati agli artisti storici Boetti, Accardi, Fabro, Paolini, LeWitt, Barry, Graham, Buren.

Negli ultimi anni la galleria ha dedicato grandi mostre ad artisti affermati come Luigi Ghirri, Yona Friedman, Roger Ballen, Nedko Solakov, Haim Steinbach, Peter Halley, Ghada Amer, a giovani artisti come Dara Friedman, Manfred Pernice, Sean Snyder, Mathieu Mercier, Jan De Cock, Tino Sehgal, David Maljkovic, Paul P., Monica Bonvicini, Haris Epaminonda.

L'allestimento di questa mostra rispecchia il punto di vista particolare del gallerista. Opere storiche sono presentate accanto a installazioni site specific; una sezione è dedicata alla collezione di fotografia italiana, una serie di ritratti degli artisti italiani realizzati da grandi fotografi come Mulas, Giacomelli, Catalano, Gorgoni, Mussat Sartor, Cresci.

 Arricchisce la mostra il materiale dello sterminato archivio della galleria, che svela il lato più inedito e intimo degli artisti incontrati in questi quarant'anni. I documenti d'archivio saranno esposti in una speciale sezione.

Accompagna la mostra il libro “Quarantanni. 1973-2013”, edito da a+mbookstore, un volume di 453 pagine in cui sono raccolti disegni, lettere, cartoline, telegrammi, fotografie, inviti delle tante mostre e avventure inventate dal 1973 ad oggi. 

Artisti in mostra:
CARLA ACCARDI
AURELIO AMENDOLA
GIOVANNI ANSELMO
STEFANO ARIENTI
MARCO BAGNOLI
ROGER BALLEN
ROBERT BARRY
OLIVO BARBIERI
GABRIELE BASILICO
LETIZIA BATTAGLIA
SANDRO BECCHETTI
VANESSA BEECROFT
GIANNI BERENGO GARDIN
ALIGHIERO BOETTI
MONICA BONVICINI
DANIEL BUREN
JULIA MARGARET CAMERON
LETIZIA CARIELLO
GHITTA CARRELL
JOTA CASTRO
ELISABETTA CATALANO
GIUSEPPE CHIARI
PAOLO CHIASERA
MARIO CRESCI
JAN DE COCK
MARIO DONDERO
MAURIZIO DONZELLI
JAN FABRE
LUCIANO FABRO
HANS-PETER FELDMANN
IAN HAMILTON FINLAY
YONA FRIEDMAN
FEDERICO GAROLLA
ALBERTO GARUTTI
LUIGI GHIRRI
PIERO GILARDI
PAOLO GIOLI
GIANFRANCO GORGONI
DAN GRAHAM
GIORGIO GRIFFA
PETER HALLEY
PAOLO ICARO
MIMMO JODICE
ANISH KAPOOR
BERTRAND LAVIER
SOL LEWITT
RICHARD LONG
ULIANO LUCAS
DAVID MALJKOVIC
ATTILIO MARANZANO
EVA MARISALDI
YAMAMOTO MASAO
RYAN MENDOZA
MATHIEU MERCIER
SABRINA MEZZAQUI
NINO MIGLIORI
UGO MULAS
PAOLO MUSSAT SARTOR
MARIO NIGRO
PAOLO NOVELLI
CLAUDIO OLIVIERI
LUIGI ONTANI
PAUL P.
GIULIO PAOLINI
PINO PASCALI
FRANCO PIAVOLI
MICHELANGELO PISTOLETTO
GERWALD ROCKENSCHAUB
SALVO
FERDINANDO SCIANNA
FRANCESCO SIMETI
NEDKO SOLAKOV
ETTORE SOTTSASS
ETTORE SPALLETTI
PAUL THOREL
GIULIO TURCATO
DIDIER VERMEIREN
IAN WILSON
FRANCESCA WOODMAN

Star Dome

Quest'anno in occasione dei SetteGreen Awards, 23bassi porta in Triennale StarDome.

L’allestimento,  una cupola geodetica in bambù, genera un ambiente raccolto e confortevole, volutamente smaterializzato, per conferire rilievo a coloro i quali attraverso la loro partecipazione hanno contribuito a suggerire inedite modalità di omaggiare la natura stessa

Schermi delle mie brame

È divenuto il nostro spirito oracolare, lo accendiamo ogni giorno, è parte integrante della nostra immagine di vita. È la televisione. A questo strumento, che  compie i sessant’anni di attività in Italia, è dedicata un’intera mostra che origina da una singolare e inedita raccolta privata creata da una coppia di collezionisti torinesi nel corso di un’appassionata ricerca a partire dagli anni Ottanta.

Curata da Ivana Mulatero e Francesco Poli, l’esposizione annovera  70 opere  tra dipinti, fotografie, disegni, video e piccole installazioni realizzate da alcuni protagonisti dell’arte contemporanea internazionale, quali ad esempio Tony Oursler, Joe Tilson, Marcel Dzama, Euan Macdonald, William Klein, Kocheisen+Hullmann, Steven Meek a cui si aggiungono gli esponenti dell’arte italiana, a cominciare dalle mitiche tele emulsionate da Mario Schifano, datate sul finire degli anni Sessanta, in cui la presenza filmica e televisiva “glamourizza” gli scontri in piazza del maggio francese. Risalendo la china degli anni si raccolgono varianti sul tema della scatola catodica offerte da Ugo Nespolo, Salvo, Aldo Mondino, Fausto Gilberti, Marco Nereo Rotelli, Flavio Favelli, Daniele Galliano, Marzia Migliora, Gabriele Picco, fino ad includere giovani emergenti come Laurina Paperina, Andrea Facco, Maria Domenica Rapicavoli e molti altri. Molte opere in collezione raffigurano il televisore come soggetto e oggetto di riti personali e collettivi, accanto a vedute d’interni che lasciano il passo ad ambientazioni di chiara documentazione sociologica sull’uso dello strumento televisivo e altre volte replicano in chiave parodistica la finzione trasmessa dalla tv/scatola d’ombre. 

L'Ordine ed il Caos Dentro - (Dentro il Caos e l'Ordine)

“Esistono mappe di ogni tipo, ma quando provo a navigare la complessità della mente spesso mi perdo in questo spazio dove non esistono mappe. Nel tentativo di ovviare a questa sensazione di smarrimento, ho cominciato a disegnare flowcharts, diagrammi di causa effetto, capaci di mostrarmi il ventaglio delle costanti e delle variabili intangibili che delineano la mia esistenza. Con 'Order and Chaos Within (Within Chaos and Order)' ho voluto dare vita ad una mappa esistenziale ed emozionale in cui il pubblico possa immergersi”
Bastiaan Arler

Un’installazione di oltre 420 metri quadri, che si estende sulle pareti ed il pavimento dello spazio espositivo. L’opera consiste in un flowchart - interamente realizzato con nastro adesivo e pellicola - all’interno del quale la ballerina Maria Novella Della Martire interagisce con le dinamiche e le dualità rappresentate nell’installazione, esplorando le estensioni del corpo umano. Il pubblico potrà così sperimentare la sensazione di trovarsi all’interno di una mappa delle costanti e dei limiti che caratterizzano la condizione umana.

Fashion Jewellery Made in Italy

Triennale Design Museum presenta una rassegna di bijoux fabbricati in Italia dall’inizio del ‘900 fino alla fine degli anni '90 messi in relazione con la storia della moda italiana, a cura di Deanna Farneti Cera, autrice del libro "Fashion Jewellery: Made in Italy" (ACC). 

Da sempre l’Italia ha prodotto gioielli in materiali semipreziosi, copie di gioielli veri e prototipi. Iniziando dai primi anni del ‘900, in mostra sono presentate alcune creazioni di Edoardo Saronni per poi procedere, cronologicamente, attraverso gli anni del fascismo e in particolare l’autarchia, che obbligava i creatori ad usare solo materiali locali come legno, galalite, sughero, rafia, paglia, pietre e tessere in vetro veneziano, corallo.

Se gli abiti presentati ai compratori stranieri a cominciare dal 1951 a Firenze non fossero stati accompagnati da bijoux fabbricati dai nostri artigiani, non avrebbero  goduto del grande successo che invece ebbero. Proprio con le sfilate di Palazzo Pitti iniziano a diffondersi ad un pubblico allargato i nomi dei creatori  di bijoux e complementi per la moda: Giuliano Fratti, Emma Caimi Pellini, Coppola e Toppo, Luciana de Reutern, Canesi, Ornella. Insieme a loro, si affermano anche i nomi dei creatori di abiti di quel periodo: Missoni, Biki, Germana Marucelli, Walter Albini, fondatori della moda italiana.

Un’attenzione particolare è riservata ai bijoux della moda “Made in Italy”, importante fenomeno sbocciato a Milano a cominciare dalla fine degli anni ‘70, che vede in pochi anni affermarsi a livello internazionale stilisti italiani come Armani, Versace, Ferré, Moschino.

Contemporaneamente si affermano anche nuovi nomi di fabbricanti di bijoux: Ugo Correani, Sharra Pagano, Carlo Zini, Donatella Pellini, Angela Caputi, Maria Calderara e altri fra cui Giorgio Vigna, Fabio Cammarata, Emilio Cressoni, Thomas Roberts, Silvia Beccaria e altri che appaiono pubblicati nel libro. 

 

SmartCivis

La mostra presenta i progetti finalisti del Contest SmartCivis rivolto agli studenti delle Università di Milano.

Ai ai partecipanti è stato chiesto di sviluppare un progetto di città che possa competere a livello globale, pur mantenendo saldi i valori di cultura civica e di sviluppo sostenibile. Il contest consisteva nella definizione di un’identità forte di città con una carta dei valori e in un progetto con sostenibilità tecnica ed economica e con la valutazione dell’impatto sociale. 

I numeri del contest: 705 studenti universitari milanesi, 92 team, 37 finalisti, 17 progetti in finale.

The Watermill Center Illy Art Collection e le nuove macchine da caffé Illy

Per ottenere un espresso memorabile occorrono macchine speciali, in grado di trasformare l'eccellenza del blend in una tazzina perfetta. Le macchine da caffè illy nascono dal pensiero e dalla progettualità di chi da generazioni conosce il caffè e continua a studiarlo per proporre il meglio, senza compromessi. Triennale DesignCafé ospita, in anteprima, le tre novità in casa illy.

La Medaglia d’Oro nelle Triennali di Milano - Immagini e documenti dagli Archivi Storici

La Medaglia d'Oro è stata istituita nel 1923 in occasione della prima Esposizione Internazionale delle Arti Decorative di Monza. Venne creata per premiare gli espositori per la qualità e l'innovazione dei prodotti presentati.

Con caratteristiche in continuo cambiamento la Medaglia d’Oro si è interrotta nel 1973, in occasione della Quindicesima Triennale, per riformularsi nel 1995 diventando Medaglia d’Oro per l’Architettura Italiana, la cui prima assegnazione avvenne nel 2003 con una cadenza triennale. 

In occasione della IV Edizione della Medaglia d’Oro 2012 all’Architettura Italiana, gli Archivi Storici della Triennale di Milano propongono una selezione di fotografie con progetti dei vincitori italiani nelle categorie dell’architettura e delle sistemazioni e ordinamenti di sezioni di mostre.

Per le categorie di architettura hanno particolare rilievo la seggiovia costruita nel Parco Sempione per la IX Triennale nel 1951, il padiglione della Facoltà di Architettura e la casa rifugio di montagna per la X Triennale nel 1954.

Per gli allestimenti di sezioni di mostre si segnalano il Diorama del QT8 di Marcello Nizzoli, gli alloggi della Mostra dell’abitazione della VI Triennale nel 1936 del gruppo Franco Albini, Renato Camus, Paolo Clausetti, Ignazio Gardella, Giuseppe Mazzoleni, Giulio Minoletti, Gabriele Mucchi, Giancarlo Palanti, Giovanni Romano; il soffitto dello scalone in vetro soffiato di Giuseppe Capogrossi nella X Triennale del 1954, l’allestimento dei fratelli Achille e Piergiacomo Castiglioni per La vetrina delle nazioni nell’XI Triennale del 1957.

Piero Fornasetti - 100 anni di follia pratica

A cura di Barnaba Fornasetti
Catalogo Corraini Edizioni

Triennale Design Museum in occasione del centenario dalla nascita presenta la prima grande e inedita mostra in Italia dedicata a Piero Fornasetti, a cura di Barnaba Fornasetti.

Triennale Design Museum ha deciso di rendere omaggio a questa figura per evidenziarne l’importanza e ricollocarla correttamente nell’ambito del dibattito critico e teorico sull’ornamento come elemento strutturale del progetto. 

Pittore, stampatore, progettista, collezionista, stilista, raffinato artigiano, decoratore, gallerista e ideatore di mostre, Fornasetti è stato una personalità estremamente ricca e complessa. Ha disegnato e realizzato circa 13.000 tra oggetti e decorazioni: un universo fatto in egual misura di rigore progettuale, artistico e artigianale come di fantasia sfrenata, invenzione surrealista e poesia.

Il percorso della mostra si articola in sezioni che spaziano dagli esordi pittorici vicini al Novecento alla stamperia di libri d’artista, dalla stretta collaborazione con Gio Ponti negli anni ’50 e ’60 ai più difficili anni ’70 e fino al 1988, anno della sua morte, un lungo periodo contrassegnato per la maggior parte dal dogma razionalista imperante della funzionalità nell’architettura e nel design che ha fatto di lui una figura marginale senza per questo spegnerne la creatività vulcanica.

La mostra si compone di oltre 1000 pezzi provenienti per la maggior parte dallo straordinario Archivio curato da Barnaba Fornasetti, che prosegue ancora oggi l’attività avviata dal padre.

 

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Dreamers and Dissenters – Viaggio illustrato tra le mode degli anni Sessanta di Matteo Guarnaccia e Giulia Pivetta

Triennale Design Museum presenta Dreamers and Dissenters, una selezione di disegni dell’artista e storico del costume Matteo Guarnaccia, frutto di un progetto elaborato con la ricercatrice Giulia Pivetta.

Gli autori analizzano gli anni Sessanta cercando di cambiare il punto di vista, per evitare clichés, pregiudizi e mitizzazioni. Percorrono il decennio seguendo quello che essi stessi definiscono “uno strampalato modello di nomadismo multimediale, come se si trattasse di un territorio geografico, non storico”.

Due diversi sguardi, due generazioni distanti tra loro. Matteo Guarnaccia e Giulia Pivetta hanno lavorato sullo stesso tema intrecciando un originale dialogo creativo fra chi ha davvero vissuto quegli anni, Matteo Guarnaccia, e chi ne ha sentito l’eco e subito la fascinazione, Giulia Pivetta, svolgendo una precisa e approfondita ricerca iconografica basata su materiali di archivio, video, libri, riviste.

I protagonisti sono i gruppi radicali e creativi (dagli Hippies ai New Dandy, dalle Black Panthers ai Surfisti, dai Performers ai fan dei Beatles, dalle ragazze Yé-Yé ai Mods) che, con segno deciso e poetico, didascalico ed evocativo, vengono “schedati” e descritti nel loro aspetto, evidenziandone usi e costumi. Il lavoro di riscrittura generato da segni e stimoli depositati nella memoria iconica del decennio finisce per produrre prospettive inattese e per rivelare aspetti rimossi degli anni che hanno visto l’Occidente provare a fare i conti con i fantasmi della modernità.

I linguaggi della moda e dell’illustrazione sono impiegati per contestualizzare spostamenti stilistici, tic e amenità che hanno accompagnato eventi storici che hanno influenzato la geografia e la percezione del mondo.

Gli anni Sessanta sono così visti sotto una luce nuova. Gli autori delineano una mappa di stile che attraversa il tempo, istruttiva e divertente, dove trovano posto moda e design, musica e politica, arte e cinema. Un’insolita storia del costume concentrata in un centinaio di tavole, fitte di notizie e curiosità.

Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum “Dalla sua nascita, Triennale Design Museum si è sempre posto l’obiettivo di analizzare i fenomeni storici, culturali e di costume legati al mondo della progettazione a partire da punti di vista inediti, percorrendo territori inesplorati e meno scontati. Sono quindi felice di presentare questa selezione di lavori di Matteo Guarnaccia e Giulia Pivetta perché rappresentano una intelligente e mai banale riflessione su un decennio complesso e articolato. L’attenzione si sposta su quei protagonisti, che, con il loro stile, idee, storie, passioni e idiosincrasie hanno abitato e “modellato”, per dirla con gli autori, questo periodo. Con sguardo da antropologo, Matteo Guarnaccia e Giulia Pivetta si concentrano su una modalità di “progetto” del corpo dalle forti valenze sociali e politiche - che non si esauriscono nel côté puramente fashion - e riescono a fornire un efficace e vivace spaccato degli anni Sessanta”.

Matteo Guarnaccia (Milano, 1954), figura di riferimento della cultura visionaria contemporanea, è attivo nel campo dell’arte (mostre internazionali, installazioni alla Triennale di Milano e alla Hall of Flowers di San Francisco); della moda (Biba, Corso Como 10, Vivienne Westwood, Malo) del design (Bruno Munari, Atelier Mendini, Italo Rota & Partners, Yoox, Coin); della scrittura (saggi dedicati alle avanguardie/controculture del Novecento); del giornalismo (Vogue, Rolling Stone, Abitare, Zoom, Gap Japan, Wired, D-La Repubblica, Alias); dell’insegnamento (NABA), della curatela di mostre; della musica.

Giulia Pivetta (Portogruaro, 1984) diplomata all’Accademia di Belle Arti NABA di Milano in Fashion and Textile Design, ha iniziato il suo percorso di ricercatrice con la tesi di laurea “L’Africa come Altrove - Traiettorie del nomadismo psichico e geografico nei Sixties”. Collabora dal 2009 con Matteo Guarnaccia al progetto “Technicolor Dream”, con cui ha partecipato alla Biennale di Venezia del 2011 presso il Padiglione spagnolo.

Milano Gallerie - Dalle parti della pittura e della scultura

La mostra è organizzata dall’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea (ANGAMC) e curata da Francesco Poli. Ogni galleria presenta un solo artista italiano o straniero i cui  lavori sono allestiti all’interno di un percorso cronologico e tematico. Si è costruito un panorama nelle sue forme più sperimentali incentrato sugli aspetti della scultura e della pittura, dalla ricerca degli anni Cinquanta fino alle tendenze più recenti. Si sviluppa attraverso un percorso sia cronologico sia tematico per affinità, confronti e dialogo tra le opere.

In mostra:
Vincenzo Agnetti
Getulio Alviani
Omar Ba
Carla Bedini
Domenico Bianchi
Clayton Brothers
Alberto Burri
Robert Cooper
Dadamaino
Carlo Dalla Zorza
Martin Diesler
Salvatore Fiume
Emilio Isgrò
Kcho
Aung Ko
Walter Lazzaro
Corrado Levi
Fabian Marcaccio
Fausto Melotti
Idetoshi Nagasawa
Dennis Oppenheim
Cipriano Efisio Oppio
Arnulf Rainer
Aldo Rossi
Medardo Rosso
Salvatore Scarpitta
Markus Schinwald
Julian Schnabel
Mauro Staccioli
Jessica Stockholder
Tancredi
Giuseppe Uncini
Eltjon Valle
Velasco Vitali
Luca Vitone
Caroline Walker

The Cloud Shelter

Foto di Peter Marlow, Paolo Pellegrin, Harry Gruyaert

Il Progetto “Telecom Italia Data Center – THE CLOUD SHELTER” nasce dall’idea di valorizzare la realtИ intangibile del Cloud Computing tramite foto e video del Data Center di Rozzano per dare visibilitИ e dignitИ estetica al “sistema nervoso centrale” del Digital Expo e di tutta la Digital Smart City di Milano 2015.

Tutta l’infrastruttura tecnologica di Expo 2015 si basa sul Cloud Computing e le risorse saranno fisicamente allocate presso il Data Center di Rozzano, in un’apposita area a questo dedicata, per abilitare in completa sicurezza l’interazione con Digital Expo e con i servizi innovativi on site.

L’arte grafica e la pubblicità nelle Triennali di Milano

Per la quinta edizione, il Triennale Design Museum ha dedicato l’esposizione alla grafica italiana e alla comunicazione visiva. L’Archivio Fotografico e l’Archivio Audiovisivo della Biblioteca del Progetto della Triennale di Milano, propongono per questa occasione una selezione di immagini di archivio degli allestimenti delle mostre di arte grafica e pubblicità italiana e internazionale delle edizioni storiche delle Triennali. La mostra dell’arte grafica realizzata nel 1933, la mostra del 1940 curata da Guido Modiano, con la collaborazione di Luigi Veronesi e Bruno Munari. La mostra del 1957 curata da Franco Grignani, l’uso della grafica nello studio preliminare del piano turistico per l’isola d’Elba del gruppo B.B.P.R., alcune fotografie di una mostra dedicata allo Studio Boggeri nella XVI Triennale, fino alla più recente mostra del 1988 con le fotografie a colori di Paolo Rosselli.

I video proposti documentano parte della Raccolta Grafica di Triennale con una selezione dei disegni del Fondo di Alessandro Mendini e dei materiali grafici delle varie Triennali conservati negli archivi.

Mattia Bosco

Triennale Design Museum presenta una selezione di lavori di Mattia Bosco, un esercizio di stile sulle forme della tazza da caffè. Bosco parte da un piccolo, ma emblematico, oggetto d'uso quotidiano per sviluppare con metodo una ricerca espressiva e linguistica potenzialmente declinabile all'infinito. Bosco lavora la ceramica bianca smaltata accentuando l'aspetto formale dell'oggetto per rimodellare il nostro approccio alla quotidianità. Crea così oggetti in grado di sovvertire le abitudini, producendo un risveglio dell'attenzione nel momento della fruizione (sono oggetti la cui fragilità è evidente) e intensificando il tempo dell'azione.

Così afferma l'autore: “Un oggetto può sempre prolungare la sua vita oltre la sua funzione. Per rendere questo possibile, l'oggetto non deve essere ridotto alla mera funzione di attore dal ruolo secondario ma deve essere in grado di tenere la scena anche una volta che il motivo principale della sua presenza è passato. Deve evitare, insomma, di diventare inutile non appena il suo uso è finito. Ci deve mostrare altre ragioni per occupare il posto in cui lo abbiamo messo dopo averlo usato, persuadendoci a non sbarazzarci di esso. Per fare questo l'oggetto deve essere un anfibio: utile e bello, utensile inseparabile e scultura, in grado di funzionare e di affascinare”.

Nato nel 1976 a Milano in una famiglia di pittori, Mattia Bosco arriva alla scultura in seguito a un corso di studi in filosofia. 

Nella sua pratica scultorea parte da una considerazione della materia come già portatrice di forme e di possibilità. La forma diventa un'occasione di ripensare le potenzialità di un materiale in continuità o in contrasto rispetto a esso. Allo stesso modo la scultura è occasione per ripensare il nostro rapporto con le cose e con la nostra corporeità stessa.

L'arte al tempo della crisi - Sguardi Altrove Film Festival

Sguardi Altrove Film Festival propone quest’anno una riflessione a partire dal rapporto tra arte ed economia, nell’ottica positiva che l’arte possa contribuire ad una significativa e sollecita ripresa economica.

La mostra apre uno spaccato sulla crisi contemporanea di un‘area del Mediterraneo particolarmente colpita, per testimoniare l’odissea che tali Paesi stanno vivendo e dare visibilità alla risposta attiva degli artisti che con le loro opere diventano testimoni di un Chronos, Tempo, di un Topos, Luogo, e di un Logos, Pensiero, che hanno ridato slancio alla creatività e alla (ri)nascita di una progettualità nuova, come risposta alla caduta economica.

Un viaggio ideale nell’arte che rilegge storie, identità e paesaggi calati nel contesto spazio temporale contemporaneo. Un esperimento significativo che intercetta le tensioni civili e culturali spontanee della gente e del cambiamento di prospettiva del futuro.

Luciano Francesconi - Una matita geniale al Corriere della Sera

A cura di Ombretta Nai e Francesca Fadalti
Progetto e graphic design Francesca Fadalti

L’artista di fama internazionale Luciano Francesconi, collaborando con il Corriere della Sera per quasi cinquant’anni, ha saputo rappresentare e reinterpretare con sottile ironia uno spaccato della nostra società e della storia di Milano. Questa mostra è un omaggio alla sua opera.

Geniale, intellettuale, mai ripetitivo ed al tempo stesso discreto, tutti possono riconoscere i disegni umoristici apparsi sulle pagine del Corriere, pochi invece sono a conoscenza delle opere più intime e della preziosa tecnica di cui l’artista aveva assoluta padronanza. Disegnava per indagare nei minimi particolari cose, oggetti e persone, per coglierne l’essenza più intima, reinterpretarla e comunicarla al resto del mondo.

Trame – Le forme del rame tra arte contemporanea, design, tecnologia e architettura

Progetto generale Elena Tettamanti

A cura di Antonella Soldaini e Elena Tettamanti
Allestimento e progetto grafico di Migliore + Servetto Architects

Il rame, declinato nelle sue molteplici forme e applicazioni, è al centro del progetto espositivo Trame - Le forme del rame tra arte contemporanea, design, tecnologia e architettura. 

La mostra è ideata e promossa da Elena Tettamanti e coprodotta da Eight Art Project - nuova società che realizza progetti culturali per l’arte contemporanea e per il design - con Triennale di Milano, Triennale Design Museum, Istituto Italiano del Rame e con il patrocinio di European Copper Institute.

Trame è il primo evento espositivo che presenta un materiale come il rame in una luce del tutto nuova, grazie a un approccio trasversale che porterà alla Triennale oltre 250 pezzi rappresentativi dei settori in esposizione. Si avvale dell’apporto alla ricerca di Giampiero Bosoni, Ico Migliore e Francesca Olivini, dell’Istituto Italiano del Rame e di un comitato scientifico di cui fanno parte Giampiero Bosoni, Maurizio Decina, Fiorenzo Galli, Ico Migliore e Vicente Todolí.

La mostra individua un percorso attraverso opere d’arte, oggetti di design e d’architettura, applicazioni tecnico–scientifiche, documentazione fotografica e video in cui il rame è il filo conduttore che accomuna autori, provenienti da esperienze diverse, che hanno sfruttato in modo fortemente innovativo le qualità formali, strutturali e plastiche di questo materiale.

La sezione dedicata all'arte contemporanea vedrà in esposizione circa 30 opere di artisti dagli anni sessanta ai giorni nostri, consentendo così al visitatore di apprezzare le evoluzioni dell'uso del rame dall'Arte Povera alla Minimal Art fino alle tendenze degli ultimi anni.

Il percorso proseguirà con il design, con oltre 100 oggetti progettati dai più autorevoli nomi che hanno operato in questo settore. Si passerà quindi all'architettura, con circa 10 modellini di progetti realizzati da alcuni tra gli architetti più famosi, e infine alla sezione dedicata alla tecnologia, ambito in cui il rame è impiegato in settori cruciali come l'informatica, la medicina, l’energia, i trasporti.

Tutte le opere in mostra provengono dai maggiori musei, gallerie e collezioni private d'Italia e d'Europa e testimoniano il grande sforzo di ricerca e selezione che costituisce la base e la ricchezza del progetto Trame.

Le opere nella sezione dedicata all’arte contemporanea forniscono un'indicazione sugli sviluppi della ricerca artistica attraverso l'uso di lastre lucide, ossidate o acidate, assemblaggi di fili intrecciati, forme delicate, associazioni inaspettate con altri materiali o parabole riflettenti.

Sono stati selezionati i lavori di artisti storici come Lucio Fontana, Fausto Melotti, Carl Andre, Marco Bagnoli, Joseph Beuys, Luciano Fabro, Anselm Kiefer, Eliseo Mattiacci, Marisa Merz, Hidetoshi Nagasawa, Remo Salvadori, Gilberto Zorio, Meg Webster per giungere ai contemporanei come Roni Horn, Cristina Iglesias, Damián Ortega e a personalità delle ultime generazioni come Andrea Sala, Alicja Kwade e Danh Vo, per citarne alcuni.

In mostra sono presenti opere che non sono state esposte al pubblico da diversi anni, mentre altre sono state realizzate appositamente per questa occasione.

I prestiti provengono da importanti istituzioni fra cui: MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma; Museo Cantonale d’Arte, Lugano; Museion, Museo di arte moderna e contemporanea, Bolzano; Fondazione Fausto Melotti, Milano; Fondazione Merz, Torino; Fondazione Musei Civici di Venezia, Venezia; Panza Collection, Varese; Ca’ Pesaro, Venezia; Archivio Luciano e Carla Fabro, Milano; Casa-studio di Fernando Melani, Pistoia; oltre che dagli stessi artisti, collezionisti privati e gallerie.

Nell’ambito del design il rame ha riscosso un interesse crescente, con risultati sorprendenti e spesso inconsueti. Personalità come Luigi Caccia Dominioni, Antonio Citterio, Dimore Studio, Tom Dixon, Odoardo Fioravanti, Martí Guixé, Gujan Gupta, Poul Henningsen, Shiro Kuramata, Ross Lovegrove, Nucleo, Gio Ponti/Paolo De Poli, Tobia Scarpa, Ettore Sottsass, Oskar Zieta e Giorgio Vigna, si sono cimentate nella progettazione di oggetti d’uso comune attirate dalla lucentezza del rame, ma anche dai suoi processi ossidativi e dalla sua evoluzione tecnologica. In mostra vi sarà una selezione di oggetti, prestati da musei e gallerie europee, a cui saranno affiancati alcuni capi disegnati da Romeo Gigli e Prada che hanno sperimentato in modo avanguardistico le proprietà del rame.

Nella sezione dedicata all’architettura sono esposti modellini di progetti di architetti come Herzog & de Meuron, Renzo Piano, Aldo Rossi, Steven Holl Architects e James Stirling, che hanno utilizzato le straordinarie capacità di adattamento del rame. Anche in questo settore i prestiti provengono da: Fondazione MAXXI, MAXXI Architettura, Roma; Fondazione Aldo Rossi, Milano; Fondazione Renzo Piano, Genova; Studio d’architettura Herzog & de Meuron, Basilea; Steven Holl Architects, New York.

Il rame è impiegato nei più avanzati campi della tecnologia; presente in microprocessori e altri componenti elettronici è un materiale fondamentale per l’informatica e le telecomunicazioni. In medicina il rame e i suoi composti venivano impiegati già da Egizi e Greci per l’igiene personale e lo sono tutt’ora grazie alla moderna ricerca sulle loro proprietà antimicrobiche.

Nel settore dell’energia il rame è tra i principali e i più efficienti conduttori, compatibile con le tematiche ambientali. Non mancano applicazioni anche nei trasporti, nel settore agroalimentare, in ambito domestico e in molti altri campi. Grazie al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, la sezione dedicata alla tecnologia presenta numerosi oggetti e applicazioni: minerali e rame in vari stadi di produzione, macchine elettromagnetiche e alternatori, interfacce di computer, telefoni e rilevatori di particelle. Sono inoltre presentati molti manufatti, video e fotografie provenienti da altri musei, tra cui il Museo Civico di Storia Naturale di Milano e il Museo per la Storia dell’Università degli Studi di Pavia.

A conclusione della mostra in Triennale, parte dell'allestimento della sezione di tecnologia confluirà all'interno del percorso permanente museale del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano.

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Eight Art Project

Via A. Saffi 29
20135 Milano

T. +39.02.43982493
info@eightart.it 

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Markus Schinwald - Il dissoluto punito

A cura di Paola Nicolin
 

La Triennale di Milano è lieta di presentare la mostra personale dell’artista austriaco Markus Schinwald, “Il dissoluto punito”. Grazie al generoso sostegno del Teatro alla Scala, l’esposizione incorpora una selezione di scenografie di Micheal Levine che il teatro milanese ha prodotto durante la stagione 2011 – 2012 per la rappresentazione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, diretto da Daniel Barenboim, per la regia di Robert Carsen.

Il progetto, intende coniugare la dimensione della ricerca e della produzione artistica con i dispositivi della rappresentazione scenica in un unico e originale insieme. In questa speciale occasione, le scene di un’opera vengono prestate alle arti visive stabilendo un possibile dialogo ideale, capace di evocare suggestioni e risonanze tematiche presenti tanto nel lavoro di Schinwald quanto nell’inafferrabile mito del Don Giovanni.

L’ambiente che ne scaturisce, in cui i confini tra la dimensione pubblica e privata si affievoliscono, è segnato da un inedito intreccio tra le strutture del palcoscenico e i temi del desiderio, dell’ossessione, del tempo e del corpo umano, che rappresentano concetti chiave nella ricerca dell’artista austriaco, nato a Salisburgo nel 1973. In una combinazione sperimentale di linguaggi, la mostra dischiude un percorso tra arte e realtà che unisce teatro, pittura, video e scultura, attraverso cui lo spettatore è immerso in spazi scenici e psichici stranianti ed enigmatici.

Edoardo Bonaspetti, curatore Triennale Arte

 

Artista visivo tra i più rilevanti della sua generazione, Markus Schinwald (Salisburgo 1973) si è imposto all’attenzione della critica e del pubblico per la densità della sua ricerca intellettuale, caratterizzata dalla consapevolezza dell’intreccio tra scultura, corpo e spazio, della fragilità del linguaggio e della potenza del rimosso nella psiche. L’artista ha negli anni saputo elaborare un immaginario peculiare, dato dall’insieme di lavori che muovono dalla pittura alla performance, dalla fotografia al teatro di figura, dal video alla scultura, dal disegno alla produzione di abiti e alla progettazione di ambienti architettonici. Come frammenti di un unico discorso estetico, l’artista organizza questi elementi entro una coreografia che concentra la sua attenzione sulle implicazioni psicologiche dello studio dello spazio e del corpo.

Attento esploratore dei misteriosi meccanismi che sottendono alle relazioni umane, Schinwald si trova il più delle volte a progettare lo spazio all’interno del quale i suoi lavori sono inseriti. Le sue opere si comportano come attori o comparse di una narrazione senza inizio nè fine e stanno all’interno di un apparato scenico, che, come una protesi, è un equipaggiamento necessario, sebbene dall’uso non specificato. Questa tensione verso la distribuzione degli oggetti nello spazio è legata ai suoi studi in arti visive, ma soprattutto all’interesse, spesse volte ribadito dall’artista stesso, per i processi ibridi che legano tra loro la creazione di un film, una mostra, una scultura, una performance, tutti capaci di abbracciare una drammaturgia simile, che trae ispirazione tanto dal teatro quanto dai set televisivi.

In occasione della sua personale a Milano, Schinwald dialoga per la prima volta con le scenografie del Teatro alla Scala e, più precisamente, con una selezione delle quinte prospettiche create nel 2011 dal teatro milanese per la rappresentazione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart. Un nucleo di opere posizionate all’interno di una scenografia scelta anche in relazione alla sua natura affatto figurativa. Le quinte riproducono semplicemente il sipario del Teatro alla Scala, sono state disegnate per essere viste fronte e retro, presentano aperture in corrispondenza di finestre e porte e girano su se stesse, grazie a un sistema di carrelli autoportanti. In questo modo, la quinta si trasforma in un elemento instabile, dalla doppia natura di struttura che divide e che unisce. Questi elementi architettonici enfatizzano il tema dell’ambiguità e dell’ambivalenza che anima tutto il dramma di Mozart, il cui titolo completo “Il dissoluto punito o sia il Don Giovanni” è fonte di ispirazione per la mostra stessa.

Nell’opera costante è d’altra parte l’altalena tra comico e tragico, palcoscenico e platea, uomo e donna, individuo e collettività, bene e male, amore e morte. Tale architettura-apparato è capace di avvolgere e cooptare lo spettatore e di ingaggiarlo in una situazione aperta, destabilizzante, incerta. Lo spettatore è insieme un testimone del retroscena e un attore sul palcoscenico. Si assiste in altre parole al sovvertimento delle regole e delle prospettive: l’anti-spettacolo diviene spettacolo e viceversa. Il discorso espositivo si avviluppa così in un territorio, dove i confini tra scultura, pittura e scenografia si dissolvono dando vita a un unico ambiente. In questo senso Schinwald, che riprende e rielabora l’idea cara alle ricerche della Secessione Viennese per la quale la forma degli oggetti influenza la forma dei comportamenti, rafforza anche in questa occasione questa posizione attraverso la messa in scena di situazioni psicologiche del tutto uniche nell’evocare questioni di identità, instabilità, disagio, limite. L’idea di proporre all’artista questo dialogo, nasce in primo luogo dall’osservazione e studio delle sue opere – e in particolare del nuovo gruppo scultoreo “Culbutos” presentato in Triennale. Queste sculture dall’aspetto insieme conturbante e respingente, realizzate in resina e fibra di carbone, si muovono ondeggiando su se stesse e proprio per questa caratteristica motoria fanno riferimento tanto agli omonimi ninnoli infantili (i giocattoli con una base sferica, che ondeggiano ritornando sempre nella posizione iniziale), quanto al mondo del teatro, ai suoi costumi di scena che ancora una volta manipolano il corpo facendogli assumere forme e pose non convenzionali. La loro superficie traslucida riflette ogni nostro movimento mentre le loro sembianze stranianti sono indici dell’interesse dell’artista per il sovvertimento delle regole della rappresentazione del corpo umano, per la coincidenza tra gesto e azione, forma e stato d’animo.

Scenografie e opere intrecciano così un dispositivo, dove il corpo dello spettatore è anch’esso manipolato, costretto entro un percorso più o meno obbligato a mettere in discussione il suo rapporto con l’inconscio, l’irrazionale, l’ambiguo, l’instabile e il doppio.

Paola Nicolin, curatrice della mostra

Our Batteri - Storie di credenze

Giocare con gli oggetti quotidiani: un rito scaramantico per ridare una forma a quella fatica di vivere dentro le mura domestiche.

Oggetti che ricordano uno scenario casalingo, ma che testimoniano i gesti abituali di un gruppo di donne per le quali il “fare” diventa cura del proprio vivere.

Oggetti da cucina in stoffa, morbidi, colorati, ricamati, resi inoffensivi; hanno un design poco funzionale, ma una poetica forte che racconta la fragilità, l’instabilità, la delicatezza, la pazienza, la paura…

Il lavoro nasce chiacchierando fra donne, di quello che succede in cucina, ogni giorno, fra le pentole…(il nome Our Batteri è la traduzione livornese e inglesizzata di “la nostra batteria”).

Ecco che il tostapane, la pentola, la caffettiera si animano, parlano, cantano con noi, diventano i nostri alter ego, il tramite per raccontarci storie.

Our Batteri è tutto questo.

Un gruppo di 10 donne cuce, ricama, disegna, inventa, lavora insieme in un laboratorio a Livorno, sotto il nome di bassa Sartoria, ospite di Blu Cammello una cooperativa sociale nata nel 1997.

La cooperativa si ispira ai principi della solidarietà e del rispetto della persona; si pone come obiettivo prioritario lo svolgimento di attività manuali finalizzate all’inserimento lavorativo degli ospiti dei laboratori, in convenzione con l’ASL (psichiatria) di Livorno.

Il fare femminile collettivo, quotidiano, composto da piccoli gesti ripetitivi, sapienti, ha permesso alle donne del laboratorio di scoprire le loro capacità manuali e vivere la forza miracolosa del gruppo, che ha dato ad ogni donna la possibilità di elaborare un proprio segno riconoscibile.

Seconda Pelle

La maglia rossonera come seconda pelle: simbolo di emozioni, passione, attaccamento.

La maglia racconta l’impegno, la forza, la determinazione di tutti i campioni che hanno contribuito a scrivere le memorabili pagine della gloriosa storia dell’AC Milan.

A 113 anni dalla fondazione del Club, la maglia viene celebrata attraverso il libro “Seconda Pelle” e in una mostra di cinquanta artisti dell’Accademia delle Belle Arti di Brera.

ADI Design Index 2013: Design Opera

139 prodotti del miglior design italiano contemporaneo. Sono – dal vero, in video e in immagini – quelli pubblicati sull’edizione 2013 di ADI Design Index, il volume che dal 2000 ADI Associazione per il Disegno Industriale realizza ogni anno per dare visibilità alla qualità dei progetti e dei prodotti realizzati in Italia. La selezione è stata condotta dall'Osservatorio permanente del Design ADI: oltre cento esperti di ogni settore produttivo, attivi per tutto l'anno su tutto il territorio italiano. I prodotti parteciperanno alla selezione per la prossima edizione del celebre premio Compasso d’Oro. 

La mostra è l'anticipazione di una visibilità che per la Collezione storica del Compasso d'Oro diventerà permanente nel 2015, quando avrà una sua sede stabile, aperta al pubblico.

La Lettura - Cento copertine d'autore

100 grandi artisti per 100 copertine del supplemento culturale del Corriere della Sera. E’ una inedita galleria senza pareti. 

Queste copertine, accompagnate anche da alcune opere originali, sono un mosaico di lavori che cristallizzano, nel momento irripetibile scelto dall’artista, una visione contemporanea. Un certo sguardo sulla società, la cultura, la politica, la comunicazione. Lo spirito del tempo.

GOLA - Arte e Scienza del gusto

Il cibo è sempre stato fonte di uno dei maggiori piaceri della vita. Il buon cibo gratifica, appaga, consola, ed è una risorsa che ci sostiene persino quando i nostri affetti non lo fanno. Se tante scuole morali ci hanno sempre messo in guardia dai suoi eccessi, è proprio perché si tratta di un piacere universale, accessibile a tutti, a ogni età, condizione sociale e livello culturale.

Se il gusto è sempre stato riconosciuto come un ingrediente chiave della nostra vita emotiva, oggi la scienza sta cercando di capire perché lo sia.

Anche molti artisti ne hanno fatto l’oggetto esplicito della loro ricerca, della loro curiosità e del loro divertimento, mettendone a fuoco aspetti che nelle nostre vite distratte spesso ci sfuggono.

La risposta alla domanda “si può discutere del gusto?” è dunque: sì, si può parlare del gusto. Non solo per celebrarlo o al contrario per mortificarlo. Ma per capirlo. Forse, anzi, non solo si può, ma si deve.

Prova certamente a farlo la nuova mostra di arte e scienza “Gola. Arte e scienza del gusto”, prodotta da Fondazione Marino Golinelli in partnership con La Triennale di Milano. Progetto di Giovanni Carrada a cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella.

La mostra si snoda attraverso cinque aree tematiche all’interno di ognuna della quali viene sviluppato un tema mediante: un video che presenta il racconto scientifico di base, una o più opere d’arte, e uno o più exhibit che illustrano aspetti e curiosità collaterali:

I dilemmi dell’onnivoro
In che modo e perché  l’evoluzione ci ha “nascosto” una scelta alimentare complessa e difficile dietro un meccanismo emotivo basato sul piacere.

I sensi del gusto
Come tutti i sensi partecipano alla valutazione del cibo in base a criteri incisi nel nostro DNA, quindi molto simili in ciascuno di noi, per poi integrare tutte le informazioni in un’unica sensazione.

Buono da pensare
Dove non arriva la biologia, arriva l’esperienza – nostra, ma soprattutto degli altri – attraverso una serie di meccanismi di apprendimento dai quali dipendono la straordinaria diversità delle culture alimentari del mondo e l’identità stessa di ciascuno di noi.

I segreti dei cibi-spazzatura
Oggi alcuni cibi iper-appetibili, creati dall’industria in modo da risultare “irresistibili”, grazie al loro mix di nutrienti stimolano in maniera innaturale i meccanismi cerebrali della gratificazione e dell’attenzione, fino a creare forme di vera e propria dipendenza.

La ri-costruzione del gusto
Come superare il conflitto che si è creato fra meccanismi naturali del piacere a tavola e le esigenze di un’alimentazione sana?

Artisti presenti:
Cheryl Donegan, Marina Abramovic, Sophie Calle, Ernesto Neto, Anri Sala, Boaz Arad, Gabriella Ciancimino, Jørgen Leth, Sharmila Samant
, Martin Parr, Christian Jankowski, Hannah Collins, Marilyn Minter.

Per il pubblico la mostra sarà fruibile sia liberamente che attraverso percorsi di visite guidate (su prenotazione).
Per le scuole è previsto un intenso programma di visite e attività didattiche  di laboratorio studiate (prenotazione obbligatoria).

*Prenotazione obbligatoria per i gruppi scolastici
(Il biglietto d’ingresso, le attività didattiche e i laboratori sono gratuiti per le scuole prenotate)
gola-prenotazioni@golinellifondazione.org
Segreteria didattica: Francesca Barri 349-6008287

In fase di prenotazione si prega di informare la segreteria circa eventuali intolleranze alimentari degli alunni.

Michael E. Smith e Ian Cheng

La Triennale di Milano è lieta di presentare, per la prima volta in un'istituzione italiana, i due giovani artisti americani Michael E. Smith e Ian Cheng, con due mostre personali che dialogano nello spazio espositivo con elementi risonanti e tematiche comuni. I due artisti, sia pure molto diversi nei linguaggi espressivi, condividono un approccio visionario; entrambi analizzano le tensioni contemporanee e immaginano possibili modalità di reazione e di resistenza attraverso logiche d’opposizione e di scardinamento dell’ordinario.

Michael E. Smith utilizza materiali poveri e industriali, spesso alterati sino a non lasciar traccia della propria funzione originaria; Ian Cheng disloca corpi fisici nello spazio virtuale per esplorarne le potenzialità d'azione e le possibili interazioni. Da queste rielaborazioni derivano esiti stranianti e processi imprevedibili, che invitano lo spettatore a rivedere le proprie idee di limite e di possibilità.

Edoardo Bonaspetti, curatore Arti visive e Nuovi Media, Triennale di Milano

Michael E. Smith 

Michael E. Smith (1977) è uno degli artisti americani più interessanti della sua generazione. Dopo aver studiato scultura alla Yale School of Arts sotto la guida, fra gli altri, di Jessica Stockholder, ha cominciato a esporre in spazi pubblici e privati negli Stati Uniti e in Europa. Nel 2012, il suo lavoro è stato incluso nella prestigiosa Biennale di arte americana del Whitney Museum di New York.

Prodotta in collaborazione con il CAPC – Musée d’art contemporain de Bordeaux, e curata da Simone Menegoi e Alexis Vaillant, capo curatore del CAPC, la mostra è una versione completamente rielaborata della personale che Smith ha appena tenuto nel museo di Bordeaux. In particolare, rispetto alla mostra francese, quella italiana include una serie di nuove opere create per l’occasione, fra cui un’installazione tra le più grandi che l’artista abbia mai realizzato, il cui elemento principale è una saracinesca da garage.

Smith crea piccoli dipinti dalla superficie tormentata; video che ritraggono frammenti di paesaggio urbano degradato, animali in cattività, gesti che sembrano appartenere a rituali incomprensibili; ma soprattutto sculture, le sue opere più note e caratteristiche.

Realizzate con una gamma di materiali che include quasi qualunque cosa, dalla resina sintetica agli indumenti usati, da ossa animali a parti di elettrodomestici, le sculture di Smith sono oggetti quasi sempre di modeste dimensioni ma dalla intensa, conturbante presenza. La loro forma e le loro dimensioni richiamano spesso quelle di arti umani; i materiali con cui sono fatte mostrano frequentemente i segni del tempo, dell’usura, di azioni vandaliche; l’inclusione di oggetti semidistrutti e di parti di animali evoca scenari post-apocalittici.

Altrettanto intenso delle opere, è il modo in cui l’artista le allestisce. I lavori – sempre pochi per volta, e molto isolati l’uno dall’altro – raramente occupano il centro delle sale; per lo più sono confinati negli angoli, seminascosti dietro elementi funzionali come radiatori o tubazioni, o addirittura appesi al soffitto. La critica li ha paragonati ad animali in agguato, o che si nascondono; il loro rapporto con l’architettura dello spazio espositivo è simbiotico. L’artista non crea mai due volte lo stesso allestimento, e la mostra alla Triennale non fa eccezione. La disposizione delle opere, completamente diversa da quella del CAPC di Bordeaux, risponde alle caratteristiche specifiche dello spazio milanese, e al momento non è possibile anticiparne le caratteristiche. Lo stesso vale per le nuove opere che saranno in mostra: l’artista le creerà sul posto nei giorni dell’installazione.

Smith dedica inoltre una particolare attenzione alle condizioni di illuminazione delle sue mostre. Che rimuova tutte le lampade, lasciando lo spazio in balia delle condizioni mutevoli della luce atmosferica, o che aumenti l’illuminazione artificiale al massimo, trasformando le sale di un museo in un abbagliante limbo bianco, Smith cerca di creare ogni volta un’atmosfera luminosa specifica. Per la mostra alla Triennale, l’artista ha scelto di isolare completamente lo spazio dalla luce naturale e di sostituire le luci a incandescenza con tubi al neon dalla tonalità molto più fredda.

L’immaginario di Smith ha le sue radici in un’America suburbana e provinciale, impoverita dalla crisi economica e messa a dura prova dalle emergenze climatiche. In particolare, l’artista è profondamente legato alla sua città d’origine, Detroit, uno degli esempi più impressionanti di quelle che vengono chiamate “shrinking cities”, le città che, per ragioni economiche o di altro genere, si restringono, implodono su sé stesse. Dopo una radicale de-industrializzazione, e dopo aver più che dimezzato la propria popolazione rispetto al picco toccato negli anni Cinquanta, Detroit è ora in larga parte una distesa di fabbriche in rovina e case abbandonate che offre, come ha scritto il critico americano Chris Sharp, “un’anteprima inquietantemente convincente della fine del mondo” (“a disturbingly convincing sneak peek of the end of the world”). È in questo scenario che ha preso forma il lavoro di Smith, ed è da esso che l’artista prende – a volte letteralmente – gli oggetti, i materiali e le immagini con cui realizza le sue opere.

L’opera di Michael E. Smith riflette le preoccupazioni e le ansie della nostra epoca, ma la sua cupezza di fondo è tutt’altro che monolitica.

Il suo lavoro non parla solo di avversità, ma anche della tenace resistenza umana ad esse. Può concedersi guizzi di humour o aprirsi a inattese oasi di lirismo, come ad esempio accade in Untitled (2013), una delle opere in mostra: una multipla proiezione video in cui una brevissima ripresa di Miles Davis in concerto, rallentata e manipolata, si trasforma in una sequenza quasi astratta, di misteriosa bellezza.

Ian Cheng

L'arte non è una cosa del mondo.
È una percezione inventata dentro di noi usando le cose del mondo.
Ian Cheng presenta una serie di simulazioni animate al computer che cambiano in modo dinamico, all'infinito, senza mai ripetersi.
Una simulazione rappresenta un insieme di cose.
Una simulazione rappresenta un ecosistema della mente.
E un video mostra una coreografia del comportamento inconscio umano.
Queste opere nascono dalla domanda: che sensazione si prova a navigare tra il caos e l'incertezza dentro e fuori di noi?
Possiamo sviluppare questa sensazione all'interno dell'arte.

Dichiarazione della curatrice della mostra:

Ian Cheng s’interessa agli stati di coscienza. Attraverso il suo lavoro esplora le possibili relazioni fra corpi e stati percettivi. Per la sua prima mostra personale in Italia, l’artista presenta un video e una serie di simulazioni animate al computer come parte di un'installazione che si rapporta alle caratteristiche ambientali della Triennale e alle sue modalità espositive.

Realizzata attorno a una pedana dalle proporzioni esagerate, l’installazione di Cheng funge simultaneamente da supporto, display e dispositivo di mixaggio. I visitatori hanno l’opportunità di osservare le opere singolarmente o di concepirle come diversi organismi costituenti un unico corpo emergente, i cui suoni e movimenti alterano la struttura dell’insieme.

Le figure che abitano le varie opere assomigliano a oggetti e forme riconoscibili: esseri umani, animali, piante, pianeti, rocce. I loro movimenti, gesti e suoni sono vagamente familiari e, tuttavia, anche profondamente sconcertanti e inquietanti.

Nonostante la virtualità di questi ambienti, c’è un forte senso di vitalità in tutta la mostra. Questa sensazione deriva dal fatto che ogni momento osservato è il risultato di una combinazione casuale, unica e irripetibile, che una volta apparsa è persa per sempre.

L’installazione, le opere o i suoi elementi espandono i concetti d'improvvisazione e performatività in un flusso temporale che non conosce né inizio né fine.

The New Italian Design

Ideazione e coordinamento Silvana Annicchiarico
Cura e allestimento Andrea Branzi

Nell’ambito di Cape Town World Design Capital 2014, Triennale Design Museum in collaborazione con ICE presenta per la prima volta in Sud Africa una nuova versione ampliata e aggiornata della mostra The New Italian Design negli spazi del The Waterfront Lookout di Cape Town dal 5 al 25 ottobre 2014: una ricognizione sul design italiano contemporaneo che ne documenta le trasformazioni e il legame con i cambiamenti economici, politici, tecnologici del secolo.

Triennale Design Museum, il primo museo del design italiano, diretto da Silvana Annicchiarico, porta avanti con The New Italian Design un percorso di analisi, valorizzazione e promozione della nuova creatività italiana.

La mostra ha fatto tappa a Madrid (2007), Istanbul (2010), Pechino e Nantou (2012), Bilbao, San Francisco e Santiago del Cile (2013) con grande successo di pubblico e stampa.

La mostra presenta i lavori di 133 designer con 288 progetti, di cui 189 sul design di prodotto, 28 sulla grafica, 28 su oggetti legati al corpo come gioielli, borse e accessori, 7 sulla ricerca, 32 sul food design, 4 sull’interior design.

Emerge un panorama ricco e sfaccettato, che parte dal furniture design fino ad abbracciare nuove forme di comunicazione, dal food al web design, dal fashion al textile design, dal design del gioiello alla grafica e alla multimedialità fino ai complementi d’arredo e all’oggettistica.

Gli oggetti esposti spaziano da autoproduzioni a produzioni in grande serie, da oggetti artistici ad altri prettamente industriali. Molti dei designer coinvolti sono già affermati a livello internazionale e lavorano per importanti aziende del settore, altri invece si confrontano con il mondo dell’arte e della piccola produzione, altri ancora sono dei veri e propri makers capaci di controllare tutto il processo da quello creativo a quello comunicativo del prodotto.

Presentata per la prima volta nel 2007 alla Triennale di Milano, The New Italian Design è nata da un censimento condotto su scala nazionale con l’intento di mettere a fuoco il passaggio nel mondo del design dal XX al XXI secolo evidenziandone il sostanziale cambiamento di ruolo della professione.

Afferma Silvana Annicchiarico: “Il design contemporaneo si situa e opera in un paradigma decisamente diverso rispetto a quello dell’epoca dei ‘Maestri’: allora la cultura del progetto puntava a realizzare prodotti compiuti, funzionali e definitivi, oggi invece – divenuto in qualche modo ‘professione di massa’ –  il design genera processi più che prodotti, e si dà in primis come forma di autorappresentazione della propria capacità di immaginare, di creare e di innovare. I nuovi designer non sono né eredi né allievi dei Munari, dei Magistretti, dei Castiglioni. Sono un’altra cosa. Ostinarsi a pensarli come ‘piccoli’ maestri, significa pretendere di continuare a inserirli parassitariamente dentro paradigmi novecenteschi che non funzionano più. Significa far torto a loro, alla loro diversità e originalità, oltre che al sistema design nel suo complesso. Per orientarsi nel nuovo paesaggio mobile del design italiano – che è fatto di giochi di squadra e di movimenti orizzontali più che di individualistiche azioni verticali – non serve la nostalgia per un’età dell’oro che si è ormai conclusa. Serve piuttosto una ritrovata capacità di esplorare, di rischiare e magari anche di smarrirsi, per poi ritrovarsi di nuovo.

La mostra The New Italian Design rappresenta un tentativo di muoversi in questa direzione”.

Arturo Dell’Acqua Bellavitis, presidente della Fondazione Museo del Design, sostiene: “Le opere realizzate dai giovani designers ci permettono di cogliere i diversi linguaggi del mondo della creatività italiana  e le linee di ricerca del nostro mondo produttivo che, attraverso l'innovazione tecnologica cerca di mantenere le posizioni di leadership di mercato, pur conservando l'aspetto di attenzione antropocentrica che si risolve spesso in sorriso, nuove sensibilità per l'ambiente, ricerca per il bello ben fatto”.

Andrea Branzi, curatore della mostra, così descrive la nuova generazione di progettisti in mostra: “Il design sembra essere diventato globalmente femminile indipendentemente dal sesso del progettista: sfuggente, delicato, sensibile. Con meno testosterone, ma con più intelligenza. Questa nuova generazione di progettisti vive una sorta di rifondazione del mondo a partire dal basso, dal domestico, dal superfluo, dall’auto-biografico, dall’inutile. Rappresentano un mondo nuovo; ma senza programmi e senza proclami”.

Opere di: 4P1B Design Studio, Massimiliano Adami, Massimiliano Alajmo, Arabeschi di latte, Antonio Aricò, Dodo Arslan, Stefano Asili, Enrico Azzimonti, Alessandra Baldereschi, Gabriele Basei, BenedettiEdizioni, Thomas Berloffa, Alessandro Biamonti, Giorgio Biscaro, Giorgio Bonaguro, Denise Bonapace, Massimo Bottura, Alessandro Busana, Pier Bussetti, Elio Caccavale, Fabio Cammarata, Moreno Cedroni, Cristina Celestino, Cristina Chiappini, Mariavera Chiari, Matteo Cibic, Ciboh, Alessandro Ciffo, CLS Architetti, Silvia Cogo, Carlo Contin, Luisa Lorenza Corna, Antonio Cos, Simona Costanzo, Carlo Cracco, Ctrlzack, Manuel Dall'Olio, Lorenzo Damiani, Deepdesign, Carmine Deganello, Andrea Deppieri, Designtrip, Leonardo Di Renzo, Sandra Dipinto, David Dolcini, dotdotdot, Esterni, Francesco Faccin, Sandra Faggiano, Odoardo Fioravanti, Formafantasma, Manuela Gandini, Gionata Gatto, Ilaria Gibertini, Roberto Giolito, Giopato&Coombes, Alessandro Gnocchi, Monica Graffeo, Diego Grandi, Gumdesign, HABITSmln, Giulio Iacchetti, Ildoppiosegno, jekyll & hyde, JoeVelluto, Lagranja, Marco Lambri, Francesca Lanzavecchia, Leftloft, Emilio S. Leo, LLdesign, Concetta Lorenzo, LS Graphic Design, Stefania Lucchetta, Emanuele Magini, Elia Mangia, Stefano Marchetti, Ilaria Marelli, Miriam Mirri, Bruno Morello, Chiara Moreschi, N!03 Studio ennezerotre, Luca Nichetto, Davide Oldani, Barbara Paganin, Lorenzo Palmeri, Daniele Papuli, Donata Paruccini, Edoardo Perri, Gabriele Pezzini, Piano Design, Sylvia Pichler, Angela Ponzini, Aldo Presta, Matteo Ragni, Marcantonio Raimondi Malerba, Riccardofabio, Ivana Riggi, rnd_lab, Andrea Ruschetti, Elena Salmistrano, Fabrizio Schiavi, Luca Schieppati, Gianmaria Sforza, Brian Sironi, Stefano Soave, Valerio Sommella, Sonnoli Leonardo, Studio FM Milano, Studio Ghigos, Studio Natural, Paolo Bazzani, Studio Pepe, Studio Pierandrei Associati, Studio Temp, Studiocharlie, Studioxdesigngroup, Tankboys, Stefano Tonti, Marco Tortoioli Ricci, Total Tool, Barbara Uderzo, Paolo Ulian, Francesco Valtolina, Vittorio Venezia, Davide Vercelli, Marco Zavagno, Zetalab, Marco Zito, Matteo Zorzenoni, ZPZ Partners, ZUP Associati.

Copper in a Box

Dopo i successi di Abitare con il Rame e Il Rame e la Casa l’Istituto Italiano del Rame, proseguendo la sua attività di promozione per l’utilizzo del rame e delle sue leghe nel campo del design rivolto alla casa e all’edilizia, presenta Copper in a Box, una mostra itinerante allestita dall’architetto Riccardo Giovanetti.

Come indica il suo nome, Copper in a Box prende la forma da grandi scatole contenenti oggetti in rame. Le scatole, progettate da Riccardo Giovanetti, sono vere e proprie casse da spedizione che vengono collocate semi-aperte per consentire al visitatore di scoprire le opere in rame, gli oggetti di design, i prodotti per l’edilizia ed altro ancora conservati al loro interno come tesori nascosti.

La mostra comprende oltre 30 pezzi di designer di fama internazionale come Richard Sapper, Fabio Novembre, Tom Dixon, Eli Gutierrez, Nendo, Francesco Rota, Luigi Caccia Dominioni e molti altri.

La mostra che ha debuttato a Barcellona in occasione di “Casa Decor”, esposizione internazionale di interior design, architettura e arte, è stata poi presentata a Parigi presso il Musée des Arts et Métiers in concomitanza con “la settimana parigina del design”. La prossima tappa è nella culla del design italiano alla Triennale di Milano - spazio Material ConneXion Italia per poi ripartire verso nuove destinazioni, come Bologna in occasione del SAIE ad ottobre.

Parlare di rame oggi significa parlare di un materiale essenziale alla vita moderna.

Il rame è un metallo che, grazie alle sue doti di duttilità, malleabilità e plasticità, meglio si presta alla realizzazione di oggetti dalle forme e dalle dimensioni più diverse. Le caratteristiche di conduttività elettrica, di conducibilità termica, di compatibilità al contatto con gli alimenti e l’acqua potabile, lo rendono un materiale sempre più utilizzato, anche nel design contemporaneo.

L’Istituto Italiano del Rame, associazione senza scopo di lucro, opera per la promozione e lo sviluppo degli impieghi del rame e delle sue leghe attraverso l’informazione e la divulgazione tecnico-scientifica.

50 sedie d’autore all’asta

Triennale Design Museum e Sim-patia, centro per disabili motori gravi con sede a Valmorea (Como), presentano il progetto di solidarietà 50 sedie d’autore all’asta

Punto di partenza sono 50 sedie rosse di legno, originariamente impiegate per un’installazione dell’artista svizzero Daniel Berset a Villa Erba sul lago di Como per Orticolario e successivamente donate a Sim-patia per la realizzazione di questo progetto benefico.

Le sedie sono trasformate, smontate, dipinte e rielaborate da artisti, designer, personalità del mondo della moda e dell’imprenditoria per dare vita a nuove originali creazioni.

L’asta delle sedie, battuta da Anna Gastel, consulente di Christie’s, avverrà il 10 Novembre a Como alle 10.30.

L’idea di Battuta d’arte nasce nel 2011con l’invito rivolto a numerosi artisti a trasformare un vassoio in plexiglas in un oggetto d’arte, unico e irripetibile. Tutti i vassoi rielaborati sono stati esposti e battuti all’asta

Opere di:
Giovanni Anzani, Riccardo Arbizzoni, Baldessari e Baldessari, Fratelli Bonzano, Andrea Branzi, Giuliano e Gabriele Cappelletti, Valentino Carboncini, Ornella Cavadini Reni, Adriano Caverzasio, Massimo Clerici, Roberto Coda Zabetta, Carlo Colombo, Giuliano Collina, Valerio Cometti, Armando Cozzupoli Kronenberg, Michele De Lucchi, Silvano Donadoni, Terry Dwan, Ettore Favini, Ilaria Venturini Fendi, Elio Fiorucci, Giovanni Frangi, Valerio Gaeti, Massimiliano Galliani, Michelangelo Galliani, Omar Galliani, Anna Galtarossa, Marco Grassi, Omar Hassan, Giuseppe Leida, Christian Leperino, Battista Luraschi, Massimo Malacrida, Team Factory Mantero, Vincenzo Marsiglia, Alessandro Mendini, Giuseppe Menta, Angelo Monti, Fabrizio Musa, Ester Negretti, Olo Creative Farm, Franco Origoni, Lucia Pescador, Antonio Riello, Davide Riva, Agatha Ruiz de la Prada, Simona Roveda, Ospiti di Sim-patia, Ospiti di San Patrignano, Paolo Salvadè, Nicola Salvatore, Luca Scacchetti, Sikrea - Michele Fiocco, Alberto Spinelli, Aldo Spinelli, Aldo Spoldi, Davide Sprenghel, Alfredo Taroni, Guido Taroni, Carla Tolomeo, Alessandro Tresoldi.

B/REFLECTED - max&douglas

Autoironia, disagio, compiacimento, perplessità. Sono solo alcuni tra i molti sentimenti suscitati dalla serie di ritratti che fanno parte della mostra B / reflected.

B come il lato meno conosciuto, ma anche B come beyond nel senso di oltre, come spiegano max&douglas che, con la scelta di questo titolo anglofono, sottolineano la natura sperimentale del loro progetto.

Cinquanta personaggi a vario titolo famosi, uomini e donne, si sono messi in gioco partecipando al rito creativo, ognuno aggirando il proprio convenzionale narcisismo per scoprirne uno nuovo che consente di osservarsi, studiarsi e sorprendersi accettando il rischio dell’imperfezione.

Gli autori vanno oltre il ritratto, nel significato che tradizionalmente diamo a questo linguaggio della fotografia. Per realizzare queste immagini, hanno utilizzato uno specchio, facendone la barriera corporea che separa il fotografo dal soggetto, generando un effetto che rimanda al mittente la propria immagine. E il riflesso, l'altra faccia di sé, disegna la nuova identità, inevitabilmente diversa da quella pubblica, che i personaggi sono soliti dare di loro stessi. Quasi autoscatti, in cui al protagonista è restituito l’ambiguo potere di essere soggetto creativo e oggetto creato dell’immagine stessa.

La vocazione seriale di questo lavoro conferisce a personaggi, tanto diversi tra loro, l’identità in una mostra che, nella purezza del bianco e nero non rielaborato dagli artifici della post produzione digitale, restituisce l’immediatezza del momento della ripresa, la forza dell’attimo fuggente, la magia dell’incontro del personaggio con se stesso.

Diego Abatantuono
Stefano Accorsi
Gigio Alberti
Albertino
Giovanni Allevi
Anna Ammirati
Laura Barriales
Rachele Bastreghi
Enrico Bertolino
Francesco Bianconi
Paolo Bonolis
Roberto Cacciapaglia
Fabio Cannavaro
Giuseppe Cederna
Marco Cocci
Ugo Conti
Cesare Cremonini
Lucio Dalla
Fabio De Luigi
Elio
Lapo Elkann
Francesco Facchinetti
Pierfrancesco Favino
Zucchero Fornaciari
Ivano Fossati
Gianluca Grignani
Enzo Iacchetti
Vanessa Incontrada
La Pina
Linus
Luca&Paolo
Filippo Magnini
Enrico Mentana
Mario Monicelli
Giorgio Pasotti
Platinette
Alessandro Preziosi
Eros Ramazzotti
Massimo Ranieri
Alba Rohrwacher
Red Ronnie
Massimiliano Rosolino
Gabriele Salvatores
Giuliano Sangiorgi
Claudio Santamaria
Nicola Savino
Rocco Tanica
Davide Vandesfroos
Dario Vergassola
Alex Zanardi

La scultura nelle Triennali nelle immagini storiche dell'Archivio Fotografico

Il 2013 è l’ottantesimo anniversario della realizzazione del Palazzo dell’Arte, per questa occasione l’Archivio Fotografico della Triennale di Milano propone alcune selezioni tematiche inedite delle immagini di archivio.

Come prima sezione si presenta una mostra con immagini delle opere scultoree esposte nelle edizioni storiche delle Triennali dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, che introduce il futuro posizionamento di due sculture di Carlo Ramous e di Angelo Bozzola nelle nicchie laterali di fronte alla Biblioteca. La funzione decorativa della scultura è sottolineata dalla stretta collaborazione tra architetti e artisti come nel caso di Lucio Fontana presente nella V Triennale del 1933 con due opere, per la Casa del sabato degli sposi dei B.B.P.R. e Portaluppi, e per la Villa studio per un artista di Figini e Pollini, nell’ambito della mostra dell’abitazione. Si segnala inoltre la presenza di artisti come Mario Sironi, Leone Lodi, Fausto Melotti, Umberto Boccioni, Eduardo Chillida e Constantin Brancusi. Alcune immagini documentano la Mostra internazionale di scultura nel parco Sempione dell’XI Triennale del 1957 con una rassegna di opere della prima metà del secolo.

Nei video scorrono le immagini della Mostra internazionale di scultura nel parco Sempione dell’XI Triennale del 1957, e quelle delle opere scultoree esposte nelle diverse edizioni storiche della Triennale dal 1933 al 1954. 

Niccolò Biddau - Industria

La Triennale di Milano presenta la mostra fotografica INDUSTRIA di Niccolò Biddau, realizzata con il sostegno di TenarisDalmine, Lanfranchi e Guala Closures e in collaborazione con Fondazione Dalmine, con il Patrocinio di Museimpresa.

30 fotografie in bianco e nero stampate in grande formato, oltre 200 fotografie proiettate e video con importanti contributi critici tradurranno il “viaggio” nell’industria italiana del fotografo in un percorso per immagini di grande suggestione.

Una selezione tra le realtà industriali italiane più conosciute e internazionali: Alessi, Borsalino, Pirelli, FIAT, Magneti Marelli, Campagnolo, Italcementi, Campari, Dalmine, Marzotto, Missoni, Corneliani, Menabrea, Cassina, Zanotta, Mediaset, Mondadori, Telecom Italia e molte altre.

Le immagini di Niccolò Biddau sono riconosciute per la sua capacità di ridisegnare i contorni della realtà delle cose, riversandoci tutta la sensibilità soggettiva che una visione è in grado di suggerirgli. Adottando come linguaggio interpretativo il bianco e nero, è portato a lavorare sul vuoto e sul pieno, esaltando l’assoluto della materia attraverso la quiete che vi è imprigionata dentro. La sua fotografia si concentra sull’innata staticità degli oggetti industriali, delle forme scultoree e architettoniche e questo viene comunicato attraverso i dettagli, quasi sempre celati, che una volta individuati guizzano come materie vitali.

 

Partner tecnico

Verso la “Grande Brera” - Palazzo Citterio. Progetti in mostra

Palazzo Citterio fu acquisito dallo Stato nel 1972 e da allora si parla del suo recupero e del progetto “Grande Brera” che ne intende fare sia la sede espositiva delle collezioni permanenti del Novecento della Pinacoteca di Brera, che di manifestazioni e mostre temporanee. Quarant’anni di intenzioni e di progetti non  passano invano.

Realizzazioni parziali, interruzioni forzate, riprese dei lavori a distanza di anni hanno lasciato i loro segni sul corpo dell’edificio, alcuni forti, incancellabili, altri presto obsoleti o intaccati dal mancato utilizzo. Insomma, una grande opera incompiuta che merita il pieno reinserimento di questo complesso monumentale nella vita e nelle attività culturali della città di Milano.

Dal dicembre 2012, la Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia ha messo a gara la parte più significativa dei finanziamenti disponibili per il restauro di palazzo Citterio.

Dopo una prima fase di selezione di ventinove concorrenti che hanno fatto domanda di partecipazione, si è passati alla seconda fase in cui tredici hanno presentato l’offerta per l’appalto integrato (progetto definitivo e lavori).

Il profilarsi di una soluzione crea aspettative e genera curiosità sui possibili approcci a un problema architettonico non facile ma affascinante, sulle risposte date a quesiti tante volte rimasti senza esito.

La mostra illustra la storia dell’edificio a partire dalle grandi opere di demolizione e ricostruzione intraprese negli anni ’70 fino alla configurazione attuale e agli aspetti salienti del progetto preliminare posto a base di gara (progettisti: arch. Alberto Artioli  e arch. Annamaria Terafina).

L’allestimento intende ricreare l’atmosfera degli studi professionali coinvolti; aggirandosi tra i tavoli sarà possibile paragonare rifunzionalizzazioni dell’esistente e soluzioni per il domani attraverso una selezione delle immagini più significative dei grafici architettonici per caratterizzare scelte progettuali e di stile di ciascun concorrente.

Professionisti, studenti e semplici cittadini potranno così conoscere le proposte nate attorno ad un tema architettonico irto di difficoltà, metterle a confronto e farsi una personale opinione.

Nel catalogo edito da Skirà confluiranno, arricchiti da introduzioni che contestualizzano i lavori e spiegano l’intero percorso, i materiali esposti in mostra.

1924–2014 – La RAI racconta l'Italia

La mostra celebra una delle più importanti istituzioni culturali del Paese attraverso i sessanta anni della sua televisione e i novanta anni della sua radio.

L’esposizione, che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo, e con il sostegno di Eni e di Intesa Sanpaolo, si avvale della prestigiosa partecipazione e collaborazione di Piero Angela, Piero Badaloni, Andrea Camilleri, Bruno Pizzul, Arnaldo Plateroti, Emilio Ravel, Marcello Sorgi, Bruno Vespa e Sergio Zavoli, ed è a cura di Costanza Esclapon, Direttore Comunicazione e Relazioni Esterne della Rai, Alessandro Nicosia, Presidente di Comunicare Organizzando e di Barbara Scaramucci, Direttore di Rai Teche.

La Rai ha portato il mondo in casa degli italiani, facendoli entrare in un’idea di futuro inimmaginabile prima, divenendo specchio delle loro vicende, narrandone la vita quotidiana e costituendo non solo un servizio pubblico ma un vero e proprio patrimonio nazionale. Attraverso la televisione e la radio, ha veicolato informazione, cultura e svago nelle case, esprimendo anche i sentimenti unitari della nazione e identificandosi con la sua crescita culturale e civile.

Essere un servizio pubblico non significa “solo” custodire i documenti più rappresentativi della storia di un paese ma farli diventare memoria viva. Questo è l’obiettivo che si propone la mostra: raccontare la storia di un’istituzione e contemporaneamente la storia del nostro immaginario collettivo, attraverso i simboli che tutti riconosciamo, i programmi che abbiamo seguito, i volti che ci hanno tenuto compagnia e le pagine di storia che abbiamo condiviso con trepidazione, gioia, dolore, curiosità.

I grandi cambiamenti sociali, culturali, scientifici dei quali l’Italia e il mondo sono stati protagonisti rivivono nelle sezioni di questa esposizione non in maniera celebrativa e didascalica ma con la vitalità e la pregnanza che i documenti audiovisivi sanno restituire, offrendo allo spettatore la possibilità di confrontarsi interattivamente con il passato, il presente e il futuro, verso il quale i media devono continuamente proiettarsi per non perdere di vista le sempre diverse esigenze della comunicazione e dell’informazione.

Tutto questo viene illustrato attraverso miscellanee di programmi, filmati di eventi particolarmente significativi, telegiornali, annunci, servizi, programmi, quiz, tribune politiche. Ma anche con documenti d’archivio, fotografie d’epoca, opere d’arte della ricca collezione Rai (Guttuso, De Chirico, Casorati, Nespolo, Cremona, Campigli, Turcato, Vedova e molti altri), copioni e testimonianze manoscritte di chi ha attivamente partecipato e vissuto la straordinaria avventura iniziata il 27 agosto del 1924, giorno dell’atto costitutivo dell’Unione Radiofonica Italiana U.R.I. e gli anni di attività dall’URI all’EIAR fino alla RAI. La storia degli ultimi novant’anni parlerà dunque con le voci dei suoi protagonisti.

La mostra

Apre la mostra una sezione di presentazione dal titolo “la Rai: una bella impresa italiana” che testimonia l’origine e la nascita dell’azienda attraverso il racconto figurato di materiali d’archivio, verbali, ordini di servizio (molto interessanti quelli emanati dal Direttore dell’Eiar durante il Ventennio fascista, tra cui quello in cui si dispone l’uso del “voi” o del “tu” al posto del “lei” nelle trasmissioni) e materiali di promozione (molti ideati da Erberto Carboni, designer e illustratore che produsse una quantità immensa di opere grafiche per la Rai), un racconto per simboli degli anni di attività dall’URI all’EIAR fino alla RAI.

Un racconto delle origini in cui trova spazio, grazie alla collaborazione del Museo della Radio e Televisione di Torino, un set televisivo degli anni Settanta realizzato con strumenti e apparati originali (televisori, microfoni, giraffe, telecamere, un rullo per i titoli funzionante) per raccontare il “dietro le quinte” dei programmi che hanno fatto la storia della televisione italiana. Nello spazio “museale” sono esposti anche memorabilia e inediti come i bozzetti originali dei costumi per “Giovanna, la Nonna del Corsaro Nero”, alcune  tavole illustrate raffiguranti alcuni personaggi per “I quattro moschettieri” di Nizza e Morbelli, il copione manoscritto originale del film di Ermanno Olmi “L’albero degli zoccoli” (1978), il Leone d’oro di Gianfranco Rosi attribuito a Venezia per il film Sacro Gra.

Una ricca selezione di costumi di scena particolarmente rappresentativi cattura lo spettatore a metà del percorso espositivo. La relazione tra moda e costume permette contemporaneamente sia di evocare le fondamentali icone della nostra tv che di visualizzare l’evoluzione dello stile italiano dai primi Anni Sessanta a oggi.

I sessant’anni della Televisione italiana sono articolati in otto sezioni, otto canali tematici, ciascuno curato da un testimonial. A raccontare la storia dell’Informazione ci sarà Sergio Zavoli; per lo Spettacolo Emilio Ravel; di Cultura parlerà Andrea Camilleri e di Scienza Piero Angela. La sezione Politica è affidata a Bruno Vespa, la Società a Piero Badaloni, l’Economia ad Arnaldo Plateroti e lo Sport a Bruno Pizzul. Saranno gli stessi curatori in video a spiegare al visitatore il senso delle proprie sezioni. Il pubblico vedrà scorrere la Storia - della Rai e insieme dell’Italia - attraverso una ricca selezione tematica di contributi audio-video e programmi integrali, godibili attraverso comode postazioni interattive di facile consultazione che vedono il coinvolgimento di Rai Teche e del Centro Produzione Rai di Roma.

Una sezione a parte, una mostra dentro la mostra, curata da Marcello Sorgi, è dedicata alla storia della Radio narrata attraverso la voce dei protagonisti e molti materiali inediti. Qui trovano casa nove postazioni tematiche interattive che offrono al visitatore una selezione di novanta anni di programmi radiofonici, una colonnina interattiva del Radiocorriere, cimeli come l’Uccellino dei programmi radiofonici, documenti come il libretto contenente le “Norme per la redazione di un testo radiofonico”, scritto da Carlo Emilio Gadda nel 1973.

A chiusura del percorso espositivo una sezione tematica documenta l’attività del CRIT-Centro Ricerche e Innovazione Tecnologica della Rai la cui istituzione risale al 1930. Partendo dalle origini della progettazione si arriva al domani, raccontando il futuro della tecnologia di casa Rai.

Nazionale Italiana Design 2014

Allenatori: Andrea Maragno (JoeVelluto) e Claudio Larcher (Modoloco)
con l’arbitraggio di Silvana Annicchiarico

La Nazionale Italiana Design, quest’anno guidata da Andrea Maragno (JoeVelluto) e Claudio Larcher (Modoloco), scende in campo per rappresentare l’italianità nel mondo dell’arredo, del design e della comunicazione. Da sempre i Mondiali trasformano le case degli italiani, per questo 11 creativi under 35 realizzeranno prodotti che interpretano le mutazioni abitative e umane che si manifestano durante i Mondiali.

Il risultato di questo lavoro, arbitrato dal direttore del Triennale Design Museum Silvana Annicchiarico, sarà in mostra dall'8 luglio al 7 settembre presso La Triennale di Milano.

La Squadra: Sovrappensiero, Zaven, Simone Simonelli, Daniele Bortotto, Giorgio Biscaro, Alessandro Gnocchi, Gianluca Seta,Tankboys, Matteo Zorzenoni, Happycentro e Filippo Protasoni
 

Sponsor e Aziende: Bosa, Black Tie, Corraini edizioni, DesignBottega, Design MOOD, EcoZema, Lineabeta, Pitti Immagine, Rosso Ciliegia, Wahhworks, WP.

Nazionale Italiana Design è un progetto di JVLT (JoeVelluto)

Millemila copertine di Zero

Millemila copertine di Zero è un progetto di Edizioni Zero
Art Direction: Stefano Temporin
Direttore: Marco Sammicheli
Vice Direttore: Emilio Cozzi
Responsabile Web: Giulia Carpinelli
Produzione: Piero Sciocchetti

Il 31 maggio, in collaborazione con il Triennale Design Museum, Zero inaugura la mostra delle copertine prodotte durante il laboratorio Millemila copertine di Zero aperto dal 16 al 31 maggio in Triennale e online su www.zero.eu.

Una rassegna di grafica e illustrazione che, attraverso qualità contenutistica e creativa, dialoga idealmente con TDM5: Grafica italiana, quinta edizione del Triennale Design Museum.

Saranno esposte oltre 100 copertine di Zero realizzate da grandi professionisti della grafica italiana, tra cui Mario Piazza (curatore della mostra TDM5: Grafica Italiana), Italo Lupi, Pietro Corraini (Corraini Edizioni), Massimo Giacon (designer e fumettista), Victor Togliani (Urania), Marco Ferrari (creative director Domus), Luca Stoppini (art director Vogue Italia), La Tigre, Leftloft, Luca Pozzi, Odoardo Fioravanti (designer), Canedicoda (artista), Claude Marzotto (illustratrice) e Vectorealism.

Le copertine realizzate diventano un grande mosaico grazie a Zero Magnetic, brevetto della casa editrice. La mostra, curata da Zero nella persona dell’art director Stefano Temporin, sarà allestita negli spazi antistanti il Triennale Design Museum.

Il numero di Zero del 16 maggio è uscito senza copertina. Illustratori, grafici, designer, art director e lettori del giornale si sono alternati ai tavoli del laboratorio, aperto dal 16 al 31 maggio in Triennale. Un laboratorio di produzione a ciclo continuo per la più grande attività di customizzazione di un giornale con 165.000 copie e possibilità di personalizzazione, avendo a disposizione gli strumenti professionali utilizzati quotidianamente da Edizioni Zero.

Sul sito di zero oltre 10.000 utenti hanno scaricato e personalizzato il template.

Il laboratorio Millemila copertine di Zero è stato parte del programma di Open (vfopen.vodafone.it), il progetto realizzato da Vodafone e Zero in Triennale dal 15 febbraio al 31 maggio.

Le copertine di Zero sono state realizzate da:

Alvvino / Ambra Bechini / Gianluca Biscalchin / Alessandro C. Busseni / Daniel Cambò /  Canedicoda / Antonio Colomboni / Pietro Corraini / Marco Ferrari / Odoardo Fioravanti / Mauro Gatti / Nicolò Giacomin / Massimo Giacon / Marco Goran Romano / Riccardo Guasco / Francesco Guerrera / Ivan Hurricane / Elsa Jenna / Claus Larsen /  Leftloft / Biagio Ludovico / Italo Lupi / Elisa Macellari / Roberta Maddalena / Vito Manolo ROMA / Claude Marzotto / Miriam Mirri / Chiara Moreschi / Francesca Occhionero / Onka / Elisa Pasqual / Mario Piazza / Dottor Pira / Giordano Poloni / Luca Pozzi /  Ptwschool / Matteo Pulvirenti / Serena Raso / Matteo Rubert / Alessio Salatino / Davide Saraceno /  Smog / Luca Stoppini / La Tigre / Victor Togliani / Ciro Trezzi /  Vectorealism / Sartoria Vico / Folp Vs Paperplane / Wilhelm Walter

VI Triennale Design Museum - Design. La Sindrome dell'Influenza

Direttore: Silvana Annicchiarico
Cura scientifica: Pierluigi Nicolin
Allestimento: Studio Cerri & Associati
Catalogo Corraini Edizioni 

Un’attitudine propria del design italiano è la capacità di assimilazione, la curiosità e il desiderio di confrontarsi con altri linguaggi e altre culture per avviare nuovi progetti e nuove elaborazioni. Per restituire la complessità di questo fenomeno, la sesta edizione del museo è organizzata in tre parti, corrispondenti a tre zone del percorso espositivo e a tre momenti della vicenda narrata dal dopoguerra a oggi attraverso un racconto corale e polifonico.

 

Installazioni

Blumerandfriends / Marco Zanuso

Paolo Ulian / Vico Magistretti

Lorenzo Damiani / Achille e Pier Giacomo Castiglioni

Formafantasma / Roberto Sambonet

Sonia Calzoni / Carlo Scarpa

Alessandro Scandurra / Ettore Sottsass

Matilde Cassani, Francesco Librizzi / Bruno Munari

Martino Gamper / Gio Ponti

Marco Ferreri / Franco Albini

Italo Rota / Joe Colombo

 

Showcase

Alessandro Mendini / Alessi

Margherita Palli / Artemide

Antonio Citterio / B&B Italia

Mario Bellini / Cassina

Matali Crasset / Danese

Miki Astori / Driade

Ron Gilad / Flos

Ferruccio Laviani / Kartell

Paolo Rizzatto / Luceplan

Matteo Vercelloni / Magis

Patricia Urquiola / Moroso

Pierluigi Cerri / Unifor

 

Con il contributo straordinario di


Media partner



Partner tecnico

Ri–formare Milano - Progetti per le aree e gli edifici in stato di degrado e abbandono

Ri-formare Milano è un’iniziativa didattica e di ricerca promossa dalla Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano in collaborazione con l’Assessorato all’Urbanistica, Edilizia Privata, Agricoltura del Comune di Milano.

Numerosi laboratori e corsi di progettazione hanno lavorato per esplorare la possibilità di rimettere in circolo aree ed edifici in stato di degrado e abbandono, di proprietà pubblica e privata. La mostra espone oltre cento progetti sviluppati dagli studenti della Scuola, avendo come base l’indagine comunale sui fenomeni di dismissione e abbandono di immobili, spazi e servizi nel territorio milanese.

I progetti propongono diverse scale di intervento e diverse connotazioni disciplinari - urbanistica, progettazione urbana e architettonica, tecnologia, risanamento e restauro - e sono finalizzati a delineare scenari, spesso alternativi, di riutilizzo funzionale, di riconversione - anche per usi temporanei - e di adeguamento tecnologico di un patrimonio rilevante per dimensione e per diffusione nella città.

Alcuni specifici approfondimenti, per aree o a tema, sono stati realizzati attraverso l’indagine fotografica, sviluppata in corsi dedicati. Per la sua valenza didattica, scientifica e operativa, Ri-formare Milano si colloca nel solco dell’impegno della Scuola di Architettura e Società nel proporsi come luogo di elaborazione e sperimentazione progettuale per il territorio milanese e di confronto con gli attori pubblici e con la società civile. 
 

Politecnico di Milano - Scuola di Architettura e Società
Dipartimento di Architettura e Studi Urbani - Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito Comune di Milano - Assessorato all’Urbanistica, Edilizia Privata, Agricoltura

Coordinamento scientifico
Corinna Morandi, Paolo Mazzoleni

A cura di
Barbara Coppetti con Pierluigi Salvadeo, Andrea Oldani, Giulia Setti, Martina Sogni



Partner di Triennale Architettura

Chiara Capellini - Waste Collection #1 #2 #3

Lo scarto, il consumo, lo spreco, la collezione, la traccia. 

Chiara Capellini mette in mostra un lungo processo di studio, viaggio e ossessiva ricerca di residui lasciati in qualche modo dall’uomo. Residui come frammenti di un passaggio – casuale o volontario –, di un’azione sviluppata con un fine preciso, ormai normale e incontrollato, quello della produzione a catena per un consumo finale.

Il percorso della Capellini è chiaro e tangibile. Suddiviso in 3 livelli lavorativi, ognuno concatenato all’altro per propensione naturale dell’artista, curiosa, impetuosa osservatrice dei più piccoli dettagli che circondano ogni gesto quotidiano, suo o degli altri, che da un’azione casuale di qualche anno fa, da cui è nata la prima serie in esposizione, ha via via sviluppato l’interesse nel collezionare scarti. 

I drippings

Quelle microsculture dalle forme casuali, diverse, quasi antropomorfe, sono il residuo dell’assiduo lavoro pittorico dell’artista che, casualmente, recuperando dal pavimento del suo vecchio studio gli scarti delle colature di acrilico utilizzato su grandi tele, hanno assunto dimensione e forma diverse grazie al supporto concettuale dell’artista. Perché da una semplice traccia sul pavimento non si può ricavare un oggetto unico, tridimensionale? Una piccola, preziosa opera d’arte. Da osservare, oggi, anche sotto teca, per scrutare tutte le sue piccole, diverse, potenzialità. Ecco che l’azione duchampiana del capovolgimento di senso e funzione e, perché no, del luogo, ha effetto e senso anche qui. Dallo scarto dell’opera a opera.

Le carte da forno

Un passo, anzi due, di avanzamento: comprendere le potenzialità di una traccia, e il viaggio. Dal personale lavoro sul recupero del residuo e la creazione di una nuova forma e funzione, Chiara Capellini ha così incominciato un percorso preciso, spinta da una compulsiva osservazione e necessità di catalogare e collezionare più dettagli possibili. Da un gesto apparentemente normale e semplice, da un’azione quotidiana come quella di un panettiere, un artigiano che manualmente, ogni giorno, restituisce una forma a una materia di prima necessità come il pane, ecco che ha preso vita il secondo progetto: recuperare il maggior numero di carte da forno utilizzate dai fornai di tutta Italia, rubando le tracce di questo lavorìo e rendendole anch’esse opere uniche.

Chiara ha così incominciato un viaggio in diversi capoluoghi d’Italia. Da Milano – dove l’idea archetipa ha iniziato nei forni dello storico Gianni Berni – a Roma, Venezia, Bologna, Firenze, Padova, Napoli, Ischia, Bari, per portare via i residui di questo lavoro quantitativamente impressionante. Le carte da forno hanno impressa la traccia di ciò che è stato prodotto. Come una sindone, questo velo, oggi utilizzato dai forni che hanno grande richiesta – l’artista ha infatti scelto città con più di 200,000 abitanti – è necessario per una produzione sempre maggiore, come risposta a un consumo maggiore. Il cibo come bene primario di cui l’uomo ha necessità. 

Ecco che le carte da forno vengono cercate, selezionate e collezionate dall’artista per poi renderle una testimonianza di un passaggio. Alcune, quelle esteticamente più armoniose, sotto teca e ordinate con un codice alfanumerico che indica anche la città di provenienza, come pezzi unici, come reperti creati dalla mano dell’uomo e trasformati dal pensiero e un grande lavoro di chi ha saputo coglierne un’altra essenza. Altre appese con piccole calamite, dal fluido e volatile impatto tridimensionale, dato dal gioco di luci e ombre. 

I color testers

Il terzo sviluppo. L’uso e il consumo dell’uomo attraverso un suo gesto di prova. 

Nei negozi di colori e nelle cartolerie di tutto il mondo l’utente ha la possibilità di fare delle prove: un foglio, un taccuino o un quaderno vengono messi a disposizione del pubblico per scarabocchiare e verificare il prodotto che vuole comprare.

Chiara Capellini, attraverso un gesto banale e quotidiano, per lei – quello di acquistare dei colori – un giorno a New York, in un luogo magico per qualsiasi artista, è rimasta impressionata dalla bellezza dell’accumulo dei color testers. Fogli su fogli, scarabocchi su scarabocchi raccolti nelle città tra le più frequentate dagli artisti: New York, Berlino, Londra, Parigi, Barcellona, Tokyo, Roma, Milano. Nuovamente la necessità di documentare un gesto compiuto da molti, un ghirigoro, una scritta, una frase, un colore, diventano altro da sé, dal loro utilizzo comune. L’artista ha rielaborato queste tracce del passaggio di molte persone e le ha incorniciate come singole opere d’arte contemporanea. 

Waste collection #1 #2 #3 rappresenta un percorso di circa 5 anni, una ricerca costante, senza posa, messa in evidenza ed elaborata in una maniera esteticamente perfetta per un luogo, un Museo, dove tutto assume un’altra forma e ogni traccia è diversa dall’altra. Bruno Munari nel 1992 ha scritto “Quando qualcuno dice: questo lo so fare anch'io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima”. La Capellini per prima ha osservato e capillarmente elaborato dei frammenti di queste “piccole” cose, trasformandoli attraverso una lunga elaborazione dal duplice risvolto concettuale/formale creando 3 macrocosmi ben strutturati e legati a temi oggi molto discussi: un frenetico consumo e acquisto di materiale (“una shopping mania”) – elaborato attraverso il recupero dei color testers -, di cibo – ormai altra frenesia del nostro tempo (“la foodmania”), e una creatività abusata, come nel dripping, dove il colore rappresenta ingordigia (“una creativity mania”).

In un ciclo eternamente in evoluzione, ma che può, appunto, avere altre chiavi di lettura. 

Rossella Farinotti
Crtico e curatore 

Medaglia d'Oro all'Architettura Italiana - IV Edizione

La Triennale di Milano in collaborazione con il MiBAC, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e con MADE expo, bandisce la quarta edizione del Premio Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana, evento con cadenza triennale che intende promuovere e riflettere sulle nuove e più interessanti opere e costruite nel paese e sui protagonisti che le hanno rese possibili.

La Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana punta alla promozione pubblica dell’architettura contemporanea come costruttrice di qualità ambientale e civile, e insieme guarda all’architettura come prodotto di un dialogo vitale tra progettista, committenza e impresa.

La Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana si pone come riflessione attiva sul ruolo del progettista e delle sue opere puntando alla diffusione pubblica in Italia ed all’estero di un nuovo patrimonio di costruzioni e idee e insieme verificando periodicamente lo stato della produzione architettonica italiana, gli indirizzi, i problemi e i nuovi attori.

Volendo aprire il premio anche alla ricerca, in questa edizione si aggiunge una sezione intitolata Architettura, progettazione e futuro, dedicata ai progetti, alle ricerche e agli studi che rappresentano le nuove esigenze e visioni spaziali, che contemplano l’uso di metodologie e materiali inediti e tecnologie all’avanguardia.

Partner dell’iniziativa è MADE expo, la principale manifestazione fieristica italiana dedicata all’intero mondo delle costruzioni e del progetto, da sempre attenta a creare una stretta connessione tra il mondo delle tecnologie e dei materiali con la cultura del costruire, offrendo ad architetti, ingegneri e operatori un punto di riferimento qualificato e di dibattito per rispondere alle sfide dell’abitare contemporaneo e della sostenibilità. Con il premio Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana MADE expo conferma quindi la sua attenzione al mondo dell’architettura e il suo ruolo di luogo di incontro per l’intera filiera delle costruzioni, valorizzando il patrimonio di progetti, idee e tecnologie del nostro Paese. 

Il Premio ha cadenza triennale ed è ripartito in Medaglia d’Oro all’opera, Premio Speciale all’opera prima, Premio Speciale alla committenza, Premio Speciale alla ricerca.

Medaglia d’Oro all’opera. Per la qualità della progettazione, l’intelligenza ambientale e contestuale, la realizzazione e la capacità d’innovazione tecnologica.

Premio Speciale all’opera prima. Il premio si riferisce a un'opera prima di un progettista entro il compimento del 40esimo anno d’età e intende porre in forte evidenza la nuova generazione che opera attivamente in Italia e all’estero.

Premio Speciale alla committenza. Il premio intende porre l’attenzione sul ruolo fondamentale che la committenza pubblica e privata ha nella costruzione di un’opera di architettura e nella definizione di una differente qualità dello spazio fisico e sociale.

Premio Speciale alla ricerca. Il premio è dedicato al progetto, alla ricerca facente parte della sezione Architettura, progettazione e futuro che meglio esprime l’unione tra architettura, innovazione, avanguardia tecnologica e progettuale rivolta a esiti futuri dell’architettura.

Sono, inoltre, previste sei Menzioni d’Onore relative ad altrettante sezioni del costruire: 

Nuovi edifici (i nuovi edifici realizzati, a uso privato e pubblico in zone urbane, suburbane ed extraurbane), Parchi e giardini (progetti realizzati di nuove aree verdi e di riqualificazione ambientale in zone urbane, suburbane ed extraurbane), Infrastrutture (progetti realizzati di strade, ponti, gallerie, canali, linee e fermate metropolitane, linee ferroviarie, stazioni, aeroporti, porti, etc), Riconversione e restauro (progetti realizzati di riconversione edilizia relativi a grandi aree, quartieri ed edifici; progetti realizzati di restauro e ripristino di architetture storiche e contemporanee), Architettura ed emergenza (progetti e interventi realizzati in relazione a situazioni di emergenza umanitaria e ambientale o che presentino specifiche problematiche geo-climatiche), Architettura, progettazione e futuro (progetti e studi nei nuovi campi della ricerca architettonica quali: progetti marini ecosostenibili e underwater architecture, architettura aerospaziale sulla terra e nello spazio, architettura galleggiante e isole artificiali, architettura sotterranea, architettura senza peso, molle ed elastica, architettura mobile e temporanea, autodistruttiva ed effimera, architettura virtuale e toy architecture).

I premi e le menzioni verranno assegnati ad architetture progettate da professionisti italiani (architetti e ingegneri) e realizzate, in Italia o all’estero, nel periodo 2009-2011.

Sia la Medaglia d’Oro, che i Premi Speciali, che le Menzioni d’Onore verranno attribuiti da una giuria internazionale composta da sette membri. La Giuria stabilirà la lista dei progetti finalisti, fra i quali voterà a maggioranza i vincitori della Medaglia, dei singoli Premi Speciali e delle Menzioni d’Onore. La decisione della Giuria verrà resa pubblica tramite una conferenza stampa e una cerimonia ufficiale di proclamazione, cui seguirà l’esposizione e la pubblicazione dei progetti finalisti.

Sono previsti tre criteri di raccolta delle candidature, i cui risultati confluiranno, senza alcuna selezione preventiva, in un unico contenitore che verrà sottoposto alla giuria.

  1. Segnalazione da parte degli advisers: opere relative alle categorie indicate segnalate dagli advisers (architetti, direttori di riviste e Centri per l’architettura, critici) invitati dalla Triennale di Milano.
  2. Auto candidatura: qualsiasi progettista (architetto e ingegnere) potrà autocandidare un proprio lavoro seguendo le indicazioni consultabili all’interno del sito web della Triennale di Milano – Medaglia d’Oro 2012 (www.triennale.org/medagliadoro2012)
  3. Segnalazione da parte di Associazioni, Fondazioni ed Enti riconosciuti.

Progetti vincitori delle passate edizioni

I Edizione, 2003
Umberto Riva con PierPaolo Ricatti,
Magazzino Fincantieri, Castellammare di Stabia (NA)

II Edizione, 2006
Renzo Piano Building Workshop (RPBW) 

Hight Museum of Art, Village of the Arts, Woodroof Arts Center 
Atlanta,
Stati Uniti, 2003-2005

III Edizione, 2009
Massimiliano & Doriana Fuksas
Zenith Music Hall, Strasburgo, Francia 2008

{partners}

 

Partner di Triennale Architettura

Partner tecnici

 

{/partners}

Maestri

Nell’ambito della Budapest Design Week, Triennale Design Museum in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia a Budapest e con ICE Budapest presenta per la prima volta in Ungheria al Museo delle Arti Applicate di Budapest la mostra itinerante Maestri, una selezione di oggetti emblematici di alcune fra le più importanti figure del design italiano, a cura di Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum, e con un progetto di allestimento di AR.CH.IT Luca Cipelletti.

Da Bruno Munari a Ettore Sottsass, da Achille Castiglioni a Gaetano Pesce, la mostra passa in rassegna la ricchezza e la forza del design italiano, soffermandosi in particolare sulla creatività di quei designer che hanno reinventato le tipologie, introdotto nuovi materiali, sperimentato tecnologie inedite, ed elaborato rinnovati rapporti fra forma e funzione, sempre nella prospettiva di rendere più confortevole il mondo e di introdurre la bellezza nella vita quotidiana.

Dovendo operare una necessaria selezione il più possibile rappresentativa la scelta è ricaduta sul lavoro di alcuni di quei progettisti che, senza tema di smentita, possono essere definiti Maestri. Non perché abbiano fondato scuole o formato allievi, ma perché, ognuno a suo modo, hanno costituito dei modelli o fondato dei codici poi ripresi e imitati da altri, sempre integrandosi con i diversi attori del settore (le aziende, i committenti, il pubblico) in un rapporto di intensa e ininterrotta sinergia.

Gli oggetti presentati ed esposti in mostra sono in questo senso emblematici e paradigmatici non solo del lavoro e del metodo di ogni singolo progettista, ma anche dello scenario sociale ed epocale in cui sono venuti a collocarsi. Valgono, insomma, non solo per la funzione strumentale che svolgono, ma anche e soprattutto per le domande che sollecitano, per le risposte che offrono e per il modo innovativo con cui ci invitano a costruire nuovi rapporti e nuove relazioni con le cose.

Nella concreta materialità di ognuno di essi affiorano e si risolvono complesse questioni teoriche e formali, si sperimentano nuovi materiali e nuove tecnologie, si prospettano inediti rapporti fra progetto e consumo.

Completa la mostra un video dedicato a ciascun Maestro, realizzato dal regista Marco Pozzi, in cui i designer espongono la propria idea di progetto e riflettono sul proprio lavoro.

La mostra ha fatto tappa al Grand-Hornu, Hornu, Belgio (2003), a Shiodome Italia, Tokyo (2006) e al MOD Design Centre, Mosca (2011).

Maestri in mostra: Franco Albini, Gae Aulenti, Mario Bellini, Cini Boeri, Anna Castelli Ferrieri, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Antonio Citterio, Joe Colombo, Michele De Lucchi, Vico Magistretti, Angelo Mangiarotti, Enzo Mari, Alessandro Mendini, Bruno Munari, Gaetano Pesce, Gio Ponti, Paolo Rizzatto e Alberto Meda, Aldo Rossi, Denis Santachiara, Ettore Sottsass, Marco Zanuso e Richard Sapper.

Crossover - Eliana Lorena

Triennale Design Museum presenta una selezione di lavori di Eliana Lorena che spaziano dalla moda al design.

L’elemento che contraddistingue il  lavoro di Eliana Lorena riguarda il progetto delle superfici e dei colori come fattore strategico in grado di caratterizzare gli oggetti, gli ambienti, le architetture.

Il suo metodo di lavoro segue  uno studio preliminare di analisi e ricerca, essenziale nelle discipline progettuali architettoniche o di design per poter realizzare un concept idoneo all’oggetto di studio.

Afferma Eliana Lorena: “Il mio è un linguaggio visivo, sensoriale, tattile. Materia e colore guidano il mio istinto. Cultura, storia, tradizioni e processi socio/economici definiscono la giusta applicazione al prodotto, il concept  per delineare la fase progettuale”.

Scrive Eleonora Fiorani, membro del comitato scientifico della Triennale di Milano per la Moda: “Un tessuto di seta, un quadrato detto Foulard, è il modulo che Eliana Lorena ha adottato per progettare superfici e colori, e fare della moda un’arte plastica molto vicina all’architettura e al design, in cui accessori e abiti sono concept da indossare, fatti per essere abitati e creare nuove modalità di apparire ed essere, idee  incarnate nei codici culturali, etnici, sociali. E lo fa con una ricerca materico-cromatica condotta per tematizzazioni secondo una metodologia appresa da settori quali auto, ufficio, casa, allestimenti. Il tema della mostra è il digital print, la stampa inkjet su seta di Teseo. I motivi sono i paisley, di origine persiana, i fiori e i quadrati. L’abaco di riferimento e’ una sorta di studio del pattern a scale differenti: ogni  tessuto ha accanto una miniatura con lo stesso disegno, in scala, su un supporto diverso in termini superficiali. I Monochrome  in crepe de chine sono invece il veicolo del colore che ogni persona è, modalità differenti di essere al mondo. E il foulard può essere indossato come copricapo, avvolto al collo, appoggiato sulle spalle, annodato al manico della borsa, intorno alla vita, e può mettere in scena le diverse culture e identità. Come avviene nelle collezioni delle Barbie in cui il corpo in serie cessa di essere tale per assumere i colori e i tessuti delle varie etnie a significare i corpi come territori della circolazione dei messaggi di una società. Barbie vestite non solo secondo i codici occidentali, ma in burka, kimono, sari, boubou, mettendo insieme culture e stilemi in cui si animano i corpi scritti, significati dalle diverse culture e si ibridano producendo la modernità che si indigenizza. Sono anche tracce mnemoniche di viaggi e incontri del proprio vissuto”.

Biografia

Designer, artista, insegnante  e mamma.
Nasce a Novara nel 1957, attualmente  vive e lavora a Milano.
Studi in Storia dell'Arte alla Università Statale di Milano e poi segue un fondamentale apprendistato  da Elio Fiorucci nel 1977  e  al  Centro Design Montefibre nel 1978.
Nel novembre del  1979  è  al Colorterminal  IVI di Milano, studio  dotato del simulatore elettronico Graphicolor  e  primo Centro  Ricerca sul colore per il design e l'architettura.
Questa esperienza   le permette di scoprire il potere cromatico della nascente sintesi additiva RGB traducendola in  progetti tessili e rendering  per le varianti  CMF di abitacoli per l’auto e l’ufficio, sua prima specializzazione.
Dal 1980  al 1987  lavora   per   Clino Castelli e Nanni Strada  nello studio  CDM    applicando  le strategie del Design Primario.
Nel  1987 con Aldo Petillo fonda lo studio  Team Creative Strategic Design e si occupa di consulenze per l’industria.
Principali aziende con cui ha collaborato: Fiat, Lancia, Piaggio, PPG, Chicco, Cassina, Zucchi, Eurojersey, Rhea Vendors Group, Chopard, Stone italiana, Pallucco, Seibu Shinkin Bank, Nava, Mandarina Duck, Moncler, Mario Hernandez, Oikos.
Insegna Cultura dei Materiali  in Domus Academy  e Form Follows Material è il tema dei suoi workshop.
Le sue mostre  di arte e design si sono tenute in Italia, Francia, Giappone, Egitto.

Made in Slums - Mathare Nairobi

A cura di Fulvio Irace
Ideazione e Coordinamento Generale
Liveinslums NGO (Silvia Orazi – Gaetano Berni – Maria Luisa Daglia)
Ricerca e Selezione Oggetti Francesco Faccin
Foto di Francesco Giusti – Filippo Romano – Post Produzione immagini oggetti Pedro Almeida
Progetto di allestimento Luca Astorri – Maria Luisa Daglia – Francesco Segre Reinach
Progetto Grafico Paolo Giacomazzi – Claude Marzotto
Realizzazione Bollate Lab
Video Silvia Orazi – Fabio Petronilli
Catalogo Corraini Edizioni

Dopo le mostre dedicate a Cina, Corea e India, Triennale Design Museum con Made in Slums continua a indagare e a esplorare i territori più inattesi del nuovo design internazionale.

Questa volta i fari del CreativeSet sono puntati su una piccola realtà locale – lo slum di Mathare, a Nairobi, individuato come paradigma della capacità di una comunità di dotarsi di propri strumenti funzionali e simbolici, realizzati in un originale processo di autoproduzione a partire da pochi materiali presenti nel territorio. 

La mostra - curata da Fulvio Irace - nasce prima di tutto dal lavoro svolto sul campo dall’ONG Liveinslums, impegnata da due anni in un progetto di cooperazione allo sviluppo che ha incoraggiato la costruzione di una scuola di strada e l'avviamento di un progetto agricolo comunitario nello slum di Mathare.

Mathare è un agglomerato urbano situato a circa 5 km dal centro di Nairobi in Kenya. Con una popolazione di circa 500.000 abitanti è, per ordine di grandezza, la seconda baraccopoli d Nairobi: forse la più antica, certamente quella con peggiori condizioni di vita. È una ex cava che si estende per un’area di circa 3km per 1,5km, in cui i residenti hanno sviluppato una strategia informale ma efficace di economia su piccola scala che si svolge per lo più in precarie case -bottega e in luoghi malsani.

”Come nell’isola di Robinson Crusoe – scrive Fulvio Irace – lungo le frontiere di una spiaggia virtuale che circonda il cuore dello slum, la marea deposita ogni giorno gli scarti della capitale: pezzi di legno, insegne pubblicitarie, tavole e lamiere e soprattutto bidoni, l’elemento base di un progetto di riciclo minuzioso ed efficace.

In simili condizioni, dunque, l’ingegnosità della comunità supplisce alle gravi carenze del territorio, e risponde ai propri bisogni recuperando e trasformando materia di scarto in oggetti a elevato gradiente estetico”.

Come afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: “Senza avere la pretesa di attribuire a questa piccola esperienza locale un valore simbolico eccessivo, è tuttavia evidente che le pratiche creative messe in atto a Mathare trascendono l’orizzonte puramente locale e assumono un senso e un valore più generale”.

L’associazione ha coinvolto nel progetto il giovane designer italiano Francesco Faccin, proponendogli di realizzare arredi e attrezzature della scuola utilizzando materiali e mano d’opera del luogo. Dall’osservazione dell’ambiente Faccin ha sviluppato l’intuizione di trovarsi di fronte a un sistematico e straordinario catalogo di oggetti realizzati artigianalmente ma pensati in una logica di produzione di piccola serie: coltelli, scarpe in gomma, pentole, un carretto per la vendita di cibi da strada, ecc, che costituiscono il nucleo della mostra al Triennale Design Museum.

Per narrare la storia di questi oggetti i fotografi Francesco Giusti e Filippo Romano hanno realizzato un reportage fotografico che restituisce la complessità del contesto e i volti dei protagonisti. La sezione video in mostra, di Silvia Orazi e Fabio Petronilli, è dedicata al tema delle auto-produzioni e ai mestieri informali presenti nello slum.

 

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Recupero

Triennale Design Museum presenta una selezione di progetti sul tema dell’ecodesign e della autoproduzione nati dalla collaborazione fra artisti e designer contemporanei e l’associazione Artwo, a cura di Valia Barriello.

Artwo, fondata nel 2005 a Roma da Luca Modugno, produce oggetti in edizione limitata ideati da artisti e designer contemporanei, invitati a lavorare sul tema del recupero funzionale di oggetti d’uso comune dismessi e prodotti semilavorati, e realizzati all’interno di strutture di detenzione.

Artwo ha avviato un percorso formativo e successivamente di realizzazione dei suoi prodotti con i detenuti della Casa Circondariale di Rebibbia - Nuovo Complesso a Roma. Al suo interno Artwo ha organizzato un laboratorio con gli strumenti necessari alla produzione degli oggetti e ha predisposto un periodo di formazione per i detenuti che hanno occasione di incontrare gli artisti e i designer coinvolti.

In mostra progetti di Massimiliano Adami, Ivan Barlafante, Stefano Canto, Riccardo Dalisi, Fabio Della Ratta, Carlo De Meo, Francesco Faccin, Sara Ferrari, Duilio Forte, Michele Giangrande, Andrea Gianni, Francesco Graci, Alessandro Guerriero, Yonel Hidalgo, Lanzavecchia + Wai, Alessandro Mendini, Paolo Ulian.

Contatto Arte – Città - Aniasi e la XV Triennale di Milano

La mostra è frutto della collaborazione tra la Fondazione Triennale di Milano e la Fondazione Aldo Aniasi
Coordinamento della mostra: Federica Artali, Tommaso Tofanetti, Marina Cavallini

La Fondazione Aldo Aniasi e la Fondazione La Triennale di Milano, in occasione del 70° anniversario della Resistenza e della Liberazione, danno vita ad una collaborazione per gli anni 2013-2014-2015 allo scopo di approfondire quanto i fatti e le idee della Resistenza abbiano improntato le politiche amministrative e culturali della rinascita della città dopo la distruzione bellica e sviluppare un dibattito conseguente.

Le iniziative progettuali avranno al centro la figura di Aldo Aniasi in quanto emblematica del modo in cui i valori e le esperienze della lotta partigiana si siano tradotti poi nell’amministrazione della città.

La mostra “Contatto Arte-Città, Aniasi e la XV Triennale di Milano” illustra le vicende della Triennale di Milano a partire dal 1943, anno in cui l’edificio è stato bombardato, e anno in cui Aniasi entra attivamente nella resistenza, parallelamente ad una breve cronistoria delle principali politiche comunali, per focalizzarsi sull’edizione della Triennale del 1973, anno in cui ebbe luogo l'iniziativa patrocinata dal Comune di Milano e curata da Giulio Macchi.

Gli archivi storici della Triennale di Milano e della Fondazione Aldo Aniasi, insieme all'archivio fotografico del Touring Club Italiano e a Rai Teche hanno fornito i materiali originari: i fascicoli preparatori del 1942 per la VIII Triennale del '43 non realizzata, le foto della Triennale bombardata nell'agosto del '43, le foto d’archivio di Aldo Aniasi sindaco durante le cerimonie di inaugurazione della Triennale, gli stralci delle relazioni del sindaco come dichiarazioni programmatiche delle giunte comunali e i filmati originali del 1973 relativi agli interventi artistici della mostra “Contatto Arte-Città”.

In occasione della mostra, venerdì 15 novembre si terrà una tavola rotonda sui temi delle politiche culturali a Milano dagli anni ’70.

Momenti #DaRivivere con Google+

La mostra si propone di celebrare la passione per la fotografia, liberando la creatività e trasformando ognuno di noi in un artista attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie.

L’installazione, a cura di Dario Cavaletti e Francesco Pagliariccio, vede protagoniste le opere degli utenti che, grazie a Google+, hanno trasformato i loro scatti fotografici in momenti #darivivere. Ogni emozione viene replicata in un loop infinito di immagini che fanno rivivere la spontaneità e l’energia del momento.

La selezione delle opere è stata effettuata tra tutte le foto animate postate su Google+ con hashtag #darivivere.

Triennale Design Week 2014

Torna la Triennale Design Week in occasione del Salone Internazionale del Mobile.

Dall'8 al 14 Aprile oltre 30 tra mostre e installazioni per scoprire il nuovo panorama internazionale del design.

Laura Zeni - Coltivare la mente

Lo Spazio Material ConneXion ospita la mostra “Laura Zeni. Coltivare la mente” a cura di Fortunato D’Amico.

L’artista e designer Laura Zeni attraverso i lavori esposti - oggetti di design, opere grafiche,  pittoriche e installazioni - approfondisce il tema della natura in relazione all’uomo contemporaneo per un’evoluzione positiva, dove tecnologia e mondo naturale sono in equilibrio.

I Ritratti interiori, profili di teste che rappresentano contenitori di pensieri, suggeriscono, attraverso elementi simbolici, riflessioni sulla condizione umana e sulla possibilità di miglioramento.

Laura Zeni indaga sull’ecosostenibilità e sull’alimentazione, tematiche in stretta connessione con gli argomenti dell’Expo Milano 2015: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita; infatti tramite i suoi lavori invita da anni a “coltivare la mente”, a “mangiare con la testa” nel rispetto della sostenibilità ambientale.

Anche la grande Testa forata, una lastra in Krion surface by Porcelanosa cm 250x73, rimanda a riflessioni sull’evoluzione del pensiero.

In mostra i Radar, strutture realizzate in ferro, rame e corda, invitano a essere ricettivi per captare i segnali che provengono dal mondo e dall’universo; fra questi spicca il Radar Illuminato, una lampada da tavolo e da parete.

I lavori interamente realizzati con materiali ecocompatibili, offrono un contatto con la natura come il Tavolo-orto contenente piante officinali, le due Sedute bucoliche avvolte da rampicanti in vasi VIPOT realizzati in lolla di riso. In una bacheca è esposto un sacco in juta con zeolite, una polvere derivata da rocce vulcaniche, presente nel fertilizzante Triphylla di ultima generazione, anch’esso utilizzato in mostra. Al tema del “coltivare” si affiancano l’Innaffiatoio Unicorno, i Misuratori di umidità e la piccola Serra a base circolare.

Il video che trasmette un’installazione in movimento è inserito in un’opera che rimanda a un nuovo risveglio interiore.

Tasselli d'Arte - Scenari Latino Americani

A cura di Patrizia Rappazzo
Direzione di produzione Stefania Scattina
Progetto d'allestimento Nick Bellora, TOP TAG Milano
Progetto grafico Francesco Carli, TOP TAG Milano

Con la collettiva ‘Scenari Latino Americani’ “Oltre il Cinema”, la sezione espositiva di Sguardi Altrove Film Festival, festeggia il traguardo della 20°edizione del festival con un’ampia panoramica sulla cultura e sull’arte di cinque paesi dell’America del Sud: Argentina, Brasile, Cile, Messico e Venezuela.

L’edizione di quest’anno si pone peraltro in continuità con le edizioni precedenti e con l’obiettivo di una riflessione a tutto campo, sociale e politica, non solo artistica, sui paesi al centro dell’attenzione internazionale contemporanea. 

In questa edizione, lo sguardo e i lavori di artisti latinoamericani rimandano a una memoria collettiva e individuale che in alcuni casi deve fare ancora i conti con la memoria degli anni bui delle dittature e che anche e soprattutto attraverso l’arte cercano di metabolizzare un passato di oppressione e un presente di povertà e diseguaglianze.

La mostra a partire da recenti studi internazionali che documentano il progressivo processo di latinizzazione demografica e urbana delle metropoli del mondo vuole rappresentare uno spaccato della contemporaneità e uno scenario di sviluppo che punta direttamente al futuro. Al tempo stesso, testimoniano il fermento creativo e la circolazione d’idee che caratterizzano il “fare” di una rappresentanza di artisti latino americani che vivono sul territorio italiano e guardano da questa prospettiva ai loro paesi origine.

La specularità del loro sguardo incrocia la sensibilità creativa di artisti italiani che restituiscono il loro sentire attraverso opere di grande impatto emotivo ed estetico.

Immagini d’Io

A cura di Alessandro Guerriero, Luciana Di Virgilio e Margherita Sigillò

Matteo Cibic, Matali Crasset, Caterina Crepax, Jacopo Etro, Marco Ferreri, Elio Fiorucci, FormaFantasma, Martí Guixé, Lorenzo Palmeri, Karim Rashid, Paolo Ulian, Mila Schön, Gianni Veneziano sono alcuni dei 50 creativi tra designer, artisti, stilisti e non solo che hanno aderito all’invito da parte di TAM TAM, la non scuola per il nuovo design, di interpretare la propria “immagine d'io” su un vaso appositamente disegnato da Alessandro Mendini.

Ne è nata una vera e propria collezione che il 17 dicembre alle 19 sarà battuta all’asta ed esposta per un mese negli spazi del Triennale DesignCafé.

Serale, gratuita, senza fissa dimora TAM TAM è un format didattico sperimentale, inedito e innovativo nato a febbraio 2013 da un’idea di Alessandro Guerriero, Alessandro Mendini e Riccardo Dalisi. La scuola - che quest’anno ha coinvolto 40 creativi di fama come docenti volontari e 140 studenti selezionati non in base a età e titoli di studio bensì in base al loro talento - è promossa e gestita dall’omonima associazione no profit cui saranno destinati i proventi dell’asta.

 “Gli autori appartengono a realtà antropologiche diverse e lontane tra loro. A ciascuno abbiamo chiesto di decorare la superficie del vaso progettato da Mendini – che è in corpo bianco in prima cottura – con un autoritratto o, eccezionalmente, con un “autoritratto” di un’altra persona. Il risultato è un’opera corale, una piccola sfilata, la messa in scena di uno spettacolo da camera… Si tratta anche di una nuova esplorazione del mondo puro, antico e infinito del vaso di porcellana. Di un’opera sintetica nel suo insieme, che però è anche una costellazione di racconti visivi, di sguardi, di sussurri, di grida personali: un caleidoscopio le cui immagini prendono senso dal casuale combinarsi di piccoli e decentrati elementi che esprimono la propria identità. Questa straordinaria “visoteca” sarà esposta in una mostra, fino a che ciascuna opera, ciascun frammento, non verrà scelto da persone che lo faranno vivere nel proprio contesto domestico o nel contesto domestico di loro amici, fratelli, amanti” spiega Alessandro Guerriero.

Immagini d’Io è un grande invito che TAM TAM rivolge alla comunità perché sia partecipe nello sviluppo di questo modello “collettivo” nuovo che, a meno di un anno dalla sua fondazione, rappresenta già un’opportunità unica nel panorama internazionale della formazione creativa.

Opere di: 2501, Antonio Barletta, Donatella Baruzzi, Marco Belfiore, Markus Benesch, Stefano Boeri, Clara Bonfiglio, Sergio Cascavilla, David Casini, El Gato Chimney, Matteo Cibic, Matali Crasset, Andrea Costa, Caterina Crepax, Riccardo Dalisi, Giovanni De Francesco, Paolo Dell'Elce, Johnny Dell'Orto, Giovanni Delvecchio, Giuseppe di Somma, Diego Dutto, Jacopo Etro, Marco Ferreri, Elio Fiorucci, FormaFantasma, Uncut M.Ghidini e S.Cossettini, Massimo Giacon, Nuala Goodman, Paolo Gonzato, Gaetano Grillo, Martí Guixé, Matteo Guarnaccia, JoeVelluto, Aldo Lanzini, Claudio La Viola, Goran Lelas, Lucia Leuci, Corrado Levi, Marcello Maloberti, Francesco Mancini, Stefano Mandracchia, Giuseppe Maraniello, Massimo Mariani, Alessandro Mendini, Samuele Menin, Yari Miele, Cinzia Munari, Lorenzo Palmeri, Marta Pierobon, Lorella Pozzi, Franz Preis, Karim Rashid, Prospero Rasulo, Clara Rota, Cristina Ruffoni, Mila Schön, Cristina Senatore, Gregorio Spini, Paolo Ulian, Joe Velluto, Gianni Veneziano, Nika Zupanc, Maurizio Zorat.

L’Associazione TAM-TAM coordina le iniziative dell’omonima Scuola, nata da un’idea di Alessandro Guerriero, Alessandro Mendini e Riccardo Dalisi. La Scuola si occupa di attività visive e propone corsi di durata variabile, a frequenza libera e gratuita. I workshop si svolgono presso location e spazi cittadini disparati, oppure, nel caso dei corsi “a struttura assente”, sfruttando i canali web. Gli studenti, in cambio di questa esperienza di condivisione, dedicano del tempo come volontari ad una delle Onlus partner di Tam-Tam.

Sono stati sin ora attivati più di quaranta workshop diversi, grazie alla disponibilità di altrettanti docenti, designer, architetti, artisti e professionisti della creatività che hanno deciso di prendere parte a questa esperienza unica di condivisione e scambio. TAM-TAM, inoltre, ha lanciato e promosso numerose iniziative e progetti speciali, come ad esempio il concorso internazionale di idee “Compasso di Latta”, relativo alla produzione delle microenergie alternative e alla realizzazione di strumenti che aiutino a trasformare la fragilità.

The New Italian Design

Ideazione e coordinamento Silvana Annicchiarico
Cura e allestimento Andrea Branzi

Triennale Design Museum con Centro Cultural La Moneda e Universidad del Desarrollo presentano per la prima volta in Cile una nuova versione ampliata e aggiornata al 2013 della mostra The New Italian Design negli spazi del Centro Cultural La Moneda di Santiago del Cile dal 6 dicembre 30 marzo 2014: una ricognizione sul design italiano contemporaneo che ne documenta le trasformazioni e il legame con i cambiamenti economici, politici, tecnologici del secolo.

Triennale Design Museum, il primo museo del design italiano, diretto da Silvana Annicchiarico, porta avanti con The New Italian Design un percorso di analisi, valorizzazione e promozione della nuova creatività italiana.

La mostra ha fatto tappa a Madrid (2007), Istanbul (2010), Pechino e Nantou (2012), Bilbao e San Francisco (2013).

La mostra presenta i lavori di 133 designer con 288 progetti, di cui 189 sul design di prodotto, 28 sulla grafica, 28 su oggetti legati al corpo come gioielli, borse e accessori, 7 sulla ricerca, 32 sul food design, 4 sull’interior design.

Emerge un panorama ricco e sfaccettato, che parte dal furniture design fino ad abbracciare nuove forme di comunicazione, dal food al web design, dal fashion al textile design, dal design del gioiello alla grafica e alla multimedialità fino ai complementi d’arredo e all’oggettistica.

Gli oggetti esposti spaziano da autoproduzioni a produzioni in grande serie, da oggetti artistici a altri prettamente industriali. Molti dei designer coinvolti sono già affermati a livello internazionale e lavorano per importanti aziende del settore.

Presentata per la prima volta nel 2007 alla Triennale di Milano, The New Italian Design è nata da un censimento condotto su scala nazionale con l’intento di mettere a fuoco il passaggio nel mondo del design dal XX al XXI secolo evidenziandone il sostanziale cambiamento di ruolo della professione.

Afferma Silvana Annicchiarico: “Il design contemporaneo si situa e opera in un paradigma decisamente diverso rispetto a quello dell’epoca dei ‘Maestri’: allora la cultura del progetto puntava a realizzare prodotti compiuti, funzionali e definitivi, oggi invece – divenuto in qualche modo ‘professione di massa’ –  il design genera processi più che prodotti, e si dà in primis come forma di autorappresentazione della propria capacità di immaginare, di creare e di innovare. I nuovi designer non sono né eredi né allievi dei Munari, dei Magistretti, dei Castiglioni. Sono un’altra cosa. Ostinarsi a pensarli come ‘piccoli’ maestri, significa pretendere di continuare a inserirli parassitariamente dentro paradigmi novecenteschi che non funzionano più. Significa far torto a loro, alla loro diversità e originalità, oltre che al sistema design nel suo complesso. Per orientarsi nel nuovo paesaggio mobile del design italiano – che è fatto di giochi di squadra e di movimenti orizzontali più che di individualistiche azioni verticali – non serve la nostalgia per un’età dell’oro che si è ormai conclusa. Serve piuttosto una ritrovata capacità di esplorare, di rischiare e magari anche di smarrirsi, per poi ritrovarsi di nuovo.

La mostra The New Italian Design rappresenta un tentativo di muoversi in questa direzione”.

Secondo la direttrice esecutiva del Centro Cultural La Moneda, Alejandra Serrano Madrid “Il nuovo design italiano apre gli orizzonti non solo di designer, architetti e artisti, ma anche consulenti e ricercatori in settori diversi come il food design o il graphic design. Si tratta di una proposta senza precedenti, che arriva nel nostro paese, che è slegato dalla tradizione italiana dei grandi maestri del design per creare nuovi scenari dove trovano posto nuove forme, mercati ed economie”.

Arturo Dell’Acqua Bellavitis, presidente della Fondazione Museo del Design, sostiene: “Le opera realizzate dai giovani designers ci permettono  di cogliere i diversi linguaggi del mondo della creatività italiana  e le linee di ricerca del nostro mondo produttivo che, attraverso l'innovazione tecnologica cerca di mantenere le posizioni di leadership di mercato, pur conservando l'aspetto di attenzione antropocentrica che si risolve spesso in sorriso, nuove sensibilità per l'ambiente, ricerca per il bello ben fatto”.

Alejandra Amenábar, preside della Facoltà di Design della Universidad del Desarrollo, afferma “Poter vedere e vivere questa mostra ci mette davanti al futuro e permette di accorciare la distanza intellettuale fra l’importanza dell’assorbimento di processi di progettazione e la produzione di valore, dal momento che ci sono probabilmente poche discipline così creative, che possono trasformare la realtà e migliorare la produttività, come il design, uno strumento fondamentale per lo sviluppo e l'innovazione”.

Opere di: 4P1B Design Studio, Massimiliano Adami, Massimiliano Alajmo, Arabeschi di latte, Antonio Aricò, Dodo Arslan, Stefano Asili, Enrico Azzimonti, Alessandra Baldereschi, Gabriele Basei, BenedettiEdizioni, Thomas Berloffa, Alessandro Biamonti, Giorgio Biscaro, Giorgio Bonaguro, Denise Bonapace, Massimo Bottura, Alessandro Busana, Pier Bussetti, Elio Caccavale, Fabio Cammarata, Moreno Cedroni, Cristina Celestino, Cristina Chiappini, Mariavera Chiari, Matteo Cibic, Ciboh, Alessandro Ciffo, CLS Architetti, Silvia Cogo, Carlo Contin, Luisa Lorenza Corna, Antonio Cos, Simona Costanzo, Carlo Cracco, Ctrlzack, Manuel Dall'Olio, Lorenzo Damiani, Deepdesign, Carmine Deganello, Andrea Deppieri, Designtrip, Leonardo Di Renzo, Sandra Dipinto, David Dolcini, dotdotdot, Esterni, Francesco Faccin, Sandra Faggiano, Odoardo Fioravanti, Formafantasma, Manuela Gandini, Gionata Gatto, Ilaria Gibertini, Roberto Giolito, Giopato&Coombes, Alessandro Gnocchi, Monica Graffeo, Diego Grandi, Gumdesign, HABITSmln, Giulio Iacchetti, Ildoppiosegno, jekyll & hyde, JoeVelluto, Lagranja, Marco Lambri, Francesca Lanzavecchia, Leftloft, Emilio S. Leo, LLdesign, Concetta Lorenzo, LS Graphic Design, Stefania Lucchetta, Emanuele Magini, Elia Mangia, Stefano Marchetti, Ilaria Marelli, Miriam Mirri, Bruno Morello, Chiara Moreschi, N!03 Studio ennezerotre, Luca Nichetto, Davide Oldani, Barbara Paganin, Lorenzo Palmeri, Daniele Papuli, Donata Paruccini, Edoardo Perri, Gabriele Pezzini, Piano Design, Sylvia Pichler, Angela Ponzini, Aldo Presta, Matteo Ragni, Marcantonio Raimondi Malerba, Riccardofabio, Ivana Riggi, rnd_lab, Andrea Ruschetti, Elena Salmistrano, Fabrizio Schiavi, Luca Schieppati, Gianmaria Sforza, Brian Sironi, Stefano Soave, Valerio Sommella, Sonnoli Leonardo, Studio FM Milano, Studio Ghigos, Studio Natural, Paolo Bazzani, Studio Pepe, Studio Pierandrei Associati, Studio Temp, Studiocharlie, Studioxdesigngroup, Tankboys, Stefano Tonti, Marco Tortoioli Ricci, Total Tool, Barbara Uderzo, Paolo Ulian, Francesco Valtolina, Vittorio Venezia, Davide Vercelli, Marco Zavagno, Zetalab, Marco Zito, Matteo Zorzenoni, ZPZ Partners, ZUP Associati.

1984: Fotografie da Viaggio in Italia - Omaggio a Luigi Ghirri

A cura di Roberta Valtorta

Il Museo di Fotografia Contemporanea rende omaggio a Luigi Ghirri in occasione del ventennale della morte proponendo al pubblico una selezione di fotografie dalla mostra "Viaggio in Italia", il progetto da lui curato nel 1984 che divenne il manifesto della “scuola italiana di paesaggio”. Le fotografie, ora parte delle collezioni del Museo, vengono per la prima volta presentate al pubblico dopo il restauro finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con il sostegno e la collaborazione scientifica della Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee (PaBAAC).

Alla fine degli anni Settanta Luigi Ghirri, uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea italiana e internazionale, concepisce uno straordinario progetto di “rifondazione” dell’immagine del paesaggio italiano. Nel 1984 il progetto "Viaggio in Italia" prende forma in una mostra alla Pinacoteca Provinciale di Bari e in un libro pubblicato dal Quadrante di Alessandria, con un testo di Arturo Carlo Quintavalle e uno scritto di Gianni Celati. Vi prendono parte venti fotografi, per la maggior parte italiani: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Giannantonio Battistella, Vincenzo Castella, Andrea Cavazzuti, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Carlo Garzia, Guido Guidi, Luigi Ghirri, Shelley Hill, Mimmo Jodice, Gianni Leone, Claud Nori, Umberto Sartorello, Mario Tinelli, Ernesto Tuliozi, Fulvio Ventura, Cuchi White. Molti di loro sono oggi artisti molto noti a livello internazionale.

Le fotografie di "Viaggio in Italia" rappresentano un calmo e raffinato esercizio della visione e propongono un nuovo ABC del paesaggio italiano indagato nei suoi elementi primari grazie a un approccio intellettuale e al tempo stesso affettivo, privo di retorica, stereotipi, gerarchie. Sono fotografie on the road, apparentemente semplici, silenziose, un po’ pensose, attente ai molti luoghi della provincia ma anche alle città: lontane dal reportage sensazionalistico, sono un invito a rivolgere lo sguardo alla quotidianità e alla normalità carica di poesia del paesaggio che ci sta intorno.

A distanza di quasi trent’anni, il progetto ghirriano offre una emozionante riflessione sull’identità del “Bel Paese” ricercata nel racconto di luoghi che ormai si sono completamente trasformati, spesso perdendo quella armonia tra natura e cultura che era un tratto così profondamente italiano.

La mostra presenta 100 fotografie da "Viaggio In Italia", una serie di fotografie di Giovanna Calvenzi che documentano la mostra e il convegno che si tennero nel 1984 alla Pinacoteca Provinciale di Bari, e il film di Maurizio Magri con sceneggiatura di Vittore Fossati "Viaggio in Italia. I fotografi vent’anni dopo", prodotto dal Museo di Fotografia Contemporanea nel 2004, ormai esaurito e ristampato per l'occasione.

Il pubblico potrà trovare in vendita presso il bookshop della Triennale il dvd del film di Maurizio Magri, il libro "Racconti dal paesaggio. 1984-2004 A vent'anni da Viaggio in Italia" edito da Museo di Fotografia Contemporanea/ Lupetti Editori di Comunicazione nel 2004, una tiratura straordinaria di multipli d'autore di fotografie di Mario Cresci, Guido Guidi e Mimmo Jodice realizzati con la tecnologia Epson Digigraphie® a cura dell'associazione Amici del Museo di Fotografia Contemporanea.

{contatti}

Museo di Fotografia Contemporanea
Cinisello Balsamo - Milano

Fiorenza Melani
Ufficio stampa

ufficiostampa@mufoco.org 
T. 02.66056633

{/contatti}

Blue and Joy - Dear Design + Even the wind gets lost

Con la partecipazione straordinaria di Alberto Alessi, Mario Bellini, Michele De Lucchi, Alessandro Mendini e Isao Hosoe

A cura di Lorenzo Palmeri

Triennale Design Museum presenta Dear Design + Even the wind gets lost, mostra degli artisti Blue and Joy, curata da Lorenzo Palmeri, che inaugura martedì 10 dicembre alle 21.30.

Blue and Joy - duo italiano (Fabio La Fauci, Milano, 1977 e Daniele Sigalot, Roma, 1976) con base a Berlino - “atterrano” alla Triennale di Milano con oltre trecento aeroplanini di alluminio di varie dimensione.

Un battito d’ali giocoso per rendere omaggio a Milano, città che ha visto nascere il progetto “Blue and Joy” nel 2005.

Accanto ai paper planes saranno esposte anche le lettere indirizzate dai due artisti al Destino, al Futuro, all’Arte, al Successo, al Domani, e il progetto in progress “Dear Design”, tributo site-specific con le missive scritte dai grandi protagonisti del design, fra cui Alberto Alessi, Mario Bellini, Michele De Lucchi, Alessandro Mendini e Isao Hosoe.

Italy: The New Aesthetic Design

A cura di Silvana Annicchiarico

Nell’ambito di Design Shanghai 2013, che ha come tema Aesthetics City, Triennale Design Museum presenta Italy: The New Aesthetic Design, una ricognizione sul design italiano contemporaneo del nuovo millennio, a cura di Silvana Annicchiarico, che documenta le trasformazioni in atto della disciplina del design e il legame con i cambiamenti economici, politici, tecnologici.

Afferma Silvana Annicchiarico, curatore della mostra: “L’idea stessa di design è modificata rispetto all’epoca dei Maestri. Oggi il design è una ‘professione di massa’ in cui spesso si incrociano competenze diverse, non necessariamente tutte in ambito produttivo e tecnico. L’esito non è solamente un prodotto, un oggetto da produrre, ma una ‘cosa’”.

Devono essere quindi applicate nuove chiavi di lettura, nuovi parametri di giudizio e si aprono quindi nuove prospettive nell’ambito dell’estetica, che travalicano i già obsoleti canoni del rapporto forma-funzione.

Emerge un panorama complesso e sfaccettato documentato da una selezione di circa un centinaio di pezzi, che spaziano da autoproduzioni a produzioni  in grande serie, da oggetti artistici ad altri prettamente industriali.

Per restituire la fluidità e il dinamismo del design italiano contemporaneo, l’ambiente espositivo è trasformato in uno spazio precario, mobile, in divenire, composto da pallet modulari e componibili che diventano le basi su cui sono poggiati gli oggetti selezionati.

Opere di: 4P1B Design Studio, Massimiliano Adami, Loretta Baiocchi, Alessandra Baldereschi, Rosalba Balsamo, Benedetti Edizioni, Thomas Berloffa, Giorgio Biscaro, Giorgio Bonaguro, Denise Bonapace, Alessandro Busana, Fabio Cammarata, Cristina Celestino, Matteo Cibic, Carlo Contin, Luisa Lorenza Corna, Antonio Cos, Ctrlzak, Lorenzo Damiani, Carmine Deganello, Andrea Deppieri, Francesco Faccin, Massimo Fenati, Odoardo Fioravanti, Gionata Gatto, Ilaria Gibertini, Alessandro Gnocchi, Diego Grandi, Giulio Iacchetti, Brunno Jahara, Jekyll & Hyde, JoeVelluto, Pierpaolo Lenoci, Emanuele Magini, Elia Mangia, Stefano Marchetti, Miriam Mirri, Bruno Morello, Chiara Moreschi, Federica Moretti, Luca Nichetto, Barbara Paganin, Lorenzo Palmeri, Daniele Papuli, Donata Paruccini, Vittorio Passaro, Gabriele Pezzini, Sylvia Pichler, Edoardo Pitton, Matteo Ragni, Marcantonio Raimondi Malerba, Andrea Ruschetti, Elena Salmistrano, Gianmaria Sforza, Valerio Sommella, Sovrappensiero design studio.

No Name Design

A cura di Franco Clivio e Hans Hansen

Triennale Design Museum presenta la mostra No Name Design, a cura di Franco Clivio e Hans Hansen, una selezione di circa 1.000 oggetti, classificati per funzione, tipologia, materiale o per associazioni formali.

Da diversi decenni, Franco Clivio ricerca e colleziona oggetti di uso comune solitamente considerati banali ma che racchiudono qualità tecniche ed estetiche straordinarie.

Da osservatore perspicace e curioso, Clivio mette in evidenzia l’ingegnosità e l’intelligenza di questi utensili dal design spesso anonimo.

Vero e proprio “cabinet de curiosités”, la mostra è un omaggio a oggetti a priori insignificanti che però hanno modificato e migliorato la qualità della nostra vita.

Franco Clivio è designer, ha studiato alla Hochschule für Gestaltung di Ulm e ha insegnato presso la Zürcher Hochschule der Künste di Zurigo.

 



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Textile vivant - Percorsi, esperienze e ricerche del textile design

A cura di Maria Grazia Soldati, Giovanni Maria Conti, Barbara Del Curto, Eleonora Fiorani

La mostra fornisce un panorama delle innovazioni e degli aspetti più interessanti della ricerca scientifica in ambito tessile in epoca moderna e contemporanea. Cognizione ed emozione si intrecciano in un percorso espositivo esperienziale in un intreccio di linguaggi.

La mostra si interroga sul ruolo dell’innovazione in ambito tessile e la sua peculiare specificità made in Italy. Ciò significa esplorare l’intreccio di cognizione e possibilità espressive dei tessuti e il ruolo sempre più importante assunto dal design e dall’ingegneria nella progettazione di nuovi tessuti e nelle nuove strategie della valorizzazione dei saperi incorporati nel territorio, quindi nei distretti industriali e nelle aziende leader dei fashion textile e non solo.

In mostra saranno presentate diverse realtà aziendali italiane di settore, numeroso materiale di archivio, prevalentemente cartaceo, libri e riviste e cinque installazioni di artisti che rileggono e interpretano il mondo del tessile e dell'intreccio.

In mostra saranno presentate diverse realtà aziendali  italiane di settore: Candiani, Canepa, Dainese (presente anche tra le installazioni con i designer), Eurojersey, Forza Giovane Art, Gavazzi, Lurex NextMaterials, RadiciGroup, Res, Slam, Stone Island, Zegna Baruffa Lane Borgosesia, ZIP GFD. E alcuni video, che sono narrazioni di peculiari tecnologie tessili, gentilmente prestati da INSTM Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e Tecnologia dei Materiali, AIMAT Associazione Italiana d’Ingegneria dei Materiali e Dipartimento di Chimica, Università degli Studi di Bari "Aldo Moro", Laboratorio Industriale Pugliese dei Plasmi (LIPP).

Infine, in mostra saranno presenti materiali di archivio sia relativamente ai tessuti (archivio Gianni Bologna) sia relativamente a libri e riviste sulle tecnologie per il tessile (Archivio Biblioteca Tremelloni) e installazioni di designer Nanni Strada, Carlo Rivetti e di artisti Deda Barattini, Ivana Margherita Cerisara, Ilaria Beretta, Afran con la collaborazione di Base, Fibretec, Texpoint, che rileggono e interpretano il mondo del tessile e dell'intreccio.

 

Con il patrocinio di


Scatti olimpici - Sport e Olimpiadi nelle fotografie del TCI

Una trentina di fotografie provenienti dall’Archivio del Touring Club Italiano festeggiano le Olimpiadi londinesi. Momenti di gloria e attimi di sconforto, spalti deserti e stadi affollatissimi. E soprattutto gli atleti, ‘fermati’ nello scatto fotografico nel momento dello sforzo o durante la premiazione. Ma oltre alle foto delle Olimpiadi di Roma, Londra, Helsinki, Città del Messico, altre immagini immortalano, accanto ad atleti entrati nella storia, altre situazioni in cui, con non meno impegno agonistico,   persone comuni  diventano  protagonisti  dello sport.
 
Nei video, ispirati  al tema, una selezione di fotografie delle città che hanno ospitato le moderne Olimpiadi e un filmato di una scuola di vela.

Milano 2033 – Semi di futuro - 150 anni Politecnico di Milano

A cura di Luisa Collina, Paola Trapani con Federico Bucci
Percorso artistico e percorso multimediale: Studio Azzurro
Progetto identità visiva e apparati grafici: Magutdesign 

Una mostra per riflettere sui temi della mobilità, dell’abitare e del lavoro e per immaginare come la ricerca sull’energia, i nuovi materiali e le tecnologie ICT plasmeranno il nostro quotidiano nei prossimi 20 anni. Un luogo per raccontare, in occasione del 150 anniversario del Politecnico di Milano, la capacità di docenti, ricercatori e studenti dell’ateneo di ideare e progettare visioni molteplici, proiettate nel futuro, in grado di incidere sulla vita della città di Milano così come di altre realtà nel mondo.

150 scenari di vita quotidiana, narrati da cittadini del 2033, per rendere il futuro più vicino a noi e per stimolare idee e proposte sulle possibili traiettorie dell’innovazione e dell’ambiente.

 

Partner Triennale Architettura

Un designer per le imprese 2013

Un Designer per le Imprese ha raggiunto per il quarto anno consecutivo l’obiettivo di generare innovazione nelle piccole e medie imprese del territorio lombardo attraverso il design. Il progetto, nato dalla collaborazione tra Material ConneXion Italia, le Camere di Commercio di Milano, Como, Monza Brianza e la Provincia di Milano, ha coinvolto 24 aziende e 100 giovani designer provenienti dalle scuole di design Domus Academy, Istituto Europeo di Design (I.E.D.), Nuova Accademia di Belle Arti (N.A.B.A.), Scuola del Design del Politecnico di Milano, Politecnico di Milano Polo Territoriale di Como e l’Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como. La mostra espone tutti i progetti degli studenti coinvolti e i prototipi dei vincitori realizzati dalle aziende.

Lina Bo Bardi: Together

Triennale Design Museum con la mostra Lina Bo Bardi: Together, a cura di Noemí Blager, presenta una reintepretazione dell’opera di Lina Bo Bardi attraverso il lavoro dell’artista Madelon Vriesendorp, dei film di Tapio Snellman e delle fotografie di Ioana Marinescu.

Più che presentarsi come una monografica e antologica, la mostra vuole quindi mettere in evidenza il rilevante contributo di Lina Bo Bardi nel campo del progetto, il metodo, l’attualità delle sue ricerche e l’influenza che anche oggi riescono a esercitare su artisti e progettisti contemporanei.

Lina Bo Bardi (1914-1992) sosteneva che un paese deve costruire la propri identità sulle fondamenta delle proprie radici. Ha esplorato il Brasile per assimilarne e capirne la cultura, soprattutto rispettandone la popolazione e la sua libertà di espressione.

L’installazione di Madelon Vriesendorp celebra l’approccio progettuale e culturale di Lina Bo Bardi. Lina Bo Bardi ha organizzato numerose mostre di arte popolare brasiliana. Voleva che il popolo brasiliano apprezzasse e valorizzasse la propria cultura, individuando un valore estetico e poetico negli oggetti artigianali della vita quotidiana, dagli utensili a figure votive, ex-voto, giocattoli e oggetti fatti con la latta. Vriesendorp ha selezionato oggetti, sia sacri  che quotidiani, dai mercati di Salvador de Bahia. Ha anche condotto un workshop alla Solar do Unhão con le persone del posto, per la maggior parte bambini, selezionando per l’esposizione alcune delle opere da loro realizzate. Questa esperienza ha ispirato la creazione delle giganti figure Exu, divinità afro-brasiliane, popolari nella folk art, che rappresentano movimento ed equilibrio, e connettono il mondo materiale e spirituale.

Quando Lina Bo Bardi voleva portare l’attenzione su un dettaglio specifico nei suoi schizzi, disegnava una mano con il dito indice puntato. Nella mostra, delle mani in carta realizzate da Vriesendorp indicano alcune citazioni tratte dagli scritti della Bo Bardi.

Come evidenzia la curatrice della mostra, i film di Tapio Snellman non cercano di spiegare l’architettura di Lina focalizzandosi sugli edifici in quanto oggetti. Due proiezioni, invece, esplorano la vita nel SESC Pompéia, centro culturale della Bo Bardi a San Paolo. I film mostrano come lo spazio si trasformi a seconda delle persone che vi si muovono all’interno, delle loro attività, e anche dell’ora del giorno. Una terza proiezione riflessa in una pozza d’acqua, mostra i contenuti della città di San Paolo, la sua vita, i ritmi e la gente.

Tre piccoli schermi sono posizionati nello spazio espositivo. Il primo presenta la sinfonia di materiali, textures e colori che rivelano la presenza umana, il passare del tempo, e il mondo tattile di Lina Bo Bardi. Gli altri due presentano film girati a Salvador de Bahia. Uno esplora l’ispirazione di Lina a partire dall’artigianato, dalla musica, abitudini e stili di vita in questa parte del Brasile. L’altro presenta la Solar do Unhão trasformata da Lina Bo Bardi in spazio per laboratori e in un museo: il luogo che ha ospitato i laboratori condotti da Madelon Vriesendorp.

La linea del tempo e il documentario sulla vita di Lina Bo Bardi, realizzato nel 1980, accompagnano l’esposizione sino alla sua parte conclusiva: uno sguardo all’intimo mondo della Casa de Vidro di San Paolo, attualmente sede dell’Instituto Lina Bo e P.M Bardi.

Le fotografie di Ioana Marinescu e il film di Tapio Snellman ricreano l’atmosfera della residenza privata di Lina, mostrando gli oggetti che l’arredavano (dai giocattoli, alle opere d’arte, ai materiali di riciclo), insieme all’esposizione della Bardi’s Bowl Chair, l’iconica poltroncina disegnata da Lina nel 1951 e oggi prodotta per la prima volta da Arper in edizione limitata.

www.linabobarditogether.com

www.bardisbowlchair.arper.com


From research to design - Selected architects from Tongji University of Shanghai

La Triennale di Milano e il Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura dell’Università di Pavia, organizzano una mostra di progetti di architetti cinesi che sarà aperta il 4 settembre con una conferenza dell’arch. Wang Shu, Premio Pritzker 2012.

La ricerca teorica sull’architettura e sul design così come la pratica costruttiva trovano attualmente terreno fertile in tutta la Cina contemporanea ma in modo particolare nella città di Shanghai, baricentro del dibattito sullo sviluppo urbano e architettonico anche grazie all’ambiente culturale legato alla Tongji University.

La Tongji University, con la quale il Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura dell’Università di Pavia ha firmato importanti accordi come il Double Degree Programme in Building Engineering and Architecture per lo scambio di studenti e docenti e il reciproco riconoscimento del diploma di laurea, forma progettisti e architetti – anche di Pavia - in grado di rappresentare nel mondo l’alto livello qualitativo ormai raggiunto dall’architettura cinese contemporanea sui temi dell’inserimento nel contesto, della cura dei dettagli, dell’innovazione dei materiali, dell'attenzione per uno sviluppo sostenibile come dimostrano gli edifici dell’Expo 2010 e alcuni progetti a Shanghai.

La recente assegnazione del premio Pritzker 2012, considerato il Premio Nobel per l’Architettura, all’architetto cinese Wang Shu è stata l’occasione per svolgere una ricognizione più approfondita di questa realtà progettuale ed avviare una riflessione disciplinare illustrata attraverso la selezione dei progetti di ventisette architetti cinesi formatisi proprio attraverso la Tongji University di Shanghai.

La mostra sarà inaugurata, il 4 settembre, a seguire la Lectio Magistralis dello stesso Wang Shu, introdotto dal Prof. Zheng Shiling (Member of The Chinese Academy of Sciences), con la presentazione del Prof. Angelo Bugatti (Presidente del Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura dell’Università di Pavia) e di Claudio De Albertis, Presidente della Triennale di Milano.

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Eccellenze Italiane – Innovazione nei Materiali Made in Italy

Material ConneXion Italia presenta la mostra "Eccellenze Italiane" con una selezione dei più interessanti e innovativi materiali Made in Italy.

Obiettivo dell'esposizione è diffondere la cultura dei materiali per l'innovazione in ambiti come architettura, design, moda, tecnologia, oltre a celebrare il patrimonio di "eccellenze italiane" apprezzate in tutto il mondo in settori che coinvolgono i più vari aspetti della vita quotidiana.

La mostra ospita inoltre i finalisti del primo Material ConneXion Italia Contest, concorso online ideato da Material ConneXion Italia che si rivolgeva a studenti, designer e architetti italiani e stranieri, e ha avuto come oggetto "Concept e idee per l'applicazione di materiali innovativi e sostenibili".

Franco Guerzoni - Nessun luogo. Da nessuna parte. - Viaggi randagi con Luigi Ghirri

A cura di Davide Ferri.
Coordinamento organizzativo La Triennale di Milano, Skira Editore, Nicoletta Rusconi Art Projects.

Nessun luogo. Da nessuna parte - Viaggi randagi con Luigi Ghirri è una mostra che presenta per la prima volta al pubblico un aspetto originale e assolutamente inedito del lavoro degli artisti italiani Franco Guerzoni (Modena, 1948) e Luigi Ghirri, (Scandiano, 1943-Roncocesi, 1992).

Nessun luogo. Da nessuna parte nasce parallelamente all'omonimo libro di Franco Guerzoni a cura di Giulio Bizzarri e introdotto da un saggio di Arturo Carlo Quintavalle (Skira Editore, 2014). Come il libro, è il racconto di un’amicizia e di una collaborazione tra due artisti negli anni della loro formazione, dei loro “viaggi randagi” nella campagna modenese a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Il progetto espositivo, tuttavia, si pone più come contraltare che come compendio al libro. Come un dispositivo dotato di una propria autonomia e struttura narrativa.

Per quasi un decennio, negli anni '70 Ghirri e Guerzoni intrattennero un dialogo costante, condividendo l’entusiasmo e le incertezze degli esordi, dei loro primi esperimenti e tentativi. I due condivisero un territorio: un paesaggio di aie, case abbandonate, ruderi, edifici industriali e cantieri che amavano perlustrare da cima a fondo, più o meno quotidianamente.

Di quelle esplorazioni resta un’ampia documentazione in centinaia di scatti inediti che Luigi Ghirri realizzava per Guerzoni perché costituissero il punto di partenza, la base materiale dei suoi lavori. In quegli anni Guerzoni ha usato solo alcune di quelle fotografie, ma tutte le altre, conservate nel suo archivio personale senza mai essere dimenticate, sono ora state riportate alla luce e raccolte in questa mostra.

Vedremo una selezione dei lavori realizzati da Franco Guerzoni tra il 1970 e il 1978 (dalle serie Archeologia, Dentro l’immagine, Affreschi) a partire dalle fotografie di Ghirri, ma anche tutte le altre immagini che circoscrivono i contorni di questa collaborazione: quelle di Luigi Ghirri degli stessi anni (per lo più rovine, muri, impalcature) e che non sono confluite nei lavori di Guerzoni; poi – a comporre un grande mosaico di sequenze che possono accavallarsi, intersecarsi o interrompersi bruscamente – una serie  di scatti che Guerzoni chiama “irrisolti” e che sono la testimonianza di opere che non esistono più, di azioni estemporanee, di interventi più o meno concordati. 

Saranno inoltre presentati due nuovi lavori, in forma di dittico, che descrivono la necessità, da parte di Guerzoni, di ricollocare nel presente  le tracce e i resti di quelle esperienze.

Si tratta di due grandi strappi d’affresco capaci di contenere lungo i bordi o al proprio interno alcuni scatti di Ghirri che – stampati su gesso o carta sottile – hanno acquisito una sostanza materica e lo spessore di frammenti e rovine. Queste nuove opere che, come molte altre di Guerzoni, si nutrono dell’idea di frammento come un tutto, di archeologie senza restauro, di rovine e di abbandoni, si pongono come fulcro narrativo e centro energetico di tutta la mostra: “un contenitore sentimentale – afferma lo stesso Guerzoni – atto ad accogliere dettagli e accenni di quella lunga stagione, un decennio, che ha visto due amici vicini in una comune ricerca sull’immagine.”

Disponibile in mostra il libro di Franco Guerzoni, edito da Skira, a cura di Giulio Bizzarri e con uno saggio introduttivo di Arturo Carlo Quintavalle (circa 200 pagine, con immagini in b/n e a colori in gran parte inedite) che raccoglie le foto che Ghirri scattò per le opere di  Guerzoni dalla fine degli anni sessanta fino alla fine dei settanta. Il racconto per immagini narra l'amicizia tra i due: gli scambi, le collaborazioni, gli incontri e il loro percorso alla ricerca di nuovi linguaggi. La città di Modena non solo fa da sfondo a queste ricerche, ma ne entra a far parte con i suoi paesaggi, pensati come luoghi per essere fotografati e per ospitare installazioni. La narrazione che Franco Guerzoni oggi ha attivato sul vastissimo giacimento di immagini di allora, quasi tutte inedite, grazie anche alla generosa collaborazione degli eredi Ghirri e della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, non cede però alla tentazione biografica, piuttosto esalta il valore memoriale e frammentario che le immagini, riviste quattro decenni dopo, offrono nella loro profondità.  

Franco Guerzoni è nato nel 1948 a Modena. All'inizio degli anni settanta utilizza la fotografia come strumento di rappresentazione, del 1972 sono i suoi “Affreschi”, del '73 le sue ”Archeologie” seguite dalle “Antropologie”, ricerca legata agli aspetti della stratificazione culturale e all'idea di “antico” come perdita. Negli anni ottanta è impegnato nella realizzazione di grandi carte parietali che indagano l'idea di una geografia immaginaria, “Carte di viaggio”, “Grotteschi” e “La parete dimenticata”, alla fine degli stessi anni lavora sulla superficie intesa come profondità. Presenta “Decorazioni e rovine” in una sala personale alla Biennale di Venezia del 1990. Da allora continua, attraverso grandi cicli di opere, la sua indagine sul tempo e sulla poetica della rovina, una sorta di archeologia senza restauro. Dal 2006, in seguito al disoccultamento di un corpo di lavori realizzati con l'uso del mezzo fotografico dall'autore negli anni settanta, presenta alla GAM di Torino “Paesaggi in polvere”, da allora alle sue ricerche si affianca una vera e propria attività di ricongiunzione o di trasferimento che va dal dipinto alla parete vera e propria, inseguendo il sogno che congiunge i tentativi precedenti rivolti alla creazione di una sorta di bassorilievo, costante in tutto il suo lavoro, verso una idea di scultura lieve figlia della nuova attenzione al muro. Quindi la “Parete dimenticata” diviene la reale sede privilegiata del suo più attuale lavoro.

 

L'esposizione è stata resa possibile con il generoso contributo di Hedge Invest, società controllata dal Gruppo Antonello Manuli Holdings.

L’architettura del Mondo - Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi

A cura di Alberto Ferlenga
Catalogo Editrice Compositori

Il titolo della mostra fa riferimento esplicito a quelle opere che, come strade, ferrovie, aeroporti, più contribuiscono a dar forma al mondo e ne permettono il funzionamento, e al loro rapporto con funzioni e abitudini che cambiano e con un ambiente sempre più in pericolo.

La mostra si compone di quattro sezioni di cui una, quella storica, rappresenterà un elemento di continuità del percorso e le altre tre, in successione, esporranno opere e progetti relativi a ciò che si produce al di fuori del nostro paese, a ciò che stato realizzato o è in corso d’opera in Italia e, infine, a ciò che inizia a presentarsi come un quadro geografico a scala globale al quale le nuove grandi infrastrutture si rapportano.

La sezione storica, che riguarderà il Novecento, presenterà opere note come i disegni di Le Corbusier per Algeri o Chandigarh, quelli di Saarinen per la stazione di Helsinki o di Poelzig per la diga di Klingerberg, ma anche casi che, ancora oggi, possono costituire un esempio per la capacità di creare spazio pubblico e valore ambientale, come il metro di Mosca, la sistemazione del lungofiume di Lubiana di Plecnik o il progetto architettonico di Rino Tami per l’inserimento ambientale dell’autostrada del Ticino. Una sezione apposita riguarderà, poi, la grande ingegneria italiana così come si è fatta conoscere, in Italia e all’estero, tra gli anni ’50 e i ’70.

La sezione dedicata ad opere recenti prodotte al di fuori del nostro paese si pone l’obiettivo di presentare un catalogo aggiornato di opere, suddivise per temi, alcune delle quali possono costituire un modello per chi come l’Italia deve recuperare un ritardo accumulato nel corso degli ultimi anni.

La sezione dedicata al panorama nazionale intende dar conto di quanto, pur con discontinuità e contraddizioni, è in corso d’opera o è da poco stato realizzato mettendo in luce, in particolare, alcune situazioni in cui il rapporto tra infrastrutture, architettura, arte, paesaggio, città, ha assunto un ruolo particolare sviluppando esiti interessanti e inediti come testimoniano i casi di Reggio Emilia, Napoli, Perugia, Venezia o le opere intraprese dal Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane.

Cambia drasticamente la scala dello scenario nell’ultima sezione della mostra in cui oggetto dell’attenzione sono colossali opere a difesa delle sabbie o del vento, destinate all’approvvigionamento idrico o energetico ad una circolazione “globale”. Operazioni già da tempo in atto in Africa, in Cina o in Sud America, a Bering o a Panama e che hanno i loro precedenti nel Novecento, in operazioni storiche come quelle prefigurate dall’ Atlantropa di Herman Sörgel, che prevedeva l’abbassamento del livello del Mediterraneo a scopo agricolo e  energetico, o le operazioni intraprese nella Russia di Stalin o nell’America del New Deal.

All’interno del  percorso sarà, inoltre, possibile incontrare approfondimenti specifici come la presentazione in video di 45 report riguardanti altrettante città del mondo, presentati da giovani architetti e ricercatori che vivono e lavorano o hanno vissuto e studiato al di fuori del nostro paese pur essendo di formazione italiana e che racconteranno, dal loro punto di vista, le principali operazioni in atto. nel settore delle infrastrutture, nelle principali città del mondo. O come lo spazio dedicato al tema della permeabilità delle infrastrutture o alla nuova cartografia che rappresenta il loro estendersi a scala globale.

Per concludere, se il tema generale affrontato in questa mostra è quello delle infrastrutture, la questione vera che si intende porre all’attenzione dei visitatori è come una progettazione attenta, basata sulla qualità architettonica, sulla multi-funzionalità, sulla compatibilità ambientale,  possa attribuire a questi sempre più importanti protagonisti dello scenario mondiale, un valore aggiunto che non ha più solo a che vedere con le funzioni che ne  hanno determinato l’origine, ma con il miglioramento estetico, ambientale, sociale dei territori o delle città con cui entrano in contatto.

 

*Convenzioni
Hanno diritto al ridotto a 6,50 i viaggiatori Frecciarossa, Frecciargento e Frecciabianca in possesso di biglietto avente destinazione Milano (data biglietto anteriore al max. 5 giorni la data di ingresso alla mostra) e i possessori di Carta Freccia.
Hanno diritto al ridotto a 6,50 i dipendenti del gruppo Metropolitana Milanese, previa esibizione del badge di riconoscimento aziendale.


 

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Partner Triennale Architettura

 

Sponsor tecnici

 

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Christopher Knowles - Black White and Red all over

Nel corso degli ultimi trent’anni, la produzione artistica di Knowles si П concretizzata in un corpo di lavori basati su testo che l’artista chiama typings (battiture), molti dei quali realizzati fra gli anni ‘70 e ‘80, periodo in cui numerosi poeti newyorkesi utilizzavano la macchina da scrivere come vincolo formale della propria poesia.

I typings di Knowles, precursori della poetica di molti autori d’avanguardia, si confrontano con la materialità della macchina da scrivere e il linguaggio delle sue digitazioni non può essere separato dal potenziale e dai limiti di questo ormai arcaico strumento.

La nuova illy Art Collection nasce nel corso dell’annuale International Summer Program, il laboratorio estivo durante il quale Robert Wilson, Christopher Knowles e altri quattro artisti hanno interpretato lo spirito del Watermill Center attraverso una serie di decori.

Javier Zanetti

La mostra su Javier Zanetti vuole celebrare uno dei pochi campioni dello sport capaci di riscuotere stima e ammirazione al di là dell’appartenenza ai colori di una specifica squadra. Javier Zanetti è una bandiera dell’Inter e dell’Argentina ma, soprattutto, è una bandiera dello sport. È il volto pulito, etico e serio dello sport che s’impegna come esempio positivo anche nella vita civile, attraverso la Fondazione P.U.P.I. da lui fondata.

RI3 – Riduci Riusa Ricrea

Inedita collezione di scatti realizzati da Chris Broadbent per il 15° anniversario di Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi.

Alla base del progetto fotografico l’idea di informare i cittadini su come sia possibile dare nuova vita ai rifiuti di imballaggio ed esprimere con le immagini il risultato e i benefici in termini di sostenibilità ambientale di un efficiente sistema di riciclo e di recupero, guidando il visitatore attraverso un percorso artistico – conoscitivo.

La mostra è stata fortemente voluta da Conai e l’inaugurazione avverrà in concomitanza con la serata de i “SetteGreen Awards”.
L’allestimento della mostra è stato curato dallo studio 23 Bassi.

Luca Meda - La felicità del progetto

A cura di Nicola Braghieri, Rosa Chiesa, Serena Maffioletti, Sofia Meda con Mara Micol Reina e Leonardo Monaco Mazza.
Curatore Triennale Architettura: Alberto Ferlenga
Direttore Triennale Design Museum: Silvana Annicchiarico
Progetto di allestimento: Nicola Gallizia, Chiara Meda
Progetto grafico: Felix Humm
Video: Andrea Balossi, Rosa Chiesa

La Triennale di Milano in collaborazione con l’Università IUAV di Venezia Archivio Progetti e con la Molteni&C dedica una mostra a Luca Meda, protagonista di quella eccezionale e fondamentale stagione dell’architettura italiana, in cui essa esprimeva una ricerca unitaria tra progetto di uno spazio architettonico e urbano dai profondi valori civili, di una scena privata e domestica carica di sapori figurativi di un quotidiano solido e sereno, di un design che approntava gli strumenti di un vivere confortevole per la società postbellica in dinamica espansione ed evoluzione.

Nato nel 1936, gli esordi del suo ricchissimo percorso intrecciano la formazione ad Ulm e l’apprendistato presso lo studio di Marco Zanuso alla ricerca condotta con Aldo Rossi, Giorgio Grassi e Gianugo Polesello, con i quali dal 1962 al 1965 elabora alcuni essenziali progetti della nascente Tendenza – il Monumento alla Resistenza a Cuneo e quello ai caduti per la Resistenza a Brescia, la Fontana monumentale nel centro direzionale di Milano, il Centro direzionale di Torino… – che riverberano tutta la forza innovativa della distanza presa dalla tradizione del Movimento Moderno verso la razionalità atemporale degli archetipi dell’architettura.

Il recente deposito dell’opera di Luca Meda all’Archivio Progetti dell’Università IUAV di Venezia consente di presentare ora gli originali di questo ciclo di progetti, così come i disegni per il Ponte a sezione triangolare sopra viale Alemagna e le diverse soluzioni espositive nel parco elaborate per la XIII Triennale di Milano (1964). 

La ricchezza dei disegni presentati in mostra offre tutta l’ampiezza tematica e figurativa di un autore, che ha coniugato architettura e design in un ininterrotto e gioioso impeto creativo: la mostra, ampiamente costituita da schizzi di studio, racconta soprattutto l’ideazione delle opere, da cui traspare quello sguardo vitale che Luca Meda rivolge allo spazio abitato ancor più avvincente per il modo con cui esso è animato, da donne soprattutto, rotonde e festose, da uomini, animali, giullari… mentre la mano veloce appunta e, inarrestabile, generosamente e giocosamente commenta, inventa, modifica, colora, sorride…

Luca Meda: artista, ma al contempo artigiano e uomo di fabbrica. La mostra racconta il processo di formazione degli elementi di arredo e dei piccoli elettrodomestici, tendendo un arco dalla fase ideativa a quella realizzativa, alla comunicazione e alla promozione del prodotto: le opere realizzate per Radiomarelli e per Girmi, e soprattutto, in un ventennale sodalizio, con Molteni, Dada e Unifor.

Legato alla lezione di Ulm l’oggetto di design è non solo forma, ma macchina, di cui indaga (e nei disegni rappresenta) il dispositivo funzionale dei molti elettrodomestici, dei molti mobili che riuniscono tradizioni di forme e materiali con invenzioni, quali la componibilità. 

E ogni oggetto di design trova nello spazio di una memoria radicata nelle scene urbane e domestiche, nei paesaggi marini e lacustri rivisitati con lieve poesia, le scene per una vita delle forme e delle persone che le abitano solcata da stratificazioni e analogie. Così il continuo ritorno all’architettura è un ripensare costante, un riannodare pensieri attraverso le molte scale, le diverse misure, le molteplici dimensioni della vita umana, simboliche, storiche, sociali, private, pubbliche…

La mostra rispecchia dunque questa coesistenza, questo agire in continuo movimento tra le persone, gli oggetti, le forme: e come se staccasse ora i disegni dal suo tavolo da lavoro, essa ci presenta insieme le architetture, gli oggetti, gli allestimenti, gli appunti per progetti fantastici, mai realizzati e irrealizzabili, i disegni degli affetti, per sè, per la sua famiglia.

Non dunque un approccio tematico o cronologico, non dunque il racconto di una storia, ma una mostra per parlare di un artista e del suo mondo di forme: contaminazioni tra le arti e tra le discipline del progetto, scene, macchine, giochi, piaceri… sono le sezioni che articolano l’esposizione, i centri di gravitazione che travalicano le scansioni del mestiere, soverchiato qui dalla felicità del progetto.

La mostra è stata prodotta dalla Triennale di Milano e dal Triennale Design Museum con l’Università Iuav di Venezia Archivio Progetti, Molteni & C., Dada, Unifor.


Partner della mostra

Partner Triennale Architettura

Partner tecnici

2004–2014. Opere e progetti del Museo di Fotografia Contemporanea

Nel cuore dei festeggiamenti per i 10 anni di attività, il Museo di Fotografia Contemporanea durante l'estate trasferisce l'attività espositiva alla Triennale di Milano e mette in mostra i propri capolavori, con un grande allestimento che valorizza 100 importanti opere acquisite nel decennio e 15 progetti.

I temi presenti sono il paesaggio urbano e naturale, la figura umana, la società in trasformazione, la sperimentazione artistica, in una fitta e articolata narrazione visiva nella quale il visitatore può cogliere il rapporto dialettico tra il patrimonio, la committenza agli artisti, il rapporto con i cittadini spesso coinvolti nelle attività del Museo.

Fotografie e progetti di:

Andrea Abati, Meris Angioletti, Giampietro Agostini, Daniele Ansidei, Marina Ballo Charmet, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Fabrizio Bellomo, Gianni Berengo Gardin, Peter Bialobrszeski, Fabio Boni, Günter Brus, Vincenzo Castella, Mario Cattaneo, Cesare Colombo, Mario Cresci, Paola Dallavalle e Fulvio Guerrieri, Marco Dapino, Alberto Dedè, Paola De Pietri, Simona Di Meo, Tiziano Doria, Joan Fontcuberta, Vittore Fossati, Luigi Gariglio, Jean-Louis Garnell, Carlo Garzia, Moreno Gentili, Jochen Gerz, Bepi Ghiotti, Luigi Ghirri, Matteo Girola, Paolo Gioli, William Guerrieri, Guido Guidi, Jeroen Huisman, Arno Hammacher, Jitka Hanzlovà, Roni Horn, Karen Knorr, Francesco Jodice, Mimmo Jodice, Gianni Leone, Uliano Lucas, Fulvio Magurno, Rachele Maistrello, Martino Marangoni, Claude Marzotto, Roberto Masotti, Paola Mattioli, Giuseppe Morandi, Giulio Mozzi, Toni Nicolini, Cristina Nunez, Nicola Nunziata, Cristina Omenetto, Federico Patellani, Bernard Plossu, Francesco Radino, Moira Ricci, Paolo Riolzi, Achille Sacconi, Roberto Salbitani, Alessandro Sambini, Marco Signorini, Massimo Siragusa, Alessandra Spranzi, Antonio Strati, Beat Streuli, Pio Tarantini, George Tatge, Giulia Ticozzi, Ilaria Turba, Hans van der Meer, Fulvio Ventura, Cuchi White, Silvio Wolf, Francesco Zucchetti.

La mostra comprende anche numerosi video e filmati di documentazione dei progetti ed è accompagnata da una pubblicazione edita da Silvana Editoriale a cura di Roberta Valtorta, che racconta l’identità, le attività, il patrimonio del museo. 

Chi sono io?

La mostra è una raccolta di disegni di bambini dai 2 ai 12 anni che attraverso il disegno cercano di capire chi sono per formare il loro carattere. Il bambino con i primi scarabocchi inizia la sperimentazione grafica e procede evolvendosi nella ricerca fino all’intuizione della sessualità adulta, dell'accoppiamento e dell'amore. Il visitatore adulto ha l’opportunità di seguire da vicino il percorso che il bambino fa a livello emotivo e intellettuale nel raccontare se stesso. La mostra  consiste in un centinaio di pannelli che riproducono opere artistiche infantili, ed  è un strumento scientifico importante per capire in profondità il lato inconscio della psiche ed è utile per chi svolge  lavoro educativo e terapeutico con l’infanzia.

Il colore è una variabile dell'infinito - Storia di lambrette, rose e matematica

Una installazione di Roberta Torre
Con la collaborazione di Massimiliano Pace, Valeria Palermo, Marco Teatro, Valentina Tescari, AJ Weissbard
In collaborazione con Triennale Design Museum

L’ingegnere Pier Luigi Torre sogna pesci volanti sulle rive del Gargano, progetta aerei per traversare l’Atlantico, coltiva rose blu e nel 1947 realizza sulle rive del Lambro il primo scooter su cui milioni di italiani nel Dopoguerra scopriranno l’ebbrezza di una nuova libertà.

Dopo oltre mezzo secolo sua nipote Roberta Torre, regista di cinema e teatro, scava tra carte, ricordi, disegni, equazioni, pellicole in 8 millimetri e vecchie foto del nonno sognatore e racconta una storia emozionante del Made in Italy: un romanzo, un’installazione, un film e uno spettacolo teatrale in scena a maggio al Teatro dell’Arte con protagonista Paolo Rossi.

In Atelier - Aurelio Amendola: fotografie 1970–2014

Dopo la personale su Claudio Abate la Triennale di Milano e l’Università IULM hanno scelto di continuare il racconto della fotografia italiana, attraverso la figura del maestro Aurelio Amendola.

Nato a Pistoia, muove i suoi primi passi come fotografo immergendosi nel mondo della scultura antica del Centro Italia. Nel corso degli anni il suo interesse si espande verso l’arte contemporanea e i suoi protagonisti.

La mostra è curata e organizzata dagli studenti del corso di laurea IULM Arti, Patrimoni e Mercati, coordinati da Vincenzo Trione con Anna Luigia De Simone e Veronica Gaia di Orio.

L’idea centrale della mostra è esplorare l’atelier, luogo cruciale per l’attività artistica, in cui l’opera d’arte viene concepita, realizzata e infine contemplata, ma anche spazio di vita e di autorappresentazione dell’artista stesso.

Tra alcuni degli artisti fotografati da Amendola troviamo Alberto Burri, Renato Guttuso, Jannis Kounellis, Giorgio de Chirico, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Michelangelo Pistoletto, Emilio Vedova. Saranno inoltre presenti scatti inediti realizzati per la mostra che ritraggono Emilio Isgrò, Nino Longobardi e Mimmo Paladino.

L’esposizione è suddivisa in quattro sezioni.

Michelangelo verso la contemporaneità: presenta un omaggio a Michelangelo Buonarroti la cui scultura è tra i soggetti più ricorrenti e affezionati del fotografo. La scelta di inserire le sequenze fotografiche scattate alla Pietà Rondanini rappresenta un omaggio alla città di Milano.

Officina creativa: racconta l’idea della genesi del processo creativo. In particolare si concentra sul luogo in cui l’artista concepisce le proprie opere. L’atelier assume importanza come ambiente che rispecchia le personalità e l’estro degli artisti.

Happening: raccoglie alcuni momenti unici nell’opera di alcuni tra i più importanti artisti contemporanei. Un momento del fare artistico che Amendola, testimone privilegiato, documenta attraverso i suoi scatti, immortalandone la creatività performativa.

Opera d’artista: il processo creativo volge al termine. Le fotografie esposte narrano il rapporto tra gli artisti e la loro creazione finita.

La mostra è arricchita da un’intervista ad Amendola visibile sui monitor lungo il percorso espositivo, un magazine con interventi critici sull’artista e un catalogo edito da Fmr. 

Triennale di Milano, 80 anni - 1933–2013

Il 10 maggio 1933 si inaugurava la V Triennale di Milano nel nuovo Palazzo dell'Arte progettato da Giovanni Muzio e costruito in due anni tra il '31 e il '33.
La Triennale di Milano per festeggiare i suoi 80 anni presenta 4 giorni di mostre, appuntamenti, concerti.
Dal 10 al 12 maggio il pubblico potrà vedere la mostra dall'Archivio Storico della Triennale di Milano che presenta il racconto per immagini della storia dell'istituzione; le oltre 100 opere dalle collezioni del MAGA dopo l'incendio; la mostra Pianeta Expo 2015 che presenta i contenuti dell'Esposizione Universale e Collateral Landscape. Due presentazioni, la nuova mappa a volo di uccello del centro storico di Milano e il progetto di valorizzazione della scultura lombarda del '900 Fondarterritorio con l'inaugurazione delle sculture di Angelo Bozzola e Carlo Ramous entrate a far parte della Triennale. La Run4T al suo secondo appuntamento con la corsa nel parco Sempione, concerti jazz al Teatro dell'Arte, e per bambini due laboratori e un concerto. Tutte le sere aperitivi musicali al Triennale DesignCafé all'aperto con performance dal vivo.

Abiti da lavoro

A cura di Alessandro Guerriero
Allestimento di Atelier Biagetti
Grafica di Frank Studio
Catalogo Silvana Editoriale 

In mostra 40 abiti da lavoro ideati da progettisti di tutto il mondo: Afran, Rodrigo Almeida, Alberto Aspesi, Gentucca Bini, Denise Bonapace, Andrea Branzi, Nacho Carbonell, Klaudio Cetina, Cano, CoopHimelb(l)au, Dea Curic, Nathalie Du Pasquier, Elio Fiorucci, Matteo Guarnaccia, Nuala Goodman , Daniele Innamorato, Mella Jaarsma, Toshiyuiki Kita, Guda Koster, Colomba Leddi, Antonio Marras, Franco Mazzucchelli, Alessandro Mendini, Angela Missoni, Issey Miyake, Amba Molly, Frédérique Morrel, Margherita Palli, Lucia Pescador, Bertjan Pot, Clara Rota, Andrea Salvetti, Nanni Strada, Tarshito, Faye Toogood, Otto von Busch, Vivienne Westwood, Allan Wexler, Erwin Wurm, Melissa Zexter.

Abiti da Lavoro nasce dalla generosità di alcuni dei 40 progettisti coinvolti, che, insieme all’Associazione Tam-Tam, hanno voluto accettare la sfida di Arkadia onlus per favorire l’inserimento lavorativo di giovani disabili.

“Il percorso è quello usuale della sartoria: si insegna ai ragazzi che frequentano il workshop gratuito di Tam-Tam come si trasforma uno schizzo in un cartamodello. Trasmettiamo questi cartamodelli ad Arkadia Onlus, dove un gruppo di persone  con disabilità li trasforma in abiti veri e propri. Abiti da Lavoro, appunto. Le ragazze e i ragazzi di Arkadia misurano, tagliano, cuciono, stirano. Lo stanno facendo anche in questo momento” raccontano Alessandra Zucchi e Alessandro Guerriero.

Abiti da Lavoro propone una riflessione socio-antropologica: un tempo l’abito faceva il monaco, il metalmeccanico, l’avvocato, il banchiere, la signora alla moda, il fantino, il musicista, il cuoco, il marinaio, la prostituta, il poliziotto, il medico, il portiere, il giudice, il muratore.

Ma oggi?

L’attuale centralità dell’individuo ha mutato il senso di ciò che indossiamo: la funzione sociale svanisce e l’abito assume soprattutto il valore dell’espressione individuale: diventa travestimento e forma dei nostri pensieri. Se prima era l’immagine che il mondo ci attribuiva oggi è l’immagine di ciò che noi vogliamo essere nel mondo.


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Marco Petrus - Atlas

E’ un progetto che dialoga in armonia con il luogo che lo ospita, quello che l’artista Marco Petrus ha pensato per la Triennale: trenta dipinti sulle possibili geografie architettoniche della “città ideale”.

La mostra ripercorre tipologie, particolarità, scorci, simbologie e caratteristiche dello spazio urbano costruito via via da Petrus nel corso della sua indagine geografico-simbolica attraverso le diverse città del mondo, formando così un "atlante urbano" immateriale e idealmente diffuso, quasi una moderna Enciclopédie métropolitaine. 

Insieme alle grandi metropoli del mondo, non mancano le immagini di Milano, visto il suo forte legame  con il capoluogo lombardo, città in cui abita e da dove è partito il suo percorso artistico. E’ grazie, infatti, all’architettura milanese modernista, che ha trovato la soluzione per costruire, quadro dopo quadro, il suo linguaggio: una poetica della modernità in chiave contemporanea.

Da più di vent’anni, Petrus lavora sulla rielaborazione delle architetture cittadine, con una fortissima stilizzazione di elementi che tende a volte, nell'estrema ricerca di sintesi di linee e toni cromatici (tra cieli piatti e volutamente monocromi che incombono su una realtà depurata dal caos quotidiano), a sfiorare l'astrazione.

Col tempo, il suo lavoro si è sempre più schematizzato dal punto di vista compositivo e si è  "raffreddato", in un processo di graduale e progressiva sottrazione di elementi realistici o narrativi, in favore di una sempre maggiore geometria compositiva e strutturale.

Attraverso i suoi quadri prende forma un originale affresco dell'architettura moderna e contemporanea, riletta attraverso una particolare e riconoscibilissima cifra stilistica.

L’utopistico progetto di "Atlante urbano" di Marco Petrus trova così, nella mostra Atlas, una sua dimensione fisica, materiale e fortemente simbolica.


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V Triennale Design Museum - TDM5: grafica Italiana

Direttore: Silvana Annicchiarico
Cura scientifica: Giorgio Camuffo, Mario Piazza, Carlo Vinti
Progetto di allestimento: Fabio Novembre
Progetto grafico: Leftloft
Progetto audio: Saturnino, Sound Identity

Catalogo Corraini Edizioni

Con la quinta edizione dal titolo TDM5: grafica italiana, Triennale Design Museum porta avanti il suo percorso di promozione e valorizzazione della creatività italiana, estendendo la ricerca a una storia che è sempre stata considerata minore e ancillare, per restituirle la giusta autonomia.

Dopo le prime ricognizioni dedicate dal museo alla grafica contemporanea (The New Italian Design, Spaghetti grafica e Graphic Design Worlds) la scelta di dedicare una edizione alla grafica italiana, alla comunicazione visiva e alla loro storia è un passo importante per arricchire e completare il percorso nel design italiano intrapreso dal Triennale Design Museum.

TDM5: grafica italiana rappresenta un’opportunità per presentare vicende, figure, fenomeni che hanno accompagnato e sostenuto gli sviluppi culturali, sociali, economici e politici del nostro paese, che rimangono ancora relativamente poco conosciuti, nella loro ricchezza, al di fuori delle comunità specializzate.

Un’occasione per contribuire, collegando passato e presente, a una maggiore coscienza critica rispetto a vecchi e nuovi prodotti e strumenti della cultura visiva che appartengono ormai diffusamente alla nostra vita quotidiana.

Partendo dalle premesse storiche, dalle radici culturali e dai momenti-chiave del graphic design italiano, il percorso espositivo si articola per tipologie di artefatti, andando a configurare, una sorta di tassonomia, che va dalla scrittura ai progetti che si relazionano con il tema dello spazio e del tempo.

Dopo aver risposto alla domanda “Che Cosa è il Design Italiano?” con Le Sette Ossessioni del Design Italiano, Serie Fuori Serie, Quali cose siamo e Le fabbriche dei sogni, Triennale Design Museum, il primo museo del design italiano, conferma la sua natura dinamica, in grado di rinnovarsi continuamente e di offrire al visitatore percorsi inediti e diversificati. Un museo emozionale e coinvolgente. Un organismo vivo e mutante, capace ogni anno, attraverso la sua innovativa formula, di interrogarsi senza dare risposte precostituite.

Velasco Vitali. Foresta Rossa - 416 città fantasma nel mondo

Dopo dieci anni dedicati alla sperimentazione di nuove tecniche e materiali tra scultura e installazione, Velasco Vitali torna alla pittura con una grande esposizione in Triennale: una trentina di tele di grosso formato e un centinaio tra disegni e schizzi realizzati sul tema della città, da sempre oggetto della sua ricerca, che oggi si carica di ulteriori significati attraverso la riflessione sulle città abbandonate.

Una fascinazione nata dall’indagine su quelle città fagocitate dalla modernità rimaste disabitate e inattive, sospese in un limbo di urbanistiche casuali e architetture al limite del fantastico.

Le 416 città registrate finora hanno fornito un materiale fortemente evocativo, fatto di immagini che sono diventate suggestioni alla base di queste tele, in cui ritroviamo la cruda pittura di Velasco che si confronta con nuove visioni di paesaggi tra onirico e reale. L’invenzione di una figuratività nuova e contemporanea che racconta realtà al limite dell’immaginario e del fantastico.

Il progetto di Foresta Rossa nasce nel 2012 con le installazioni sull’Isola Madre (Stresa) e all’Hotel Majestic (Verbania), è stato prolungato per un’altra stagione espositiva (23 Marzo – 20 Ottobre 2013) in risposta al gradimento e al successo registrato nel corso del 2012 e per esplicito volere della committenza.

 

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Paulo Mendes da Rocha - Tecnica e immaginazione

A cura di Daniele Pisani

La Triennale di Milano presenta la mostra Paulo Mendes da Rocha a cura di Daniele Pisani, che sarà aperta al pubblico dal 6 maggio al 31 agosto 2014. 

La mostra vuole presentare al pubblico italiano l’opera dell’architetto brasiliano Paulo Mendes da Rocha, insignito nel 2006 del Pritzker Prize per l’architettura e tra le massime figure dell’architettura contemporanea.

L’esposizione cerca di collocare nella storia la produzione architettonica di Mendes da Rocha facendo emergere alcuni temi ricorrenti, utili a mettere in luce la rilevanza della sua opera.

Partendo da alcuni concetti cardine, alla base della produzione dell’architetto – che l’architettura sia il luogo deputato a operare un’ampia trasformazione del territorio, a modificare la topografia e a veicolare cambiamenti di tipo infrastrutturale – la mostra racconta come Mendes da Rocha si sia confrontato con le varie tipologie architettoniche e quali siano i suoi interessi e i suoi principi di progettazione attraverso un percorso tematico.

Grande attenzione è rivolta ai disegni: non solo agli impeccabili disegni tecnici dei progetti o agli schizzi a fondamento di questi progetti, ma anche ai disegni, sinora rimasti ignorati, su temi svariati, apparentemente lontani dall’architettura.

Ai disegni si affiancano le fotografie, tanto quelle d’epoca quanto quelle realizzate negli ultimi anni appositamente per la monografia, a cura di Daniele Pisani, pubblicata da Electa.

Saranno presenti anche alcuni plastici delle sue opere, tanto quelli d’epoca quanto quelli, fatti di semplici fogli di carta, che Mendes da Rocha in persona ha realizzato appositamente per la mostra.

La mostra si avvale pertanto di una notevole mole di materiali originali, provenienti in larga parte (ma non solo: un plastico e un disegno, ad esempio, sono stati concessi in prestito dal Centre Georges Pompidou) dallo studio dell’architetto:

150 tra foto d’epoca, documenti, volumi dello studio e riviste d’epoca;

oltre 200 disegni, compresi schizzi di piccolo formato; una decina di plastici; disegni digitali; foto attuali; una serie di video girati appositamente per la mostra; una serie di poltroncine Paulistano.


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Identità Milano

Direzione artistica e progetto di allestimento Michele De Lucchi

Indicazioni e trattamento tematico a cura del Comitato Brand Milano: Stefano Rolando, Laura Agnoletto, Armando Branchini, Antonio Calabrò, Monica Gattini BernabШ, Davide Milani, Alessandro Olper, Marco Percoco, Fulvio Ronchi, Patrizia Rutigliano, Emanuela Scarpellini, Roberto Serafini, Massimiliano Vavassori, Paolo Verri

La mostra presenta i segni del patrimonio simbolico di Milano, raccontando cosa rappresenta la città oggi nell’immaginario collettivo attraverso l’evoluzione dello stemma e dei simboli della città e della comunità, i volti di milanesi rilevanti tra nativi e adottivi, le vere icone dell’arte, i profili dei palazzi storici e moderni, i luoghi topici.

14 temi identitari sono rappresentati da noti illustratori: Emiliano Ponzi, Guido Scarabottolo, Julia Binfield, Michele Tranquillini, Beppe Giacobbe, Olimpia Zagnoli.

Gli Eventi

Da lunedì 26 maggio a domenica 1 giugno 2014 i sette luoghi della città che ospiteranno le torri sceniche progettate da Michele De Lucchi, si trasformeranno in sette isole di spettacolo ideate come luoghi di incontro dei cittadini e luogo di performance che andranno a reinterpretare i temi caratterizzanti della città. I sette luoghi che ospiteranno le pièce sono: Arco della Pace, Via Ampere, Piazza Duca D’Aosta, Piazza Gae Aulenti, Piazza San Fedele, Piazzale Teatro Arcimboldi e Parco Solari.

A cura di Fondazione Milano - Teatro Scuola Paolo Grassi, con la direzione di Massimo Navone, in collaborazione con Milano Civica Scuola di Musica, Milano Lingue e Milano Scuola di Cinema e Televisione.

Il Forum Internazionale

A settembre 2014 verrà convocato un  Forum internazionale che alimentato dai risultati acquisiti discuta attorno alla proiezione futura (da Expo in poi) del “racconto di Milano e su Milano”.

Brainstorming - Camera di Decompressione per Spettatori

A cura di Elisa Fontana

Brainstorming - Camera di Decompressione per Spettatori è un flash documentation art project intorno allo spettacolo dal vivo, in cui parole, frasi, testi, commenti, interviste, vengono registrati per divenire fruibili attraverso dispositivi interattivi.

Pulsi 2011 ha ospitato il progetto nella sua libertà di cogliere i commenti del pubblico prima e dopo le performances. Ne è nata una collezione di parole e voci che descrivono l’effimero momento di un’improvvisazione, vissuta, guardata o agita.

In Pulsi 2012 la Camera di Decompressione per Spettatori si fa restituzione, attraverso due dispositivi interattivi, luoghi da abitare, meccanismi da azionare, attraverso cui ascoltare le voci degli spettatori e fruire di nuovo, in una nuova veste, le creazioni degli artisti. La riflessione su uno spettacolo si fa empatia, in un gioco multireferenziale a piani diversi: dal testo critico al gadget.

Moments in Design

Pandora, azienda danese di gioielleria, celebra i nuovi talenti del design in collaborazione con NABA (Nuova Accademia di Belle Arti Milano) attraverso Moments in Design.

Quindici studenti del Triennio e del Biennio di Fashion and Textile Design, sotto la guida della designer Cinzia Ruggeri, interpreteranno il tema “Wunderkammer - racconti di mondi preziosi”. Gli studenti daranno vita a vere e proprie “camere delle meraviglie”, ciascuna delle quali racconterà una storia fatta di minuziosi dettagli.

Nicoletta Morozzi, direttrice dell’Area di Fashion Design presso NABA dal 2010, spiega: “Questa esperienza dà agli studenti la possibilità di applicare la propria visione a partire dalla realtà produttiva di Pandora, e allo stesso tempo Pandora ha l'opportunità di vedere i propri prodotti attraverso l'interpretazione di giovani designer: entrambi riescono ad allargare il proprio orizzonte".

Il progetto rispecchia la volontà di Pandora di dedicare uno dei suoi “momenti speciali” al sostegno del talento delle giovani promesse nel mondo del design, riconfermandosi quindi ancora una volta quale azienda attenta alle commistioni tra design, arte e nuove tendenze.

Le opere verranno valutate da una giuria composta da stampa, da esperti del settore e dal pubblico, che avrà la possibilità di votare contribuendo a determinare il vincitore del progetto.

Il vincitore selezionato avrà la possibilità di vivere un’esperienza formativa nel dipartimento creativo dell’azienda, direttamente nel cuore pulsante della produzione. Un’esperienza “sul campo”, a stretto contatto con i designer Pandora: un’opportunità unica per seguirli nel loro lavoro quotidiano di ricerca.

The sea is my land - Artisti dal Mediterraneo

BNL Gruppo BNP Paribas presenta una mostra fotografica a cura di Francesco Bonami ed Emanuela Mazzonis. The sea is my land indaga l’area del Mediterraneo, intesa non solo dal punto di vista geografico, ma come bacino culturale che riunisce civiltà tra loro molto diverse. L'esposizione vede riuniti 140 lavori di 23 artisti, provenienti dai Paesi bagnati dal Mar Mediterraneo.

Dalla Siria ad Israele, dalla Spagna all'Algeria passando per l'Egitto e l'Albania, il messaggio che ci giunge da The sea is my land racconta l’incessante metamorfosi del Mediterraneo, territorio di dialogo culturale dove l’arte, con il suo linguaggio super partes, riesce ad oltrepassare le barriere sociali, il pluralismo religioso, e le diaspore etniche a favore di una comunicazione pacifica tra le parti coinvolte.

Il design italiano incontra il gioiello

Triennale Design Museum presenta un’ampia rassegna dedicata al gioiello dei designer italiani, a cura di Alba Cappellieri e Marco Romanelli.

La mostra percorre un arco temporale che va dagli anni Cinquanta a oggi, attraversa stili e momenti differenti, dal Razionalismo al Post Moderno fino al Minimalismo: un percorso con salti generazionali che includono grandi maestri e giovani designer, produzione industriale e pezzi unici.

L’ipotesi curatoriale si compone di due parti: una rassegna storica con numerosi progetti inediti presentati per la prima volta a Milano e una sezione con gioielli progettati e realizzati ad hoc per la mostra. 

Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: ”Fin dagli anni Trenta del secolo scorso la storia della Triennale di Milano è densa di episodi emblematici e intelligentemente precursori nel rivendicare un rapporto non convenzionale del design con l’oreficeria e, soprattutto, con la gioielleria. Riprendendo questa grande tradizione, Triennale Design Museum ha reintrodotto con la mostra Il Design della Gioia, nel 2004, una particolare attenzione al tema del gioiello, negli anni successivi di nuovo protagonista nella sezione dedicata ai jewels designer in The New Italian Design (mostra itinerante dal 2007 a oggi), e nelle mostre Gioielli di Carta (2009), Gioielli per Milano (2011) fino a Il gioiello sostenibile di Riccardo Dalisi (2012). Per lungo tempo il mondo del design ha fatto finta di non vedere i gioielli. Li ha relegati nel limbo dell’ornamento o nella gratuità del decoro, e li ha espunti da sé e dal proprio universo progettuale come tentazioni pericolose, come deviazioni eretiche, come indizi di quella ‘delittuosità’ che Adolf Loos denunciava in ogni deragliamento del designer verso la sfera dell’ornamentale, del superfluo, dell’orpello. In realtà, se il gioiello serve (ed è servito storicamente) a definire l’identità di chi lo indossa, risulta molto discutibile il tentativo di relegarlo nella sfera del superfluo, a meno di non ritenere tutto ciò che è funzionale alla costruzione dell’identità meno utile o meno nobile di ciò che è funzionale al soddisfacimento dei bisogni “primari” del corpo. Di quello stesso corpo, per altro, che oltre a nutrirsi, sedersi, dormire e abitare da sempre fa progetti intorno a sé e alla propria immagine, e trova spesso proprio nei gioielli alcuni dei vocaboli più preziosi per costruire un linguaggio con cui cercare di dirci cos’è, cosa vorrebbe essere, come vorrebbe apparire”.

Per la curatrice Alba Cappellieri, professore di Design del Gioiello al Politecnico di Milano “Questa mostra presenta la più ampia rassegna mai dedicata ai gioielli dei designer italiani, progettisti cioè abituati a confrontarsi con tipologie che vanno dall’arredo all’illuminazione ma che non hanno mai considerato il gioiello come una sfida in cui cimentarsi. Certo, i padri del design italiano progettarono anche gioielli ma ciò avvenne nel privato degli affetti, come doni per familiari e amici e non come ambito di ricerca professionale. Da Roberto Sambonet a Ettore Sottsass e Michele de Lucchi, da Gianfranco Frattini, Sergio Asti, Alessandro Mendini o Gae Aulenti fino a Mario Bellini, Antonio Citterio, Fabio Novembre questa mostra interseca generazioni e linguaggi, maestri e giovani talenti nel segno del gioiello. La mostra presenta 72 designer che definiscono l’intelligenza del design italiano in un gioiello. Al centro del progetto vi è l’uomo, il rispetto della sua anatomia, la preferenza per il comfort piuttosto che per lo choc, l’evoluzione piuttosto che la rivoluzione, la bellezza e la qualità piuttosto che l’astrazione o il concetto. I gioielli, con il loro pluralismo semantico, rappresentano in questo scenario la perfetta intersezione tra eterno ed effimero, materia e concetto, tradizione e sperimentazione, business e bellezza”.

Per il curatore Marco Romanelli, designer e critico del design: “Tra i molti pezzi presentati, che cercano di costituire un vero censimento dei rapporti intercorsi tra il mondo del gioiello e quello del design italiano tra il 1950 e il 2013, ve ne sono diciotto disegnati espressamente in occasione di questa mostra. L’‘invito a progettare’ appare uno strumento necessario sia per sbloccare situazioni inerziali stereotipate che per scattare un’istantanea in tempo reale di un certo ambito. Nel caso specifico entrambe le ipotesi sono valide. La prima perché oggi, esattamente come nel 1979 o nel 1985 (date di altre importanti ‘chiamate progettuali’ ad architetti o designer relativamente al gioiello), la situazione non appare sostanzialmente modificata: i due mondi, il design e il gioiello, restano, come erano, lontani: ignari uno dell’altro. La seconda perché solo l’invito, nel suo essere mirato, consente di riempire un campo di cui si sono delimitati a priori, scientemente, i contorni: volevamo appunto verificare una situazione molto specifica ovvero la posizione del design italiano nei confronti del gioiello. Abbiamo così deciso di selezionare 18 progettisti che rispondessero ad alcune precise condizioni: essere italiani, appartenere a generazioni differenti, operare come designer a 360°. Se le prime due condizioni sono chiare per default, la terza significa ‘rinunciare agli specialisti’ ovvero a ai jewellery designer. Niente di personale naturalmente contro i “professionisti” del gioiello, ma “applicarsi a tutte le scale progettuali” è una dimensione tipicamente italiana che credo abbia storicamente avuto, e possa ancora avere, una grande rilevanza”. 

Feeding the mind - Dalle origini al futuro in armonia con il pianeta

Illycaffè, in preparazione ad Expo 2015,  presenta “Feeding the Mind”, un percorso attraverso il nuovo lavoro del fotografo Sebastião Salgado, ambientato in  Costa Rica e Salvador, e  della nuova illy art collection creata per Expo 2015 da artisti provenienti da paesi emergenti: Esteban Piedra León (Costa Rica), Naufus Ramírez-Figueroa (Guatemala), Elias Sime (Etiopia) e Adàn Vallecillo (Honduras).

Observer - Innovazione e applicazioni nel sistema produttivo italiano

Una delle critiche, a volte fondate, al nostro paese è quella che investa poco nell’innovazione.

Sappiamo che la competizione internazionale è durissima per il nostro sistema delle imprese e dell’economia, sappiamo anche che il nostro paese è principalmente manifatturiero e che per vincere questa competizione occorre innovare i processi, i prodotti, i modi di comunicare, commercializzare, che non ci si può mai fermare. Ma investire in innovazione costa e nel nostro paese da molti anni a questa parte, soprattutto in campo pubblico, sono pochissime le risorse destinate all’innovazione.

Nonostante questo c’è però un sistema produttivo fortemente connesso con l’Università, con il mondo della ricerca, con il mondo del progetto che vuole farcela anche da solo, senza l’aiuto pubblico.

Con questa mostra che ha attinto dal premio Cotec (Competitività Tecnologica) – Fondazione per l’Innovazione Tecnologica – una iniziativa che si sviluppa sotto la Presidenza della Repubblica italiana presentiamo alcuni di questi esempi positivi perché possano essere da una parte valutati e considerati, dall’altra di stimolo sia nei confronti del decisore pubblico sia anche nei confronti di altre imprese che vogliono seguire queste buone pratiche.

Claudio De Albertis
Presidente della Triennale di Milano

Angelo Bozzola - Opere 1952–1981 - Le colonne infinite

A cura di Elena Pontiggia

Nell’ambito del progetto FondARTErritorio, la Triennale di Milano celebra con una mostra lo scultore e pittore Angelo Bozzola.

Sono passati sessant’anni da quando Bozzola, nel  1954, partecipò alla  X Triennale di Milano che ha rappresentato il suo esordio sulla scena artistica .

L’anno successivo inizia l’elaborazione della monoforma trapezio-ovoidale i cui sviluppi iterativi, spaziali e materici, caratterizzano l’opera futura.

La mostra, composta da 40 lavori realizzati tra gli anni Cinquanta e Ottanta - quali  sculture, dipinti e disegni-, ripercorre la storia e l’evoluzione dell’artista novarese.
 

 

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Premio Mies van der Rohe 2003

La mostra dei progetti vincitori e selezionati del Premio per l’architettura contemporanea dell’Unione Europea Premio Mies Van Der Rohe 2003.

La Fondazione Mies van der Rohe ha organizzato una mostra itinerante dell’edizione 2003 del premio. Un totale di 269 lavori sono stati proposti da tutta Europa e tra questi la giuria ha fatto una selezione di 41 lavori di eccezionale livello, esposti in mostra attraverso fotografie, modelli in scala e due produzioni audiovisive.

La giuria del Premio per l’architettura contemporanea dell’Unione Europea – Premio Mies van der Rohe 2003 ha assegnato il premio al Parcheggio e terminal intermodale Hoenheim-Nord di Strasburgo, realizzato da Zaha Hadid, mentre il premio di menzione speciale destinata ai giovani architetti è stato assegnato alla Casa comunale Scharnhauser Park, realizzata da Jürgen Mayer H.

Nel 1987 la Commissione Europea, insieme con il Parlamento Europeo e la Fundación Mies van der Rohe, ha creato il Premio Mies van der Rohe per l'architettura europea. Nel 2001 questo premio, che faceva parte del programma Culture 2000, ha portato alla creazione del Premio per l’architettura contemporanea dell’Unione Europea assegnato ogni due anni. Il premio viene assegnato a opere recenti, meno di due anni, realizzate in paesi in cui è attivo il programma Culture 2000. Lo scopo del Premio per l'architettura contemporanea dell'Unione Europea - Premio Mies van der Rohe è di riconoscere le qualità innovative di nuove opere sia dal punto di vista teorico sia dal punto di vista tecnico. La Commissione Europea ha istituito il premio con lo scopo di incoraggiare la comprensione da parte del pubblico, delle istituzioni e del settore privato del ruolo culturale dell'architettura nella costruzione delle città europee. Il premio si prefigge inoltre di creare opportunità professionali per gli architetti all'interno dell'Unione Europea e di dare supporto ai giovani architetti che hanno da poco intrapreso questa carriera, per i quali il premio comprende una menzione speciale.

Terreferme - Emilia 2012: il patrimonio culturale oltre il sisma

Un progetto della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna realizzato in collaborazione con Fondazione Telecom per la documentazione del terremoto che ha colpito la bassa pianura padana  a nord del fiume Po nel maggio 2012. In occasione del secondo anniversario, il progetto viene presentato alla Triennale di Milano con una mostra multi mediale ed interattiva che utilizza le più moderne tecnologie della comunicazione e coinvolge video artisti e fotografi che rendono ancora più ricco di emozioni il racconto di quanto è avvenuto nella “Bassa” emiliana e accoglie il visitatore in un ambiente immersivo ed avvolgente.

Progetto e realizzazione dell’allestimento Wagner Associati e Plastique Fantastique.
Videoinstallazione “Kintsugi Emilia” Accademia di Belle Arti di Bologna.
Videoinstallazione “La chiesa dei Santi Carlo e Benedetto” Basmati a. c.
Raccolta di immagini Fondazione Studio Marangoni.


Un progetto di

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Partner tecnico

Massimo Iosa Ghini

Dal 9 aprile all’ 1 maggio 2013, la Triennale di Milano ospita una mostra dedicata a Massimo Iosa Ghini, (Bologna, 1959), una delle personalità più eclettiche dell’architettura e del design internazionale.

L’esposizione, curata da Iosa Ghini Associati, con la partnership di Fiandre Architectural Surfaces, Iris Ceramica, Rossato, ripercorre, attraverso un percorso organizzato per aree tematiche, in ordine cronologico, 30 anni di carriera di Iosa Ghini, dagli anni ’80 a oggi, presentando una ricca selezione di progetti d’interni e di architettura, oggetti di design, illustrazioni, contributi audiovisivi, che si caratterizzano per il minino comun denominatore del disegno, sentito dall’architetto bolognese come una costante pratica e un imprescindibile punto di partenza di tutto il suo iter creativo.

Accompagna l’iniziativa, un catalogo Skira, con testi di Luca Beatrice, Stefano Casciani, Aldo Colonetti e Luigi Prestinenza Puglisi.

{contatti}

CLP
Anna Defrancesco
T. +39.02.36755700
press1@clponline.it
comunicazione@iosaghini.it

{/contatti}

Sonja Quarone - Cuore d’Oriente

A cura di Fortunato D’Amico

Lo Spazio Material ConneXion ospita la mostra fotografica Sonja Quarone. Cuore d’Oriente.

La rassegna a cura di Fortunato D’Amico è articolata in tre sezioni: Architetture & Landscape, Design (e) Motion, People, e attraverso 50 scatti offre un approfondito e personale quadro dell’India visto con gli occhi dell’artista.

I soggetti presenti in mostra spaziano dall’architettura al paesaggio, dalle persone agli oggetti, alle situazioni tipiche e fanno emergere la riflessione di Sonja Quarone sulla società orientale per una vita sociale e ecologica del pianeta in evoluzione.

Il tema nasce dalla considerazione che il sistema del “primo mondo”, nato dalla rivoluzione industriale e dal benessere edificato sul consumismo, è entrato in crisi ed è alla ricerca di soluzioni per nuove integrazioni di culture, attività e economie sociali, perdute durante la secolarizzazione industriale.

L’artista tramite la messa a fuoco di alcuni elementi e un’accurata elaborazione digitale, mette in risalto precisi dettagli dell’inquadratura; lo si nota soprattutto nelle architetture e nei volti di donne, uomini e bambini, dove le immagini sfocate conservano nitidi alcuni dettagli degli edifici e dei tratti significativi come sguardi, espressioni della bocca e gesti delle mani. L’assenza degli sfondi sostituiti da tenui tonalità monocrome crea un effetto scenografico che isola il soggetto dalla realtà circostante e ne fa risaltare il significato.

Gli scatti, stampati su supporti differenti fra cui tessuto, la resina e il Krion, dialogano con i mobili antichi indiani utilizzati per le installazioni fotografiche. Negli scatti di Sonja Quarone si avverte il pensiero relativo alla società indiana di oggi che sebbene sia  caratterizzata da un elevato grado di sincretismo e di pluralismo culturale è riuscita a preservare le proprie antiche tradizioni.

A Taste Exhibition

A cura di Charlotte Laura Garlaschelli e Federica Sala
In collaborazione con Lomography

La mostra raccoglie la selezione dei migliori scatti di food photography arrivati da tutto il mondo all’interno del contest fotografico realizzato da Essen in collaborazione con Lomography. Il concorso e la mostra sono il risultato bidimensionale della prima ricerca coerente sul lifestyle food photography.

Essen A Taste Magazine vuole indagare, con l’esposizione alla Triennale di Milano, i diversi ambiti della fotografia di food con progetti realizzati appositamente, di supporto alle immagini del concorso con Lomography.

Foto di: Jennifer Abessira, Carolina Amoretti, Adrianna Glaviano, Martina Della Valle, Nadia Moro, Kuba Dabrowski, Marco Scozzaro,     Matteo Serri, Federico Garibaldi, Delfino Legnani Sisto, Claudia Zalla, Mara Corsino.

La nuova pelle della moda - Laser, legno, cotone

Dopo la stoffa, la pelle e la plastica, nella moda arriva il legno morbido.

Il progetto Ligneah - morbido legno - nasce dall'esigenza di sostituire la pelle animale con un prodotto totalmente naturale privo di parti animali, utilizzabile nei comparti della moda e del design. L'amore per gli animali ed il giusto rispetto che essi meritano, unitamente all'esigenza di diminuire l'impatto degli allevamenti intensivi e dell'industria conciaria sull'ambiente. Sono questi gli elementi basilari che hanno spinto Marcello e Marta Antonelli verso la ricerca di prodotti naturali in grado di sostituire la pelle animale nelle sue varie applicazioni.

E subito riprende il viaggio… - Opere dalle collezioni del MA*GA dopo l’incendio

Il Museo MA*GA il 14 febbraio 2013 è stato colpito da un incendio che ha ferito gravemente l'edificio museale determinandone la chiusura temporanea. I lavori di bonifica degli spazi espositivi, il ripristino degli impianti e dell'intera struttura rendono inaccessibile il Museo e la visione della sua collezione al pubblico. Tutte le opere della collezione sono state salvate dall'incendio e trasferite in depositi temporanei. Ora grazie alla sensibilità e all'aiuto di altre istituzioni culturali che hanno immediatamente sostenuto il proposito del MA*GA di non fermare le proprie attività, il patrimonio della collezione parte in trasferta verso sedi espositive prestigiose.

“E subito riprende il viaggio…” Opere dalle collezioni del MA*GA dopo l'incendio è un unico progetto declinato in due mostre differenti ospitate alla Triennale di Milano e successivamente a Villa Reale di Monza. 

La mostra ospitata dalla Triennale di Milano comprende oltre cento opere tra le più significative dagli anni cinquanta del novecento ai giorni nostri delle collezioni del MA*GA, secondo un percorso cronologico e tematico che si snoda attraverso diverse sezioni volte a evidenziare le principali trasformazioni e sperimentazioni dei linguaggi artistici nella storia dell'arte italiana.

Il cuore della mostra illustra l'atto di nascita del Museo attraverso lo storico Premio Nazionale Arte Visiva Città di Gallarate e apre il percorso espositivo documentando il dibattito tra astrazione e figurazione nell'arte italiana degli anni cinquanta. Qui sono raccolte le opere di Carlo Carrà, Gino Severini, Renato Birolli, Giuseppe Migneco, Emilio Vedova, Mario Sironi, Atanasio Soldati.

Seguono poi le alte sezioni che, mentre rendono conto degli sviluppi dei linguaggi artistici della seconda metà del novecento, raccontano delle storiche mostre realizzate dal Museo; si snodano così le stanze dedicate al MAC (Movimento Arte Concreta), alla riflessione sul tema dello spazio, al periodo concettuale e alla poesia visiva, alla riflessione sulla pittura astratta e “non -oggettiva”, fino alla contemporaneità, evidenziando, attraverso questo nucleo di opere di recente acquisizione, il ruolo attivo nella produzione artistica contemporanea del Museo MA*GA.

Triennale di Milano, 80 anni - 1933–2013 – Una storia unica dagli archivi della Triennale

La Triennale di Milano per festeggiare i suoi 80 anni apre il suo Archivio Storico e presenta al pubblico una selezione di immagini che raccontano la sua storia, la storia di un edificio e quella di una istituzione che ha prodotto momenti, temi, dibattiti ed esposizioni fondamentali per la cultura del progetto italiana e internazionale.

Una ricca selezione di materiali di archivio quali fotografie, documenti, manifesti, grafica, filmati, raccontano 80 anni di mostre, persone, eventi, allestimenti.

Kama - Sesso e Design

Triennale Design Museum presenta KAMA. Sesso e Design, una grande mostra che analizza il rapporto tra eros e progetto. Fin dal titolo, che rievoca il dio indiano del piacere sessuale, dell'amore carnale e del desiderio, KAMA prova a fare i conti con uno dei fantasmi più esasperati, ma al contempo più rimossi, della contemporaneità.

Sono così indagati modi, forme e strategie con cui la sessualità si incorpora nelle cose e ne fa strumento di conoscenza. Per chi le progetta, ma anche per chi le usa.

Cuore della mostra è una rassegna, a cura di Silvana Annicchiarico, che rintraccia radici storiche, mitiche e antropologiche per arrivare fino ai giorni nostri, con oltre 200 fra reperti archeologici, disegni, fotografie, oggetti d’uso e opere di artisti e designer internazionali. Una selezione ampia e sfaccettata che vuole andare oltre la stereotipizzazione delle luci rosse, della pruderie o dei facili scandali: dai vasi a figure rosse etruschi agli amuleti fallici di epoca romana, dai disegni di Piero Fornasetti alle fotografie di Carlo Mollino e di Ettore Sottsass, dal divano Mae West di Salvador Dalí fino al sorprendente e provocatorio The Great Wall of Vagina di Jamie McCartney, formato dai calchi dei genitali di 400 donne.

In parallelo, per ampliare i punti di vista e restituire un racconto corale e collettivo, otto progettisti internazionali - Andrea Branzi, Nacho Carbonell, Nigel Coates, Matali Crasset, Lapo Lani, Nendo, Italo Rota e Betony Vernon - si confrontano con questo tema e ne presentano la propria personale interpretazione attraverso inedite installazioni site-specific.

 

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The Art of Living

The art of Living, è un evento a cura di Living-Corriere della Sera Interiors Magazine. The art of Living ha come principale obiettivo quello di raccontare il design italiano, la sua creatività, le sue eccellenze.  Una mostra che si propone di raccontare il dialogo tra design e arte contemporanea. Il design può essere considerato una vera e propria forma d’arte, che si sposa alla perfezione con opere e installazioni artistiche contemporanee. 

Una storia a due facce che tratteggia la matrice artistica del Made in Italy.  L’arte contemporanea, con le sue molteplici forme espressive, entra negli ambienti domestici e costruisce un racconto inedito con pezzi storici e arredi del design contemporaneo. The art of Living mette in scena interni domestici d’autore. Gli ingredienti sono le icone del design, i pezzi più significati del design contemporaneo e gli allestimenti degli artisti. L’accostamento delle realizzazioni artistiche ai pezzi del design daranno vita ad ambienti unici nel loro genere.

L’allestimento della mostra verrà realizzato con la collaborazione di giovani artisti affermati sulla scena internazionale  – Nicola Gobbetto, Paolo Gonzato, Marco Andrea Magni, Alice Ronchi, Francesco Simeti - che lavorano, utilizzano e sperimentano media differenti: scultura, wallpaper, wallpainting, arte e arredo, video, pittura. Il progetto e l’allestimento sono firmati da Migliore+Servetto Architects.

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Paola De Pietri - To Face

A cura di Roberta Valtorta

Il Museo di Fotografia Contemporanea presenta una selezione di opere dalla serie "To Face", lavoro che Paola De Pietri ha realizzato lungo il fronte italo-austriaco della Prima Guerra Mondiale tra il 2009 e il 2011 e che indaga il lento mutamento del paesaggio di montagna segnato dai bombardamenti, dalle trincee, dai residui della guerra.

Dove un secolo fa c’era la guerra, ora c’è la natura; i segni che quella ha lasciato sono confusi nella pietra della montagna o nell’erba che tutto ricopre. Solo esili indizi possono ricondurci alla complessità e alla durezza degli eventi, ora nascosti sotto il paesaggio naturale. Anche se in alcune immagini è possibile riconoscere ciò che resta di una trincea, Paola De Pietri ha fotografato ciò che non c’è più: la sua fotografia è dunque soprattutto pensiero, memoria, è ricerca della storia degli uomini nelle tracce materiali del paesaggio.

L’artista ha osservato il silenzioso lavoro della natura che si riappropria lentamente di luoghi modificati dalla storia degli uomini. Le immagini mostrano una quotidianità del paesaggio naturale che nulla ha a che vedere con la rappresentazione della montagna consolidata nell’immaginario del turismo, fondato sulla magnificenza e sulla meraviglia.

Con il suo consueto rigore e il suo elegante approccio concettuale, Paola De Pietri evita sapientemente il rischio e l’inganno della bellezza del paesaggio, dei colori saturi e brillanti, delle luci attraenti nella loro straordinarietà, scegliendo invece un tipo di fotografia dai toni smorzati, sottilmente e dolcemente documentaria, antispettacolare. Il grande formato delle opere (130 x160 cm) aiuta l’osservatore a entrare nell’ampiezza dei paesaggi e a vivere una dimensione spazio-temporale sospesa.

Il progetto ha vinto il prestigioso Renger Patzsch Award 2009, istituito dal Folkwang Museum di Essen e sostenuto dalla Dietrich Oppenberg Stiftung, ed è pubblicato nella sua interezza in un volume edito dall’editore tedesco Steidl. La mostra è stata presentata anche al MAXXI di Roma nella primavera scorsa.

Paola De Pietri (Reggio Emilia, 1960) è oggi un’artista molto stimata sia in Italia che in Europa. Laureata presso il DAMS di Bologna, si dedica alla fotografia a partire dai primi anni Novanta. Lavora sull’idea di territorio, sia esso quello urbano delle città oppure quello organico e vegetale della natura, e sul rapporto dell'uomo con lo spazio abitato in relazione alla sua identità. Prende parte a numerosi progetti di committenza pubblica (Archivio dello Spazio/Provincia di Milano, Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, Museo di Fotografia Contemporanea). Ha esposto in importanti sedi italiane ed europee. Tra queste: Espace Electra, Paris, 2000, Kunsthalle des ArtMax, Braunschweig, 2001,  GAM di Bologna 2001, Galleria Civica di Siracusa, 2002, MAXXI, Roma 2003, Palazzo Bricherasio, Torino, 2003, Biennale di Architettura, Venezia, 2004, Centre  de la Photographie, Lectoure, 2004, Fotomuseum Winthertur, 2005, Villa Manin, Passariano, 2005, Quadriennale di Roma, 2005, Centro Internazionale L. Malaguzzi, Reggio Emilia, 2006, Museum of Contemporary Art, Shangai, 2006, Museo di Fotografia Contemporanea, 2007, MARCA, Catanzaro, 2008, Le Bal, Paris , 2011, Settimana Europea della Fotografia, Reggio Emilia,  2012, MAXXI, Roma 2012.

Sue fotografie sono conservate in molte collezioni pubbliche e private.

Tra i volumi pubblicati: Paola De Pietri. Dittici (Art&, Udine, 1998), Paola De Pietri, Quaderni della Galleria d’Arte Moderna di Bologna, Pedragon, Bologna 2001, To Face, Steidl, London 2012.

Gino Sarfatti - Il design della luce

A cura di Marco Romanelli e Sandra Severi Sarfatti
Progetto di allestimento: Amedeo Cavalchini e Francesco Librizzi
Catalogo Corraini Edizioni
Con testi di Silvana Annicchiarico, Pierluigi Cerri, Manolo de Giorgi, Piero Gandini, Roberto Sarfatti

Triennale Design Museum con Flos presenta la prima grande mostra antologica italiana dedicata a Gino Sarfatti, a cura di Marco Romanelli e Sandra Severi Sarfatti, nella ricorrenza del centenario della sua nascita.

Il lavoro di Sarfatti ha avuto un grande riscontro nell’ambito del collezionismo internazionale, come dimostra il fatto che un’ampia selezione delle opere in mostra provenga dalla collezione di Clémence e Didier Krzentowski, della Galerie Kreo di Parigi, mentre in Italia è rimasto, per molti motivi, in ombra.

Fra i prestatori spicca inoltre l’Archivio storico Flos che ha messo a disposizione un consistente corpus di opere.

La mostra offre l’occasione di consacrare a tutti gli effetti Gino Sarfatti fra i Maestri del design italiano e internazionale nonché di rileggerne l’opera pionieristica in uno dei settori più significativi del progetto: l’illuminazione.

Nel corso di un’incessante attività, sviluppatasi dalla fine degli anni trenta ai primi anni settanta, Gino Sarfatti ha ideato, con una straordinaria carica innovativa, oltre 650 apparecchi luminosi, organizzandone, tramite Arteluce, l’azienda da lui fondata, la produzione e la distribuzione nei più importanti mercati internazionali.

Una vasta selezione di pezzi racconterà l’operato di Gino Sarfatti, visualizzando il legame tra luce e spazio, da lui particolarmente sentito, così come la sperimentazione e le invenzioni relative alle nuove sorgenti luminose.

In occasione della mostra verrà presentato un catalogo, edito da Corraini Edizioni, con testi di Silvana Annicchiarico, Pierluigi Cerri, Manolo De Giorgi, Piero Gandini e Roberto Sarfatti.

 

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In collaborazione con

Premio Europeo di Fotografia Riccardo Pezza - IX Edizione

A cura di Al.b.um. Associazione Culturale

Il Premio, istituito nel 1995 in memoria di Riccardo Pezza, giovane fotografo che compì i propri studi presso il CFP Riccardo Bauer, è aperto a studenti ed ex studenti italiani e stranieri, con età massima di 35 anni, di scuole e di corsi post diploma con qualifica specifica in fotografia, a studenti ed ex studenti delle Accademie di Belle Arti e delle Facoltà di Architettura e Design di tutta Italia, che abbiano sostenuto esame specifico in fotografia.

Il tema del Premio, Il racconto di un luogo, intende stimolare nel tempo la riflessione sul concetto di luogo nei suoi attuali mutamenti, dal paesaggio, al corpo, all’identità, a indicare come nella fotografia contemporanea coesistano tematiche, ambiti e linguaggi trasversali che interessano le molte discipline della comunicazione.

Il Premio diventa perciò un importante osservatorio sui cambiamenti culturali e sociali che emergono dallo sguardo di giovani autori che osservano e rappresentano la contemporaneità.

In questa edizione la giuria del Premio, composta da Giovanna Calvenzi, photo editor, Mara Campana, coordinatrice del settore fotografia del CFP Riccardo Bauer, Moira Ricci, fotografa, vincitrice del Premio Pezza nel 2000, Silvio Wolf, fotografo, Roberta Valtorta, storica di fotografia, Claudia Zanfi, critico d'arte, oltre che dai rappresentanti degli Assessorati alla Cultura e alla Formazione Professionale della Provincia di Milano e della Triennale di Milano, ha selezionato i lavori provenienti da tutt’Italia dei seguenti autori:

Benedetta Alfieri , Matteo Balduzzi, Gianluca Bronzoni, Pier Nicola Bruno, Cristiano Buffa, Diego Casartelli, Marina Della Valle, Filippo Del Vita, Francesco Giusti, Sergio Giusti, Sandro Grandinetti, Alan Maglio, Roberto Magliozzi, Gabriele Pesci, Claudia Bozzoli, Pietro Scordo, Diego Veronesi.

Il Premio Nazionale di Fotografia Riccardo Pezza, giunto alla nona edizione, è promosso da:
CFP Riccardo Bauer
Amici di Riccardo Pezza,
Al.b.um. Associazione Culturale

No Need for Real?

La mostra No Need for Real? apre la  discussione sul bisogno del reale e il suo rapporto con la realtà virtuale nelle “media art”, nell’ambito delle nuove arti digitali.

Attraverso un approccio multidisciplinare, la mostra presenta le opere che uniscono l'arte alle nuove tecnologie, alla storia, alla scienza e all’ingegneria. L’obiettivo principale della mostra è usare diverse tecnologie della società dell'informazione per rappresentare l’opera d’arte e mostrare un nuovo approccio artistico orientato alla ricerca applicata. Le opere presentate sono premonitrici dello sviluppo tecnologico nel settore della visualizzazione e interazione 3D attraverso dispositivi mobili.

Nell’occasione della 18-esima Conferenza Internazionale su “Virtual Systems and Multimedia” (VSMM2012), la mostra No Need for Real? pone la domanda: che cosa viene dopo in termini di rapporto tra reale e virtuale?

Le opere sono esposte nello spazio fisico della Triennale di Milano attraverso le tecniche della realtà aumentata. La realtà aumentata permette di sovrapporre oggetti virtuali e multimediali all’ambiente circostante attraverso un dispositivo mobile quale uno smartphone, oppure con l'uso di un computer portatile dotato di webcam (I-Pad, laptop, ecc.).

Le forme di presentazione e l'interazione tra l'opera e lo spettatore aprono nuove opportunità per gli artisti che realizzano le loro idee a prescindere dalla loro scala o collocazione geografica.

La mostra è curata da Arthur Clay (CHE / USA), rinomato curatore internazionale, artista e direttore del Digital Art Weeks International.

In mostra, tra gli altri, Will Pappenheimer, John Craig Freeman, Tamiko Thiel and the International Arts Group Curious Minds.

Gae Aulenti - Gli oggetti e gli spazi

Triennale Design Museum ricorda Gae Aulenti attraverso una selezione dei suoi più iconici oggetti di design realizzati dal 1962 al 2008, a cura di Vanni Pasca con progetto di allestimento dello studio Gae Aulenti Architetti Associati.

Triennale di Milano e Triennale Design Museum negli ultimi anni hanno avviato un percorso di promozione e valorizzazione dei maestri del design e della architettura italiani con una serie di mostre e iniziative specifiche. Dal 2003 Gae Aulenti è stata protagonista della mostra itinerante Maestri del design italiano presentata al Grand Hornu in Belgio, a Tokyo, Osaka, Hong Kong e Mosca e nel 2012 è stata insignita dalla Triennale della Medaglia d'Oro alla carriera. Ora è protagonista di un omaggio volto a ricordare un aspetto meno valorizzato della sua progettazione, rispetto agli interventi in campo urbanistico, alle architetture e ai progetti di allestimento: il design.

Nella mostra viene ripercorsa la storia progettuale di Gae Aulenti, capace di guardare al razionalismo e al good design attraverso la lente del Neoliberty e dell’Art Deco e di reinventarli con eleganza (come nella Pipistrello o nello Sgarsul) ma anche capace di recuperare con ironia la pratica dell’assemblage e la lezione delle avanguardie (come nel Tavolo con ruote).

Triennale Design Museum conferma così la sua duplice natura di luogo della sperimentazione, da una parte, e luogo della memoria e della conservazione, dall’altra, sulla scia dei recenti omaggi a figure fondamentali per il design italiano come Carlo De Carli e De Pas D'Urbino e Lomazzi”.

 

Con il contributo di

Triennale Design Week 2013

Dal 8 al 14 Aprile torna in Triennale la Design Week in occasione del Salone Internazionale del Mobile 2013.

Luci Cinesi 1981–2011

Il grande balzo in avanti compiuto dalla Repubblica Popolare Cinese in trent’anni attraverso oltre 100 fotografie.  In “LUCI CINESI 1981-2011” Enrico Rondoni mette a confronto la Cina dei primi anni ’80 con quella odierna. 
Gli scatti del 1981 (cinque anni dopo la morte di Mao), e del 1983, raccontano di un mondo ancora contadino nonostante le modernizzazioni volute da Deng XiaoPing, di una popolazione vestita tutta uguale, di città senza auto private e di un sistema industriale indietro di mezzo secolo rispetto a quello occidentale. Un lungo reportage nel “paese delle biciclette” da Pechino a Shanghai, da Xi’an a Chengdu, da Nanchino ad Hangzhou. Un paese pieno di fascino e tradizioni, ma ancora molto lontano dalla moderna Cina che ora conosciamo.
 
Una realtà completamente diversa da quella che l’autore trova tornando in Cina nel 2010 per l’Expò di Shanghai, qui anche lo skyline è completamente cambiato: grattacieli dove  prima navigavano le giunche a vela.  E se a Pechino negli anni ’80 la colonna sonora era lo scampanellio delle biciclette ora il traffico e lo smog sono uno dei tanti problemi da risolvere. Sono passati solo trent’anni dai primi reportage, ma sembra trascorso un secolo. Nasce così l’idea di questa mostra. Con la stessa macchina fotografica di allora (in pellicola) l’autore registra e riflette su questa eccezionale trasformazione non solo nelle grandi città, ma anche nei luoghi come Yiwu dove si producono e si vendono all’ingrosso –in una fiera permanente con 55.000 stand -  tutti gli oggetti “made in China” che hanno invaso il mondo.  Un lungo viaggio fotografico nel tempo e nello spazio (accompagnato da pannelli che illustrano i dati di questa trasformazione ) che si conclude nel 2011 in Tibet.
 
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Donata Tchou
C. +39.392.9051792
 
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La meraviglia come esercizio

Triennale Design Museum presenta oltre 150 esercizi degli studenti dell’Atelier di Riccardo Blumer all'Accademia di architettura USI realizzati fra il 2010 e il 2013.

Performance, installazioni e modelli tridimensionali animeranno gli spazi della Triennale per raccontare il percorso propedeutico all’architettura svolto dagli studenti del primo anno dell’Accademia.

Sono presentati progetti che indagano la relazione tra spazio, corpo, movimento e suono, spettacolo visuale e scenografia urbana: dalla struttura formata da megafoni utilizzata per La processione degli architetti alle sagome dei corpi degli studenti impiegate in L'uomo come misura topologica della città, dagli studi dei movimenti e delle leggi fisiche che animano e plasmano le forme delle nuvole di Come si muovono le nuvole fino alle costruzioni “indossabili” di Architetti in Ri-voluzione.

Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: ”Quella di Riccardo Blumer è una modalità progettuale sempre sorprendente, epifanica, ma al contempo di grande sperimentazione, innovazione e precisione. È un metodo che applica anche nei suoi laboratori con i suoi studenti, trasformando ogni esperienza didattica in una grande metafora ed esplorazione del mondo”.

Dice Riccardo Blumer: “Tra i vari parametri che toccano direttamente la pratica architettonica, mi interessa in particolare il senso di verità. L’architettura è una forma di espressione che modifica lo stato naturale delle cose, ovvero la realtà fisica. In tal senso essa è “vera” al pari dei fenomeni della natura, come lo possono essere un monte o un tramonto. Nell’accostarsi al progetto come modificazione degli stati di Natura, diventa inevitabile incontrare la bellezza. Per restare nell’esempio prima citato del tramonto, mentre si manifesta, l’osservatore collega in modo inconscio ed inscindibile la verità fenomenica all’estetica. Il senso della meraviglia permette allora di percepire la corrispondenza tra vero e bello ed è per questo motivo che è necessario”.

Miguel Arruda - Scultura abitabile

Triennale Design Museum presenta la mostra Miguel Arruda. Scultura abitabile che documenta il lavoro dell’architetto e designer portoghese attraverso una selezione di progetti in cui scultura, architettura e design si fondono. La peculiarità del fare creativo di Arruda risiede nell’incessante passaggio da uno all'altro di questi ambiti disciplinari, da lui riuniti in una sintesi potente e originale.

Solo la scelta dei materiali in parte riesce a evidenziare i confini fra le discipline: per le sculture Arruda predilige la pietra e il metallo, per l'architettura il sughero, per il design il sughero e la gomma, che testimoniano la scelta di una grande sperimentazione nella tradizione del design.

Arruda gioca a confondere il piccolo con il grande, l'interno con l'esterno, il dentro con il fuori. Ad esempio, prende una sua scultura di 15 centimetri e la ingrandisce fino a farla diventare un artefatto di 12 metri. La scultura diventa così un’architettura, un "oggetto penetrabile" che aiuta a esplorare e percepire dal di dentro quel che di solito si è abituati a considerare solo dall'esterno. E ancora, scultura antropomorfe, evidentemente ispirate alle linee morbide e sinuose del corpo femminile, diventano oggetti d'uso quotidiano.

Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: “Dietro ogni sua creazione c'è sempre la convinzione che ogni cosa può essere duplice e diventare ‘altra’ mantenendo in fondo la medesima forma. Presentare i lavori di Arruda in Triennale vuol essere - oltre che un doveroso omaggio - anche un contributo alla conoscenza di una delle voci più originali del nuovo design portoghese”.

Meet Design - Around the World

AROUND THE WORLD è la terza edizione di MEET DESIGN, un evento organizzato da RCS. Una grande iniziativa dedicata al design italiano diventato icona di creatività e innovazione in tutto il mondo. Un contenitore di idee e attività in grado di veicolare i valori concettuali, progettuali, creativi e produttivi di questa disciplina, raccontando i protagonisti della cultura italiana dell’abitare. Around the world è un viaggio ‘internazionale’ nel mondo del design, un percorso che parte da Milano e prosegue in sette città del mondo: San Paolo, New York, Vienna, Pechino, Tokyo, Parigi e Melbourne.

“La mostra mette in scena la vocazione internazionale del Made in Italy e la sua capacità di ispirare gli stili abitativi delle grandi capitali del mondo. Dagli stucchi parigini all’essenzialità giapponese, dal modernismo brasiliano al loft di New York, sette scenari domestici selezionati da Case da Abitare dialogano con l’eleganza contemporanea degli arredi italiani. Protagonisti di interni, lounge e spazi verdi a tutte le latitudini” – dichiara Francesca Taroni, direttore di Case da Abitare curatrice della mostra insieme a Ico Migliore.

Around the world - progettata e allestita da Ico Migliore e Mara Servetto, Migliore+Servetto Architects - inaugura il 9 aprile e rimarrà aperta fino al 1° maggio 2013.

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Studio Roscio
T.+39.02/3450212
a.vallarino@studioroscio.com

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Caffé sospeso

Caramello, cioccolato, pan tostato, fiorito, fruttato, fumé, dolce, amaro, acido: 9 aromi e gusti del caffè rappresentati in un percorso fatto di parole, immagini e musiche composte da Ludovico Einaudi. Sintesi e simbolo dell’esposizione, l’installazione realizzata per illy dall’artista Alistair McClymont: una piccola goccia di caffè sospesa nell’aria.

Questa mostra rappresenta il primo frutto di una partnership fra illycaffè e La Triennale di Milano che vedrà l’organizzazione di eventi culturali e di divulgazione della conoscenza del caffè e inaugura il nuovo spazio illy artlab, un'area del Palazzo della Triennale dove si alterneranno mostre, installazioni e performance teatrali.

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Cohn & Wolfe

T. +39 02.20239.374/352

Alessandra Bettelli

alessandra.bettelli@cohnwolfe.com

Giulia Perani

giulia.perani@cohnwolfe.com

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Fashion In Fiber Recovery

Promossa da Provincia di Milano
In collaborazione con Triennale di Milano e Afol Milano
A cura di Bianca Cappello
Catalogo Fashion In Fiber Recovery edito da Terre di Mezzo

Fashion In è un progetto etico, didattico e culturale che ruota attorno alle materie prime secondarie e alla creatività progettuale e manuale in previsione dell’Expo del 2015.

Ogni anno, affrontando un materiale diverso e organizzando incontri di formazione specifici sui vari materiali, il progetto si concretizza in una mostra di abiti, gioielli e accessori moda realizzati da una selezione di studenti delle migliori Scuole di livello superiore, Università e Accademie d’arte su tutto il territorio nazionale.

Dopo il successo di Fashion In Paper attorno alla carta, Fashion In porta l'attenzione su un elemento che più di ogni altro coinvolge il nostro quotidiano: il tessuto.

Il sistema Moda negli ultimi anni ha progressivamente aumentato l'offerta ed il ricambio dei prodotti fashion velocizzandone la produzione e l'acquisto con il conseguente sfruttamento intensivo delle risorse e delle materie prime.

Ha però anche sviluppato un comparto di attività capaci di recuperare le materie di scarto per dare loro una seconda vita.

Fashion In Fiber Recovery coinvolge Accademie di Belle Arti, Università e Scuole pubbliche di Formazione Superiore nel settore Arte, Design e Moda, nella scoperta delle fibre e dei tessuti di recupero e nella ricerca di nuovi codici di stile e di design.

Dove finiscono gli abiti usati? Come dare una vita nuova agli abiti ed ai tessuti di recupero realizzando prodotti fashion di alto livello qualitativo e ad impatto sostenibile per l'eco-sistema e per l'economia?

Questi sono i punti che Fashion In Fiber Recovery intende portare al grande pubblico attraverso il gusto della ricerca e della creatività dei nuovi talenti.

Più di 100 tra abiti, gioielli e accessori realizzati da: Afol Moda Milano, Politecnico di Milano, Accademia di Belle Arti di Brera, Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, Accademia di Belle Arti di Firenze, Accademia di Belle Arti di Frosinone, Accademia di Belle Arti di Foggia, Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Top Applications Award - VII Edizione

Settima edizione di Top Applications Award, il premio internazionale voluto e promosso da Fedrigoni per mettere in luce la tecnica, la solidità, la creatività e la raffinatezza dei progetti realizzati con le sue carte speciali. Una catena di valore che connette graphic designer, stampatori, cartotecnici ai propri committenti, per portare a compimento lavori di impatto comunicativo e funzionale.

Cinque le categorie in concorso: Book Publishing- Hardback, dedicata ai volumi di pregio; Book Publishing- Paperback per libri e cataloghi d’arte, cartelle d’artista; Corporate Publishing per brochures, cataloghi di prodotti, bilanci, coordinati grafici, mailing, auguri e inviti;  Packaging per scatole, astucci, shopping bag, espositori ed etichette; HP Indigo Digital Printing, dedicata espressamente a progetti stampati con tecnologia digitale HP Indigo, promossa in collaborazione con Hewlett Packard.

Simon Esterson, Paula Scher, Leonardo Sonnoli, Javier Mariscal e Séverine Sueur hanno avuto il compito come giuria di scegliere i loro preferiti tra gli oltre 800 lavori iscritti al Premio provenienti da Italia, Spagna, Olanda, Portogallo, Germania, Francia, Inghilterra, Emirati Arabi, India, Corea e Australia.  Una giuria internazionale che ha dovuto trovare la sintesi tra i propri gusti e la molteplicità di lavori eterogenei per nazionalità, scelte stilistiche, tecniche di lavorazione, con il filo conduttore di un impiego appropriato della carta non disgiunto da funzionalità, accuratezza esecutiva e originalità progettuale.

Ciò che accomuna le centinaia di realizzazioni pervenute è senza dubbio un design ispirato, una forte capacità di innovazione abbinata ad un’intelligente scelta della carta come parte essenziale dei progetti e una stampa di qualità: tutti elementi fondamentali che rendono questi oggetti non solo visivamente apprezzabili ma in grado di realizzare una comunicazione realmente efficace.

Energie rinnovabili - Padri e figli

Progetto e installazione a cura di Alberto Pizzati Caiani

Energie rinnovabili: Padri e figli. 44 emozionanti scatti del fotografo francese Grégoire Korganow. Il dibattito su Energie rinnovabili evolve qui in una straordinaria vision transgenerazionale.

L'artista interpreta in questa sua ricerca l'inesauribile energia... evergreen che lega padri a figli e ancora a padri...di generazione in generazione.

Friuli Future Forum - Il Futuro Fatto a Mano

Da quando era conosciuto come Forum Iulii è passato molto tempo, quasi due millenni. Ma il Friuli è sempre lo stesso: un posto con un grande rispetto per le proprie tradizioni e la propria cultura; e allo stesso tempo con una grande curiosità per il futuro. Per questo la Camera di Commercio di Udine ha dato vita al Friuli Future Forum, un Forum Iulii 2.0; un posto dove incontrarsi e scambiarsi idee, sperimentare il nuovo e inventare insieme alle aziende Friulane il mondo di domani.  Oggi questo laboratorio di idee presenta la mostra Il Futuro Fatto a Mano. Una mostra anch’essa fatta mano, dai visitatori stessi. Ogni giorno avranno la possibilità di costruire con noi l’allestimento, aiutare a preparare il pranzo, partecipare a workshops di design e toccando con mano le Lectio Artigianalis di chi il futuro lo sta già facendo oggi. Entrate. Da qui il futuro si vede benissimo.

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Friuli Future Forum
Camera di Commercio di Udine
info@friulifutureforum.com
T.+39.0432.2735-32
T. +39.366.6343591

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FiloSofia - Porte aperte sul design contemporaneo

Il mondo sta rapidamente cambiando. Nuovi Paesi emergenti si affacciano sulla ribalta della produzione industriale, portando con sé un nuovo modo di intendere il design insieme ad altrettanto inediti modelli organizzativi.

FiloSofia è una rassegna che mette in scena questa evoluzione in corso. Il valore del progetto, l’impegno a sperimentare inedite soluzioni costruttive, la voglia di confrontarsi con materiali e produzioni di qualità sono gli elementi fondamentali che ruotano attorno a queste nuove imprese del design internazionale.

The New Italian Design 2.0

Ideazione e coordinamento Silvana Annicchiarico
Cura e allestimento Andrea Branzi

Triennale Design Museum presenta la mostra The New Italian Design 2.0 negli spazi del National Taiwan Craft Research and Developement Institute di Nantou dal 20 settembre al 20 novembre 2012: una ricognizione sul design italiano contemporaneo che ne documenta le trasformazioni e il legame con i cambiamenti economici, politici, tecnologici del secolo.

Triennale Design Museum, il primo museo del design italiano, diretto da Silvana Annicchiarico, porta avanti con questa mostra un percorso di analisi, valorizzazione e promozione della nuova creatività italiana. 

Emerge un panorama ricco e variegato, che parte dal furniture design fino ad abbracciare nuove forme di comunicazione, dal food al web design, dal fashion al textile design, dal design del gioiello alla grafica e alla multimedialità fino ai complementi d’arredo e all’oggettistica.

Gli oggetti esposti spaziano da autoproduzioni a produzioni in grande serie, da oggetti artistici a altri prettamente industriali. Molti dei designer coinvolti sono già affermati a livello internazionale e lavorano per importanti aziende del settore.

La mostra presenta 282 progetti, di cui 165 sul design di prodotto, 30 sulla grafica, 54 su oggetti legati al corpo come gioielli, borse e accessori, 14 sulla ricerca, 14 sul food design, 5 sull’interior design.

The New Italian Design 2.0 è la versione aggiornata e ampliata dell’omonima mostra presentata per la prima volta nel 2007 alla Triennale di Milano, nata da un censimento su scala nazionale con l’intento di mettere a fuoco il passaggio nel mondo del design dal XX al XXI secolo evidenziandone il sostanziale cambiamento di ruolo della professione.

La mostra ha fatto tappa a Madrid (2007), Istanbul (2010) e Pechino (2012).

O’Clock - time design, design time

A cura di Silvana Annicchiarico e Jan van Rossem 
Progetto di allestimento e grafica: Patricia Urquiola
Catalogo Electa

Triennale Design Museum presenta O’Clock time design, design time una grande mostra che nasce con lo scopo di indagare i rapporti fra tempo e design. La mostra è realizzata in partnership con il marchio di alta orologeria Officine Panerai che, in occasione dell’inaugurazione, presenterà un’installazione dedicata al design dei propri orologi.

Se l’arte figurativa, il cinema e la fotografia hanno sviluppato una lunga e approfondita riflessione sul tema del tempo, il design si è spesso invece limitato a trattare questo argomento rinchiudendolo entro le categorie della precisione, della misurabilità, della funzionalità. Eppure i rapporti fra tempo e design sono molto più complessi e tali da aprire prospettive sorprendenti sia dal punto di vista estetico che da quello funzionale. 

Un’ampia selezione di opere site-specific, installazioni, oggetti di design, opere d’arte, video di artisti e designer internazionali cercano di rispondere a domande come: “In che modo misurare il tempo?”, “Come mostrare il tempo che passa?”, “Come vivere in modo esperienziale il tempo?”. Tutti i lavori esposti affrontano temi come il passare del tempo, il tempo in divenire, la deperibilità, in modo talvolta divertente, talvolta poetico, talvolta meditativo e critico.

La tendenza apparentemente dominante oggi è la “presentificazione”, cioè un processo per cui la memoria diventa sempre più breve. Ci sono però sempre più forti tendenze che affermano l’inopportunità del ricordo, del passato. E sempre più debole è la capacità di immaginare il futuro. In questo quadro di appiattimento del tempo sul presente l’urgenza della mostra è essere quella di far vedere la multiprospetticità del tempo, il suo incessante lavorio e il suo trascorrere. 

 

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Igort - Pagine Nomadi

La Triennale di Milano presenta dal 9 maggio al 10 giugno Igort - Pagine Nomadi La mostra, realizzata in collaborazione con il corso di laurea magistrale in Arti, Patrimoni e Mercati della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM, è dedicata all’opera di uno tra i più importanti esponenti di graphic novel: Igort.

Un genere, quello del graphic novel di tipo giornalistico, che sviluppa le potenzialità del fumetto portandolo fuori dallo studio dell'autore, "en plein air", per così dire, per incontrare la vita e le storie vere. Testomianze raccolte nel giro di due anni nei paesi dell'ex impero sovietico. Igort, con il suo lavoro recente, Quaderni Russi e Quaderni Ucraini, le cui pagine sono in mostra, prosegue idealmente le traiettorie del “fumetto d’autore”, di cui è stato un artefice fin dagli anni Ottanta, coniugando nel suo lavoro stili espressivi e direzioni di linguaggi altri come cinema, pittura e letteratura.

Così i Quaderni Russi e i Quaderni Ucraini raccolgono e restituiscono, attraverso il linguaggio del fumetto, la vita di tutti i giorni delle persone che Igort ha incontrato a cavallo tra il 2008 e il 2009, 20 anni dopo la caduta del muro. Attraverso le loro storie, il dolore degli eventi drammatici dell’ex-Urss, che diventano immagini originali di un importante e poco conosciuto capitolo di storia contemporanea.

Questo progetto inedito nasce dalla collaborazione tra la Triennale di Milano e gli studenti del corso di Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e mercati dell’Università IULM. I vari aspetti della realizzazione della mostra - dall’elaborazione dell’idea curatoriale, alla campagna di comunicazione, fino all’allestimento degli spazi - sono stati seguiti dagli studenti. Un’esperienza unica e innovativa, che offre loro l’opportunità di diventare parte attiva di un progetto, diaffrontare in prima persona le sfide reali del mondo dell’arte nell’ambito di un’istituzione come la Triennale di Milano.

In concomitanza con la mostra il libro Igort - Pagine Nomadi. Storie non ufficiali dell'ex Unione Sovietica, edito da Coconino Press – Fandango (176 pagine a colori, in libreria a maggio).

 nstancabile viaggiatore, Igort è nato a Cagliari nel 1958 e lavora da trent’anni come autore di fumetti e illustratore. Nel corso della sua vita fonda con Carpintieri e Mattotti la rivista Il Pinguino, pubblica su diverse riviste nazionali e internazionali, fonda con Mattotti, Brolli, Carpintieri, Jori e Kramsky il collettivo Valvoline, sovvertendo le regole del fumetto d’avventura tradizionale.

Invitato ad esporre alla Biennale di Venezia del 1994; collabora con Studio Alchimia, Swatch, Alessi, Memphis e altri; è musicista, autore e conduttore radiofonico e nel 2000 fonda e dirige la casa editrice Coconino Press. Tra i suoi libri principali, il romanzo a fumetti 5 è il numero perfetto è pubblicato in 15 Paesi e sta per diventare un film.

Premio Mies van der Rohe 2013

Il Premio, nato per un’iniziativa congiunta della Commissione Europea e della Fundació Mies van der Rohe, riconosce l’eccellenza architettonica e valorizza l’importante contributo dei professionisti europei allo sviluppo di nuove idee e tecnologie, offrendo sia agli individui che alle istituzioni pubbliche l’opportunità di comprendere meglio il ruolo culturale svolto dall’architettura nella costruzione delle nostre città. Il Premio mira inoltre a supportare i giovani professionisti all’inizio della propria carriera. Ad ogni edizione biennale, le opere nominate, che devono essere state completate nei due anni precedenti, sono selezionate da un gruppo di esperti indipendenti, membri dell’Architects’ Council of Europe (ACE) e da altre associazioni nazionali di architetti.

Per ogni edizione la Giuria seleziona due opere: a una è destinato il Premio e all’altra la Menzione Speciale; entrambi i riconoscimenti premiano le qualità concettuali, tecniche e costruttive dell’opera. La Giuria fa inoltre una selezione di progetti che verranno presentati nella mostra e nel catalogo realizzati in occasione dell’evento. 

Nell’ambito del Premio 2013, sono state nominate in totale 335 opere, tra le quali la giuria, al primo incontro a Barcellona, ha selezionato le cinque finaliste, che sono elencate di seguito:

Municipio, Gand, Belgio 
Architetti: Robbrecht en Daem architecten; Marie-José Van Hee architecten;

Superkilen (parco urbano interculturale), Copenaghen, Danimarca
BIG Bjarke Ingels Group; Topotek1; Superflex;

Harpa – Sala concerti e centro conferenze di Reykjavik , Reykjavik, Islanda 
Batteríid Architects; Henning Larsen Architects; Studio Olafur Eliasson;

Casa per anziani, Alcácer do Sal, Portogallo
Aires Mateus Arquitectos;

Metropol Parasol (spazio culturale e commerciale), Siviglia, Spagna
J. Mayer H.

Subito dopo avere visionato queste opere, la giuria si è riunita per la seconda volta alla Triennale di Milano ed è stata scelta come opera vincitrice  Harpa, sala concerti e centro conferenze di Reykjavik progettata da Henning Larsen e Batteríið insieme all’artista plastico Olafur Eliasson.

La Menzione speciale per il migliore architetto emergente va a María Langarita e a Víctor Navarro per la Nave de Música Matadero (Red Bull Music Academy), costruita per ospitare un festival musicale a Madrid. Il Premio consiste in 60.000 euro, mentre la Menzione Speciale riceve un assegno di 20.000 euro. I vincitori vengono inoltre premiati con una scultura realizzata dall’artista catalano Xavier Corberó ispirata al Padiglione Mies van der Rohe, simbolo del Premio e una delle più grandi opere architettoniche del ventesimo secolo.

Giuria 2013 

Wiel Arets, Presidente di giuria/Wiel Arets Architekten, Maastricht

Pedro Gadanho, curatore dell’architettura contemporanea, Museum of Modern Art (MoMA), New York

Antón García-Abril, Ensamble Studio, Madrid

Louisa Hutton, Sauerbruch Hutton Architekten, Berlino

Kent Martinussen, CEO, Dansk Arkitektur Center (DAC), Copenhagen

Frédéric Migaryou, direttore, Architettura & Design, Centre Pompidou, Parigi

Ewa Porebska, Capo-redattrice, Architektura-murator, Varsavia

Giovanna Carnevali, segretaria di giuria/direttrice della Fundació Mies van der Rohe, Barcellona 

Il Comitato organizzativo

Il Premio è stato sin dagli inizi un progetto collettivo. Il comitato organizzativo si è ampliato nel corso delle varie edizioni e include oggi le istituzioni che formano il Comitato direttivo con il quale collaborano il Comitato consultivo, le varie associazioni di settore che aderiscono all’ACE (Architects’ Council of Europe) e altre associazioni nazionali di architetti, nonché di esperti indipendenti.

 

Partner Triennale Architettura

Le ceramiche di Andrea Branzi

Triennale Design Museum presenta Le ceramiche di Andrea Branzi: una selezione di opere in ceramica, materiale dal grande valore simbolico per il designer perché portatore di un forte contenuto antropologico.

Se la serie Nature Morte del 2011 introduce una riflessione sui temi della morte e della caducità, Epigrammi (2010) è invece costituita da piccole figure in ceramica intramezzate da elementi in ferro capaci di accogliere oggetti come fiori, frutta o candele. Ogni pezzo è come un frammento di un racconto ispirato a poemi classici (Catullo, Marziale) o moderni (Penna, Fortini).

La serie Portali del 2007 è concepita come micro-habitat da arricchire con elementi floreali, così da creare un vero e proprio paesaggio architettonico. Bosco del 2011, ispirata all’Ikebana, tecnica giapponese dedicata all’esposizione dei fiori recisi, mette in dialogo artificiale e naturale, mentre in Roseti (2011) elementi geometrici si relazionano a forme organiche e naturali. Sono inoltre esposti lavori sempre del 2011 come Orecchio e la salsiera e la teiera Foglia.

Benzine - Le energie della tua mente

Benzine. Le energie della tua mente è una mostra di arte e scienza per capire cosa sono le energie della mente, come si usano e perchè oggi sono molto più preziose di ieri.
Ideata e prodotta dalla Fondazione Marino Golinelli in partnership con La Triennale di Milano, l'esposizione,  a cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella. Concept dellìallestimento di Iosa Ghini Associati.
La mostra si articola in sette ambienti espositivi, dedicati ad altrettante forme di "energia" (l'arte, le idee, la creatività, gli altri, il nuovo, il saper imparare, la passione), in cui le intuizioni di alcuni grandi artisti contemporanei sono affiancate da exhibit scientifici che toccano temi di attualità, economia, scienze sociali, e illustrano le scoperte scientifiche sul funzionamento del nostro cervello.
Tra gli artisti in mostra: Terence Koh, Peter Fischli e David Weiss, il collettivo danese Superflex, Gabriel Orozco, Marinella Senatore, Tim Rollins + K.O.S.; Joao Onofre, Raqs Medial Collective.
 

Visite guidate
Nei giorni di apertura, ore 19 (durata 50 min).
Biglietto: euro 8 euro / ridotto euro 6,50 (la lista delle riduzioni è disponibile al sito www.triennale.org)
Visita guidata gratuita, fino ad esaurimento posti; si consiglia la prenotazione

Visite guidate con laboratorio
Sabato e domenica, ore 11.30, 15.30 e 18 (durata 1h 30 min).
Il laboratorio è adatto a bambini dai 6 anni in su e famiglie.
Ingresso adulto: intero 8 euro / ridotto euro 6,50 (la lista delle riduzioni è disponibile al sito www.triennale.org)
Ingresso bambino: gratuito
Fino ad esaurimento posti; si consiglia la prenotazione.

Per le scuole
Visite guidate e laboratori dal martedì al sabato, repliche a partire dalle 10.30.
Ingresso: Gratuito, previa prenotazione presso la segreteria organizzativa.

*Informazioni e prenotazioni:
T. +39.349.6008287
benzine-prenotazioni@golinellifondazione.org

 

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Fondazione Marino Golinelli
Segreteria organizzativa 

benzine-segreteria@golinellifondazione.org
benzine-prenotazioni@golinellifondazione.org

Prenotazioni visite guidate Scuole
T. +39.349.6008287

Ufficio stampa
Delos
T. +39.02.8052151
p.nobile@delosrp.it
v.radaelli@delosrp.it 

 

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Antonio Ottomanelli – Collateral Landscape – Frammenti di paesaggio ai margini della ricostruzione

A cura di  Joseph Grima
Prodotta da LUZ e Fondazione La Triennale di Milano
Progetto di allestimento MODOURBANO architettura
Progetto grafico Lucio Ruvidotti
Direzione artistica catalogo Letizia Trulli  

Quando il fotografo Antonio Ottomanelli partì per l'Afghanistan nel 2009 non fu per verificare un'idea preconcetta della capitale Afghana: era invece per osservare sul posto una terra trasfigurata da un conflitto senza sosta, ormai abituata al trauma al punto che esso era diventato parte delle costruzioni della città. Egli ha rovistato la città in cerca di segni delle macroscopiche forze in azione sul paesaggio, registrando le sue osservazioni in note scritte e immagini.

Le lacrime di guerra separano, ma allo stesso tempo legano indissolubilmente insieme dei luoghi,  e questo viaggio a Kabul è diventato il primo capitolo di una ricerca durata 4 anni e che presto lo ha portato altrove. Collateral landscape è una cartografia delle forze scatenate che si sono susseguite agli eventi dell'11 settembre 2011 - eventi che hanno gettato realtà distanti (Kabul, Baghdad, Sadr City, Herat, Dokan, New York City, Gaza) in uno “stato di entaglement” non dissimile da quello che nella fisica quantistica lega insieme elettroni a dispetto della loro reale distanza. Da questi paesaggi così differenti emerge una nuova geografia noncurante dei confini e delle frontiere: una singolo luogo immaginario senza soluzione di continuità visceralmente avvinto dai recenti eventi storici.

Architetto di formazione, Ottomanelli guarda ai paesaggi abitati come registro delle umane attività sia di distruzione che di ricostruzione. La rappresentazione del paesaggio è critica ma non giudicatoria - il conflitto non viene mostrato attraverso buchi di pallottole o crateri generati da bombe esplose - ma attraverso immagini di nuovissime gated communities e palazzi del parlamento di recente costruzione. Questi luoghi non sono il teatro in cui la trama si disvela, come fosse un gruppo di attori, da sè. La posizione delle immagini non è fissa e cambierà nel periodo della mostra. Alcune fotografie selezionate saranno accompagnate da descrizioni del paesaggio scritte a mano dalle guide locali che hanno accompagnato Ottomanelli nelle sue continue ricognizioni. 

La mostra si propone come momento introduttivo di un percorso più ampio e complesso che interesserà inizialmente il territorio milanese e, attraverso una rete di collaborazioni internazionali, raggiungerà i paesi oggetto della ricerca.

Il luogo della mostra sarà la sede di una serie di attività che animeranno il periodo dell’esposizione e tenderanno alla produzione di nuovi materiali e contributi di carattere artistico e scientifico. Saranno organizzati incontri con l'autore e tavole rotonde multidisciplinari con l'obiettivo di presentare i futuri sviluppi del progetto; proseguire la riflessione sulle strategie e le necessità della ricostruzione contemporanea e sulle implicite evoluzioni identitarie, in medio Oriente come in Italia; sull'utilizzo delle pratiche artistiche come necessario strumento di indagine e intervento a livello sociale.

Antonio Ottomanelli
Studia Architettura a Milano e Lisbona. Fino al 2011 adjunct professor presso il dipartimento di progettazione architettonica del Politecnico di Milano. Nel 2009 fonda IRA-C (Interaction Research & Architecture in Crisis context) una piattaforma pubblica per la ricerca nel campo delle strategie urbane e sociali. Ha realilzzato reportage in Italia ed all’estero (L’Aquila earthquake 2009, Haiti earthquake 2010, Italy G8 summit 2010). Attualmente è impegnato nello studio e nella documentazione dell’attuale condizione delle città e dei territori in stato di conflitto, con particolare attenzione all’area mediorientale. Negli ultimi tre anni ha lavorato in Afghanistan, Iraq e Palestina. I suoi lavori sono stati pubblicati in varie riviste di Architettura (Area, Abitare, AR, Domus). Nel 2011 entra a far parte di LUZ photo agency. Attualmente sta lavorando al progetto COLLATERAL LANDSCAPE. Il suo lavoro è stato presentato nel 2011 e 2012 durante la II e III edizione di Festarch, Perugia; e nel 2010 all’interno del circuito ARIA - Berlino. Ha ricevuto due Menzioni d’onore (Architettura e Arte) al premio internazionale di fotografia Lucie Foundation. Le sue ricerche su Baghdad sono state recentemente presentate all’interno del Festival Sao Paulo Calling in Brasile. è stato tra gli artisti invitati alla Biennale di Dallas 2012 e alla prima edizione della Biennale del Design di Istanbul 2012. E' stato recentemente pubblicato dalla Endless Delight Publishing, con introduzione di Joseph grima, un volume che raccoglie le opere della serie Big Eye Kabul.

M 15 Y 94 - art & apps eni

In concomitanza con il nuovo allestimento TDM5: Grafica Italiana, eni vuole presentare al pubblico la comunicazione che negli anni ha sviluppato insieme a vari artisti. Un modo per raccontare il rapporto negli anni con l’arte, il suo sviluppo verso la comunicazione aziendale e l’integrazione dei vari elementi.

Ricollegandosi all’allestimento del museo, che presenta lo spettro cromatico completo, la presentazione eni si concentra su un particolare colore: il giallo; o meglio il giallo eni, codice di stampa C0 M15 Y94 K0; da qui il titolo M15 Y94.

Nello spazio dell’Impluvium vengono presentate le opere originali degli artisti e le loro applicazioni e integrazioni con il mondo eni. Gli artisti, dagli anni ’50 fino ad oggi, vengono presentati secondo i media da loro usati; nello spazio centrale un grande tavolo funge da archivio digitale dove poter incontrare tutti i giovani artisti contemporanei, mentre le pareti, inclinate come un leggio, narrano la storia fisica della comunicazione eni dei decenni passati con brevi spot di opere contemporanee.

M15Y94 è un momento di approfondimento su tematiche maggiormente legate all’azienda, e al particolare e preferenziale rapporto che da sempre eni ha con gli artisti fin dalla sua fondazione.

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Eni spa
Relazioni Esterne

Rosella Migliavacca

T. +39.02.52031928
rosella.migliavacca@eni.com

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Lady Dior As Seen By

La borsa Lady Dior fu creata nel 1995 e regalata dalla première dame di Francia a Lady Diana, principessa del Galles e beniamina dei media di tutto il mondo, che era in visita a Parigi per la mostra di Cezanne. La principessa la portò sempre con sé e ne ordinò una di ogni variante. L’impuntura a cannage della borsa, i cerchi dorati che ne collegano il corpo rettangolare ai manici arcati e le lettere dorate pendenti - omaggio alla passione di Christian Dior per i ciondoli portafortuna - ne hanno fatto un accessorio Iconico degli ultimi 15 anni. Creata in pelle o in pellami esotici, la raffinatezza suprema della Lady Dior e il suo stile couture le conferirono fin da subito una classe che non conosce confronti. 

Mitica e moderna, la Lady Dior ha ispirato i più grandi artisti di tutto il mondo.

Fotografi, artisti visivi, video artist e registi di spicco hanno raccontato la storia di una misteriosa Lady Dior, impersonata da Marion Cotillard, nelle capitali del mondo, proiettando la borsa ai vertici del patrimonio culturale della Maison Dior. Prima di diventare un couturier, monsieur Dior fu un gallerista appassionato e esperto. A Parigi fu il primo a esibire le opere di Calder, Dalì, Mirò, e Giacometti e espose anche lavori di Picasso, Dufy, Ernst e Klee. Una delle sue migliori clienti fu Gertrude Stein. Il giovane uomo che aveva sognato di frequentare le accademie d’arte rimase vicino agli artisti per tutta la sua vita, al punto che questa sua fervente passione si può trovare anche nel cuore delle sue creazioni e di quelle dei suoi successori.

Una passione per l’arte che è fondazione stessa dell’identità più profonda della Maison e che oggi alimenta un vibrante dialogo tra la borsa Lady Dior - icona assoluta della Maison - e i lavori degli artisti più talentuosi. Da David Lynch a John Cameron Mitchell, da Patrick Demarchelier a Arne Quinze, per passare attraverso i lavori di Wen Fang, Maarten Baas, Olympia Scarry e Recycle Group e approdare a quelli degli Italiani Luca Trevisani e del duo Vedovamazzei. Per finire con le opere di Alessandro Carano e Davide Stucchi, vincitori del concorso indetto tra i giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Sono oltre settanta le eccezionali opere d’arte che onorano, ognuna a suo modo, l’icona dello stile Dior.

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Ufficio Stampa Dior
bpiovella@christiandior.fr

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De Pas, D’Urbino e Lomazzi - Il gioco e le regole

A cura di Vanni Pasca
Progetto di allestimento: Studio D’Urbino Lomazzi
Progetto grafico: Italo Lupi
Catalogo Corraini Edizioni
Le mostre del CreativeSet sono un progetto diretto da Silvana Annicchiarico

Il progetto MINI&Triennale CreativeSet presenta un omaggio al gruppo storico De Pas, D’Urbino e Lomazzi attraverso una selezione di pezzi iconici che ne evidenzia l’importante apporto nella storia del design italiano sia dal punto di vista della ricerca e della sperimentazione, che dal punto di vista professionale.

La mostra è a cura di Vanni Pasca, con uno speciale progetto di allestimento dello Studio D’Urbino Lomazzi e il progetto grafico di Italo Lupi.

Dichiara Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: “Fin dalla sua apertura, Triennale Design Museum ha manifestato una duplice natura e vocazione: luogo della tutela e valorizzazione della memoria e della storia del progetto, da una parte, e laboratorio di sperimentazione e ricerca, dall’altra. L’anno scorso, con il focus dedicato a Carlo De Carli nello spazio del CreativeSet abbiamo iniziato un percorso volto a restituire la dovuta attenzione a una importante figura del mondo del progetto italiano. Proseguendo sulla stessa linea, la mostra su De Pas, D’Urbino e Lomazzi propone una lettura critica della loro attività riaffermandone il ruolo cardine nella storia del design italiano”. 

Jonathan De Pas (1932-1991), Donato D’Urbino (1935) e Paolo Lomazzi (1936) fondano il loro Studio nel 1966, anno della partecipazione al concorso per arredi indetto dalla Selettiva del mobile di Cantù. In questa occasione, raccogliendo idealmente l’eredità culturale del movimento moderno, contestano le idee alla base del concorso stesso e introducono tematiche che diventeranno costanti della loro poetica, come la rivendicazione di un “rapporto attivo” che si deve instaurare tra uomini, oggetti e spazi, la volontà di reinterpretare le tipologie edilizie, l’attenzione ai costi e all’accessibilità.

Negli anni sessanta, De Pas, D’Urbino e Lomazzi si contraddistinguono per un approccio progettuale anticonvenzionale e un design dal sapore ludico e ironico, dal forte valore espressivo, che risente delle coeve tendenze pop.

Fra i loro progetti più famosi la poltrona gonfiabile Blow del 1967, le strutture pneumatiche, abitative ed espositive, degli stessi anni, la poltrona Joe del 1970 (un guantone da baseball in onore del giocatore Joe Di Maggio) e l’appendiabiti Sciangai del 1973, trasposizione ingrandita delle bacchette dell’omonimo gioco.

Nel 1968 partecipano all’Expo mondiale di Osaka, con un progetto di coperture a moduli compositi formati da semisfere gonfiabili, e, nello stesso anno, in occasione della XIV Triennale di Milano, presentano un tunnel, sempre gonfiabile, progettato come raccordo tra il Palazzo dell’Arte e il Padiglione Italiano, collocato nel parco Sempione.

Lo Studio ha portato avanti negli anni importanti ricerche sulle tecnologie industriali, ha collaborato con diversi imprenditori aperti alla sperimentazione sui materiali e ha elaborato nuove idee legate al comfort e alla multifunzionalità.

Dal 1966 a oggi ha sviluppato oltre 2000 progetti che spaziano dal design industriale all’arredamento, dagli allestimenti all’urbanistica e all’architettura.

La città infinita

A cura di Aldo Bonomi e Alberto Abruzzese
Progetto di allestimento: Origoni e Steiner

La mostra fa parte della Ventesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano
La Città Infinita non è un luogo, ma una successione infinita di luoghi che appaiono al viaggiatore che li attraversa.

La mostra considera il territorio secondo una dimensione antropologica, nella quale l’essere, anche in tempi di spazio globale, vive, lavora, abita, produce e costruisce.

Lo spazio occupato dalla Città Infinita va da Varese a Bergamo con Milano come punta più bassa di un triangolo in continua espansione verso Novara e Biella, e in direzione di Brescia, Lodi e Piacenza. I confini si attraversano e si rompono, come le labili impalcature istituzionali che determinano la Città Infinita, denominata città metropolitana, città regione, policentrica, pedemontana lombarda, provincia di Milano, Como, Varese…

Cardini arbitrari della rappresentazione della Città Infinita sono gli aeroporti di Malpensa e Orio al Serio, e la Triennale di Milano, che ha la vocazione storica di rappresentare le arti, i mestieri e lo spazio urbano, ciò che questo territorio produce, inventa, disegna e che rappresenta, al fine di commercializzarlo nel mondo.

Nello spazio “rappresentabile” scelto per la Città Infinita vivono più di 4.000.000 di persone, 460.000 imprese animate da 1.600.000 attività e 3.700.000 sono i veicoli che lo percorrono.

La mostra vuole rappresentare l’antropologia del vivere lo spazio infinito, l’ipermodernità delle arti e dei mestieri di questo territorio, a ottant’anni dalla fondazione della Biennale delle Arti e dei Mestieri di Monza, poi diventata Triennale di Milano; vuole rappresentare ciò che resta nello spaesamento delle comunità originarie che hanno creato un’enorme piattaforma produttiva che dal locale va nel globale e viceversa; vuole portare alla luce i flussi che atterrano in questo territorio e che da questo si sollevano per volare nel mondo: oggetti, simboli e eventi che hanno fatto e fanno la Città Infinita.

Visivamente i flussi sono sopra la testa e i luoghi sotto i piedi. Il visitatore della mostra si trova immerso in questa atmosfera ipermoderna.

Nello spazio intermedio, tra i flussi e i luoghi, si trova il racconto, che accompagna il visitatore e l’aiuta a capire e non perdersi. Il racconto è fatto di storie di vita filmate, fotografate, scritte, recitate, emblematiche del vivere, del lavorare e dell’abitare nella Città Infinita.

La rappresentazione dello spazio infinito viene spezzata e rimodellata in cinque sezioni/stazioni, per richiamare la lotta del soggetto che vuole rompere le forme e le gabbie dello sradicamento. Ogni sezione è caratterizzata da diversi comportamenti, luoghi e racconti: nella sezione dei capitalisti personali sono proposte le forme prefordiste degli artigiani e quelle postfordiste dei consulenti delle reti lunghe; le imprese molla sono quelle che fanno rimbalzo partendo dalla città infinita e vanno nel mondo, per poi ritornare con un effetto di trascinamento e sollevamento dei capitalisti personali e delle imprese trivella ancorate al territorio; le trame, ovvero la rete di luoghi artificiali come i megastore e i multisala che innerva la Città Infinita, dove scorrono scambi e forme di vita diverse dalle comunità originarie; le tracce di comunità, che alla ricerca della comunità perduta si dispiegano sul territorio attraverso il racconto dei Sindaci e dei soggetti rimasti senza paese o provenienti da altri paesi come gli immigrati; i padroni dei flussi che fanno finanza, reti hard e soft, che nei fatti rideterminano nuove gerarchie funzionali dello spazio nella Città Infinita (basti pensare all’impatto della nuova fiera o all’insediamento di Alcatel, IBM, Cisco nella città infinita).

La grafica e la pubblicità delle Triennali di Milano - Immagini e documenti dagli Archivi storici

Per la quinta edizione, il Triennale Design Museum ha dedicato l’esposizione alla grafica italiana e alla comunicazione visiva. L’Archivio Fotografico e l’Archivio Audiovisivo della Biblioteca del Progetto della Triennale di Milano hanno esposto nel maggio 2012 una prima selezione con immagini degli allestimenti delle mostre di arte grafica e pubblicità italiana e internazionale nelle edizioni storiche delle Triennali.

Ora invece propongono una serie di fotografie sulla grafica, sui manifesti ufficiali e sulla pubblicità nella città di Milano, dalla quinta Triennale del 1933 ai manifesti coordinati dei singoli eventi delle edizioni degli anni ’80.

I progetti presentati sono stati realizzati da  artisti e grafici come Mario Sironi, Enrico Ciuti, Italo Lupi, Alberto Marangoni, Roberto Sambonet, Max Huber. 

O’Clock - time design, design time

Dopo il grande successo ottenuto a Milano, Triennale Design Museum, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura a Pechino, presenta a Pechino negli spazi del CAFA Art Museum una nuova edizione di O’Clock. time design, design time, a cura di Silvana Annicchiarico e Jan van Rossem, con uno speciale progetto di allestimento di Patricia Urquiola.

La mostra nasce con lo scopo di indagare i rapporti fra tempo e design ed è realizzata in partnership con il marchio di alta orologeria Officine Panerai che, in occasione dell’inaugurazione, presenterà un’installazione dedicata al design dei propri orologi, a cura di Patricia Urquiola.

Rispetto all’allestimento di Milano, la mostra a Pechino presenta una selezione di opere ampliata e aggiornata, che tiene conto della nuova progettualità cinese emergente e già affermata. Un’ampia rassegna di inedite opere site-specific, installazioni, oggetti di design, opere d’arte, video di artisti e designer internazionali cercano di rispondere a domande come: “In che modo misurare il tempo?”,

“Come mostrare il tempo che passa?”, “Come vivere in modo esperienziale il tempo?”. Tutti i lavori esposti affrontano temi come il passare del tempo, il tempo in divenire, la deperibilità, in modo talvolta ironico, talvolta poetico, talvolta meditativo e critico.

Realizzato nel marzo 2008 e progettato dall'architetto giapponese Arata Isozaki, il CAFA Art Museum di Pechino (China Central Academy of Fine Arts) è uno dei più importanti musei d’arte in Cina. La sua architettura è un corpo tridimensionale dalla superficie ricurva, che assume una valenza scultorea anche grazie all’impiego all’esterno di lastre in pietra naturale. Il CAFA è luogo di ricerca che propone numerose mostre e attività e si pone come piattaforma di scambio fra la cultura cinese e quella internazionale.

Se l’arte figurativa, il cinema e la fotografia hanno sviluppato una lunga e approfondita riflessione sul tema del tempo, il design si è spesso invece limitato a trattare questo argomento rinchiudendolo entro le categorie della precisione, della misurabilità, della funzionalità. Eppure i rapporti fra tempo e design sono molto più complessi e tali da aprire prospettive sorprendenti sia dal punto di vista estetico che da quello funzionale.

I cantieri della Triennale e i luoghi del lavoro nelle immagini e nei documenti dagli Archivi Storici

L’Archivio Storico e Fotografico della Triennale di Milano, ispirandosi alla Mostra Senza Pericolo, che presenta le relazioni tra il mondo delle costruzioni e i temi della sicurezza, a partire dall’originale significato, già presente nella trattatistica architettonica classica, espresso nel concetto di “sine periculo”, ovvero l’assicurazione che il progettista e il committente dell’opera edilizia si assumono verso il rischio di incidenti per chi lavora alla sua realizzazione, per i futuri abitanti e per l’ambiente circostante, presenta alcune fotografie relative alla costruzione del Palazzo dell’Arte e della Torre del parco, ai vari cantieri negli allestimenti delle diverse edizioni della Triennale, a partire dagli anni Trenta fino alla Ottava Triennale del 1947 con il progetto del Quartiere Sperimentale QT8, dalla Tredicesima Triennale del 1964 con il ponte in ferro di Aldo Rossi e Luca Meda fino alla mostra tematica de Il Luogo del Lavoro del 1986.

L’Archivio Audiovisivo presenta due filmati storici che documentano i cantieri per la costruzione del Palazzo dell’Arte (1931-1933) e per l’edificazione del Quartiere Modello Sperimentale QT8 in occasione dell’Ottava Triennale di Milano (1947), e il documentario storico Il progetto di fabbrica: l’igiene e la sicurezza realizzato nel 1986 in occasione della mostra della Triennale Il Luogo del Lavoro.

L'Italia al casello

Trenta foto dall’archivio TCI per raccontare  le nostre autostrade

Com’è cambiata l’Italia con l’avvento dell’autostrada?

La Milano-Laghi, considerata la prima autostrada al mondo, fu ideata e realizzata dall’ingegner Piero Puricelli negli anni Venti del secolo scorso anche grazie al sostegno del Touring Club Italiano. Con una straordinaria intuizione si destinava alle automobili uno spazio riservato ed esclusivo per viaggiare più velocemente, senza pericolo di investire pedoni, ciclisti e altri veicoli trainati da animali.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, sotto la spinta potente della ricostruzione e del boom economico, avviene un radicale cambiamento nel paesaggio, nell’economia e nella cultura del nostro Paese.

In questo clima inizia la costruzione di una grande arteria di collegamento tra nord e sud, la Milano-Roma-Napoli. Di seguito aprono i cantieri di nuove autostrade: la Milano-Torino, la Milano-Venezia, l’Adriatica e la Salerno-Reggio Calabria. Contemporaneamente si realizzano, e ad esse si collegano, i principali trafori alpini che facilitano gli scambi con l’Europa. Tutto questo contribuirà allo sviluppo della motorizzazione e di conseguenza anche del turismo.

In occasione della grande mostra sulle infrastrutture, da poco inaugurata in Triennale, dall’Archivio fotografico del Touring sono state tratte 30 fotografie vintage, che costituiscono una testimonianza di queste trasformazioni e  possono offrire uno spunto per diversi e proficui percorsi di ricerca. Su questi (costruzioni, lavoro, trasporti, ambiente, costume) e altri temi, l’Archivio TCI conserva  migliaia di fotografie che sono state in parte pubblicate a corredo di articoli, guide, volumi e manuali supportati da una produzione cartografica di alto livello. Forte della sua tradizione associativa, il Touring da più di cento anni non fa mancare strumenti e idee aggiornate che da sempre costituiscono un servizio  insostituibile per i viaggiatori.

Epson è partner tecnico del Centro Documentazione TCI per la digitalizzazione del patrimonio fotografico. 

Dracula e il mito dei vampiri

Dal 23 novembre 2012 al 24 marzo 2013 la Triennale di Milano presenta la mostra dedicata a una delle leggende antiche più articolate e suggestive: “Dracula e il mito dei vampiri”. 

La mostra - ideata, prodotta e organizzata da Alef-cultural project management in  partnership con La Triennale di Milano e in collaborazione con il Kunsthistorisches Museum di Vienna - con circa 100 opere tra dipinti, incisioni, disegni, documenti, oggetti storici, costumi di scena e video - affronta e indaga la figura del vampiro per antonomasia, partendo dalla dimensione storica per procedere alla trasfigurazione letteraria, fino ad arrivare alla trasposizione cinematografica e, infine, alle implicazioni sociologiche del mito di Dracula. Un vero e proprio viaggio nel mondo vampiresco che, al contempo, analizza il contesto storico e quello contemporaneo, passando in rassegna oggetti d'epoca e design dei nostri giorni, miti antichi e divi di oggi.

Nel 1912 muore Bram Stoker, lo scrittore che, nel 1897, pubblicò il romanzo “Dracula”.

Il mondo celebra il centenario della sua scomparsa con una serie di importanti eventi. La mostra è quindi un'occasione per rendere omaggio alla creatura letteraria del romanziere irlandese: Dracula, l'immortale vampiro, principe della notte, antesignano di una lunga serie di emuli più o meno fascinosi.

La figura del vampiro, a partire dai suoi più lontani trascorsi folklorici e medievali, ha conosciuto infatti uno sviluppo straordinario entro la cultura illuministica, romantica e contemporanea, per culminare oggi nella saga di Twilight e in una sorta di “vampiromania” che continua a sedurre adolescenti e non solo.

Capire perché il vampiro sia comparso improvvisamente sulla scena dell'immaginario europeo nel Settecento per non uscirne mai più, rileggere per immagini il Dracula di Bram Stoker, pensare a Dracula guardando a tutto quanto è stato prodotto dopo Bram Stoker, ma anche conoscere Dracula prima di Bram Stoker: questo l'intento della mostra.

Le diverse declinazioni del fenomeno del vampirismo sono quindi affrontate in tre sezioni principali: “La realtà dietro il mito”, a cura di Margot Rauch, conservatrice del Kunsthistorisches Museum di Vienna, da cui provengono una serie di eccezionali documenti storici e opere tra le quali il primo ritratto del conte Vlad, figura storicamente esistita nel XV secolo e associata a quella leggendaria di Dracula; “Bram Stoker: Dracula” in collaborazione con la Bram Stoker Estate, che propone una riflessione sul vampirismo nell'ambito letterario con particolare attenzione all'opera di Stoker approfondita attraverso taccuini e documenti del romanziere esposti per la prima volta in Italia;  “Morire di luce: il cinema e i vampiri” a cura del critico cinematografico Gianni Canova che, attraverso manifesti originali e videoproiezioni ci immerge nella storia del vampirismo sul grande schermo, dalle prime pellicole in bianco e nero degli inizi del Novecento fino alle saghe degli ultimi anni. Particolare attenzione è rivolta al “Bram Stoker's Dracula” (1992) di Francis Ford Coppola, di cui sono presentati per la prima volta in Italia alcuni storyboards. Per l'occasione si presenta al pubblico anche l'armatura indossata da Gary Oldman - su disegno della costume designer Ishioka Eiko - eccezionalmente ricostruita dai produttori hollywoodiani dell'originale.

La mostra è arricchita, poi, da due interessanti variazioni sul tema. La storica del costume Giulia Mafai offre un'interpretazione originale dell'identità del vampiro e, in particolare, della donna vampiro. Splendidi abiti di scena offrono un particolare sguardo sulla figura della “Donna vamp”, creatura che al vampiro al femminile - incarnato storicamente da Elizabeth Bathory e letterariamente da Carmilla - sovrappone il concetto di donna che distrugge attraverso il potere della seduzione.

La storia del costume apre le porte al “Design del Vampiro” attraverso un racconto per immagini delle dimore e dei luoghi frequentati dal re della notte, con una riflessione sul ruolo di Dracula come “costruttore di città” firmata dall'architetto Italo Rota.

Completa il percorso dell'esposizione uno speciale omaggio dedicato a Guido Crepax.

In mostra diciotto disegni inediti che illustrano l’incontro tra Dracula e Valentina, una delle sue più celebri creature.

L'allestimento si avvale di ricostruzioni scenografiche e suggestive proiezioni per accompagnare il visitatore verso un'esperienza emozionale alla scoperta dell'affascinante universo degli un-deads.

Un'iniziativa di profondo valore è quella promossa insieme all'Avis, Associazione Volontari Italiani Sangue, che - in occasione dell'esposizione “Dracula e il mito dei vampiri” e solo in alcuni giorni della settimana - farà conoscere le sue attività e sensibilizzerà il pubblico ai valori del dono e della solidarietà.

 

Visite guidate:

Alef - cultural project management
Corso Italia 7, 20122, Milano, Italy
Tel : +39 02 45496874
Fax : +39 02 45496873
www.alefcultural.com

New India Designscape

A cura di Simona Romano con la collaborazione di Avnish Mehta
Progetto di allestimento Kavita Singh Kale
Catalogo Corraini Edizioni
Le mostre del CreativeSet sono un progetto diretto da Silvana Annicchiarico

Triennale Design Museum porta avanti il ciclo dedicato al nuovo design internazionale negli spazi del MINI&Triennale CreativeSet proponendo una inedita selezione dei più interessanti lavori dei designer indiani contemporanei, a cura di Simona Romano con la collaborazione di Avnish Mehta.

New India Designscape presenta la complessità di un contesto, di un paesaggio, in cui prevalgono le interrelazioni e le continue interrogazioni sul progetto più che la fissità di identità nazionali e di figure in sé concluse, come i maestri delle generazioni passate.

I giovani designer selezionati, permeati dalla matrice culturale dell’India ma fortemente contaminati da altri contesti, per lo più occidentali, attraverso il loro contributi progettuali propongono progetti che vivono in un delicato equilibrio tra l’innovazione e la tradizione.

Spesso sono proprio i contenuti mitici a essere riproposti, con una certa ironia, in oggetti comuni (per esempio in Mr Prick di Sandip Paul, nei Lotus pieces di Sahil and Sartak, nella Cheerharan Toilet Paper di Divya Thakur, in Cut.ok.Paste di Mira Malhotra, nella Hanuman T-shirt di Lokesh Karekar, negli abiti di Manish Arora, nelle Varanasi Cows di Kangan Arora) a dimostrazione che l’antico e il contemporaneo, il sacro e il profano, si mischiano in un tutto non immediatamente decodificabile (per i non indiani) portando nel quotidiano contenuti profondi con risvolti, nell’era globale, quasi terapeutici.

Altri oggetti partono dalla cultura materiale autoctona (ardua sfida dal momento che gli oggetti più comuni e tradizionali dell’India hanno un coefficiente di modernità, funzionalità, ed estetico difficilmente superabile) o la reinterpretano innovando alcune tipologie (come nella Disposable Mug di Paul) o utilizzando alcuni oggetti comuni come dei semilavorati per crearne altri (la Choori Lamp di Sahil and Sartak, gli abiti di Aneeth Arora, i lettering di Hanif Kureshi, i gioielli di Shilpa Chevan). 

Negli oggetti in mostra vengono riproposti anche alcuni immaginari di un’India meno mediatica, che espone a un confronto tra diverse realtà sociali, a cui si guarda con un’accettazione, non rassegnazione, che prende forma, più o meno inconscia, in altri oggetti quasi surreali come il Bori Cycle Throne di Gunjan Gupta; e tra questi confronti non poteva mancare una riattualizzazione post-coloniale del rapporto India-Inghilterra (il lettering Englishes di Geetika Alok).

Le esigenze concrete della vita dei villaggi di cui è fatta la maggior parte dell’India non urbana ispira invece il cosiddetto barefoot design in cui una lavatrice a pedali (Reyma Josè) e la struttura in bamboo per il carico e il trasporto di pesi sulle spalle (Vikram Dinubhai Panchal), fanno la differenza in termini di qualità di una vita di per sé difficile. Ma il design si pone spesso in dialogo anche con le raffinatissime tecniche artigianali rurali per ridisegnare gli oggetti tradizionali (il furniture design in bamboo di Sandeep Sangaru e Andrea Norohda, i progetti di Garima Aggarwal Roy, il Flying bird e le Singing Leaves di Rajiv Jassal, i Natural dishes di Sanders e Kandula, la bicicletta in bamboo di design anonimo) e incentivare le piccole economie locali (i Bamboo Cubes di M.P. Ranjan, i Chitku works di Priyanka Tolia)

L’India urbana invece, quella tecnologica, che si caratterizza più per lo sviluppo di processi e semilavorati che per il design, quasi trova un alter ego artistico nei lavori di Padmaja Krishnan (Excess mobile e Wood Pc) e di Ranjit Makkuni (progettista di sofisticate installazioni interattive che ci connettono con il sacro).

L’India, anche nel design, si rivela così, difficilmente organizzabile, classificabile, sistematizzabile, decifrabile. Convivono progettisti che vi rimangono con l’intento di cambiare le cose (in mancanza delle aziende sono molte le produzioni self-made in piccole serie), che vi tornano dopo lunghi periodi di formazione e attività all’estero, o che lavorano lontano dalla grande madre senza mai dimenticarla nei loro progetti.

Un paesaggio, il designscape indiano, ricco, che attraverso le diverse articolazioni del dialogo tra modernità e tradizione, potrà produrre nuovi contenuti per una società globale sempre in continuo divenire, e, proprio per questo, sempre alla ricerca delle proprie ancestrali radici. 

 

Partner tecnico

Senza Pericolo! - Costruzioni e sicurezza

Sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana

A cura di Federico Bucci, con Marco Biagi, Elisa Boeri, Dario Costi, Davide Crippa, Barbara DiPrete, Massimo FerrariMarco Introini, Lucia Miodini, Luigi Spinelli, Claudia Tinazzi
Progetto di allestimento Alessandro e Francesco Mendini con Emanuela Morra
Grafica Mauro Panzeri e Pier Antonio Zanini
Catalogo Editrice Compositori

È bene notare che dobbiamo all’architetto soprattutto la sicurezza, il prestigio e il decoro dello stato perché egli fa in modo che noi possiamo vivere nel tempo libero in modo sereno, divertente e salutare, nel lavoro con successo e guadagno, e in entrambi in maniera decorosa e senza rischi.
Leon Battista Alberti, 1452

La Triennale di Milano presenta la mostra Senza Pericolo che resterà aperta dal 3 maggio al 1 settembre 2013.

La Triennale di Milano con questa mostra vuole porre l’accento sull’educazione, vuole spostare l’attenzione sul piano culturale attraverso la formazione dei lavoratori, dei datori di lavoro, dei professionisti e del comune cittadino.

L’esposizione presenta le relazioni tra il mondo delle costruzioni e i temi della sicurezza, a partire dall’originale significato, già presente nella trattatistica architettonica classica, espresso nel concetto di “sine periculo”, ovvero l’assicurazione che il progettista e il committente dell’opera edilizia si assumono verso il rischio di incidenti per chi lavora alla sua realizzazione, per i futuri abitanti e per l’ambiente circostante.

La mostra, curata da Federico Bucci con il progetto di allestimento di Alessandro e Francesco Mendini, è suddivisa in 9 sezioni: Zona residenziale, Ricostruzione, Macchine invisibili, Spazi del lavoro + Men and Women at Work, Architettura e sorveglianza, Dispositivi di protezione individuale, Una nuova città sicura, Paesaggi della sicurezza.

 

Con il contributo di


Partner Triennale Architettura


Partner della mostra

 


Partner tecnici

Massimo Giacon - The Pop Will Eat Himself

Triennale Design Museum presenta una selezione di sculture in ceramica di Massimo Giacon, edite da Superego editions: una “famiglia” di colorati, mostruosi e grotteschi personaggi scaturiti dalla fantasia dell’eclettico e poliedrico fumettista, illustratore, designer, artista e musicista di origini padovane.

Il progetto nasce da una mostra realizzata alla fine del 2006. Inizialmente i personaggi non erano pensati per essere delle ceramiche, ma semplici immagini bidimensionali che, partendo da schizzi e progetti, diventavano tridimensionali virtualmente, mediante un programma di modellazione 3D.

Giacon vuole rappresentare un mondo di personaggi malati, dei Toys che, a differenza di quelli che popolano l’universo di Toy Story, vivono un’esistenza infelice, deturpati da malattie, mutilati, umiliati da un mondo che non sa più cosa farsene, corrotti dal Pop, visto come un’entità triturante e senza coscienza, ben distante dalla pop art di Warhol.

Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: “Le mostre al Triennale DesignCafé nascono con lo scopo di offrire sguardi inediti su progettisti, temi, materiali, tecniche e lavorazioni, con una particolare attenzione a dialoghi e scambi fra serialità e artigianato, contemporaneità e tradizione.

Confrontandosi con il medium tradizionale della ceramica, Massimo Giacon trasferisce elementi visivi tipici dei suoi fumetti e delle sue illustrazioni dalla bidimensionalità alla tridimensionalità.

Ne risultano opere all’apparenza gioiose e ironiche, ma in realtà profondamente meditative e tragiche. Una amara riflessione sulla perdita di innocenza di una società ormai inesorabilmente corrotta e malata”.

Racconta Massimo Giacon: “The Pop Will Eat Himself è un errore. Nel senso che, per chi conosce abbastanza bene l'inglese, la frase corretta sarebbe: The Pop Will Eat Itself, e la traduzione suona così: Il Pop Mangerà Se Stesso. Come mai questo errore? Se consideriamo al pop come a un'entità astratta it è la giusta definizione, ma se noi pensiamo al Pop come a una specie di divinità pagana moderna, him diventa un suffisso più calzante. Il perché di questo pedante cappello introduttivo è presto detto: nelle titolo è nascosto spesso il senso dell'opera, e le mie ceramiche Superego raggruppate sotto questo titolo nascono da lontano. In realtà all'inizio non dovevano nemmeno essere delle ceramiche, lo sono diventate per caso. All'inizio dovevano essere delle opere figurative aventi come soggetto dei giocattoli malati. Per intenderci anche qui esiste una sottigliezza linguistica, perché uno può prendere l'aggettivo "malato" come un giudizio qualitativo, stilistico, mentre in realtà intendevo costruire un universo parallelo di giocattoli "ammalati". Ammalati di cosa? E perché? I miei giocattoli sono ammalati di noi, come dei moderni martiri, subiscono la nostra corruzione e il nostro malessere, e ci guardano con aria dolente dai fogli delle mie stampe, dai miei disegni su carta, chiedendosi cosa mai è successo, e perché le cose sono andate così malamente. Sono personaggi pop, e allo stesso tempo sono anti-pop, e forse era destino che uscissero dai disegni bidimensionali per diventare degli oggetti tangibili, come se non riuscissero a rimanere confinati in un ambiente così angusto. Diventando oggetti perdono forse un po’ delle loro angosce, magari trovando dei collezionisti che li porteranno a casa e che li ameranno per quello che sono, nonostante quel che sono. Siete pronti a giocare con dei nuovi amichetti?”

Gianni Veneziano - Daysign

Triennale Design Museum presenta Daysign, un diario disegnato che Gianni Veneziano inizia nel 19 maggio del 2011, data del suo compleanno, per raccogliere e raccontare le emozioni di un anno. Condivisa quotidianamente online, questa sorta di virtual exhibition mette a nudo le sensazioni dell’autore davanti a un pubblico di milioni di utenti, creando, grazie all’utilizzo di uno dei principali social network come facebook, dialoghi e partecipazioni inaspettate.

Per un totale di 365 disegni, questo progetto si pone come obiettivo quello di affrontare temi ed avvenimenti che determinano i progressivi mutamenti della società contemporanea, variando dal design alla moda, dalle difficoltà sociali a quelle politiche, dal consumo alla cultura, dalle visioni urbanistiche a quelle umanistiche.

Si possono distinguere dei filoni tematici ricorrenti, come Hand drawing, riflessione sul disegno a mano libera che si esprime nell'impronta della mano dell’autore; Tool, in cui attrezzi e strumenti di lavoro generano un nuovo oggetto; Social design, sugli oggetti del desiderio che diventano icone indice di appartenenza sociale; A portrait of contemporary man, una ripresa e rielaborazione contemporanea del ritratto della tradizione classica; A love chair, sulle sedie più rappresentative del design internazionale; Animal design, la costruzione di mappe dei movimenti storici e dei protagonisti del design dove le singole parti anatomiche di un animale sono relazionate alle singole parti delle mappe; The archistar, ritratti di archistar sullo sfondo di architetture, una serie di personaggi di fumetti celebri indossano gli occhiali di Le Corbusier; Dear..., serie di omaggi a maestri del design e dell'architettura; Still life, reinterpretazioni del tema della natura morta; Wonderful world, omaggi alle grandi aziende del design.

“Le tracce lasciate sul foglio hanno anche un odore, un suono, un’anima. Lo scorrere piano e veloce, dolce e forte, determinato e graffiante è fortemente eccitante. È il fondersi di idee ed emozioni, pensieri e intuizioni. I segni impressi indicano un significato e presuppongono scenari mentali, progetti che tendono a prendere forma. Il disegno è una pratica insostituibile: è la trasformazione del pensiero” - scrive Gianni Veneziano nell'introduzione alla mostra Il segno dei designer curata per il Triennale Design Museum nel 2009. L'abitudine di trasferire su carta un concetto, un'idea, un pensiero, una sensazione, è una costante nella vita dell'autore, tanto da diventare strumento sì di introspezione ma anche di analisi critica della realtà circostante, un fermo immagine che catalizza gli istanti nevralgici del vivere quotidiano, portando l'interlocutore a interrogarsi egli stesso sulle tematiche ormai trasversali che ci condizionano sia individualmente sia collettivamente.

I disegni, realizzati giornalmente, vengono curati dall'autore con estrema attenzione, frutto di riflessioni e memorie, lasciando trasparire graficamente persino lo stato d'animo del momento in cui sono stati ideati, talvolta con segni nervosi e inquieti, altre volte con colori tenui e forme più dolci.

L’intera collezione di disegni, esposta in Triennale, trae le fila di questo percorso, rendendosi portavoce della sfera di emozioni quotidiane che Gianni Veneziano esplora per poi condividere con il pubblico.

Collaborazioni

Simone Cossettini e Mattia Ghidini / Uncut Studio per la realizzazione dell'opera scultorea "Hand Drawing" disegnata da Gianni Veneziano

Augusto Arduini e Giuditta Brusadelli / The Clocksmiths per il progetto grafico dell'evento

Luca Piccolo per i video

Ugo Mulas. Esposizioni - Dalle Biennali a Vitalità del Negativo

Mostra realizzata da Triennale di Milano in collaborazione con Johan&Levi
A cura di Archivio Ugo Mulas e Giuliano Sergio

La mostra “Ugo Mulas: Esposizioni” offre un percorso inedito nell’opera del fotografo milanese.
L’attenzione di Mulas per le consuetudini legate alla fruizione dell’arte permette di attraversare i musei, le gallerie, le collezioni private d’Europa e d’America, di osservare il rapporto dei visitatori con le opere negli spazi pubblici e gli interni delle abitazioni dove gli oggetti d’arte sono legati ancora ad un rito intimo, condiviso dal collezionista con i suoi ospiti.

Le inaugurazioni delle Biennali, il pubblico dei grandi musei francesi, russi e tedeschi (1959-60), l’invasione delle opere nelle strade e nelle piazze di Spoleto per la mostra Sculture nella città (1962) sono esempi di una visione critica che porta Mulas a leggere le trasformazioni delle esposizioni negli anni Sessanta. Dal 1964 iniziano i viaggi negli Stati Uniti, dove Mulas coglie l’atmosfera delle gallerie e delle case dei collezionisti americani, accompagna Marcel Duchamp a rivedere le sue opere nelle sale del MoMA e racconta l’inaugurazione della personale di Alexander Calder al Guggenheim (1964). La Biennale del ‘68 segna la fine di una stagione, la crisi delle istituzioni museali, la critica al collezionismo e alla privatizzazione dell’arte. Con le mostre Campo Urbano (1969), Amore Mio (1970) e la rassegna per il decimo anniversario del Nouveau Réalisme a Milano (1970) Mulas segue il tentativo delle neo avanguardie di coinvolgere gli spettatori in eventi estetici, condivisi ed effimeri. Nel 1970 a Roma Vitalità del negativo sarà il grande evento riassuntivo del decennio, in questo periodo Mulas prende le distanze dalla stagione degli anni Sessanta per concepire una nuova visione fotografica.

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Clarart
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claudia.ratti@clarart.com 

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Tradizione e Innovazione - L’Italia in Cina

A cura di Davide Rampello e Studio Cerri & Associati
Progetto di Allestimento Studio Cerri & Associati

Una mostra di arte, artigianato, design e tecnologia italiana nel Padiglione Italiano - Shanghai Italian Center.

Il 18 maggio inaugura con una grande cerimonia di apertura il Padiglione Italiano a Shanghai e la mostra Tradizione Innovazione. L’Italia in Cina curata dalla Triennale di Milano.

Saranno presenti per l’Italia tra gli altri: Corrado Clini, Ministro dell'Ambiente, Giulio Ballio Vicepresidente della Triennale di Milano, Piero Ferrari, Vice Presidente della Ferrari.

In occasione di Shanghai Expo 2010 svoltasi dal 1 maggio al 31 ottobre 2010 La Triennale di Milano ha realizzato per conto del Commissariato Generale del Governo Italiano per l’Esposizione Universale di Shanghai 2010 la mostra La città dell’uomo,
Vivere all’Italiana che ha registrato un’affluenza di oltre 7.000.000 di visitatori (il secondo padiglione più visitato di tutta l’edizione cinese).

Il Governo Italiano ha donato il Padiglione Italiano al Governo della Repubblica Popolare Cinese con la garanzia che il padiglione stesso rimanesse nella sua attuale collocazione e fungesse da centro di scambio culturale e affari tra i due paesi.

Il padiglione Italiano, infatti, è il centro di Shanghai Italian center, cittadella della cultura e della formazione che il governo cinese ha affidato per la gestione a Shanghai Expo Group che ha stipulato un accordo di partnership strategica con la Triennale di Milano. Tale accordo, sancito con il supporto della Municipalità di Shanghai, Shanghai Expo Bureau e il Ministero degli Affari Esteri Italiano, la Commissione Italiana per Expo 2010, il Consolato italiano in Shanghai, ha destinato il padiglione a essere una piattaforma di scambio culturale tra Italia e Cina e ha incaricato la Triennale di Milano di sviluppare un sistema espositivo di rappresentazione della cultura italiana e cinese con un concept e allestimento differente ogni anno per tre anni.

La prima mostra, che si è aperta il 28 aprile 2012 e che ha registrato nelle prime settimane di apertura una media di visita pari a 1500 persone al giorno, ha come titolo Tradizione e Innovazione. L’Italia in Cina e presenta al pubblico cinese l’arte, l’artigianato, la moda, il design e la tecnologia italiana in rapporto alla cultura cinese.

La premessa è che questi due paesi condividono una cultura millenaria, uno sguardo all’arte, all’artigianato, al design sempre rivolto sia alla tradizione sia alla modernità e valori comuni nell’utilizzo dei materiali preziosi, nel rapporto con l’innovazione pur raggiungendo risultati totalmente diversi, ma ai quali il mondo guarda con grande interesse. 

“Questa mostra - dichiara Claudio De Albertis, presidente della Triennale di Milano - conferma l’importanza delle relazioni tra Italia e Cina, due paesi che stanno costruendo intensi legami culturali e sociali oltre a quelli economici. La Triennale di Milano che per storia è tra le istituzioni italiane con maggiore vocazione internazionale partecipa alla costruzione di questi legami attraverso progetti culturali che evidenzino le caratteristiche della storia e della progettualità italiana. L’essere stati chiamati a progettare la mostra permanente del Padiglione italiano è per noi motivo di orgoglio perché è frutto della stima che Expo Shanghai ha nei confronti del ruolo avuto dalla Triennale di Milano nella progettazione della presenza italiana a Expo Shanghai 2010”.

E il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini “A Shanghai l’Italia è uno dei Paesi che ha suscitato maggiore interesse durante l’Expo perché ha saputo valorizzare quella particolare combinazione tra innovazione e tradizione che rende unico il made in Italy anche nell’ambiente e nella sostenibilità. Creatori e aziende, inseriti in quel contesto irripetibile di generazione di idee che è la città storica italiana, sono gli ingredienti che consentono di declinare la sostenibilità non solamente nei prodotti ma anche nei processi produttivi e nella qualità della vita”.

Afferma Davide Rampello, curatore dell’esposizione: “Abbiamo evidenziato, con campioni straordinari provenienti da oltre due millenni di storia, i legami tra l’artigianato e l’industria, l’arte e la manifattura di eccellenza o di lusso, il passato e il presente, compiendo un ideale volo d’uccello su un patrimonio che si fa quotidianamente spunto per le creazioni più svariate, nel campo della moda, del design, del cibo, della modernità sostenibile e in generale in ciò che condiziona maggiormente la nostra qualità della vita”. 

La mostra è suddivisa in 7 sezioni:
Le icone d’Italia
Gli ori d’Italia
L’Italia riscoperta: modernità ecologica e sostenibile
La cura della Terra
Dalla Cina all’Italia. Venezia e l’Oriente
La piazza della Gioia
La penisola della Luce

L’ingresso alla mostra ha come protagonista la copia in bronzo del David di Michelangelo che instaura un dialogo silenzioso con la ricostruzione del fronte scenico del teatro Olimpico di Vicenza, opera del Palladio, vera e propria porta di ingresso all’esposizione. A fare da sfondo alle due grandi icone che danno il benvenuto in mostra vi è il moderno arazzo Italia; ispirato alle opere d’arte che hanno come tema la forma del nostro Paese, esso raccoglie “pezzi” di tessuto, nei colori che vanno dai neutri alle terre bruciate, passando attraverso i rossi e gli ori, per raccontare la storia tessile italiana.

L’arazzo Italia è stato reso possibile grazie a Milano Unica - salone italiano del tessuto, e Proposte, fiera internazionale produttori tessuto d’arredamento e tendaggio.

Attraverso il Teatro Olimpico si accede alla sezione dedicata ai gioielli e preziosi, Gli ori d’Italia. Questa sezione vuole instaurare una relazione tra presente e passato accostando le creazioni contemporanee delle grandi aziende del settore, Buccellati, Pomellato, Damiani, Vhernier, a collane, bracciali, spille, anelli delle nobili famiglie dall’antichità romana e greca.

Il decoro parietale di questa sala s’ispira al colore che più di ogni altro è identificativo della casa romana. Le città di Pompei ed Ercolano, infatti, sono note oltre che per la loro struttura urbanistica anche per gli interni delle ville romane dal colore “rosso pompeiano”. A ricordarci questi legami è presente l’Efebo bronzeo di Selinunte, capolavoro datato tra il 480 e il 460 a.C. raffigurante un adolescente nudo o, secondo le ipotesi, Apollo o il fiume Hypsas divinizzato, antico nome greco del Belìce, il fiume che attraversa le province di Agrigento, Palermo e Trapani, in Sicilia. I gioielli antichi sono una straordinaria selezione delle decine di migliaia di manufatti che arricchiscono i musei siciliani. Buona parte di queste collezioni provengono dal Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas di Palermo, uno dei più importanti scrigni della Regione Sicilia alla quale si deve un sentito ringraziamento per i prestiti preziosi che ha fornito alla mostra.

Il decoro della sala è poi completato da alcune opere d’arte sacra, che a loro volta rimandano alla grande tradizione artigiana nell’oreficeria.

L’opera guida, in questo senso, sarà esposta a partire dal giugno 2012 ed è una preziosa tela di Bernardo Strozzi che raffigura San Lorenzo mentre distribuisce gli arredi sacri della Chiesa ai poveri. Intorno a essa sono posti alcuni arredi sacri che sembrano essere ispirati, o aver ispirato, quelli dipinti nel quadro dello Strozzi.

La terza sezione L’Italia riscoperta, sviluppata in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, è caratterizzata dai tre elementi scienza, arte, design.

La modernità avveniristica ha come oggetto-icona protagonista Apollo, un veicolo ibrido alimentato a energia solare progettato dal Politecnico di Milano. Questo veicolo ha la migliore efficienza energetica nella sua categoria e rappresenta un esempio di ricerca sostenibile nella forma e nella funzione.

Il veicolo Apollo ingaggia a sua volta un dialogo con la storia delle machine di Leonardo Da Vinci, nell’affiancamento suggestivo con i modellini realizzati da Giovanni Sacchi, che in quelli qui esposti si è messo alla prova con alcuni classici leonardeschi, tra cui alcune spettacolari Macchine per volare e una vera e propria Bicicletta. Il rapporto tra la tradizione e l’innovazione è risolto in questa sala dalla tecnologia e dall’applicazione delle scienze dei materiali alla vita quotidiana, con una selezione importante, curata dallo Studio Mario Occhiuto Architetture, di oggetti e materiali la cui originalità risiede nel processo produttivo e nella materia di partenza. Vecchi pneumatici, bottiglie di plastica, carta e cartone, alluminio, pietre e vetro vengono fusi, ricomposti, assemblati da aziende innovative per trasformarsi in articoli di design e materiali per l’edilizia.

L’arte presenta una selezione di dipinti di artisti conosciuti e anonimi, una preziosa quadreria ottocentesca siciliana proveniente dalla Galleria di Arte Moderna di Palermo e da altri collezionisti siciliani, che descrivono il paesaggio peninsulare nelle sue differenti articolazioni di centri urbani, campagne e vedute in costante confronto con le best practice nell’ambito delle politiche ambientali di 12 città italiane raccontate in altrettanti video curati dal Ministero dell’Ambiente.

Infine è affrontato il tema della sostenibilità ambientale attraverso una selezione di oggetti quotidiani di design, con particolare attenzione ai materiali di riciclo, di progetti architettonici, di progetti di sviluppo urbanistico. 

Si passa poi alla sezione dedicata alla cultura del cibo. Al centro della sala un albero di ulivo e un campo di grano a soffitto fanno da sfondo alla presentazione da una parte dei prodotti fondamentali della cultura mediterranea: pasta, olio e vino; dall’altra all’arte della preparazione della Tavola.

La sala propone un parallelo tra la storia della tradizione alimentare italiana da un lato – attraverso l’esemplificazione degli universi produttivi della filiera della pasta e del vino – e quella del costume alimentare dall’altro, con la qualità delle mise en place, le straordinarie porcellane della Manifattura di Doccia e le majoliche decorate di Caltagirone. Curata dall’Archivio Storico Barilla, la parete dedicata alle forme della pasta sviluppa una narrazione verticale nella quale sono illustrati i progetti delle differenti paste, le trafile corrispondenti necessarie a dar forma agli spaghetti, alle eliche, ai fusilli e a tanti altri formati.

Intorno al fascino misterioso del vino e all’articolato sistema di simboli e significati che il vino riveste nel corso dei secoli si snoda il filo narrativo che guida il visitatore attraverso le opere d’arte esposte nella sezione dedicata alla cultura del vino, curata dal Museo del Vino della Fondazione Lungarotti di Torgiano. La selezione d’incisioni a tema dionisiaco, eterogenea per epoca, provenienza e sensibilità, documenta il mito di Dionysos.

Oggetti preziosi e raffinati, vetrerie, argenterie, porcellane, appartenenti al Palazzo presidenziale del Quirinale, sono accostati a moderni oggetti di uso comune, pentole, padelle, posate e accessori progettate dai designer contemporanei e realizzate dalle aziende italiane di design. A parete, a fare da “quinta” teatrale alla composizione delle tavole imbandite, il visitatore troverà un’installazione di oltre 500 oggetti Alessi che lo porta dal passato al presente.

Il rapporto tra Italia e Cina è il motivo fondante della sezione successiva curata da Giandomenico Romanelli con la collaborazione di Fondazione Musei Civici di Venezia. In particolare si testimonia l’influenza dell’arte cinese in Italia e attraverso l’Italia in tutta Europa. Vetri di Murano, porcellane, orientalismi nella decorazione, carte da parati e oggetti vari anche in legno laccato, tessuti per arredo e per abbigliamento, accessori.

La ricostruzione, curata dallo scenografo Giancarlo Basili, della cupola della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, opera del Brunelleschi, introduce al quinto capitolo che vuole rappresentare il concetto di piazza italiana, come centro non solo urbanistico ma come luogo di rappresentazione della creatività e dell’arte italiana.

Al centro, infatti, sono collocate una o più sculture come da tradizione.

Sono presenti in questa sala la ricostruzione dell’Orchestra del Teatro alla Scala, opera di Giancarlo Basili, nel momento di pausa tra un atto e l’altro di un immaginario concerto, e una installazione scenografica Sedia italiana, idea espositiva di Pierluigi Cerri e Alessandro Colombo per dare evidenza sinottica al comparto produttivo del Mobile, una delle eccellenze italiane nella quale trovano espressione i grandi designer italiani e internazionali. Un’enorme “scacchiera” a parete è addossata a un decoro parietale in mosaico alto sette metri ispirato a una piazza di Giorgio De Chirico. Appoggiate a essa sono distribuite 63 sedie, ognuna diversa dall’altra, prodotte nel corso del biennio 2010/11 da aziende italiane su progetto di designer internazionali (Claudio Bellini, Marco Zanuso, Renzo Piano, Martino Gamper, Pierluigi Cerri, Odoardo Fioravanti, Jasper Morrison, Gordon Guillaumier, Patrick Norguet, Fernando e Humberto Campana, Philippe Starck, Ross Lovegrove solo per citarne alcuni). A complemento di questa installazione dedicata al design contemporaneo, sviluppata grazie alla collaborazione con COSMIT – Salone Internazionale del Mobile di Milano – e Federlegno Arredo, sono collocati nove lampadari candelieri: Anastacha di Bruno Rinaldi, Hong Kong di Anki Gneib, Hope di Paolo Rizzatto e Francisco Gomez Paz, LU di Fabio Fornasier, Medusa di Marcello Albini, Minigiogali di Angelo Mangiarotti, Scudo Saraceno Fortuny di Mariano Fortuny, Swivel di Asif Khan, e infine Zabriskie Point di Denis Santachiara.

Fanno da contraltare i Pupi siciliani, icona del patrimonio culturale immateriale, e decine di modelli in legno di oggetti di design realizzati da Giovanni Sacchi che assurgono a sintesi del rapporto tra design, alto artigianato e arte.

Infine la Penisola della Luce, curata da Gian Piero Brunetta, storico del cinema dell'Università di Padova, mostra la storia e la cultura italiana attraverso scene e frammenti del grande cinema italiano. Quattro film originali, realizzati appositamente per la mostra, che citano sequenze cinematografiche da oltre 150 film rendono omaggio ad alcuni dei più grandi registi italiani, tra gli altri Rossellini, Visconti, De Sica, Fellini, Antonioni, Bertolucci, e alcuni attori e attrici del nostro panorama, Totò, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Anna Magnani, Silvana Mangano, Giulietta Masina, Sophia Loren e altri.

 

La mostra

L’Italia delle icone

La sala delle icone d’Italia dà il benvenuto al visitatore della mostra.

A chi ama e frequenta la storia e l’arte italiana, ma anche a chi non ha con esse dimestichezza e familiarità.

La mostra Tradizione e Innovazione. L’Italia in Cina offre uno spaccato sfaccettato del patrimonio storico e artistico-culturale della Penisola, costruendo un ponte tra ciò che ha reso magnifici i trascorsi del nostro Paese e ciò che tuttora ne costituisce il sistema nervoso produttivo, oltre che artistico.

Evidenzieremo, con campioni straordinari provenienti da oltre due millenni di storia, i legami tra l’artigianato e l’industria, l’arte e la manifattura di eccellenza o di lusso, il passato e il presente. Compiremo un ideale volo d’uccello su un patrimonio che si fa quotidianamente spunto per le creazioni più svariate, nel campo della moda, del design, del cibo, della modernità sostenibile e in generale in ciò che condiziona maggiormente la nostra qualità

della vita. Essere in Cina nel 2012 costituisce per la Triennale di Milano il punto di partenza di un discorso che ci auguriamo si allarghi sempre di più all’Oriente e, con esso, ne raccolga le ambizioni e l’entusiasmo propri di questi anni di irrefrenabile ascesa e motivazione.

Ci auguriamo che questa mostra funga da simbolico “microscopio” del contemporaneo, e che consenta di capire meglio la nostra multiforme modernità indagando i dettagli della tradizione.

Modello del Teatro Olimpico
di Andrea Palladio, Vicenza

Giancarlo Basili, legno, 2010

Voluto dall’Accademica Olimpica e realizzato tra 1580 e 1585, il Teatro Olimpico costituisce il capolavoro estremo di Andrea Palladio, la realizzazione del grande sogno umanistico di ricreare il teatro classico greco e romano.

Rimasto incompiuto alla sua morte, il Teatro è stato ultimato da Vincenzo Scamozzi con le famose scenografie prospettiche raffiguranti le 7 vie di Tebe create per lo spettacolo inaugurale dell’Edipo Tiranno di Sofocle (5 marzo 1585). Capolavoro celeberrimo dell’architettura rinascimentale e ancora oggi luogo esclusivo di manifestazioni musicali e sceniche in alcune stagioni dell’anno, l’Olimpico è il principale attrattore turistico di Vicenza e concorre al suo titolo di Città del Palladio riconosciuta dall’UNESCO.

David
Fonderia d’Arte Tesconi, Pietrasanta
bronzo, 1995

Icona indiscussa del Rinascimento italiano e della perfezione del genio michelangiolesco, la statua del giovinetto è emblema di un’intera civiltà, quella fiorentina di fine Quattrocento e inizio Cinquecento. L’opera in mostra è una copia, gentile concessione del proprietario della Galleria Sapone di Nizza, Antonio Sapone. La statua pesa 1.300 kg e raggiunge i 605 cm d’altezza.

Il materiale adoperato per la fusione a cera persa è una lega di bronzo con titolo 90Cu/10Sn, abitualmente chiamata in metallurgia lega binaria.

A Firenze esiste un’altra statua identica a questa in bronzo, oltre naturalmente all’originale in marmo scolpita da Michelangelo Buonarroti e attualmente conservata all’Accademia. La copia in bronzo fu realizzata per adornare Piazzale Michelangelo, disegnato nel 1865 dall’architetto Giuseppe Poggi su una collina appena a sud del centro storico, a completamento dei lavori di riqualificazione della riva sinistra dell’Arno per Firenze capitale d’Italia.

Il monumento del David fu trasportato sulla sommità del colle da nove paia di buoi il 25 giugno 1873. 

Italia
Angelo Jelmini, Luca Sacchi
tessuti, 2011

Progettato e realizzato da Angelo Jelmini e Luca Sacchi, l’arazzo raccoglie frammenti di materia ad alto contenuto industriale, artigianale e creativo.

I “pezzi” di tessuto, nei colori che vanno dai neutri alle terre bruciate, passando attraverso i rossi e gli ori raccontano, nella loro composizione, la storia tessile italiana. Le lane si fondono con i cotoni, le trasparenze e i ricami evidenziano le tonalità chiare e scure, il tessuto per abbigliamento si unisce al tessuto d’arredamento creando un insieme forte e armonioso. L’italico mare che fa da sfondo è realizzato invece con chiusure lampo, nastri e passamaneria, i blu profondi e i verdi sono illuminati dai bianchi e dall’argento.

Un mare nostrum di grande impatto materico che esprime l’abilità e la ricerca delle aziende tessili specializzate in passamanerie e accessori. L’Italia e il suo mare diventano così un’opera unica ricca di contenuto e di knowhow.

L’arazzo Italia è stato reso possibile grazie a Milano Unica – il Salone italiano del tessile – e a Proposte – Fiera produttori tessuto d’arredamento e tendaggio.

Gli ori d’Italia

La Sala degli ori d’Italia presenta una sinottica descrizione della bellezza italica attraverso l’affiancamento di creazioni artigianali e artistiche antiche e contemporanee, dedicate per l’appunto alla Bellezza di chi le indossa o le utilizza.

Il rapporto fra tradizione e innovazione è reso attraverso la vicinanza fisica di antichi gioielli (collane, pendenti, anelli, orecchini, fibule, monili), recipienti per gioie, profumiere e porta ungenti, balsamari ai fenomenali gioielli creati in epoca contemporanea da quattro aziende italiane. Emblema della vitalità artistica nel campo delle gioie e dei preziosi, Buccellati, Damiani, Pomellato e Vhernier presentano qui una selezione di anelli, orecchini, pendenti, bracciali, spille decorate con diamanti e altre pietre preziose. L’ambiente in cui queste opere

sono esposte è concepito come la stilizzazione di un “interno italiano”.

Il decoro parietale di questa sala s’ispira al colore che più di ogni altro è identificativo di alcune domus romane giunte fino a noi, in larga parte preservate grazie agli eventi storici e geologici che le hanno interessate nel corso del I secolo. Le città di Pompei ed Ercolano sono infatti note, oltre che per la loro struttura urbanistica straordinariamente intatta, anche per gli interni delle ville romane, decorate con una colorazione riconoscibile ovunque ancora oggi e che dal sito ha preso il suo nome: il color “rosso pompeiano”.

Ad arredare la sala, come un’antica camera delle meraviglie, alcune opere di statuaria classica e vari esempi di straordinaria manifattura nell’arte sacra italiana.

L’arte dell’oreficeria

Questa mirabile tela di Bernardo Strozzi (Genova 1581 - Venezia 1644), proveniente dalle collezioni Barberini del Polo Museale Romano, costituisce l’elemento catalizzatore dell’approfondimento dedicato all’oreficeria, un’arte per secoli considerata “minore”. L’opera, realizzata da uno dei più interessanti artisti del Barocco genovese, narra la storia di San Lorenzo, tramandata dalle leggende apocrife, che prima di morire martirizzato, dona ai poveri tutti gli ori e gli argenti, il corredo d’arte sacra in dotazione alla sua Chiesa, e si reca dai suoi carnefici indicando proprio in quei mendicanti i reali gioielli della sua esistenza e della Mater Ecclesia.

Il primo piano è completamente dominato dalla resa elegante e raffinata di turiboli, pastorali, anfore e calici, minuziosamente descritti. La presenza del capolavoro di Strozzi è arricchita da preziosi arredi sacri provenienti da corredi barocchi di chiese romane e del vicereame che fanno da corollario ad alcuni disegni dello straordinario taccuino, conservato all’Istituto Nazionale della Grafica, realizzato tra il 1642-43, da Orazio Scoppa (Napoli 1608-1650), uno dei più importanti maestri orafi del Seicento napoletano, che completano magicamente il senso estetico dello spaccato storico-culturale di questa rapida ma intensa carrellata. 

Gioie di Sicilia

La Sicilia, isola situata al centro del Mediterraneo, è stata sin dalla Preistoria punto nodale di flussi migratori di popoli e di rotte commerciali, che ne hanno profondamente influenzato la storia. Popolazioni di diversa provenienza dai Fenici ai Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Francesi e Spagnoli si sono avvicendate nel corso dei secoli permeando la cultura autoctona d’influssi artistici innovativi che hanno generato un eclettico patrimonio culturale. La tradizione e l’innovazione, temi di questa esposizione di Shanghai, costituiscono la linfa vitale della cultura artistica dell’isola, in cui l’identità è stata fortemente alimentata dagli scambi con le popolazioni allogene.

Sono proposti in questa sala gioielli storici risalenti ad un periodo compreso tra il IX secolo a.C. ed il XVII secolo, prestati dai numerosi musei che rendono la Regione Siciliana un forziere del patrimonio storico-artistico italiano.

Di tradizione fenicio-punica sono gli orecchini aurei a croce ansata, le collane in vetro, un anello con il simbolo di Tanit. A seguire, un anello d’età greca con effige della Gorgone, d’età ellenistica con teste di ariete, antilopi ed eroti e un esemplare bizantino con anforetta. Infine, anelli romani con l’effige della dea Atena e di Ercole.

Suscitano ammirazione il prezioso esemplare di collana di età romana, in oro e smeraldi ed infine le due raffinate collane auree bizantine. Tradizione e innovazione sono espresse dalle maestranze trapanesi, che utilizzarono il corallo tra il XVI e il XVII secolo nei bracciali con le imprese di Ercole, nello scrigno e nel gruppo raffigurante il Martirio di Sant’Agata. Altri esempi di oreficeria sono i pregiati orecchini a forma di tulipano in oro, perle e smalti.

L’Italia riscoperta:
modernità ecologica e sostenibile

La sala L’Italia riscoperta, sviluppata in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, è dedicata alla “modernità sostenibile”. Qui la mostra si rivolge all’analisi, con oggetti di design, modellini, quadri e video-installazioni, della triade Scienza - Arte - Design.

Oggetto-icona della sala è veicolo Apollo del Politecnico di Milano: si tratta di un veicolo ibrido a energia solare caratterizzato dalla migliore efficienza energetica a livello mondiale. Il veicolo ingaggia un dialogo con la storia delle machine di Leonardo da Vinci, nell’affiancamento suggestivo con i modellini realizzati dall’artigiano Giovanni Sacchi. Il rapporto tra la tradizione e l’innovazione è in altre parole risolto in questa sala dalla tecnologia, e dall’applicazione delle scienze dei materiali alla vita quotidiana, con una selezione importante, curata dallo Studio Mario Occhiuto Architetture, di oggetti e materiali la cui originalità risiede nel processo produttivo e nella materia di partenza. Dodici video di città italiane presentati nella videoinstallazione raccontano la loro capacità di confrontarsi con progetti di miglioramento urbano, mentre una quadreria di vedute siciliane collega la ricerca tecnologica alla rievocazione di ambienti urbani e agricoli in grande armonia con il territorio.

Apollo, prototipo elettrico solare a tre ruote
Team Mecc-Sun, 2011
Politecnico di Milano, Dipartimento di Meccanica

Il team Mecc-Sun (manager dr. G. Galmarini, supervisore Prof. G. Mastinu) ha progettato, realizzato, provato e portato in gara il prototipo elettrico solare a tre ruote Apollo. Tale prototipo è costituito da una scocca portante in materiale composito (fibra di carbonio rinforzata con resine epossidiche), caratterizzato da due ruote sull’asse anteriore ed una singola ruota posteriore sterzante e motrice; il sistema di trasmissione e quello di sterzo sono integrati nella ruota mentre i pannelli solari sono alloggiati su un profilo alare collocato nella parte posteriore del veicolo. Apollo è stato realizzato nel 2010 come evoluzione prototipo Artemide, che ha ottenuto il prestigioso Autodesk Design Award alla Shell Eco-Marathon® Europe 2009, grazie ad una importante opera di riduzione delle masse, della resistenza al rotolamento e della resistenza aerodinamica.

Alla Shell Eco-Marathon® Europe 2011 Apollo ha stabilito il nuovo record mondiale di 1108 km/kWh (pari a 9757 km/l nel caso in cui il veicolo fosse stato alimentato da un motore endotermico a benzina), infrangendo per la prima volta la barriera di 1000 km/kWh.

Innovare riciclando

Sono qui esposti oggetti e materiali la cui originalità risiede nel processo produttivo e nella materia di partenza.

Vecchi pneumatici, bottiglie di plastica, carta e cartone, alluminio, pietre e vetro, tutto ciò che di usato gettiamo via, è considerato un tesoro e viene manipolato, fuso, ricomposto, assemblato da aziende innovative per trasformarsi in oggetti di design e materiali per l’edilizia pronti a tornare nei cantieri.

Rivive il cartone nella libreria Spanky di Kubedesign, torna sui fornelli l’alluminio riciclato con le pentole Greenline di Ballarini; si indossano le disinvolte Urban Jacket fatte con materiale di recupero e i gioielli ASAP (As Sustainable As Precious) in plastica riciclata al 100%, da abbinare alle linee pure della borsa 3D di Regenesi. L’innovazione nel riuso è il criterio d’ispirazione anche per i materiali edili: l’isolante Isolcell fatto di cellulosa recuperata, i Pavimenti Italiani in graniglia di marmo ricomposto, i rivestimenti Alulife eleganti e glamour in alluminio riciclato, il Cemento foto attivo di Italcementi che abbatte le sostanze atmosferiche inquinanti, e molti altri.

Italian-style sustainable cities

Parlare di città italiane e di sostenibilità significa rievocare l’eredità storica italiana tramandata dalle città medievali e rinascimentali; richiamare i loro edifici, le loro chiese e piazze che rappresentano un modello di sostenibilità con spazi pensati per gli uomini che le abitano, a loro misura.

Le trasformazioni urbane del XX secolo hanno spesso modificato questi equilibri rimasti inalterati per secoli, mettendo in crisi il concetto di centralità dell’uomo nello sviluppo delle città.

Ma da alcuni anni assistiamo a una riflessione profonda su queste esperienze di urbanesimo discutibili. Si cerca di recuperare la qualità di vita indagando la vivibilità dei centri storici e i loro processi costruttivi, per privilegiare di nuovo l’armonia tra l’uomo, la città e l’ambiente.

Le dodici città italiane presentate nei video – Cosenza, Bologna, Lucca, Padova, Parma, Pavia, Perugia, Salerno, Siena, Siracusa, Spoleto e Trieste – raccontano, per dettagli e viste d’insieme la loro storia e le loro identità; la loro capacità di confrontarsi con progetti di miglioramento urbano, inserendoli in centri storici di apparente fragilità.

Modelli leonardeschi di Giovanni Sacchi
Triennale Design Museum di Milano

In più di sessant’anni di attività, l’artigiano Giovanni Sacchi (1913-2005) ha realizzato centinaia e centinaia di modelli in legno per i più importanti designer italiani, da Nizzoli a Zanuso, da Rossi a Sapper. Questi modelli consentono di vedere il progetto come un work in progress, come progressivo avvicinamento al risultato finale.

Essi valorizzano le maestranze artigianali coinvolte nel processo di lavorazione di un prodotto e ricordano che il design è espressione della cultura del fare, e raccontano al contempo come il progettista ha affrontato e risolto di volta in volta i problemi che si manifestavano nel corso della realizzazione del progetto. I modelli leonardeschi di Sacchi sono realizzati in legno, in scala reale, e sono funzionanti. Sacchi li ha creati con le tecniche che avrebbe usato Leonardo, lavorando il legno in modo antico, manualmente, con scalpelli e sgorbie, senza ricorrere a tecnologie contemporanee. Ciò li rende ancora più preziosi e interessanti: non semplici omaggi a uno dei grandi geni della creatività italiana, ma anche una dimostrazione critica – a suo modo rivelatrice – di come Leonardo progettava e lavorava. 

La Piazza della Gioia

La piazza italiana è ispirata al connubio di arti e socialità: quella che si presenta in questa mostra è una piazza idealizzata, nella quale il cittadino come il visitatore possa trarre ispirazione per la propria esistenza quotidiana, condividendo in quel luogo gli ideali politici e sociali della comunità attraverso le grandi architetture, le opere d’arte pubblica, le manifestazioni artistiche, all’insegna di quell’ebbrezza che solo il “culto” del bello può dare.

La ricostruzione della cupola della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, opera del Brunelleschi, dà il benvenuto alla piazza italiana, centro delle rappresentazioni pubbliche, della creatività e dell’arte. Sono presenti in questa sala la ricostruzione dell’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano, nel momento di pausa tra un atto e l’altro di un immaginario concerto; l’installazione progettata da Pierluigi Cerri e Alessandro Colombo di una sessantina di sedie di design italiano che rappresentano i pezzi di una enorme scacchiera appoggiata a una piazza metafisica dechirichiana; un teatrino dell’Opera dei pupi siciliani, icona del patrimonio culturale immateriale italiano; e decine di modelli in legno di oggetti di design realizzati da Giovanni Sacchi che assurgono a sintesi del rapporto tra design, alto artigianato e arte.

La statua della Menade-Baccante istruisce il pubblico al culto dell’ebbrezza per il Bello.

Modello della cupola di Santa Maria del Fiore
di Filippo Brunelleschi, Firenze
Giancarlo Basili, 2010

Iniziata nel 1420 e terminata nel 1436 (esclusa la lanterna, collocata nel 1471), la Cupola di Brunelleschi è un capolavoro architettonico del Rinascimento italiano, che coniuga in modo perfetto la qualità estetica e l’innovazione tecnologica.

È la più grande cupola in muratura del mondo realizzata senza l’ausilio di strutture di sostegno.

Per compierla Brunelleschi ideò una serie di macchine e di soluzioni progettuali totalmente innovative. La Cupola segna non soltanto l’inizio del Rinascimento e la riscoperta dei modelli costruttivi antichi, ma anche quella separazione fra i ruoli del progettista e del costruttore, ancora oggi in uso, che dà l’avvio all’architettura moderna.

All’interno la Cupola è decorata con il grandioso affresco del Giudizio universale, iniziato nel 1572 da Giorgio Vasari e terminato nel 1579 da Federico Zuccari.

L’opera dei pupi

L’opera dei pupi è il teatro tradizionale delle marionette siciliane le cui origini risalgono all’Ottocento. Nel 2001 l’Unesco l’ha proclamata Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità inserendola nella World Heritage List. Il repertorio dell’opera dei pupi rimanda alle Chansons de geste antico-francesi; gli spettacoli mettevano in scena, a puntate, lunghi cicli narrativi.

Il puparo seguiva un canovaccio che variava di volta in volta dando voce alle istanze sociali e alle tensioni storiche.

I pupi – costruiti usando legno di faggio, alpacca e stoffe colorate – sono un prodotto artigianale di straordinaria fattura, le cui tecniche di costruzione sono affidate ad operatori specializzati.

Questi saperi si trasmettono ancora oggi oralmente all’interno delle compagnie di pupari e delle botteghe artigiane.

In Sicilia si distinguono due scuole, quella di Palermo (Sicilia occidentale), dove i pupi sono alti 90 cm e hanno ginocchia rigide, e quella di Catania (Sicilia orientale).

I pupi esposti provengono dall’area di Catania, sono alti 130 cm e sono manovrati da un ponte dietro il fondale.

I personaggi si identificano grazie alle insegne incise su scudo, corazza ed elmo.

Sedia italiana

Da un’idea espositiva di Pierluigi Cerri e Alessandro Colombo, è presentata qui una delle eccellenze italiane in cui trovano espressione i grandi designer internazionali. Un’enorme libreria a parete (addossata alla scenografia Omaggio a De Chirico, opera di Giancarlo Basili), ospita oltre sessanta sedie, prodotte da aziende italiane su progetto di designer internazionali. Questa installazione testimonia la vitalità dell’industria dell’arredamento in Italia e la sua capacità di “interiorizzare” la creatività contemporanea, farne innovazione rispettosa di una tradizione manifatturiera per certi versi unica al mondo.

Teatro alla Scala di Milano

L’apparato scenico Prove d’orchestra, ideato dello scenografo Giancarlo Basili, propone l’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano in un’immaginifica interpretazione verticale, nella quale sedute, leggii e strumenti sono “fotografati” a riposo, nella pausa tra un atto e l’altro di un concerto. Nella terrazza in quota sono collocati abiti di scena disegnati dagli stilisti italiani Gianni Versace e Ottavio Missoni per, rispettivamente, la Salomè (stagione 1986/87) e Lucia di Lammermoor (stagione 1982/83).

Oltre alla loro eleganza, queste creazioni testimoniano un rapporto proficuo di collaborazione tra il mondo della moda italiana e le rappresentazioni artistiche, rapporto caratterizzato da continue ibridazioni e mutui influenzamenti.

Gli abiti, elegantemente tessuti non solo con filati tradizionali ma anche con fili metallici, sono esposti a corredo di una Armatura da parata cinquecentesca finemente cesellata, prestito del Museo Poldi Pezzoli di Milano.

L’armatura sarà poi sostituita, nel mese di giugno 2012, da altre due Armature lombarde da Pompa, provenienti dalla Collezioni Odescalchi. Esiste pertanto un fil rouge che collega la ricerca dell’austera eleganza tipica delle cerimonie rinascimentali con quella assai più informale delle sfilate della moda italiana.

La penisola della luce

Good morning Italy!

A partire dallo sguardo pieno di curiosità della star cinese Zhao Tao, stella del film Io Sono Li di Andrea Segre, il video si sviluppa come un viaggio alla scoperta del paesaggio italiano, artistico, geografico, storico e umano.

La bellezza è il leit-motif del film.

Vi sono 4 capitoli: Viaggio attraverso la bellezza del paesaggio italiano; La bellezza delle città, da Venezia a Palermo; Stile italiano delle celebrità; Momenti chiave della storia d’Italia.

Con alcune scene tratte dai capolavori di Blasetti, Rossellini, Visconti, De Sica, Fellini, Antonioni, Rosi, Bertolucci, Olmi, Pasolini, da Roma città aperta a Ladri di biciclette a La terra trema, Senso, Il Gattopardo e La dolce vita, 8 e 1/2, La ciociara, Il sorpasso, La vita è bella, fino ai registi della nuova generazione, da Moretti a Tornatore, i video cercano anche di rendere omaggio a divi e attori, da De Sica a Totò, Sordi, Mastroianni, Volonté, Giannini, Gassman e Benigni. E in particolare le dive e le attrici del cinema muto, da Bertini e Borelli, passando per Magnani, Valli, Mangano, Lollobrigida, Loren, Masina, Sandrelli, Muti, a Bellucci, che hanno contribuito, meglio di qualsiasi attività diplomatica, a rappresentare e a far conoscere gli italiani nei loro personaggi e nelle trasformazioni dell'Italia nei suoi mille diversi aspetti.

Collezione Giovanni Sacchi

Il mondo legato alla cosiddetta “cultura del progetto” italiana è reso qui attraverso una serie apparentemente infinita di “meta-oggetti”: si tratta delle decine di modellini, alcuni piccolissimi, di oggetti di design industriale realizzati dall’artigiano Giovanni Sacchi insieme o per altri famosi designer novecenteschi.

La cura della Terra 

Questa sala propone un parallelo tra la storia della tradizione alimentare italiana da un lato – attraverso l’esemplificazione degli universi produttivi della filiera della pasta e del vino – e quella del costume alimentare dall’altro, con la qualità delle mise en place della tradizione italiana e le straordinarie manifattura antiche, moderne e contemporanee: dai crateri alle anfore panatenaiche, passando per le maioliche della Manifattura di Doccia o le porcellane di Caltagirone.

Questa sala straordinariamente ricca è la vera e propria Wunderkammer della mostra Tradizione e Innovazione: qui giunge al culmine il rapporto dialogico tra patrimonio culturale e creatività artigianale e industriale italiana.

Pasta italiana, le forme del gusto

Barilla iniziò a produrre pasta nel 1877, con un rudimentale torchio di legno.

Da quel momento la storia aziendale è segnata dalla continua ricerca della qualità del prodotto e dell’innovazione tecnologica, che portano la Barilla a essere ancora oggi all’avanguardia nella produzione della pasta. Molte tecnologie oggi comunemente utilizzate per la produzione della pasta sono frutto di invenzioni avvenute all’interno della Barilla. Come l’applicazione, nel 1956, del teflon alle trafile per la formatura della pasta, con modalità in grado di donare a tutti i formati una bella tonalità gialla ambrata.

La trafila assume caratteristiche peculiari per ogni diverso formato da produrre.

La serie che viene esposta in mostra è composta da 15 trafile, selezionate all’interno della ricca collezione custodita dall’Archivio Storico Barilla, relative sia a formati tradizionali (come spaghetti o fusilli), che innovativi (come le caserecce o le eliche).

Parlare dei vari formati significa definire – anche attraverso modelli matematici – le diverse forme del gusto, poiché la pasta è l’unico alimento in grado di assumere differenti sapori in funzione della propria forma e della conseguente capacità di trattenere il sugo. In Italia si contano più di 300 formati di pasta, classificabili in paste fresche o secche, lunghe o corte, piene o bucate, fini, ricce, lisce, rigate, a dimostrazione di come l’arte della pasta si sia sbizzarrita nei formati, che sono i veri mattoni di ogni costruzione gastronomica. 

Le porcellane di Casa Savoia

I servizi qui allestiti fanno parte della “Vasella” conservata nel Palazzo del Quirinale, la splendida raccolta di porcellane, argenti e cristalli destinati alla tavola reale e acquisiti dai Savoia all’indomani dell’ingresso ufficiale a Roma del primo re d’Italia Vittorio Emanuele

II il 2 luglio 1871, poi entrati a fare parte della Dotazione Presidenziale.

Per illustrare la mise en place in differenti occasioni conviviali sono stati selezionati tre servizi creati per i sovrani dalla Manifattura Ginori di Doccia, fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori Lisci. Gli elementi da tè, caffellatte e caffè dalle linee sobrie ed eleganti, con dorature, bordo blu e stemma coronato in rosso e oro, appartengono al Servizio per il Treno Reale, il convoglio utilizzato da Umberto I e Margherita. Su di un tavolo si dispongono alcuni straordinari pezzi del Servizio da dessert detto “di Umberto I” con frutti dipinti in policromia e rami, foglie e insetti in oro o platino a rilievo realizzati con la tecnica del pâte sur pâte, vanto della fabbrica fiorentina, ispirati al japonisme. Il tavolo per otto “all’imperiale” è stato allestito con pezzi del raffinato Servizio da Ballo, ornato da filettature dorate e dalla corona reale a decalco e arricchito in qualche elemento da motivi naturalistici e a traforo. Richiamano lo stile prediletto da Margherita gli elaborati decori rocaille con putti e stemma del bel piatto da portata per il pesce.

Alessi. 90 anni di ricerca nel campo delle arti applicate

Questa installazione di oltre 500 oggetti Alessi porta il visitatore dal passato al presente, sospingendolo verso il futuro: fra tradizione e innovazione. Il progetto più remoto è il servizio da tè e caffè Ottagonale, disegnato da Carlo Alessi nel 1938. Fra i più recenti vi sono i cestini Hellraiser di Karim Rashid o il servizio da tavola Dressed di Marcel Wanders. Il primo servizio Ottagonale è stato prodotto in ottone, nella piccola manifattura aperta da Giovanni Alessi nel 1921. È stato riedito nel 2011 in acciaio inossidabile, per ricordare una produzione estranea alla cultura del design patinato, attenta alla funzione, alla correttezza produttiva e ai costi di produzione. Vi sono poi oggetti mai usciti dal catalogo, evergreen dal linguaggio universale come il cestino a filo 826 del 1948 o lo shaker 870 del 1957.

La parte più formidabile di questa dialettica fra tradizione e innovazione è però rappresentata dagli oggetti nati dalle collaborazioni con i designer.

Nel 1970, con l’ingresso in azienda di Alberto Alessi, i prodotti hanno iniziato a essere disegnati, divenendo portatori di un valore non solo funzionale, ma anche poetico ed emozionale.

Dalla Cina all’Italia. Venezia e l’Oriente

Si dice sempre che L’Oriente in generale e la Cina, in particolare, hanno costituito uno dei grandi orizzonti intellettuali letterari e d’arte sui quali si è esercitata e ha sognato l’intera cultura dell’Occidente in nome di un amore per l’esotico che è sempre stato radicato in sensibilità dotte così come nelle fantasie popolari.

Il viaggio di Marco Polo (1271-1295) è certo all’origine della grande attenzione e curiosità del mondo veneziano nei confronti dell’Oriente lontano e della Cina in particolare.

A partire dal primo Settecento, il gusto e la moda cinese che si diffondono in tutta Europa, e i prodotti artigianali di quel mondo alimentano un nuovo e inedito interesse che non è però fatto solo di oggetti e prodotti commerciali: il trionfo della cineseria (come viene presto definito l’universo di oggetti d’uso, decorazioni, giardini, elementi d’architettura, suppellettili per la casa, stoffe e abiti…) nell’intera Europa e a Venezia è fatto anche da un panorama di segni e figure, di paesaggi e di architetture e, soprattutto, da alcuni elementi semplici e stilizzati che hanno contraddistinto in maniera inconfondibile un gusto e un’appartenenza geografica e culturale. Ombrellini e pagode, ponticelli di legno e pini marittimi, cappellini a cono e cipressi, tempietti e ciliegi fioriti, qualche palmizio, un turibolo d’incenso, babbucce, la pettinatura d’un mandarino, tazze da tè; spesso questi elementi galleggiano su un fondo astratto – puro colore laccato, nero luminoso, oro, serpentine, qualche ibis ad ali spiegate… – con la grazia senza peso di un’isoletta di sughero; sono i segni della “cinesità” e la cineseria come condizione dell’esistere e del conoscere, come stile di vita inimitabilmente elegante e frivolo, ma colto, raffinato, lieve come un petalo di crisantemo ed elastico come una canna da pesca.

Lacche e stoffe

A partire dal XVII secolo inglesi e olandesi, francesi e italiani si impegnarono per fare della cineseria un importante business. Ci furono porcellane, vetri, lacche, stoffe e così via prodotti in Oriente cercando di venir incontro ai gusti dell’Occidente, alla sua fame di Cina e cineserie; e, viceversa, chi in Occidente tentò di imitare le cose orientali con materiali analoghi, affini, derivati, mimetizzati: ne uscirono buffonerie e pastiches, galanterie e scherzi, ma non è detto che questo “pittoresco” non comportasse studio, sperimentazione, progressivo avvicinamento a una perfezione tecnica. La lacca veneziana del Settecento, così come ogni lacca europea, è, appunto, un prodotto di imitazione. Essa si differenzia da quella cinese e giapponese per materiali e lavorazione, così come per purezza e qualità (che mai giunge ad eguagliare nella smagliante lucidità dei neri, dei rossi, degli ori la resistenza e l’intensità delle tinte di cui andavano celebri i prodotti orientali). Ma la lacca veneziana del Settecento crea un genere per certi versi originale: essa mescola caratteri illustrativi, soggetti, invenzioni che la rendono celebre e che nel brio delle figurine, nei paesaggi astratti, nelle sintetiche scenette cortesi sia urbane che agresti rivela di potersi misurare – almeno nella felicità d’invenzione – con i migliori prodotti d’Oriente.

E così si potrebbe dire anche per altri materiali: le stoffe, ad esempio, così come la moda: tanto che dai prodotti originali si trassero ispirazione e modelli per un gusto “cinese” ricco di draghi e paesaggi, diffuso e fortunato che andava dalle tappezzerie all’arredo, dai vestiti ai costumi.

Le feste e il teatro

La festa pubblica è sempre stata a Venezia un momento importante nella vita e nella stessa immagine della città. Feste nella Piazza di San Marco e negli spazi aperti (i campi); ma anche feste sull’acqua, con sfilate di barche decorate nei modi più fantasiosi e imprevedibili: mostri marini e geni infernali, scene mitologiche e allegorie, battaglie e rievocazioni storiche. Le realtà lontane ed esotiche hanno sempre ispirato gli addobbatori e gli scenografi incaricati di dar vita a questi mondi irreali in cui la ricchezza degli addobbi faceva a gara con l’originalità delle invenzioni.

Le realtà lontane e conosciute solo dai resoconti di viaggio o dalle fantasie dei letterati comprendevano anche i continenti situati nelle favolose mappe della terra ai quattro angoli del globo: l’Europa, l’Asia, l’Africa e le Americhe.

Restano celebri, perché raffigurate in serie di incisioni molto fortunate, le raffigurazioni della Cina portata in trionfo dall’Asia, soggetto realizzato come addobbo di una grande bissona (con questo nome, cioè grande biscia, si designavano queste speciali barche da sfilata) nell’anno 1716 tra la generale ammirazione.

Anche il teatro veneziano del Settecento mise in scena a più riprese opere in prosa o in musica di soggetto orientale e cinese: la più celebre in assoluto fu forse la fiaba Turandot scritta da Carlo Gozzi (e musicata nel primo Novecento da Puccini) e l’altra, sempre di Gozzi, Zobeide. Ma anche il grande Carlo Goldoni mise in scena lavori con analogo soggetto orientale. Gli scenografi e i costumisti avevano allora modo di dare spazio al loro talento in ricostruzioni di fantasia di città e architetture esotiche.

Vetri e porcellane

Il vetro è uno dei prodotti e delle forme d’arte più celebri e ammirati nella storia di Venezia. L’attività, insediata nell’isola di Murano, vanta più di mille anni di successi e di fama universalmente riconosciuti. Anche il vetro, nel corso di questa storia gloriosa, ha conosciuto stagioni più o meno fortunate caratterizzate dal gusto dell’imitazione.

Nel nostro caso l’imitazione riguarda non solo la forma del prodotto (bicchiere, tazza, piatto, figurina, vaso) ma anche il materiale: il vetro detto lattimo è infatti un vetro bianco come il latte (da cui il nome) e che dà la perfetta illusione della porcellana. Conosciuto fin dal XV secolo, questo particolare prodotto fu assai stimolato verso l’imitazione (o, forse più correttamente: mimetizzazione) allorché arrivarono a Venezia porcellane cinesi molto apprezzate per la delicatezza della lavorazione, del decoro, della forma.

Si conservano ancora numerosi esemplari di questi materiali che potevano addirittura essere mescolati nelle collezioni e nei salotti con i modelli originali senza dare scandalo e, anzi, riuscendo a sostenere il confronto.

Più complicato forse il caso delle porcellane e, in generale, delle maioliche.

Qui il flusso dei materiali pare essere stato duplice: dall’Oriente verso Venezia e viceversa. Le due realtà produttive alimentarono infatti linee di lavorazione ciascuna “al modo di” per rispondere ai due mercati per così dire “paralleli”.

Ma i motivi cinesi e giapponesi anche in questo caso facendo ricorso ai fortunati elementi decorativi e illustrativi tanto diffusi (pagode, mandarini fumatori, ombrelli a padiglione, pescatori, uccelli in volo…) contribuirono assai efficacemente ad aggiornare i caratteri e il gusto di un’eleganza e ad uno stile di vita “alla moda”, presto diffusi anche in altre realtà geografiche sia in Italia (tra tutte Torino e la corte dei Savoia) che altrove, come in Germania.

Cartografia

Conoscere e descrivere l’Oriente lontano è solo l’approdo finale della cartografia antica dedicata a questo soggetto.

Alimentare la fantasia e dar forma ai racconti e alle testimonianze dei viaggiatori, interpretando e cercando di rendere credibile l’incredibile è un’eredità del favolistico mondo medievale che nella cartografia antica continuerà a trovare spazio almeno fino ai grandi viaggi di esplorazione e alle celebri scoperte geografiche. Ma anche fornire strumenti di riferimento ai mercanti, ai viaggiatori, ai missionari era un’esigenza sentita: ecco allora la vasta produzione di carte nautiche, portolani, planisferi, mappamondi (e relativi volumi di spiegazione e illustrazione).

Venezia è stata sempre una piazza di produzione ed edizione cartografica assai importante, specie con l’avvio della pubblicazione a stampa di tali elaborati, ma non possiamo dimenticare – a conferma dell’alta considerazione, anche ideologica e celebrativa, affidata alla rappresentazione cartografica – che una delle sale più importanti di Palazzo Ducale era ed è decorata con una grandiosa cartografia delle varie parti del mondo con segnati i viaggi dei maggiori navigatori ed esploratori veneziani.

Vincenzo Coronelli, frate francescano attivo nel convento dei Frari, riuscì a fine Seicento a montare e a dirigere una importante industria cartografica che produsse una vasto catalogo di opere assai fortunate, sia opere originali sia rifacimenti di carte elaborate e pubblicate da altri. Il tema dell’Oriente estremo ricorre naturalmente anche nella produzione di questo come di altri ateliers cartografici. I dati scientifici delle rilevazioni, quelli forniti da viaggiatori e studiosi (tra tutti, naturalmente, Padre Matteo Ricci e i gesuiti) e dalle descrizioni dei geografi si mescolano ancora con quelli mitici e letterari di un sapere arcaico, assai spesso non privo di intuizioni curiose e di fortunate anticipazioni.

{contatti}

Padiglione Italiano
Shanghai Italian Center
2095, Expo Avenue, Pudong District
T. +86.21.22064024
F. +86.21.22064020
f.cusaro@expogroup.sh.cn

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{colophon}

Curatela della mostra e responsabilità scientifica

Studio Cerri & Associati
Pierluigi Cerri
Alessandro Colombo
Architetti

Davide Rampello

La Triennale di Milano

Progetto dell’allestimento e della grafica

Studio Cerri & Associati
Pierluigi Cerri
Alessandro Colombo
Architetti

con

Francesca Ceccoli
Federica Galbusieri
Paola Garbuglio
Maddalena Lerma
Roberto Libanori
Giulio Schweizer

Comitato d’onore

Lorenzo Ornaghi
Ministro per i Beni e le Attività Culturali

Giulio Terzi di Sant’Agata
Ministro degli Affari Esteri

Corrado Clini
Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare

Ministry of the Environmental Protection  of China – MEP

Roberto Cecchi
Sottosegretario MiBAC

Attilio Massimo Iannucci
Ambasciatore Italiano in Cinaa

Vincenzo De Luca
Console Generale d’Italia a Shanghai

Coordinamento organizzativo

Laura Agnesi
Settore Iniziative
La Triennale di Milano

Produzione esecutiva

Stefano Karadjov

Coordinamento produttivo

Claudia Oliverio

Ufficio Stampa

Antonella La Seta Catamancio
Ufficio Stampa e Comunicazione
La Triennale di Milano

Installazioni scenografiche Italian Pavilion

Progettazione

Giancarlo Basili

Realizzazione

Mekane

Allestimenti

STW

Illuminazione

iGuzzini illuminazione

Grafiche in mostra

Shanghai Yingyi Exhibition Service Co., Ltd

Allestimento e grafica Ferrari

Pico Shanghai

Traduzioni

Soget Est

Trasporti

Shanghai Expotrans, Shanghai
OTIM, Milano - Shanghai
Arterìa, Milano

Assicurazione

Petrelli Broker, Milano

Albo musei prestatori

Accademia di Agricoltura, Torino

Biblioteca Centrale della Regione
Siciliana Alberto Bombace, Palermo

Cà Rezzonico, Museo del Settecento
Veneziano, Fondazione Musei Civici Venezia

Civica Raccolta delle Stampe
Achille Bertarelli, Castello Sforzesco, Milano

Collezione Pusateri, Agrigento

Galleria d’Arte Moderna
Empedocle Restivo, Palermo

Galleria Interdisciplinare Regionale  della Sicilia di Palazzo Abatellis, Palermo

Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma

Istituto Nazionale per la Grafica, Roma

Museo Alessi, Crusinallo di Omegna (Verbano-Cusio-Ossola)

Museo Archeologico Regionale Antonino Salinas, Palermo

Museo Civico di Castelvetrano (TP)

Museo Correr, Fondazione Musei Civici Venezia

Museo del Vetro di Murano, Fondazione Musei Civici Venezia

Museo della Frutta Francesco Garnier Valletti, Torino

Museo di Palazzo Mocenigo
Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, Fondazione Musei Civici Venezia

Museo Interdisciplinare Regionale Agostino Pepoli, Trapani

Museo Interdisciplinare Regionale Maria Accascina, Messina

Museo Internazionale delle Marionette Antonio Pasqualino, Palermo

Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, Roma

Museo Poldi Pezzoli, Milano

Museo Richard-Ginori della Manifattura di Doccia, Sesto Fiorentino (FI)

MUVIT Museo del vino, Fondazione Lungarotti, Torgiano (PG)

Servizio Parco Archeologico di Selinunte e Cave di Cusa Vincenzo Tusa  e delle aree archeologiche di Castelvetrano, Campobello di Mazara e dei Comuni limitrofi

Teatro alla Scala, Milano

Triennale Design Museum, Milano

Ugo Mirto, Palermo

L’Italia delle icone

Installazione Italia

Progetto

Angelo Jelmini
Luca Sacchi

Coordinamento

S.I.Tex S.p.A. MODA IN

Milano Unica
Il salone italiano del tessile

Proposte
Fiera internazionale produttori tessuto d’arredamento e tendaggio

Realizzato nei laboratori creativi di

Angelo Jelmini
Luca Sacchi

Partner tecnici

3c Company, Besani, Bonotto, Botto Giuseppe e figli,
Bottonificio Corna e Fratus,
Bottonificio Padano, Brugnoli Giovanni,
By Michelangelo Nuovi Bottoni, Cadica group, Canclini,
Cerrus Tessile, Confidence, Cotonificio Honegger,
Cotonificio Veneto, Ditta Giovanni Lanfranchi,
Duca Visconti di Modrone, E. Thomas, Estro,
Eusebio, F.lli Piacenza, Flem, Framis, Furpile, G.S.M.,
Gritti group, Lanificio Alfredo Rodina, Lanificio di Pray,
Lanificio Ermenegildo Zegna & figli, Lanificio f.lli Ormezzano,
Lanificio fratelli Bacci, Lanificio fratelli Cerruti,
Lanificio fratelli Tallia di Delfino, Lanificio Marlane,
Lanificio Puro Tessuto, Lanificio Subalpino,
Lanificio Tessiltrona, Lanificio Zignone,
Leggiuno, Linea Mitiaro, Loro Piana, Ma.al.bi.,
Maglificio Maggia, Maglificio Mida,
Manifattura del Leone, Manifattura di Ferno,
Manifattura di Valle Brembana, Marini Industrie,
Marioboselli yarns & jersey, Marzotto,
Marzotto divisione Esthetia, Mas Italia,
Mauri Angelo, Nastrificio Achille Valera Lissoni,
Ospiti del mondo, P.A.L.M., Paolo Gilli, Piave Maitex,
Pontetorto, Ramponi, Remmert, Rossi Lorenzo e figli,
S.i.c. tess., Serikos, Ska italia, Swarovski int.le d’Italia, T.E.S.T.A.,
Teseo, Tessitura serica di Olmeda, Tesj div. Duca Visconti di Modrone,
Tessilgraf, Tessilgrosso, Tessilidea, Tessilmaglia, Tessitura Carlo Bassetti,
Tessitura di Crevacuore, Tessitura Majocchi, Tessitura Taiana Virgilio,
Tesso, Tessitura Serica Solzago, Tessuti & Tessuti, Thermore,
Timavo & Tivene, Topp Italia, Trabaldo Togna, Valter,
Visma, Vitalis Barbero Canonico, Zip Gfd.

Si ringraziano

Antonio Sapone
Paola Sapone
Fonderia d’Arte Tesconi di Pietrasanta
Paolo Zegna

Gli ori d’Italia

Coordinamento scientifico
per i beni della Regione Siciliana

Raffaele Lombardo
Presidente della Regione Siciliana

Sebastiano Missineo
Assessore Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana

Gesualdo Campo
Dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana

Stefano Biondo
Dirigente del Servizio Museografico

Alessandra Merra
Funzionario Direttivo

Testi critici

Patrizia Amico
Caterina Di Giacomo
Lucina Gandolfo
Giusy Larinà
Giuseppina Mammina
Alessandra Merra
Giuliana Sarà
Daniela Scandariato
Agata Villa

Installazione L’arte dell’oreficeria

Progetto scientifico

Federica Piccirillo
Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Coordinamento

Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma

Rossella Vodret
Soprintendente

Giorgio Leone

Istituto Nazionale Grafica

Maria Antonella Fusco
Direttore

Orsola Bonifati

Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini

Anna Lo Bianco
Direttore

Giuliana Forti
Marisa Zaccagnini

Gioielleria contemporanea

Buccellati Holding Italia
Simona Meschi

Damiani
Anna Gallarotti

Pomellato
Andrea Petochi
Alessandra Fortuna

Vhernier
Monica Bevacqua

Si ringraziano

Francesco Attaguile
Giovanna Maria Bacci
Giovanna Cassata
Valeria Li Vigni
Grazia Musolino
Giovanni Pompeo
Bernardo Tortorici
Agata Villa
Roberta Chiovaro
Rosamaria Cucco
Maria Mormino
Luciana Ostuni

L’Italia riscoperta:
modernità ecologica e sostenibile

Coordinamento scientifico
per l’area Sostenibilità

Progetto

Mario Occhiuto
Architetto

Coordinamento

Elisa Crivellone

Realizzazione installazione materiali

WAY

Partner tecnico

Oikos

Coordinamento scientifico Apollo

Politecnico di Milano
Dipartimento di Meccanica

Team Mecc-Sun
Gianmarco Galmarini
manager

Gianpiero Mastinu
Supervisore

Si ringraziano

Silvana Annicchiarico
Antonella Purpura
Francesco Vergara
Raffaella Corsi
Ugo Mirto
Antonino Pusateri
Emanuela Pusateri
Isidoro Turdo
Massimiliano Vaj
Laura Vento

La Piazza della Gioia

Coordinamento Design contemporaneo

FederlegnoArredo
Roberto Snaidero
Presidente

Cosmit
Carlo Guglielmi
Presidente 

Marco Sabetta
Direttore generale

Fondazione Cosmit Eventi
Silvia Latis

Partner tecnici

Acerbis, Aliasdesign, Arflex,
Arketipo, Arper, Bonald, Bross Italy,
Caimi Brevetti, Calligaris, Casamania,
Casprini, Crassevig, Danese, Desalto,
Domodinamica, Driade, Edra, Emu,
Fast, Fornasarig, Kartell, Kristalia,
Lago, Magis, Matteograssi, Mattiazzi,
Meritalia, Moroso, Plank Collezioni,
Pedrali, Porro, Potocco, Rexite,
Riva 1920, Zanotta, AVMazzega,
Danese, De Majo Illuminazione,
La Murrina, Luceplan, Terzani,
Venetia Studium, Vetreria Artistica
Fornasier Luigi, Vistosi

Installazioni video

Arancia Film

Produzione esecutivi
Simone Bachini
Giorgio Diritti

Direttore artistico
Giorgio Diritti

Registi
Giorgio Diritti
Manuel Moruzzi
Saul Saguatti

Animazioni
Saul Saguatti

Montaggio e compositing
Nicola Arrigoni

Organizzazione di produzione

Anna Scàndola

Coordinamento produttivo

Franco Pannacci

Assicurazione Museo Poldi Pezzoli

Ciaccio Broker, Milano

Si ringraziano

Silvana Annicchiarico
Andreina Draghi
Stéphane Lissner
Rosario Perricone
Federica Piccirillo
Agata Villa
Annalisa Zanni
Chiara Bancone
Dino Belletti
Monica Campo
Rita Citterio
Giorgio Leone
Angelo Lodi
Franco Malgrande
Federica Manoli
Alessandra Merra
Luciana Ostuni
Ilaria Toniolo 

La penisola della luce

Good Morning Italy!

Ideazione e soggetto

Gian Piero Brunetta

Montaggio e post produzione

Tommaso Brugin

Assistente di produzione

Lara Repele

Musiche originali

Matteo Buzzanca

Chitarra solista

Domenico Calabrò

Sceneggiatura e regia

Mirco Melanco

Produzione

GOOLIVER

La cura della Terra

Coordinamento scientifico
Pasta italiana, le forme del gusto

Archivio Storico Barilla

Coordinamento scientifico
I colori del vino

Walter Filiputti,
Enologo

Studio H2O
Maurizio Sapia
Fotografia

Partner tecnici

Arnaldo Caprai, Azienda Agricola Bellavista,
Azienda Agricola Masciarelli, Cantina Nino Negri,
Cantine Cipressi, Cantine Giorgio Lungarotti,
Capichera, Collavini, Colonnara Società,
Cooperativa Agricola, Distillerie Nonino,
Ferrari F.lli Lunelli, Feudi di S. Gregorio, Foradori Azienda Agricola,
Gaja, Marchesi Antinori, Marco Felluga, Masi Agricola,
Mastroberardino, Planeta, Rosa del Golfo, Sella & Mosca,
Società Agricola Lupi di Massimo Lupi, Tenuta San Guido,
Terre Bianche, Tormaresca, Tramontana

Coordinamento scientifico
Vino e cultura materiale

Fondazione Lungarotti
Maria Grazia Marchetti Lungarotti,
Direttore

Raffaella Sforza

Coordinamento scientifico
Alessi:

90 anni di ricerca nel campo delle arti applicate

Museo Alessi
Francesca Appiani
Curatore

Coordinamento scientifico
Le porcellane di Casa Savoia

Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica

Louis Godart
Consigliere per la conservazione del patrimonio artistico

Maria Angela San Mauro

Maria Virginia Gentili

Si ringraziano

Caterina Greco
Daniele Lupo Jalla
Piero Picarolo
Agata Villa
Italo Bardiani
Ciro Cacchione
Franco Corsi
Paola Costanzo
Maurizio Di Dio
Maria Virginia Gentili
Giancarlo Gonizzi
Alessandro Guarnieri
Alessandra Merra
Giovanna Mori
Roberto Pagliari
Oliva Rucellai
Andrea Salvador

Dalla Cina all’Italia. Venezia e l’Oriente

Ideatore e Commissario

Giandomenico Romanelli

con la collaborazione di
Fondazione Musei Civici Venezia

Presidente
Walter Hartsarich

Consiglio di Amministrazione

Giorgio Orsoni,
Vicepresidente

Consiglieri
Alvise Alverà
Emilio Ambasz
Carlo Fratta Pasini

Direttore
Gabriella Belli

Segretario Organizzativo
Mattia Agnetti

Collezioni Storiche e Catalogo informatizzato
Camillo Tonini

Museo di Palazzo Mocenigo
Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume e Museo
e Museo del Vetro di Murano
Chiara Squarcina

Cà Rezzonico
Museo del Settecento veneziano
Alberto Craievich

Museo Correr
Andrea Bellieni

Gabinetto dei Disegni e delle Stampe
Filippo Pedrocco

con

Rossella Granziero

Gestione opere e prestiti

Camillo Tonini
Sofia Rinaldi

Assicurazione

Marine & Aviation, Roma

Si ringraziano

Annalisa Brunello
Diana Cristante
Caterina Marcantoni
Andrea Marin
Francesca Pederoda

{/colophon}

Claudio Abate: Obiettivo arte

L’obiettivo della macchina fotografica racconta la storia dell’arte. Lo scatto è opera e testimonianza di una stagione culturale. Su iniziativa dell’Università IULM e del Rettore Prof. Giovanni Puglisi, la Triennale di Milano ospita le opere di Claudio Abate, stimato fotografo dell’arte italiana, in una mostra curata e allestita dagli studenti della Laurea Magistrale in Arti, patrimoni e mercati della Facoltà di Arti, turismo e mercati dell’Università IULM. Un progetto inedito e innovativo che nasce dalla partnership tra Triennale e IULM e che vede negli studenti parte attiva del progetto: dall’idea curatoriale, alla campagna di comunicazione, alla fase di allestimento degli spazi.

Claudio Abate: Obiettivo arte inaugura il 14 maggio alla presenza dell’artista. La prima mostra personale dedicata dalla città di Milano al grande fotografo italiano sarà aperta al pubblico fino al 10 giugno. Al piano terra del Palazzo dell’Arte della Triennale saranno esposte le fotografie scattate da Abate ai più grandi rappresentanti dell’arte italiana e straniera dagli anni ’60 a oggi. L’esposizione è curata dagli studenti e coordinata dal vicepreside della Facoltà e coordinatore del corso di laurea magistrale Vincenzo Trione, insieme con Anna Luigia De Simone e Veronica Gaia di Orio.

Il percorso espositivo ripercorre l’opera di Abate ruotando intorno a tre tematiche. Ritratti d’artista è la sezione in cui artisti come Jannis Kounellis e Mario Schifano sono colti in pose divenute celebri. Artista che con la sua opera si fa arte evidenzia l’aspetto di testimonianza della fotografia. Da una parte una serie di scatti che ritraggono gli artisti accanto alle loro opere, come nel caso di Mario Merz e di Pino Pascali. Dall’altra, artisti che si fanno essi stessi opera attraverso la preziosa documentazione fotografica di performance quali quelle di Gilbert&George e di Giuseppe Penone. Nella sezione Opera d’arte l’oggetto indagato è la fotografia che si fa qui opera e rappresentazione. L’installazione dei Cavalli di Kounellis (1969) e lo Zodiaco di Gino De Dominicis (1970) sono scatti che restituiscono l’immagine di un’epoca.

All’interno del percorso sarà presente una fotografia che rivela il legame del lavoro di Abate con la città di Milano: I sette Palazzi celesti di Anselm Kiefer, in esposizione permanente all’Hangar Bicocca. Inoltre, sarà presente un’opera molto cara al fotografo: una stampa originale datata 1972 che ritrae Giorgio de Chirico e Gino De Dominicis, autografata dall’artista metafisico come omaggio per Abate.

Un’inedita intervista ad Abate, realizzata dagli studenti nel suo studio, consentirà di approfondire la produzione dell’artista e di scoprire tramite le sue parole le storie sottese alle immagini.

L’opera di Claudio Abate riscrive la storia dell’arte attraverso scatti che sono divenuti parte della memoria collettiva. Tra queste: Pino Pascali con Vedova Blu e Giuseppe Penone con Rovesciare i propri occhi. Incontriamo personaggi, opere e testimonianze  artistiche di anni particolarmente stimolanti in campo sociale, politico e intellettuale. Claudio Abate si muove in questa atmosfera restituendola come ricognizione e reportage.

A corredo della mostra, verrà pubblicato un Magazine con interviste inedite e interventi critici sull’artista e il suo lavoro.

Claudio Abate nasce a Roma nel 1943. Le sue opere attraversano la storia delle avanguardie, dall’arte povera al teatro di Carmelo Bene. Tra le più conosciute quelle che ritraggono i Cavalli di Kounellis e Lo Zodiaco di Gino De Dominicis. Il suo lavoro è stato oggetto di numerose e prestigiose esposizioni (Biennale di Venezia 1993, MACRO 2002, Biennale di Mosca 2004, MART 2007, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2012). 

Gillo Dorfles. Kitsch - oggi il kitsch

A cura di Gillo Dorfles
Con Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone e Anna Steiner

La Triennale di Milano presenta la mostra Gillo Dorfles. Kitsch - oggi il kitsch curata da Gillo Dorfles, insieme con Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone e Anna Steiner. 

Nel 1968 esce “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto” edito da Mazzotta, una serie di approfondimenti teorici che hanno aiutato a descrivere il concetto di kitsch in tutte le sue articolazioni; concetto che Dorfles per primo ha contribuito in modo decisivo a definire, a livello internazionale.

Il testo di Dorfles è una vera pietra miliare per la comprensione e l’evoluzione del “cattivo gusto” dell’arte moderna; afferma che alcuni capolavori della storia dell’arte come il Mosé di Michelangelo, la Gioconda di Leonardo sono “divenuti emblemi kitsch perché ormai riprodotti trivialmente e conosciuti, non per i loro autentici valori ma per il surrogato sentimentale o tecnico dei loro valori”.

“L’industrializzazione culturale, afferma Dorfles, estesa al mondo delle immagini artistiche ha condotto con sé un’esasperazione delle tradizionali distinzioni tra i diversi strati socio-culturali. La cultura di massa è venuta ad acquistare dei caratteri assai diversi (almeno apparentemente) dalla cultura d’élite, e ha reso assai più ubiquitario e trionfante il kitsch dell’arte stessa.”

Nel citato libro di Dorfles vengono esaminati da alcuni studiosi vari aspetti del kitsch, dalle riproduzioni dozzinali di opere d’arte alla “musica di consumo”, dal cinema alla pubblicità, dal design all’architettura.

Alcuni artisti, soprattutto delle avanguardie, hanno riproposto immagini di capolavori della storia dell’arte, universalmente riconosciuti, per creare consapevolmente “ricercate opere” kitsch, ironiche, provocatorie o scandalose: è il caso dell’opera L.H.O.O.Q., 1919, un ready made ritoccato da Marcel Duchamp, versione con aggiunta di barba e baffi della Gioconda di Leonardo, dal titolo dissacrante (pronunciando il nome delle lettere in francese si ottiene la frase “elle a chaud au cul”).

La prima parte della mostra presenta… “ autori, i quali volutamente usano citazioni kitsch” (Gillo Dorfles).

Tra gli artisti Adriana Bisi Fabbri con Salomè di fronte (passo di danza), 1911, e Salomè a tergo (Mossa di danza), 1911, che rappresenta il personaggio biblico con rotondità paradossalmente eccessive; Alberto Savinio che con Penelope, 1933, rivive con ironia il mito classico; Gianfilippo Usellini che con Donna con la coda, 1970, riporta con ironico paradosso a una primitiva condizione animale; e ancora Enrico Baj che con Madame Garonne, 2003, assembla materiali diversi per denunciare la corruzione del gusto causata dalla cultura del prodotto industriale. Infine tre opere di Salvador Dalì fanno parte di questo gruppo di artisti che sono in mostra in qualità di ironici ispiratori del fenomeno.

Il percorso dell’esposizione continua con una serie di autori deliberatamente kitsch.

Afferma Gillo Dorfles: “qui vediamo alcuni artisti contemporanei che, intenzionalmente, creano opere con elementi che fanno riferimento alla cultura del kitsch”

Tra questi artisti Luigi Ontani, che con l’opera Er ciclopercurione, 1990, si avvicina a una figurazione fantastica che attinge e manipola con ironia suggestioni da differenti culture, linguaggi e tecniche espressive; Antonio Fomez con Michelino, 1966, ispirato alla Pop Art; Felipe Cardeña che con i suoi collage policromi presenta composizioni kitsch che sovrappongono fiori e frutti ritagliati da riviste; Leonard Streckfus crea collage in cui personaggi storici sono ritratti con ironia nella vita quotidiana; Corrado Bonomi realizza composizioni con vari oggetti che ironicamente trattano dei problemi dell’uomo; Limbania Fieschi con il suo gusto kitsch americaneggiante; Carla Tolomeo con le sue sedie sculture; Mario Molinari che nelle sue sculture accentua e deforma grottescamente parti anatomiche di esseri umani e animali e le teatrali composizioni di legno, stucco, resina e oggetti vari di Vannetta Cavallotti. Infine l’omaggio ironico a Salvador Dalì del Cracking Art Group attraverso la fusione di materie plastiche e foto e The Bounty Killart che crea sculture di gesso fortemente satiriche.

Tutte queste opere d’arte presenti in mostra forniscono una vasta rappresentazione delle personali interpretazioni di ciascun artista.

Una sala è dedicata all’artista olandese, naturalizzato italiano Rutger (Rudy) Van der Velde, giornalista, grafico pubblicitario, illustratore e artista che ha creato assemblaggi sorprendenti, ironici e ludici con materiali eterogenei, oggetti superflui provenienti dalla nostra società consumistica.

Un’opera in particolare I am free – I feel free, che presenta una gabbia contenente un uomo-automa e una libellula, mentre un’altra libellula all’esterno posata su un ramo gode la libertà, esprime chiaramente la sperimentazione nelle sue opere di una continua ricerca di sensazioni nuove e liberatorie da ogni vincolo di asservimento alla comune realtà. 

Nel corridoio che introduce alla mostra un tappeto interattivo composto da 5000 immagini kitsch che si animano al passaggio del pubblico porta il kitsch nel quotidiano, nella nostra vita di tutti i giorni. 

La mostra si chiude con l’ultima grande sala nella quale si trova una vera e propria giostra di oggetti kitsch di artisti anonimi, che sono citazioni e riproduzioni del kitsch oggi.

Afferma Gillo Dorfles: “Come sempre, sono l’intenzione e la consapevolezza, sia rispetto all’utilizzo delle tecniche sia nei riguardi dei contenuti, che trasformano un oggetto, una forma, ma anche un comportamento, in un’opera, in un linguaggio che sentiamo veri e autentici. Se non esiste la dimensione culturale, ogni forma d’arte è destinata a cadere nella trappola di un kitsch più o meno consapevole. La vera arte non è mai “maliziosa”; il kitsch lo è, e questa è la sua essenza. È necessario conoscerlo, anche frequentarlo e, perché no, qualche volta utilizzarlo, senza farsi mai prendere la mano. Perché il cattivo gusto è sempre in agguato”.

Accompagna la mostra il libro-catalogo “Gillo Dorfles. Kitsch: oggi il kitsch”, per i tipi di Editrice Compositori, a cura di Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone, Anna Steiner, che ospita una conversazione tra Aldo Colonetti e Gillo Dorfles, riflessioni di Vittorio Gregotti, Ugo Volli, Fulvio Carmagnola, Denis Curti, Francesco Leprino, Bruno Pedretti; una particolare documentazione a cura di Luigi Sansone su opere di artisti “ispiratori” e che interpretano oggi questo stile. In chiusura una rassegna fotografica sul kitsch quotidiano, interpretato da oggetti, prodotti, immagini.

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Dentro la materia

L’avvento di un nuovo materiale apre prospettive inedite per la progettazione e la realizzazione di prodotti innovativi in grado di migliorare il  rapporto consolidato tra l’uomo e gli oggetti che lo circondano.

Dentro La Materia racconta la nascita di un nuovo materiale a disposizione del mondo del design, una nuova generazione di poliuretani frutto di un lungo percorso di ricerca che parte dal mondo dei polimeri per arrivare ai prodotti dell’abitare contemporaneo.

Il progetto di allestimento si sviluppa attraverso l’idea di riprodurre in macroscala uno spaccato del materiale protagonista della mostra. Un gioco fantastico di volumi crea un ambiente plastico nel quale il visitatore percorre uno stimolante viaggio dentro la materia.

Pitoti - Digital rock art from ancient Europe

Mostra realizzata da
Centro Camuno di Studi Preistorici
MAA Museo of Achaeologiy and Anthropology of Cambridge
University of Applied Sciences, St Pölten
Ideazione
Christopher Chippindale (University of Cambridge)
and Frederick Baker (University of Cambridge & University of Applied Sciences, St Pölten)

La mostra Pitoti presenta al pubblico le immagini straordinarie frutto dell’incontro innovativo fra due ricchissime ed ingegnose tradizioni grafiche: l’arte preistorica e le arti digitali.

Per la prima volta, le arti digitali - con il loro fascino e la loro forza - si combinano ai cosiddetti pitoti della Valcamonica, una valle alpina con una delle le più ricche concentrazioni di immagini preistoriche d’Europa.

I Pitoti, immagini preistoriche incise picchiettando sulle grandi rocce modellate dai ghiacciai, diventano parte di una grandiosa metafora cinematografica che vede le incisioni come i fotogrammi di un film proiettato nel vasto “cinema-auditorium” costituito dal paesaggio circostante. Il progetto prende poi spunto da questa metafora per stimolare nuovi sviluppi nel campo della ricerca.

I colpi di picchiettatura sulla roccia, o “pexils”, si possono paragonare ai pixel delle immagini digitali. L’applicazione di questa idea apre le porte all’ uso delle tecniche digitali per riportare in vita le statiche immagini preistoriche: fotografia digitale, cartoni animati, fotografia time-laps, scansioni laser e stampe 3D, analisi acustiche in ambiente, “Panorama”, “Ambient Cinema” e un videogioco.

Pitoti è una joint venture tra archeologi e artisti digitali, una collaborazione pionieristica che ha aperto prospettive inaspettate e sorprendenti.

FL:HOURS - La bellezza salverà il mondo

Dopo il successo della mostra LIFELINES, 27 ritratti doppi di madri e figlie lavorati con la tecnica del Sandpaper, Aleksandra Lajtenberger torna ad interrogarsi su come lo scorrere del tempo incida sulla bellezza, spostando lo sguardo dal volto della donna a quello della natura.

FL:HOURS è un coinvolgente giardino multimediale dove i protagonisti, i fiori, fotografati da Aleksandra Lajtenberger, trovano espressione in animazioni, variazioni e interpretazioni uniche, come l’innovativa serie di ‘florologi’.

L’artista associa la dimensione più misurata della storia dell’uomo, il tempo, con quella forse meno misurabile: la bellezza della natura in tutte le sue possibili declinazioni.

Una bellezza che è insieme estetica ed etica. La stessa che secondo il principe Myskin di Dostoevskij salverà il mondo. La stessa di cui parla Kant nella sua Critica del Giudizio, definendola “simbolo del bene morale”. Secondo il filosofo tedesco è, infatti, proprio la bellezza della natura che fa intuire all’essere umano l’esistenza di un sommo “artista”, che consegue attraverso il bello il suo scopo: il “trionfo del bene”.

Aleksandra Lajtenberger aggiunge a questa riflessione l’elemento del tempo. Sviluppando un pensiero nato lo scorso anno con la mostra LIFELINES, sembra considerare lo scorrere delle ore come un elemento non solo necessario, ma costitutivo della vera bellezza.

Il Giappone nelle mostre della Triennale - Immagini e documenti dagli Archivi storici

L’Archivio Fotografico e l’Archivio Audiovisivo della Triennale di Milano, ispirandosi alla Mostra Made in Japan. L’estetica del fare che si configura come una collettiva che interseca sguardi, linguaggi e punti di vista differenti relativamente al paese del Sol Levante, presenta alcune fotografie di allestimenti e oggetti esposti nelle sezioni ufficiali del Giappone durante le edizioni della Triennale dal 1951 fino alla Diciannovesima Esposizione Internazionale del 1996, con gli interventi dell’architetto Junzo Sakakura nella Dodicesima Triennale del 1960, dedicata alla Casa e la Scuola, una sezione per la mostra del Grande Numero della Quattordicesima Triennale del 1968 a cura di Arata Isozaki, e il Gruppo Giaponese nella Quindicesima Triennale del 1973 tra cui spicca Isao Hosoe. Dalla mostra del 1995 Design Giapponese. Una storia dal 1950 provengono i video degli spot della Shiseido Company e il cortometraggio di Jude Jansen Japanese Design, The spirit in a thing.

New Chinese Design and Innovation - Triennale di Milano 2012

Organizzato dal Centro Sino-Italiano del Design e dell’Innovazione (CIDIC) sotto il patrocinio del Ministero della Scienza e della Tecnologia della Repubblica Popolare Cinese e del Ministero italiano dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la mostra New Chinese Design and Innovation Triennale di Milano 2012 presenta al pubblico italiano l’impegno del CIDIC nella diffusione di tecnologie e design innovativi cinesi, nella promozione dell’immagine della Cina e della competitività internazionale dei brand cinesi.

Un nuovo segno - Progetti di eccellenza per una sede Eni a San Donato Milanese

Eni presenta dieci progetti di architettura per il nuovo centro direzionale a San Donato Milanese.

Il concorso di idee per la costruzione del nuovo edificio, elemento caratterizzante il nuovo skyline di San Donato Milanese, ha permesso la realizzazione di una mostra che espone i dieci progetti sviluppati, da importanti studi di architettura internazionali.

Tra i progetti è stato individuato il vincitore che procederà con la progettazione, ingegnerizzazione, e realizzazione del progetto in vista del 2015.

La mostra offre uno spaccato delle più innovative tendenze nell’architettura contemporanea attraverso un doppio percorso: raw e know.

Lo spazio si suddivide in una parte con i progetti per il nuovo edificio, la presentazione dei modelli e delle tavole di progetto di tutti i lavori, zona definita raw, progetti puri. Un secondo spazio, know, sviluppa una zona di approfondimento e inquadramento storico-urbanistico, con il racconto della nascita del primo nucleo eni a San Donato e il suo rapporto con San Donato e Milano.

10 anni di Movi&Co - Un viaggio attraverso l’evoluzione del video

Una mostra delle produzioni audiovisive dell’Associazione Movi&Co che da 10 anni crea un ponte fra la giovane creatività e il mondo della comunicazione aziendale. 

Un viaggio visivo, sonoro ed emozionale per ripercorrere i passaggi storici, formali e stilistici che hanno caratterizzato i video realizzati da Movi&Co. dal 2003 al 2013.

{contatti}

Ufficio Stampa

Diego Ercoli
Swan&Koi
press.movieco@swankoi.com

T. +39.02.76111167

{/contatti}

Pianeta Expo 2015 - Conoscere, gustare, divertirsi.

A cura di Felice Limosani

La Triennale di Milano, in collaborazione con Expo Milano 2015, realizza una mostra che presenta i contenuti dei padiglioni tematici e i temi fondanti dell’Esposizione Universale attraverso una serie di installazioni site-specific di forte impatto comunicativo ed evocativo.

La mostra presenterà le grandi questioni dell’Esposizione Universale 2015: il tema stesso dell’Esposizione, i paesi partecipanti, I Cluster (Caffè, Cacao, Riso, Cereali, Spezie, Frutta, Biomed, Isole, Zone aride), i cinque padiglioni tematici e il progetto delle vie d’acqua, che accompagneranno i visitatori non solo durante i sei mesi di Expo 2015 Milano ma anche in tutto il periodo che da maggio 2013 intercorre all’apertura della grande esposizione.

I nuovi Italiani - Ritratti fotografici di Teresa Carreño

"I nuovi Italiani - Ritratti fotografici di Teresa Carreño" fa parte della mostra "Milano e Oltre. Una visione in movimento"

21 immagini che raccontano una Milano multietnica e plurale: donne straniere residenti in città, che fieramente indossano la memoria di una cultura “altra”, che profuma di sapori e di ricordi lontani ma ancora vivi nel loro vivere quotidiano; giovani ragazzi sotto i venticinque anni che hanno deciso di esprimersi rivendicando ideali e speranze, ma anche raccontando i loro sogni e i loro obiettivi; infine i “nuovi cittadini” di Milano, le famiglie multietniche che danno un nuovo volto e un nuovo slancio, aperto al futuro e all’inclusione, alla popolazione metropolitana. 

Le riprese fotografiche intendono evidenziare una suggestione di contrasto tra il classico delle ambientazioni e delle posture e delle gestualità, e l’identità contemporanea dei ritratti. 
La fotografa collabora con ASPIL – Associazione di Sviluppo e Promozione per l’Integrazione Latinoamericana.

Altagamma - Italian Contemporary Excellence

In occasione dei vent'anni dalla sua nascita, Fondazione Altagamma propone una rappresentazione collettiva dei valori e dei simboli che caratterizzano l’alto di gamma italiano all’interno di un format di alto valore culturale.

Altagamma Italian Contemporary Excellence, curata da Cristina Morozzi, è una raccolta di istantanee realizzate da dieci giovani fotografi italiani di reportage, coordinati dall’agenzia Contrasto, al cui sguardo incondizionato e non didascalico è stato affidato il compito di restituirci un punto di vista inedito sull’eccellenza italiana. 

I reporter sono Lorenzo Cicconi Massi, Daniele Dainelli, Niccolò Degiorgis, Simona Ghizzoni, Martino Lombezzi, Alex Majoli, Paolo Pellegrin, Lorenzo Pesce, Marta Sarlo, Massimo Siragusa.

Le immagini compongono un mosaico che esalta “il bello, il buono e il ben fatto” delle imprese italiane di eccellenza.

Allestimento di Migliore+Servetto.

Gilles Bensimon Photography

Una retrospettiva sul lavoro del fotografo Gilles Bensimon, testimone impegnato di un nuovo stile di fotografare la moda fondato sul movimento, la sensualità e la vitalità. L'originalità del lavoro artistico di Bensimon, che ha segnato e caratterizzato dal suo nascere la rivista Elle America, è documentata da una selezione di fotografie in b/n e colore, realizzate nell'arco di trent'anni, che spaziano dalla moda al mondo del cinema, della televisione, dello sport e della musica

Gli Archivi della Triennale in mostra - Luce, oggetti e allestimenti per Triennale Design Week

In occasione del Salone Internazionale del Mobile 2013 e di Euroluce 2013, l'Archivio Fotografico e l'Archivio Audiovisivo della Biblioteca del Progetto della Triennale di Milano, propongono una selezione di immagini sull'illuminazione e gli apparecchi illuminanti esposti nelle edizioni storiche della Triennale, dalle lampade di Fontanarte a quelle progettate da Gio Ponti e dai fratelli Castiglioni. 

La seconda selezione riprende i temi di alcune esposizioni ed eventi della Triennale Design Week 2013, in particolare “Belgium is Design”, “Danish Chromatism”, “Unopiù in Wonderland”, “The Face of Time” e “Japan Tobacco Clean City lab”, presentando immagini degli allestimenti di Belgio e Danimarca, degli arredi per l'esterno, e di orologi e posacenere esposti tra il 1933 e il 1985.

5earths+1form - di 5+1AA Alfonso Femia Gianluca Peluffo - Danilo Trogu, la Casa dell'Arte

Triennale Design Museum presenta 5earths+1form, una selezione di lavori in ceramica di 5+1AA Alfonso Femia Gianluca Peluffo che documenta il percorso di ricerca da parte dello studio sulla “matericità” nell’architettura, considerata come “un Corpo”.

Negli ultimi anni, i 5+1AA Alfonso Femia Gianluca Peluffo hanno lavorato con la Casa dell'Arte di Danilo Trogu ad Albisola, città che vanta una lunga tradizione che vede l’unione della ceramica popolare e artigianale a quella industriale e a quella artistica.

Per 5+1AA Alfonso Femia Gianluca Peluffo questo lavoro rappresenta una sfida, che mette in contatto l’architettura e il design con l'artigianato, attraverso la produzione di oggetti in grado di innescare un'appartenenza emozionale e di intimità a un luogo e a una tradizione.

Milano Multiple City

"Milano Multiple City" fa parte della mostra "Milano e Oltre. Una visione in movimento"

Un’iniziativa fotografica, frutto di una partnership tra Connecting Cultures e Lomography Italia, che ha selezionato all’interno di un contest fotografico 5 immagini da esporre in mostra. Le 5 immagini si sono distinte per una visione inedita o sorprendente che riguardi le molteplici identità, comunità, individui, paesaggi insoliti, ibridi, umani, disumani che convivono nella città di Milano e nell’area metropolitana.

Casamatta

Triennale Design Museum presenta una mostra che svela un aspetto inedito e meno indagato del lavoro del cileno Sebastián Matta (1911-2002). CASAMATTA riproduce simbolicamente gli interni della casa di Matta arredata esclusivamente con le sue creazioni a cavallo fra arte, design e artigianato. Sedie, divani, panche, tavolini, armadi, letti, lampade, realizzati sperimentando diversi materiali come legno, resina e metallo, dialogano con oggetti d’uso quotidiano in ceramica, posate, piatti, vasi decorati e piccole sculture. Saranno inoltre esposte alcune delle opere pittoriche di Matta, che all’interno della casa, restituiranno una visione completa della sua versatile ed eclettica opera.

Design Emotion - Vivere contemporaneo verso la smart city

Design Emotion è una mostra concept, un modello itinerante che vuole promuovere e sensibilizzare alla cultura del design e dell'innovazione sostenibile per nuovi modelli di prodotti e servizi per lo scenario delle città del futuro.

La mostra evento è un luogo di incontro delle diverse culture del design e della sostenibilità: un luogo fisico e virtuale capace di attrarre le migliori avanguardie in termini di pensiero, di prodotti e tecnologie verso la città del futuro.

La mostra si inserisce all'interno degli eventi EXPO DAY tenuti a Milano per promuovere Expo 2015.

Il progetto prevede l'allestimento della Sala di Material Connexion presso la Triennale di Milano con installazioni tematiche dedicate al design per la sostenibilità e le smart cities.

Nello specifico sarà realizzato un modulo in legno che ricreerà un ambiente domestico contemporaneo con arredi flessibili e materiali naturali. Da lì si avrà accesso al centro della sala dove un albero “fotovoltaico, costituirà il fulcro centrale della mostra e sarà l'elemento evocativo del rapporto e dell'integrazione tra natura e innovazione tecnologica.

Ai lati della sala saranno ricreati degli Skyline che ricostruiranno gli scenari di città, campagna e montagna e ricondurranno ai temi della sostenibilità tramite colori, parole e slogan. Tali pannelli si integreranno con pavimentazioni grafiche che racconteranno i temi della sostenibilità e dell'approccio alla progettazione e alla riqualificazione delle smart cities. L'area di ingresso invece sarà pavimentata con parquet di alto design simbolo dell'integrazione tra  lo stile glam e i materiali a basso impatto.

La parete frontale, rispetto all'ingresso, ospiterà una realizzazione dell'artista Andrea Sampaolo che si integrerà con gli elementi della mostra.

Il progetto è cura dell'Architetto Mandarini, CEO di Marchingenio workshop.

All'interno della mostra sarà presente anche un'installazione artistica sul tema delle smart cities a cura dell'artista internazionale Andrea Sampaolo in collaborazione con gli architetti Massimiliano Mandarini e Giuseppe Todisco.

sMateria - La sostenibile leggerezza del poliuretano

Progetto di allestimento di Riccardo Giovanetti

sMateria mette in scena un grande racconto sulle qualità del poliuretano espanso flessibile, un materiale innovativo ed una risorsa strategica per il mondo del design e della produzione industriale. La grande versatilità del materiale si declina nelle sue molteplici possibilità in termini di prestazioni, colori e finiture, creando oggetti flessibili e performanti.

Un paesaggio di elementi sospesi e lievemente fluttuanti nell’aria genera un labirinto nel quale il visitatore è invitato ad esplorare le diverse anime del materiale ed, in particolare, la sua intrinseca leggerezza strutturale.

The New Italian Design

Ideazione e coordinamento Silvana Annicchiarico
Cura e allestimento Andrea Branzi

Triennale Design Museum porta avanti con The New Italian Design un percorso di analisi, valorizzazione e promozione della nuova progettualità italiana. Dopo aver fatto tappa a Madrid (2007), Istanbul (2010), Pechino e Nantou (2012), Bilbao (2013), censendo il design italiano a 360 gradi fino al 2013, Triennale Design Museum presenta una nuova edizione della mostra negli spazi di Cannery Galleries, Academy of Art University di San Francisco dal 22 giugno all’11 agosto 2013: una ricognizione sul design italiano contemporaneo che ne documenta le trasformazioni e il legame con i cambiamenti economici, politici, tecnologici del secolo.

Off Vase - di Gianni Veneziano

Triennale Design Museum presenta Off Vase, dieci opere in vetro di Gianni Veneziano. Un unico oggetto: il vaso portafiori, dentro una bolla, fuori da una bolla, rotto, pieno, vuoto, trasparente, opaco, laico, religioso…

Il rapporto iconico con la classicità è in questo caso solo un pretesto, gli oggetti sono portatori di citazioni e materiali dell’arte del design.

“In questo mio racconto il mio oggetto non è un semplice calice, ma racchiude nelle sue forme una metafora della vita del viaggiatore nel suo eterno rinnovarsi. Ecco che ogni calice rappresenta così un possibile altro mondo a sé, in cui disperdersi, identificarsi, immergersi, immaginarsi”.

Gli oggetti in vetro sono stati realizzati a Venezia, presso la fornace di Adriano Berengo, plasmati dal maestro Silvano Signoretto.

Apptripper.it - Social App per l'arte, tra esperienza urbana e geografia emozionale

"Apptripper.it - Social App per l'arte, tra esperienza urbana e geografia emozionale" fa parte della mostra "Milano e Oltre. Una visione in movimento"

A cura di Sebastiano Deva

"Tripper” è un vocabolo inglese che in italiano significa “viandante, gitante”. Apptripper.it è una piattaforma digitale (app e social network) che combina esperienza urbana, patrimonio storico-artistico, e geografia emozionale. La città di Milano verrà mappata con il contributo dei cittadini, che potranno partecipare alla creazione della mappa grazie a strumenti di partecipazione attiva. La matrice emotiva della piattaforma verrà fatta corrispondere a luoghi e spazi urbani, a opere d’arte, monumenti, e opere in spazi museali, che ciascun utente potrà indicare in base alle preferenze e a parametri indicati al momento. Il patrimonio storico-artistico che compone l’identità culturale (antica, moderna, contemporanea) di Milano diventerà la destinazione emotiva di chi, turista o city user, è alla ricerca di una “esperienza estetica” totale e immersiva nell’arte della città. 

The New Italian Design 2.0

Curatori: Silvana Annicchiarico, Andrea Branzi
Progetto di allestimento: Andrea Branzi

Triennale Design Museum presenta la mostra The New Italian Design 2.0 negli spazi del del centro espositivo Alhóndiga di Bilbao: una ricognizione sul design italiano contemporaneo che ne documenta le trasformazioni e il legame con i cambiamenti economici, politici, tecnologici del secolo.

La mostra presenta i risultati del censimento New Italian Design svolto dalla Triennale di Milano nel 2006 e aggiornato al 2012. Il censimento era rivolto ai designer come progettisti, art-director, consulenti, organizzatori di servizi, di comunicazione o di promozione dell’ambiente e dei processi. Si rivolgeva a chiunque attuasse ricerca, sperimentazione, ideazione. Nasceva come opera di ricognizione, di censimento e di rappresentazione dei giovani designer italiani su scala nazionale che partiva dal presupposto che il passaggio dal XX al XXI secolo, nel mondo del design, non fosse caratterizzato da nuove tendenze stilistiche, ma piuttosto da un sostanziale cambiamento di ruolo della professione.

La mostra presenta 282 progetti, di cui 165 sul design di prodotto, 30 sulla grafica, 54 su oggetti legati al corpo come gioielli, borse e accessori, 14 sulla ricerca, 14 sul food design, 5 sull’interior design.

Emerge un panorama ricco e variegato, che parte dal furniture design fino ad abbracciare nuove forme di comunicazione, dal food al web design, dal fashion al textile design, dal design del gioiello alla grafica e alla multimedialità fino ai complementi d’arredo e all’oggettistica.

Gli oggetti esposti spaziano da autoproduzioni a produzioni in grande serie, da oggetti artistici a altri prettamente industriali. Molti dei designer coinvolti sono già affermati a livello internazionale e lavorano per importanti aziende del settore.

La mostra ha fatto tappa a Madrid (2007), Istanbul (2010), Pechino e Nantou (2012). 

In questa occasione, AlhondigaBilbao presenta Basque Design Today, una selezione di opere di designer contemporanei baschi. Il design basco contemporaneo staemergendo nello scenario internazionale del design. Il talento creativo basco fornisce soluzioni altamente innovative e alternative, mettendosi al servizio dell'industria e migliorando la qualità degli oggetti di tutti i giorni. I prodotti scelti per far parte di questa mostra sono alcuni tra i più significativi fra quelli creati nei Paesi Baschi nel corso degli ultimi anni, nei diversi campi del design. AlhondigaBilbao si propone di mostrare la realtà  del design basco contemporaneo attraverso i suoi designer più acclamati e le imprese più prestigiose.

AlhondigaBilbao

AlhondigaBilbao è uno degli edifici più rappresentativi della città, uno spazio culturale e di svago con una ricca gamma di proposte. Un punto di incontro per condividere, imparare e godere di diverse proposte culturali, ricreative e sportive.

L’edificio che ospita AlhondigaBilbao, dalla superficie di I 43.000 mq, è un ex magazzino di vini. Un edificio di stile modernista, dichiarato "bene di interesse culturale" da parte del governo basco nel 1999, dove passato, presente e futuro si fondono insieme. Le facciate e parte dello spazio progettato dall'architetto Bilbao Ricardo Bastida agli inizi del XX secolo sono state mantenute e restaurate. Lo stile esterno classico contrasta con lo spazio interno, progettato in modo innovativo da Philippe Starck, che cristallizza la vita e l'energia della città di Bilbao.

Starck ha creato 43 colonne, una diversa dall’altra, per la spazio centrale di per AlhondigaBilbao. Lo scenografo italiano Lorenzo Baraldi, è stato il coordinatore di questo progetto.

Un designer per le imprese 2012

Un Designer per le Imprese è il titolo della mostra dell’omonimo progetto realizzato da Material ConneXion Italia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano, la Provincia di Milano, la Camera di Commercio di Como e la Camera di Commercio di Monza e Brianza.

25 aziende, 6 scuole di design, 150 studenti, 100 progetti, 30 vincitori e 30 prototipi realizzati sono i numeri della mostra, risultato finale di un progetto a sostegno dell’innovazione e della creatività delle PMI milanesi.

La nostra energia è il futuro - 100 anni di Solvay in Italia

Un suggestivo gioco di elementi sospesi che riproduce in macroscala l’effetto delle bolle immerse in una provetta di laboratorio. E’ l’emblema del processo di ricerca e sviluppo che costituisce il DNA delle attività di Solvay in Italia.

Il Rame e la Casa

Dopo il successo della terza edizione del 2010, l’Istituto Italiano del Rame premierà i vincitori del concorso “Il Rame e la Casa 2012” per l’ideazione e la progettazione di oggetti in rame e sue leghe.

Alla sua quarta edizione, il concorso “Il Rame e la Casa” conferma la sua riuscita a livello nazionale ed internazionale, ottenendo una rilevante adesione, con oltre 250 progetti inviati da professionisti e studenti da tutto il mondo.

Il concorso si è rivolto ad architetti e designer fino ai 40 anni, nonché ad allievi di scuole superiori di grafica, arredamento, design e facoltà di architettura.

Lo spazio di Material ConneXion presso la Triennale di Milano, ospiterà dal 17 al 27 gennaio la mostra dei progetti selezionati dalla giuria composta da Luisa Bocchietto, Odoardo Fioravanti e Marco Romanelli, e che verranno premiati durante la cerimonia del 24 gennaio.

Milano e Oltre - Una visione in movimento

Mostra curata e organizzata da Connecting Cultures
Anna Detheridge, Laura Riva, Anna Vasta, Elisabetta Messapesa, Daniela Ricciardi, Silvia Santaniello, Marco Morandi
Progetto di allestimento GB15 Retail Design Lab
Progetto grafico 46xy 

Come possiamo reinventare il rapporto tra la metropoli e chi vi abita, l’attraversa, la utilizza, la visita, anche nei luoghi più segreti che a volte ci appaiono troppo statici, a volte inafferrabili nella loro inarrestabile trasformazione, troppo spesso comunque a noi estranei, lontani dai nostri desideri?

“Milano e Oltre. Una visione in movimento”, che conclude il progetto triennale sostenuto da Fondazione Cariplo, vuole essere un’occasione per confrontarci sulla città che viviamo, attraverso un invito aperto a tutti i cittadini, un laboratorio sul futuro delle metropoli, una mostra scandita dai tempi e dai ritmi di una metropoli contemporanea.

Per tutto il mese di maggio artisti, architetti, urbanisti, fotografi, scienziati, policy maker, giuri­sti, performer, danzatori si alterneranno nel proporre a tutti, grandi e piccoli, milanesi e stra­nieri, abili e diversamente abili, una Milano insolita, la città nella quale vorremmo vivere. Città partecipata, città plurale, nuovi cittadini, sostenibilità, intercultura, design open source, paesaggio urbano, arte relazionale, arte e scienza saranno oggetto di tavole rotonde, incontri, workshop, performance che animeranno per un mese la Triennale di Milano.

Un invito aperto a lasciarsi suggestionare da visioni, proposte, esperienze e progetti che dimostre­ranno come l’arte e la cultura possono essere catalizzatori di energie e di cambiamento dei contesti urbani contemporanei.

Clicca qui per scaricare il programma di tutti gli eventi.

{contatti}

Connecting Cultures

T. 02.89181326
Anna Vasta
info@connectingcultures.info
Laura Riva
documentazione@connectingcultures.info 

{/contatti}

Triennale Design Week 2012


17 - 22 Aprile 2012. Triennale di Milano.   
Opening
17 aprile 2012 dalle 19.00 alle 24.00
Performance di Les Moutons de Panurge di Frederic Rzewski coordinata da Sentieri selvaggi e aperta a tutti i musicisti della città.

Preview Stampa
16 aprile 2012 dalle 11.00 alle 18.00

Triennale Design Museum Quinta edizione TDM5: Grafica italiana

Direttore: Silvana Annicchiarico
Cura scientifica: Giorgio Camuffo, Mario Piazza, Carlo Vinti Progetto di allestimento: Fabio Novembre
Progetto grafico: Leftloft
Catalogo Corraini Edizioni
14 aprile 2012 - 24 febbraio 2013


Con la quinta edizione dal titolo TDM5: grafica italiana, Triennale Design Museum porta avanti il suo percorso di promozione e valorizzazione della creatività italiana, estendendo la ricerca a una storia che è sempre stata considerata minore e ancillare, per restituirle la giusta autonomia. La grafica rappresenta un capitolo fondamentale della storia del design italiano e la quinta edizione del Triennale Design Museum offre un’occasione unica per scoprire vicende, figure, fenomeni che hanno accompagnato e sostenuto gli sviluppi culturali, sociali, economici e politici del nostro paese.

comON

Fashion, arte, design e food, uniti nel primo sistema europeo di “creativity sharing” con l'obiettivo di coinvolgere i giovani talenti creativi in un intreccio di esperienze e sensibilità, in sinergia con il ricco tessuto delle eccellenze industriali lariane.

Una piattaforma interdisciplinare per una kermesse lunga un anno arricchita da eventi, mostre, exhibition e contest di rilievo internazionale: questo e molto altro è comON. Giunto alla sua quinta edizione, comON 2012 si presenta più ricco che mai , con un fitto calendario di eventi e progetti.

Tema centrale sarà “Local2Global” ovvero “THINK GLOBAL, ACT LOCAL”, crescere localmente per diffondersi globalmente. Un punto di origine e un punto di arrivo per questo innovativo sistema di creativity sharing, in un viaggio di andata e ritorno tra Italia ed Europa in grado di portare nel nostro Paese progetti e idee innovative, rivitalizzare l'industria locale e offrire esperienze concrete di lavoro ai giovani talenti.

Pelle di Donna

A cura di Pietro Bellasi e Martina Mazzotta

Per la prima volta in Italia una mostra che unisce arte e scienza sul tema della pelle.

Pelle di Donna nasce da un progetto di Fondazione Antonio Mazzotta e Boots Laboratories, marchio-icona del benessere in UK, distribuito in Italia da P&G.

Attraverso una ricca selezione di opere d’arte, documenti, oggetti antichi, il visitatore compie un percorso affascinante di esplorazione che lo conduce a un laboratorio scientifico.

Ampio spazio è dato agli artisti moderni e contemporanei che utilizzano i linguaggi più diversi, dalla pittura alla scultura, dal concettuale alle nuove tecnologie, fino al cinema sperimentale, anche con interventi site specific. Tra gli artisti in mostra: Giacomo Balla, Franz von Bayros, Vanessa Beecroft, Adriana Bisi Fabbri, Andrea Chisesi, Giuliana Cuneaz, Gillo Dorfles, Marcel Duchamp, Lucio Fontana, Grazia Gabbini, Robert Gligorov, Abel Herrero, Roy Lichtenstein, Luigi Maio, Lazhar Mansouri, Piero Manzoni, Alberto Martini, Bruno Munari, Giuseppe Penone, Marinella Pirelli, Pietro Pirelli, Karl Prantl, Man Ray, Odilon Redon, Auguste Rodin, Omar Ronda, Mimmo Rotella, Maia Sambonet, Alberto Savinio, Andreas Serrano, Toulouse-Lautrec, Andy Warhol, Tom Wesselmann, Vanessa Beecroft.

La mostra è strutturata in un percorso di sei sezioni che affrontano in termini transdisciplinari il tema della pelle, della bellezza e dell’identità femminile ed è accompagnata dalla presenza costante di interventi di arte contemporanea. Introduce il tutto un gioco di corrispondenze tra macro e microcosmo, tra immagini della superficie di astri e pianeti e immagini dell’epidermide vista al microscopio.

La prima sezione è intitolata La scoperta della pelle e presenta le rarissime cere settecentesche della scultrice e anatomista Anna Morandi, “Volto di donna” e “Mani sensibili”, le straordinarie miniature delle farmacie antiche di Ettore Sobrero, primi luoghi deputati alla cura e alla bellezza della pelle. In linea con questo approccio, il percorso prosegue con il Paradiso dell’igiene messo in contrapposizione all’Inferno della pudicizia:  l’esplosione del  concetto di  “igiene” nella  modernità  viene  illustrato  da  sale da bagno e

“marchingegni d’igiene” di ieri e di oggi, provenienti da musei aziendali. Opere di Sam Shaw, Mel Ramos e John Kacere accompagnano il tutto.

Un “tunnel di mostri”, realizzato in collaborazione con la Cineteca Italiana di Milano, funge da raccordo con la sezione successiva, cuore della mostra: il Volto della bellezza, il ruolo della pelle. A una storia della cosmetica, dall’antichità fino ai nostri giorni, si accompagnano opere che esaltano il mutare nel tempo del concetto di bello e i differenti modi di interpretazione.

Da una visione di bellezza classica del gesso da Canova e delle donne rappresentate Alfons Mucha nel sublime paravento dal titolo “Le quattro Stagioni”, in perfetto stile Art Nouveau, si viene catapultati in visioni oniriche, metaforiche che si concretizzano nei ritratti del pittore francese Odilon Redon, di Alberto Martini, di Adriana Bisi Fabbri.

In questo lungo soffermarsi sull’identità femminile, ampio spazio viene dedicato anche alla pelle, volto ad sottolinearne le peculiarità nelle sue diverse declinazioni. La mostra offre alcuni esempi significativi come gli incarnati e la bellezza algida delle donne-icone immortalate da Man Ray, del quale la rassegna vanta uno straordinario e selezionato gruppo di fotografie in bianco e nero databili dagli anni Venti agli anni Quaranta, tra cui “Noir et blanche” (1926), “Natasha” (1931) e i ritratti diJuliet” (1945) per arrivare alla pelle e alla bellezza iconica di “Marilyn” (1967), al “Ritratto di Daniela Morera” (1981) e “Ladies and Gentlemen” di Andy Warhol, nonché alla preziosa “Maquette for Monica in the Bedroom” di Tom Wesselmann (1986).

Tra le testimonianze più recenti sul tema, spiccano le opere di Giuliana Cuneaz, con l’imponente “Corpus in Fabula” (1996), di Robert Gligorov, Abel Herrero, Andreas Serrano, Yoshie Nishikawa.

Non mancano riferimenti all’ambito letterario, come l’opera di Luigi Maio “La crema di Azazello” (da “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov), realizzata per l’occasione.

Metamorfosi di pelle di donna è invece una suggestiva installazione luminosa realizzata ad hoc per la mostra che presenta la trasformazione dell’immagine di una stessa donna, truccata e acconciata a seconda dello “stile” dell’epoca (dagli anni Venti fino ai Duemila). Si procede con un approccio più contemporaneo che analizza il binomio Pelle e identità grazie a testimonianze del Museo del Tatuaggio di Milano, con particolare attenzione al tatuaggio femminile, inteso come complemento all’identità della persona, in diversi contesti ed epoche storiche, cui si aggiunge una selezione di straordinarie fotografie di Lazhar Mansouri.

A conclusione del percorso il visitatore giunge in un vero laboratorio scientifico interattivo e una stanza polisensoriale. Qui è possibile ammirare opere di Bruno Munari, Karl Prantl, Pietro Pirelli e Giuseppe Penone, nonché a pezzi provenienti dall’Istituto dei ciechi di Milano e dal Museo tattile Anteros di Bologna. Infine, ogni donna può lasciare la propria impronta “mettendoci la faccia”, attraverso lo scatto di una foto istantanea del suo volto che andrà a far parte di un’installazione a parete, testimonianza della bellezza più viva, attuale, reale.

Tavole, manoscritti, foto d’epoca, oggetti curiosi, alambicchi e prodotti per la cura di sè – molti provenienti dall’Archivio storico Boots di Nottingham – fanno da cornice alla ricca selezione di opere d’arte in mostra.

Tutto questo è solo un assaggio di quanto in realtà attende i visitatori di Pelle di donna.

Inoltre, nei 4 fine settimana di apertura della mostra, Boots Laboratories, che con il suo siero anti-age Serum7 ha tracciato una nuova frontiera nell’approccio alla cura quotidiana della cute, invita un gruppo di cosmetologi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ad approfondire insieme al pubblico varie tematiche riguardanti l’epidermide.

L’evento si avvale della collaborazione di un comitato scientifico di esperti dei vari settori, che conta nomi quali: Chiara Cappelletto, Leonardo Celleno, Rosa Chiesa, Luisa Gnecchi Ruscone, Marco Montemaggi, Massimo Papi, Loretta Secchi, Fulvio Simoni, Beba Restelli.

Accompagna la mostra un catalogo pubblicato dalle Edizioni Gabriele Mazzotta con testi critici in italiano e inglese di Pietro Bellasi e Martina Mazzotta e le schede degli specialisti dei vari settori.

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Una mostra Boots Laboratories e Fondazione Antonio Mazzotta
A cura di Pietro Bellasi e Martina Mazzotta

Boots
Un marchio visionario da oltre 160 anni con una grande storia dal volto anche femminile

Boots, simbolo della salute e del benessere in tutto il Regno Unito, presente dal 2010 nelle farmacie italiane con il brand Boots Laboratories gestito da Procter&Gamble, deve il suo nome a Jesse Boot, farmacista di grande capacità e intuito, che dal primo negozio di spezie ed erbe medicinali aperto da suo padre John nel 1849 a Nottingham, pose le basi, insieme a sua moglie Florence, della filosofia e della  storia imprenditoriale di un marchio icona della Gran Bretagna.

I medicinali tradizionali erano allora fuori dalla portata della maggior parte della gente e la volontà di Jesse Boot era di offrire prodotti di massima qualità ad un prezzo accessibile.  Per raggiungere questo obiettivo, non si limitò alla vendita di medicinali, ma nel 1885 inaugurò la sua prima fabbrica dove chimici qualificati sviluppavano innovativi principi attivi e farmaci.

Lo spirito pionieristico e visionario dei coniugi Boots affonda le radici nel profondo rispetto delle persone, occupandosi della loro salute non solo attraverso la prevenzione e la cura, ma anche con numerose attività extralavorative e di supporto indirizzate anche alle donne, che per la prima volta trovarono in farmacia una figura femminile specializzata con cui parlare dei problemi più intimi. E per la prima volta, oltre ai farmaci, trovarono anche prodotti cosmetici per l’igiene e la bellezza di matrice farmaceutica.  

Dopo 160 anni, Boots continua a credere negli stessi valori ed è oggi leader nell’innovazione e nelle formulazioni all’avanguardia per la salute e la bellezza, riconosciuto dal mondo scientifico e dai consumatori per il rigore degli studi farmaceutici e dei test clinici condotti sui medicinali e i cosmetici distribuiti.

Le tappe del successo

1849. John Boot apre un negozio di erbe medicinali a Nottingham, in Inghilterra, in Goose Gate.

1877. Il figlio Jesse, che ha affiancato il padre sin da ragazzo, assume la direzione del negozio e comincia a mettere le basi di quella grande impresa che ancora oggi è Boots.  Attenzione massima è dedicata non solo alla propria clientela, ma anche a tutti i dipendenti. Jesse e la moglie Florence organizzano regolarmente eventi sociali, visite e gite fuori città e incoraggiano la partecipazione ad associazioni sportive e club.

Sempre nel 1877 appaiono le prime pubblicità nelle farmacie Boots dei prodotti cosmetici che includono anche la cura della pelle come la “Clarke’s Skin Lotion”.

1884. Jesse assume il primo farmacista Boots, Edwin Waring a cui viene affidata la vendita dei medicinali e il negozio di Goose Gate diventa una vera e propria farmacia. Immediato il successo. Jesse inizia una politica di espansione con l’apertura di due nuovi negozi a Lincoln e Sheffield. In 25 anni inaugura 250 stores, tutti gestiti da farmacisti qualificati.

Parallelamente allo sviluppo dei punti vendita Boots, Jesse organizza corsi di apprendistato per accedere agli esami della Società Farmaceutica, fino a fondare, nel 1920, una vera e propria scuola, il Boots College.

1885. Jesse inaugura il primo laboratorio dove chimici qualificati sviluppano nuovi medicinali.

1890. Boots inizia la vendita della “cold cream” che ha come ingrediente principale la cera d’api purissima miscelata ad altre “preziose sostanze nutritive della pelle”, considerata come una preparazione semimedicale, specifica per pelli screpolate e danneggiate. Boots inizia anche la produzione di profumi a basso prezzo, dal bouquet floreale: Eau de Cologne e Acqua di Lavanda come la Jockey Club e la Jersey Castle

1891. Nasce il primo flagship store di Boots a Nottingham in Pelham street con ascensore e luce elettrica, ed è subito successo. La stampa locale riporta con entusiasmo la notizia: “uno stupefacente colpo d’occhio grazie allo stile degli arredi e all’illuminazione serale con l’elettricità, i cui effetti sono superbi” (Nottingham Daily Express, 1892).

1894. Jesse Boots fa acquisti in grandi volumi di materie prime e  dimezza il costo dei medicinali normalmente applicato dagli altri farmacisti, in anticipo di venti anni sulle tariffe imposte dal National Insurance Act

1895. Nasce il Dipartimento di Analisi che esamina con massimo rigore tutti gli articoli venduti nei negozi Boots, dalla materia prima usata per i prodotti propri a quelli provenienti da altre aziende. Un grande passo verso la qualità e la salute dei consumatori: in un solo anno viene ritirato il 71% dei prodotti analizzati poiché non rispondono agli alti standard di qualità di Boots.

1899. Molto più di una farmacia: Jesse e Florence inaugurano due nuovi servizi, la Booklovers Library e i Cafés nei negozi più grandi. I Boots Booklovers Library nascono per promuovere il piacere alla lettura presso un pubblico ampio, con l’ausilio di bibliotecari. Le librerie hanno un forte impatto culturale e contribuiscono a costruire la cultura popolare in Inghilterra: nel 1938 si calcolano oltre 35 milioni di libri presi a prestito in un anno. Come scrive il poeta John Betjeman in una sua opera: “Think of what our Nation stands for, Books from Boots and country lanes” (Westminster Abbey, 1940).

Anche i Boots Cafés, luoghi di incontro dove gustare piatti ricercati, aperti soprattutto nei luoghi di villeggiatura sul mare, contribuiscono ad aumentare il fascino di Boots presso il pubblico. 

1911. Viene istituita l’assistenza sanitaria per le dipendenti che possono essere seguite da ambulatori medici.

1914. Fa il suo ingresso la prima cipria compatta “Les Fleurs Compacte Powder” di Boots Pure Drug Co, Paris, in 5 tonalità.

1920. Sono sempre più frequenti le pubblicità di Boots sulla purezza dei suoi prodotti skincare, con un messaggio rassicurante per le signore circa la salute e la prevenzione della pelle e delle sue possibili degenerazioni.

1921. Con la consapevolezza del valore dell’istruzione, Jesse Boot dona all’Università di Nottingham terreni per costruire nuovi edifici scolastici, mentre Florence finanzia la costruzione di abitazioni per gli studenti.

1925. Per servire meglio la propria clientela, Boots inaugura la prima farmacia aperta 24 ore su 24, il “Day and Night” store, a Londra nella centrale Piccadilly Circus. I giornali scrivono che Boots è “la prima azienda che non dorme mai”. Intanto cresce anche la domanda di creme per la barba, degli shampoo e delle famose pomate di Boots.

1927. Il figlio di Jesse, John Boot, prosegue la politica di espansione del marchio; apre un nuovo sito produttivo in Beeston, nei sobborghi di Nottingham e inaugura nuove farmacie “24 ore su 24”. Seguendo la strada del padre, migliora le condizioni dei lavoratori in fabbrica, senza decurtare lo stipendio riduce l’orario di lavoro e introduce la pensione per tutti i dipendenti.

1933. “D10” è la più famosa fabbrica di Boots: è la prima costruzione industriale in Inghilterra quasi interamente in vetro e calcestruzzo, “la fabbrica di Utopia”, “il palazzo di cristallo” come è stata ribattezzata dalla stampa. Oltre ad avere un grande impatto visivo, il polo industriale è studiato per garantire il massimo comfort dei lavoratori. Il 1933 è anche l’anno in cui viene inaugurato il 1000° negozio Boots.

1935. E’ l’anno del lancio del brand icona di Boots, N°7, la linea di prodotti di bellezza dal prezzo accessibile, che, partendo dallo skincare con il claim “The Modern Way to Loveliness” si è evoluta e ampliata nel tempo e  ancora oggi è leader nel mercato beauty in UK. Un nome scelto non a caso, il numero sette è infatti simbolo di perfezione, e la perfezione è il claim dei prodotti N°7.

“Un’azienda come Boots che si occupa di salute non può ritenere esaurito il proprio compito se non è in grado di offrire anche dei servizi a supporto della bellezza…”(Boots, da Liverpool Echo, 1936). E così il personale dei negozi viene formato per assistere e consigliare le consumatrici e in alcuni  store vengono aperti Saloni di Bellezza Number Seven.

Nel 1935 Boots lancia la prima campagna sulla prevenzione contro i malanni dell’inverno: “See How They Won”, un cartoon prodotto  a Hollywood e proiettato in oltre 400 cinema in Inghilterra. Una famiglia di personaggi che, con l’aiuto dell’Esercito della Buona Salute (Boots), riesce a sconfiggere il Generale di brigata Blood Poison, il Comandante di Volo Influenza e il Capitano Sore Throat e ad avere la meglio sull’Esercito della Cattiva Salute.

1939. Viene lanciata la linea di creme solari Soltan: un immediato successo, grazie anche ad un’estate calda.

1944.   Boots produce la Penicillina per il Governo durante la Seconda Guerra Mondiale. 

1948. La ricerca e la produzione Boots continuano ad espandersi, anche a seguito della nascita Servizio Sanitario Nazionale.

1951. A Londra vengono sperimentati i primi negozi self-service. 

1969. Boots produce l’Ibuprofene, ancora oggi il principio attivo antinfiammatorio più usato al mondo. La scoperta viene insignita nel 1985 del Queen’s Award.

2006. Dalla fusione con Alliance Unichem nasce Alliance Boots, gruppo internazionale leader nei settori farmacia, salute e bellezza.

2007. Boots lancia sul mercato UK il siero anti-età Protect & Perfect Beauty Serum N°7, il prodotto che ha scatenato un vero fenomeno di consumo in UK.

2010.  Nasce Boots Laboratories dall’accordo tra Procter&Gamble e Alliance Boots che porta nelle farmacie italiane il famoso marchio farmaceutico inglese. Nel settembre 2010 entra nel mercato il Siero di Bellezza SERUM7 (lo stesso prodotto conosciuto in UK come Protect & Perfect Beauty Serum N7) insieme a tutta la linea anti-età. Seguono la linea di solari con protezione UVA e UVB avanzata SoleiSP (aprile 2011) e la linea idratante per pelli sensibili Optiva (settembre 2011).

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IV Triennale Design Museum - Le fabbriche dei sogni

A cura di Alberto Alessi
Progetto di allestimento e grafica: Martí Guixé

In occasione del cinquantesimo anniversario del Salone del Mobile, Triennale Design Museum dedica la sua quarta edizione agli uomini, alle aziende e ai progetti che hanno contribuito a creare il sistema del design italiano dal dopoguerra a oggi e a decretare il successo del Salone del Mobile nel mondo.

Attraverso una carrellata di oggetti iconici, si sviluppa un racconto che vuole, da una parte, illustrare la peculiare attività e la natura profonda di quelle che Alberto Alessi definisce "Fabbriche del Design Italiano", che si muovono lungo una linea che oscilla tra valore funzionale, valore segnico e valore poetico delle cose prodotte, dall'altra raccontare la grande capacità e abilità di questi "laboratori di ricerca" tali da attrarre anche i designer stranieri, che scelgono di lavorare in Italia riconoscendone l'eccellenza nella produzione.

Il percorso della mostra oscilla fra due poli: da un lato un pensiero teorico preciso e approfondito che deriva dalle riflessioni portate avanti dal curatore su questi temi negli ultimi anni, dall'altro una modalità di trattazione poetica, artistica e favolistica che attinge all'immaginario di Lewis Carroll e Antoine de Saint-Exupéry.

Il progetto di allestimento di Martí Guixé è concepito come una delle avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie: gli oggetti entrano in dialogo con i progettisti e le storie dei grandi uomini di impresa si intrecciano con le loro biografie personali in un'atmosfera giocosa e ricca di emozioni e suggestioni.

Un'occasione straordinaria per scoprire attraverso nuovi punti di vista alcuni fra i più celebri oggetti del design italiano. Dopo aver risposto alla domanda Che Cosa è il Design Italiano? con Le Sette Ossessioni del Design Italiano (I Edizione), Serie Fuori Serie (II Edizione) e Quali cose siamo (III Edizione), Triennale Design Museum, il primo museo del design italiano, conferma la sua natura di museo dinamico, in grado di rinnovarsi continuamente e di offrire al visitatore percorsi inediti e diversificati. Un museo emozionale e coinvolgente. Un organismo vivo e mutante, capace ogni anno, attraverso la sua innovativa formula, di mettersi in discussione, smentirsi e interrogarsi.

Capitani coraggiosi

Abet Laminati •  Francesco Comoglio
Alchimia •  Alessandro e Adriana Guerriero
Alessi •  Giovanni Alessi
Alias •  Carlo Forcolini, Francesco Forcolini, Enrico e Marilisa Baleri
Anonima Castelli •  Cesare Castelli
Arflex •  Marco Zanuso
Arteluce •  Gino Sarfatti
Artemide •  Ernesto Gismondi
Azucena •  Luigi Caccia Dominioni, Corrado Corradi Dell’Acqua, Ignazio Gardella, Maria Teresa e Franca Tosi
B&B Italia •  Ambrogio Busnelli
Baleri •  Enrico Baleri
BBB Emmebonacina •  Marco Bonacina
Bernini •  Gian Battista Bernini
Boffi •  Dino Boffi
Brionvega •  Leone Pajetta Rina e Giuseppe Brion
Bugatti •  Carlo Bugatti
Campeggi •  Claudio Campeggi
Cappellini •  Giulio Cappellini
Cassina •  Cesare Cassina
Columbus •  Angelo Luigi Colombo
Danese •  Jacqueline Vodoz e Bruno Danese
DePadova •  Maddalena De Padova
Driade •  Adelaide Acerbi, Antonia e Enrico Astori
Edra •  Valerio Mazzei
Elam •  Ezio Longhi
Fiam •  Vittorio Livi
Flexform •  Famiglia Galimberti
Flos •  Sergio Gandini
Flou •  Rosario Messina
FontanaArte •  Gio Ponti, Carlo Guglielmi
Fornasetti •  Piero Fornasetti
Gavina •  Dino Gavina
Gufram •  Giuseppe Gugliermetto
iGuzzini •  Fratelli Guzzini
Kartell •  Giulio Castelli
Luceplan •  Alberto Meda Paolo Rizzatto Sandra Severi Riccardo Sarfatti
Magis •  Eugenio Perazza
Memphis •  Ettore Sottsass e Barbara Radice
Meritalia •  Giulio Meroni
Molteni&C. •  Angelo Molteni
Moroso •  Famiglia Moroso
Olivetti •  Adriano Olivetti
Oluce •  Giuseppe Ostuni
Poggi •  Roberto Poggi
Poliform •  Alberto Spinelli
Poltronova •  Sergio Cammilli
Produzione Privata •  Michele De Lucchi
Richard Ginori 1735 •  Carlo Ginori
Riva 1920 •  Davide e Maurizio Riva
Robots •  Antonio Rebolini
Sabattini •  Lino Sabattini
Sambonet •  Roberto Sambonet
Tecno •  Osvaldo e Fulgenzio Borsani
Venini •  Paolo Venini
Vittorio Bonacina •  Carla e Vittorio Bonacina
Zanotta •  Aurelio Zanotta

Il gioiello sostenibile di Riccardo Dalisi

Triennale Design Museum presenta Il gioiello sostenibile di Riccardo Dalisi, cento gioielli autoprodotti e realizzati a mano da Dalisi nel suo laboratorio.

Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: “Che siano fatti di ottone o di latta, di carta stagnola o di vetri colorati, questi gioielli – tutti rigorosamente realizzati a mano – confermano che Dalisi (il cui universo è già stato in parte esplorato dal Triennale Design Museum con le mostre Design Ultrapoverissimo nel dicembre del 2008 e Compasso di latta nell’aprile 2010) è l’ultimo esponente della tradizione animista del design italiano: a guardarli con attenzione, sembra respirino, pulsino, si muovano. Sembra abbiano in sé l’anima di chi li ha pensati, maneggiati, piegati, puntellinati, realizzati. Molto più che semplici ornamenti, lontanissimi dall’idea di sfarzo che spesso si accompagna alla tradizione orafa, ridisegnano in modo radicale la nozione stessa di valore, legandola non alla venale preziosità del materiale, ma all’originalità e all’unicità del trattamento creativo a cui il materiale stesso è sottoposto”.

Solo di recente il mondo orafo ha preso consapevolezza della necessità di una riflessione sulla sostenibilità, tema centrale del pensiero contemporaneo e dello sviluppo futuro.

Da qui l’omaggio ai gioielli di Riccardo Dalisi, il poeta-designer che ha teorizzato la decrescita istituendo il Compasso di Latta e che per primo ha sollevato nel gioiello la necessità di una maggiore responsabilità verso le risorse dell’ambiente e la valorizzazione del capitale territoriale. Riccardo Dalisi è una figura di spicco nel panorama internazionale dell’arte contemporanea. È un progettista che ha saputo coniugare il lavoro su scala industriale con quello artigianale, vincendo nel 1981 il Compasso d’Oro. Dalisi è stato tra i primi ad assemblare materiali poveri e di riciclo, come latta, carta, rame, ferro, lamierino, ceramica, vetro, legno, stoffa, trasformandoli, con pazienza e capacità artigianali, in opere d’arte.

Se il lavoro di Dalisi è ampiamente riconosciuto negli ambiti del design - dalle caffettiere per Alessi alle lampade per Oluce - e dell’arte - le sue sculture adornano numerose piazze e collezioni museali - quella dei gioielli è invece una produzione silenziosa, apparentemente casuale, poco nota sebbene straordinariamente intensa e suggestiva.

Questa mostra presenta per la prima volta l’opera omnia dei gioielli di Riccardo Dalisi, un riconoscimento del valore espressivo, della coerenza linguistica e dell’autonomia artistica dei suoi gioielli. Sono cento gioielli autoprodotti e realizzati a mano nel suo laboratorio, spesso con l’aiuto di bambini e giovani disoccupati cui ha insegnato un mestiere, dimostrando che, in una città come Napoli tormentata dall’emergenza rifiuti, il gioiello poteva anche avere una valenza sociale e di recupero.

Cento gioielli realizzati tra il 1990 e oggi, delicati e candidi, dai colori vivaci e dai materiali “ultrapoverissimi” nella definizione di Dalisi, come latta, ottone, stagnola che affiancano oro e argento e ci immergono dolcemente in una performance artistica giocata sulla metamorfosi e sul movimento.

Secondo la curatrice, Alba Cappellieri, professore di design del gioiello al Politecnico di Milano, “questi gioielli ben descrivono il mondo misterioso di Riccardo e le creature che lo abitano: alberi, fiori, stelle, comignoli su cui si posano placide colombe, porte e finestre che si aprono su foreste incantate popolate da giraffe, leoni ed elefanti, mani che accolgono, cuori che abbracciano, volti che sorridono dal balcone di un cammeo”.

Dalisi ha introdotto il tema del rifiuto, dello scarto nel gioiello, dimostrando che la preziosità non è quella dei materiali preziosi e che anche un piccolo pezzo di vetro o un coccio di ceramica possono avere una nuova vita, spesso migliore della precedente. Per il maestro napoletano, infatti, lo scarto non deriva da un’estetica artistica quanto piuttosto dall’esigenza di una visione etica del gioiello - e del progetto in generale - che rifugge la preziosità del materiale a vantaggio di materiali poveri, rifiuti e piccoli frammenti che per lui sono come “piccole anime da salvare”. “A volte mi dilungo a dipingere schegge di lavagna - scrive Dalisi - frammenti di lava del Vesuvio, di pietra calcare (…) ed ecco che quelle per me sono pietre preziose da incastonare, pronte a brillare…”.

Made in Japan - L'estetica del fare

Tasselli d’arte – Oltre il Cinema, la sezione espositiva  della XIX edizione di Sguardi Altrove Film Festival con la collettiva Made in Japan - L'estetica del fare chiude idealmente la trilogia che ha avuto come obiettivo la riflessione artistico, sociale e politica sui paesi, oggi, al centro dell’attenzione internazionale.



La terza edizione di Tasselli d’Arte – Oltre il Cinema affronta le tendenze dell’arte e della cultura nipponica con uno sguardo su artisti di nuova generazione, ma anche con antesignani della tradizione, grazie ai quali le due anime dello zen e del manga si ibridano in una suggestiva rete di rimandi tra costumi, arte, cinema, video e fotografia.



La mostra si configura come una collettiva che interseca sguardi, linguaggi e punti di vista differenti relativamente al paese del Sol Levante.

 Nell’ambito di Made in Japan. L’estetica del fare il pubblico potrà fare delle donazioni libere finalizzate alla raccolta fondi per la ricostruzione del Giappone. Questi due momenti benefici sono connessi all’esposizione delle Charity Box, il progetto de L’Isola della Speranza Associazione No profit fondata dai giapponesi residenti a Milano a sostegno delle vittime del terremoto e dello tuznami a cui hanno partecipato oltre cinquanta designer di paesi differenti con opere firmate tra gli altri da Naoto Fukasawa, Kaori Shiina, Kazuyo Komoda. Le Box  create per l’occasione diventano dei veri e propri salvadanai in cui i visitatori, se vogliono, possono inserire la loro donazione.



In mostra, in ricordo di Fukushima anche una selezione di video che documentano il disastro ambientale, opere fotografiche e videoistallazioni di artisti che amplieranno lo sguardo e porteranno la loro riflessione estetica sul tema dell’ambiente, in rapporto alla Natura Madre.



Tra i nomi degli artisti giapponesi selezionati quello di Yayoi Kusama, artista nota a livello internazionale di cui sarà presentata una installazione "Walking Piece" del 1966, inedita per Milano e delle foto del grande Nobuyoshi Araki, per gentile concessione della Galleria Guenzani di Milano e una inedita istallazione, ‘Asutomorrow’della designer nipponica Kaori Shiina, ‘Hyouriittai’, opera fotografica di Yoshie Nishikawa, fotografa di grande sensibilità e spessore artistico a cui si aggiungono gli oggetti di Naoto Fukasawa, firma riconosciuta nel panorama del design, a livello internazionale. A rappresentare i giovani artisti giapponesi invece, oltre ai designer inseriti nella collettiva Charity box, Takane Ezoe, anche protagonista della performance (nel ruolo della pittrice) della  coreografia di Sisina Augusta, che inaugurerà la manifestazione, di cui sarà presentata ‘Kizuna’, una istallazione ispirata a Fukushima.



Tra gli italiani Eliana Lorena, già ospite nella precedente edizione Made in Africa, quest’anno con il progetto ‘My room’, inteso come un punto di arrivo dove depositare oggetti e pensieri creati , nel  lungo attraversamento delle terre orientali; Sergio Calatroni, noto artista milanese da anni residente a Tokyo che propone ‘Impertubabile necessario’, una serie fotografica sulle suggestioni ispirategli dal paese del Sol Levante; le giovani artiste Sara Scaramuzza e Clara Rota con ‘Kimono quotidiano - il sapore della polvere nel buio’, un’opera che evoca più temi; dal ruolo della donna nella cultura estetizzante giapponese alla rimozione dell’esperienza di Hiroshima nella politica giapponese; e Clara Rota con ‘Epifaine’, istallazione sugli antichi teatrini giapponesi. Ad essi si aggiunge ‘Ferita’, installazione di Stefania Scattina in omaggio alla forza d’animo, alla resilienza e alla civiltà del popolo giapponese;  e un’opera realizzata specificatamente in occasione della mostra da Ludmilla Radchenco.



La panoramica sulla cultura e sull’arte giapponese si completa con Itamy la performance  coreografica dell'artista italiana Sisina Augusta, che aprirà e inaugurerà la mostra, che vedrà in scena Takane Ezoe e il ballerino Lorenzo Pagani. La performance è un connubio tra gesto, colore e musica ed è ispirata al tema del dolore; a essa si aggiungeranno l’esibizione di un’artista giapponese che proporrà La vestizione del kimono, a cura della maestra  Tomoko Hoashi, con un commento di Rossella Marangoni; una lezione aperta di Calligrafia a cura dell’associazione Yuemo; e la ‘Cerimonia del Te’, proposta dall’artista giapponese Saito Watanabe nell’ambito del progetto di ‘umanizzazione’  Cha - No - Yu - L’acqua calda per il te,  responsabile il dottor Sergio Marsicano e prodotto dell’associazione ‘Amo la vita Onlus‘.

Il progetto che ha portato l’arte giapponese nell’ospedale San Carlo è finalizzato a migliorare le condizioni di vita dei degenti e si prende cura delle esigenza psico socio antropologiche dei malati incurabili, dei loro familiari e del personale sanitario.

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Comunicare Brera - Venti progetti per il museo ed il palazzo

La Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Demoetnoantropologico di Milano ha indetto, nell’estate 2003, una gara internazionale finalizzata a dotare se stessa, la Pinacoteca e (limitatamente alle parti comuni) il palazzo di Brera, di una immagine coordinata.

La necessità di adottare un nuovo sistema di identificazione visiva è emersa dalla consapevolezza della sostanziale carenza comunicativa che caratterizza attualmente il museo, cresciuto e mutato ma senza la necessaria continuità e omogeneità. Tale situazione ha ragioni molteplici e complesse, sovente indipendenti dalle intenzioni dello staff scientifico, legate anche alla convivenza, peculiare di Brera, di istituzioni molto diverse per natura, finalità ed esigenze comunicative. Si rammenta infatti che nel Palazzo, oltre alla Pinacoteca ed all'Accademia, sono ospitate la Biblioteca Braidense, l'Orto Botanico, l'Osservatorio Astronomico ed il suo Museo, l'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere, l'Associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi. La più macroscopica conseguenza di tale stato di cose è l’assenza o l’inefficacia di una informazione al pubblico adeguata sia al livello dell’istituzione sia alla complessità dei percorsi. Il concorso promosso, vinto dalla associazione tra gli studi DA Centro per il Disegno Ambientale di Milano, Coande Communication and Design di Zurigo e Studio Priori & C. di Milano, ha pertanto l’ambizioso obiettivo di rendere la Pinacoteca di Brera più vicina, più accessibile e più fruibile, in uno sforzo che intende coinvolgere tutto il palazzo nella creazione di una identità forte ma rappresentativa e soprattutto rispettosa di tutte le istituzioni presenti.

La complessità del compito non ha limitato la creatività di venti studi grafici, dai più affermati a livello internazionale ai più “giovani”, che hanno proposto soluzioni sempre interessanti. In considerazione del rilievo del progetto, tutte le opere che hanno partecipato alla selezione finale sono state esposte alla Triennale di Milano, così da fornire occasione di confronto, ma anche di informazione e studio per professionisti, studenti e appassionati di design. Hanno collaborato Epson per la fornitura del materiale multimediale e Nolostand per la realizzazione degli allestimenti.

Un giorno - 5 anni nella vita dell’Italia dalle pagine di Sette

Da cinque anni il magazine del Corriere della Sera è protagonista di una iniziativa di fotoreportage sull'Italia. In un giorno preciso, il 14 gennaio, decine di fotografi si sparpagliano ai quattro angoli del Paese per immortalare piccoli e grandi eventi di cronaca, costume, vita pubblica.

Questa mostra raccoglie i materiali pubblicati in questi cinque anni e traccia un affresco imperdibile della società italiana, con le sue eccellenze e la sua normale quotidianità.

Bruno Morello - Lettere con carattere: senza con/senso - Da Kensington Gardens London

Progetto Triennale Design Museum
Direzione Silvana Annicchiarico
Curatore Mario Piazza

Triennale Design Museum presenta Lettere con carattere: senza con/ senso. Da Kensington Garden London un progetto di ricerca di Bruno Morello, a cura di Mario Piazza, costituito da 118 opere grafiche, che trattano in maniera originale il tema del riuso e del riciclo, sviluppano una riflessione sull’essenza del linguaggio come “gioco comunicativo” e aiutano a guardare con occhi nuovi la realtà quotidiana che ci circonda.

Le “lettere morte” recuperate da Bruno Morello sono lettere dimenticate e usurate dal tempo, che, in origine costruivano e comunicavano un messaggio di carattere sociale o commerciale (come per esempio vecchie insegne o cartelli con scritte adesive).

Grazie all’intervento del graphic designer queste “lettere morte” vengono sottratte al processo di decadimento, riprendono vita e veicolano nuovi messaggi.

Bruno Morello inizia a “catturare lettere” nel 2008, quando a New York acquista una macchina fotografica super compatta. Da quel giorno, nei suoi viaggi inizia a fotografare qualsiasi tipo di lettera e numero che incontra, capaci di attrarlo e suscitare in lui un’emozione visiva.

La serie di opere in mostra deriva dalla rielaborazione di quattro fotografie scattate dall’autore casualmente e istintivamente sul ponte di Kensington Gardens a Londra nel novembre 2010.

Dalle quattro fotografie Morello ha ricavato 12 lettere con le quali ha costruito 100 parole. Con le 100 parole ha costruito delle frasi “senza con/ senso”, che affrontano temi legati al nostro tempo, passato presente futuro. La font fotografata e con la quale sono costruite le parole è l'Helvetica. 

Afferma Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum. “Variamente combinate, queste lettere malate e invecchiate, questi moncherini di parole, queste frattaglie alfabetiche tornano a fare il lavoro che sempre devono fare le lettere e le parole: quello di produrre senso (ovviamente, senza con/senso). Quello di essere veicoli di significati. Ciò che il tempo o il caso hanno scomposto e diviso, viene ricomposto e riaggregato dal gesto di Bruno Morello: che si offre, in tal modo, quasi come un paradigma di ogni gesto che ambisca – in un modo o nell’altro – a essere ‘arte’”.

Scrive Mario Piazza: “Morello attraversando un uggioso parco londinese vede delle lettere caduche come foglie autunnali. Stanno per decomporsi. Sbiadire fra umidità fumose. Svanire per sempre e lasciare il posto ad altri segni, altre tracce alfabetiche delle necessità comunicative. Quello che non viene visto dallo stanco passante, dal turista frettoloso e dal cittadino annoiato viene invece registrato dall’occhio grafico di Morello. Non è una fine allora la scivolante lettera, bagnata e deformata. È una genesi. Questa nuova vita ricorda certe bellissime pagine della rivista Typographica di Herbert Spencer, pubblicata a Londra in due serie di sedici numeri ciascuna tra il 1949 e il 1967. In essa un nero calcografico faceva splendere come un radioso sole i fantasiosi tombini in ghisa che trovavi nelle strade. O la materialità e la nuova figurazione che venivano ad assumere le lettere delle insegne o i segni del traffico nella città. Morello sembra voler proseguire queste sperimentazioni e chirurgicamente fotografa il reperto e con impeto cesellatorio fa emergere il “corpo molle” delle lettere. Ora allineate, esse danzano. Le imperfezioni del tempo ora interpretano flessuose coreografie. Il nero fotografico (e potremmo dire anche tipografico) panneggia questi movimenti sottratti al declino. Prendono consapevolezza, flettono e s’innalzano, s’inchinano e s’arricciano.

Come in una sorta di lapdance si aprono ad un inedito spettacolo. Desiderano continuare a mandare messaggi, grazie all’occhio e alle mani di Morello”.

Biografia

Bruno Morello è graphic designer e art designer.

Libero professionista dal 1993 è socio AIAP (Associazione italiana design della comunicazione visiva) dal 2000. Ha progettato per editori, musei, e numerose istituzioni culturali. Impara il mestiere agli inizi degli anni Novanta presso lo studio Graphiti di Firenze, con Andrea Rauch e Stefano Rovai.

I suoi lavori sono pubblicati in varie riviste e volumi di grafica, esposti in mostre e biennali Internazionali.

Disegnare nelle città - Architettura in Portogallo

A cura di Àlvaro Siza con Maddalena d’Alfonso, António Madureira, João Soares, Andrè Tavares

La mostra Disegnare nelle città. Architettura in Portogallo fa parte della Ventesima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano La memoria e il futuro.

La mostra concentra il suo sguardo su alcuni progetti di architettura recentemente realizzati in Portogallo. In particolare sono stati selezionati i casi di Lisbona, Porto, Évora, Montemor-o-Velho e Idanha-a Velha di cui vengono documentate differenti forme di crescita e trasformazione all’interno della città e nelle sue frange.

La mostra si articola in una sequenza di fotografie di Gabriele Basilico, appositamente realizzate per l'occasione, e nella documentazione dei progetti degli architetti Fernando Távora, Eduardo Souto de Moura, João Luís Carrilho da Graça, Gonçalo Byrne, Vitor Figueredo, Adalberto Dias, Rem Koohlas, Atelier 15, Miguel Figueira e Àlvaro Siza.

Disegnare nelle Città nasce dalla convinzione che le architetture di qualità abbiano il potere di interagire - in ogni senso, urbanistico, politico, economico e sociale - con i luoghi su cui insistono. Per farne esperienza sul territorio del Portogallo, i curatori hanno preso in considerazione cinque situazioni rappresentative di un nuovo spazio urbano diffuso uniformemente nel territorio ma concentrato in punti di densità e qualità differenti - Idanha-a-Velha, Montemor-o-Velho, Porto, Lisbona, Évora.

La grande sfida dell’architettura oggi è quella da una parte di proporre nuovi centri capaci di arricchire la città contemporanea e dall’altra di dare vita a nuovi simboli senza perdere il gesto e la delicatezza della dimensione umana che garantisce loro la vitalità.

Il percorso espositivo prevede, oltre ad una grande mappa generale del Portogallo, le carte dei luoghi individuati, le fotografie di Gabriele Basilico, i pannelli di presentazione dei progetti redatti dagli architetti, i loro disegni tecnici, i modelli.

Disegnare nelle città fa parte della XX edizione della Triennale e rappresenta lo sviluppo di una ricerca che è stata avviata in occasione della V Biennale di San Paolo che si è tenuta nel settembre del 2003.

La mostra è stata prodotta con l’appoggio dell’Ambasciata del Portogallo, del Consolato Generale del Portogallo, Istituto Camoes – Ministero degli esteri del Portogallo, Fundaçao Calouste Gulbenkian, Fundaçao Luso-Americana, UNIFOR, Archivio Fotografico della Camera Municipale di Lisbona, FAUP (Faculdade de Arquitectura do Porto), MDS Correctora de Seguros, GOP (Gabinete de Organizaçao e Projectos), Serafim Pereira e Simoes SUCRS. Lda.

Arte Povera 1967–2011

La Triennale di Milano presenta per la prima volta a Milano una rassegna antologica sul movimento: in uno spazio di circa 3000 metri quadrati in cui sono esposte oltre cinquanta opere, la mostra vuole testimoniare l’evoluzione del percorso artistico a partire dal 1967 fino al 2011.

Il pubblico può percepire come tale ricerca si è modificata nel corso del tempo, passando da una presentazione di elementi che all’inizio presentavano una grande compressione materica perché affidata a entità segniche primitive come fuoco e pietre, carbone e igloo, ghiaccio e vegetale, piombo e gesso, tubo fluorescente e vetro, nylon e specchio, acqua e stoffa, ad articolazioni complesse e in grande scala dove il discorso linguistico si sviluppa in un’installazione che avvolge e confronta l’osservatore e il visitatore così da mettere relazione corpo e oggetto, movimento e architettura.

Di sala in sala e di piano in piano le persone arrivano a confrontarsi con Jannis Kounellis con cumuli di pietre, di carbone e di tele grezze quanto con una porta murata e una sequenza di superfici metalliche, attraversate da fiori e da cere, da cotone e da ferro, mentre con Mario Merz si trovano dinanzi gli intrecci sorprendenti di tele e oggetti, attraversati dal neon, e il grande igloo di vetri e di fascine nonché il tavolo a spirale in cui l’artista ha voluto significare una potenziale coesistenza, quanto un drammatico scontro tra società artigianale e industriale.

A tali momenti di intensità iconica e energetica, corrispondono la convergenza e la sintonia tra le articolazioni puriste e formali, ad immagine di cubo e di struttura ortogonale, in ottone, di Luciano Fabro e le riflessioni sulle icone plastiche, tipo la colonna e le sue variazioni nello spazio di Giulio Paolini.

A questo arcipelago contribuisce Michelangelo Pistoletto che sin dall’inizio del suo lavoro si è impegnato sul tema della pittura come strumento di riflessione e di moltiplicazione della realtà esterna.

Nell’ambito della stessa pluralità di approcci sia concettuali che materiali all’arte si inseriscono anche gli assemblaggi di piombo e di ghiaccio, di scritte e di foglie di tabacco prodotti da Pier Paolo Calzolari. Qui la ricerca è per un equilibrio quasi sublime tra forme e vicende energetiche, che si legano all’atmosfera dell’ambiente quanto al contesto architettonico.

Il piacere di un racconto personale e intimo, condotto con materiali fragili come il filo di nylon e le foglie secche, i frammenti di tronco o la morbida creta segnano il percorso di Marisa Merz che partita da una scarpetta con cui segnare una distesa di morbida sabbia, nel tempo, è approdata a storie articolate e complesse, generate dall’incontro di frammenti di vita e di città.

La messa in immagine di percorsi effimeri e leggeri accomuna Pino Pascali e Alighiero Boetti che si sono impegnati in una narrazione iconica del loro mondo fantastico e avventuroso. Il primo tracciando universi archetipi di animali preistorici o di momenti naturali primari, come il dinosauro o l’orca, quanto il mare o i campi arati, mentre il secondo ha continuamente pensato il suo nomadismo, fisico e filosofico, traducendolo in scritture e oggetti che riflettessero il flusso della vita e dei luoghi attraversati, spesso magici e mitici.

Un racconto inventato e mnemonico a cui si contrappone il silenzio e l’assenza degli standards apprezzati da Emilio Prini che ha sempre indirizzato la sua attenzione estetica e linguistica sulle componenti primarie ed essenziali e quasi sempre immateriali, dell’azione e del contesto ambientale.

Infine le opere di Giovanni Anselmo e di Giuseppe Penone che portano l’attenzione su motivi cosmici che si rifanno a una crescita arcaica, quanto naturale dei materiali litici e lignei: un procedere concreto sulle origini e sugli itinerari delle sostanze che formano il mondo.

Processi scultorei, in sintonia con il cosmo, che in Gilberto Zorio si traducono in entità simboliche, come la stella o il giavellotto, strumenti di collegamento tra cielo e terra, quanto patrimonio di conoscenza sull’energia che si sviluppa dai rapporti luminosi del sistema stellare.

Il mondo di Mad - una mostra e un libro sull’opera di Maddalena Sisto

Una iniziativa prodotta dallo Studio Sisto/Legnani
Ideazione e direzione Elena Quarestani
A cura di Franca Sozzani
Progetto dell’allestimento Dario Cavaletti con Gherardo Frassa

Giornalista, architetto, viaggiatrice, Maddalena Sisto è l’unica illustratrice italiana di moda, design, costume di statura internazionale. La mostra, oltre a presentare una parte dell’immenso corpo dei lavori firmati MAD, è una carrellata al femminile sugli ultimi trent’anni, dagli anni Settanta al Duemila, attraverso il fluire di un racconto per immagini e una capacità non comune di fotografare il presente.

Lo sguardo di MAD. Una sorta di filo rosso che accompagna il percorso mostra e che ripropone quello sguardo speciale, ironico e incisivo, e l’incontenibile necessità di catturare e registrare il presente. Sono gli appunti, i taccuini, gli schizzi, anche certi vestiti e cappellini, le annotazioni sui biglietti del treno. Un percorso attraverso le sfilate, le fiere, i saloni, le città, i giardini, i musei, la vita...

Il racconto di MAD. Cioè le opere, pubblicate e inedite: la moda, il design, il costume, ma anche la testimonianza di una ricerca formale ed estetica più propria di un’artista che di un’illustratrice. Acquerelli, disegni, progetti, invenzioni. Questo materiale che si presenta in forme diverse è esposto per “famiglie” più che per argomenti, tecniche o cronologia. Per esempio un disegno commisionato da Casa Vogue convive con una teiera, una piastrella disegnata per Bardelli o uno dei bellissimi acquarelli destinati a una mostra personale.

Lo slide show. Ovvero la quantità, che fa intuire la dimensione del lavoro (della generosa ossessività e del bisogno di raccontare di Maddalena Sisto), la ricchezza dell’archivio e quanto questo sia prezioso per giornalisti, studenti e in tutte le declinazioni possibili. Su un multischermo si avvicendano, senza gerarchie, immagini di ogni genere e formato, da quelle più sofisticate ed elaborate agli schizzi che mostrano, insieme alla maestria, la rapidità del gesto e dello sguardo, l’urgenza di registrare e la capacità di comunicare. Un momento intenso, dinamico, divertente.

Le tappe. Maddalena Sisto è un riferimento per tutti coloro che – studenti o addetti ai lavori- si occupano di moda, costume, comunicazione, giornalismo femminile. Nell’ambito del percorso della mostra sono previste delle pause che consentono di approfondire e di accedere al moltissimo materiale d’archivio

Interviste. Sono presenti dei monitor con interviste rilasciate da Maddalena Sisto.

I giornali di Mad. Ovvero trent’anni di editoria femminile rappresentati da tutti i magazine per cui Maddalena ha lavorato e interviste flash ai loro direttori. Sono previsti i contributi di Flavio Lucchini, Kikka Menoni, Vera Montanari, Nanni Odoni, Lina Sotis, Franca Sozzani, Isa Vercelloni.

L’archivio. Tutta l’opera di Maddalena Sisto è stata archiviata sia fisicamente sia in digitale. È possibile accedere da alcune postazioni multimediali all’archivio digitale che contiene tra l’altro molte opere inedite.

Il libro. In occasione della mostra è stato presentato un grande libro di 400 pagine. Più che un catalogo ricorda un volume di narrativa, perché il lavoro di Mad è, a suo modo, un racconto e come tale fluisce.

Il magazine della mostra. Questa mostra è un’occasione interessante per coinvolgere e invitare a una riflessione i tantissimi personaggi del giornalismo, della moda, del design che hanno lavorato con Maddalena Sisto e che hanno qualcosa da dire sul suo lavoro e su quegli anni.

Il futuro è a Milano - Colani biodesign codex show

La Mostra Il Futuro è a Milano – Colani BioDesign Codex Show è come un viaggio a bordo di una macchina del tempo: la prima esposizione ufficiale di Luigi Colani, considerato un guru dell’eco-design che già negli anni ’60 predicava il risparmio energetico, la riduzione dei consumi e l’impiego di fonti alternative.

In mostra sono esposti progetti, disegni, invenzioni, prototipi e modelli in scala 1:1, accompagnati da un commento audio-video.  Una vasta collezione di creazioni che mette la Natura e l’Uomo al centro.

Le opere sono concentrate negli spazi espositivi interni e nel piazzale di Triennale Bovisa attrezzato con cupole geodetiche. Uno dei prototipi è ospitato nel Giardino della Triennale. 

Vibo - Le forme della misura

Triennale Design Museum presenta Vibo. Le forme della misura, una selezione di strumenti per il disegno (righe, squadre, normografi, goniometri, maschere normografiche, trasferibili) realizzati dalla storica azienda Vibo.

La mostra si pone come testimonianza di una eccellenza nella produzione di articoli tecnici di precisione costretta a cessare la propria attività nel dicembre 2011, a causa di una serie di fattori: l’avvento del Cad negli anni novanta, la crisi economica e l’inserimento sul mercato di prodotti a basso costo dalla Cina.

Silent Revolutions - Design contemporaneo in Slovenia

Organizzazione: Museo dell’Architettura e del Design, Lubiana, Slovenia
A cura di Maja Vardjan
Progetto dell’allestimento: BevkPerovičarhitekti
Progetto grafico: JanJagodic, Kabinet01

Una selezione di prodotti di design appartenenti ai primi due dinamici decenni della Slovenia.

La mostra verte non solo sull’eccellenza dei singoli prodotti, ma anche sul loro ruolo nel più ampio contesto del design sloveno contemporaneo. Sono presentati non solo prodotti e designer straordinari, ma anche clienti, produttori e aziende che hanno svolto un ruolo cruciale nella realizzazione dei progetti. Particolare attenzione è dedicata ad approcci innovativi e importanti strategie, che ispirano visioni e nuovi modi di concepire il design nell’attuale panorama economico in rapida evoluzione. La selezione mette in luce sia prodotti delle grandi industrie nello sviluppo del proprio marchio sia speciali oggetti in edizione limitata direttamente realizzati dai designer stessi.

La mostra è il frutto di una collaborazione tra l’Ufficio Comunicazione del Governo della Repubblica di Slovenia e il Triennale Design Museum.

Duravit & Axor presentano Starck - Il Bagno Ironico

Una speciale installazione di Philippe Starck per celebrare i dieci anni di collaborazione di Axor e Duravit.

La mostra, fuori dai canoni convenzionali, vuole indagare più in profondità la dimensione dell’esperienza tra l’utente e i prodotti Axor (rubinetteria di design del gruppo Hansgrohe) e Duravit (ceramiche e arredi per il bagno, prodotti per il benessere). Starck resta fedele alla linea di un design che abbraccia l’essenza più intima della natura umana, quella istintuale, come quelle quotidiane esperienze che influenzano il nostro modo di percepire e di vivere la stanza da bagno.

Due forti istantanee, realizzate in due tende-cubo, rendono una visione del bagno decisamente provocatoria.

Le meilleur endroit du monde (Duravit).
Nella tenda-cubo dedicata a Duravit, due cantanti d’opera intonano arie davanti a due sanitari. L’obiettivo di Starck è chiaro: ribaltare la tradizionale concezione del bagno trasformando un ambiente chiuso in un palcoscenico aperto, dando una valenza sociale ad un’ esperienza, in genere, molto privata. Non a caso i due cantanti sono vestiti in costumi Barocchi: esplicito riferimento all’epoca tardo-barocca di Versailles, quando il bagno come luogo privato non esisteva ancora. L’effetto sullo spettatore è confusionale: la visione provocatoria di Starck lo obbliga a riconsiderare la toilette come un oggetto quotidiano.

Jeune fille à la Fontaine (Axor)
L’approccio alla messa in scena per Axor è simile: la visione di Starck carica il bagno di un valore che va oltre la sua tradizionale funzione, e si fa veicolo di un messaggio preciso, improntato sulla sensorialità. Starck disegna una tenda, nella quale lo spettatore vede una gigantesca immagine passata a raggi X, di una testa femminile sotto un rubinetto Axor Starck. La foto rivela un chiaro doppio significato. Da un lato la lingua della giovane, protesa a leccare l’ultima goccia pendente dal rubinetto di design, può essere un riferimento alla povertà delle risorse idriche e un invito indiretto ad assumere un approccio ecologico orientato alla conservazione dell’acqua, dall’altro chi conosce Starck propenderà a una interpretazione più lasciva dell’immagine, nonostante la tecnologia a raggi X renda l’aspetto erotico più astratto.

Da Zero a Cento, le nuove età della vita

Prodotta dalla Fondazione Marino Golinelli in partnership con La Triennale di Milano
A cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella
Progetto di allestimento: Iosa Ghini Associati

Il percorso espositivo aiuta a comprendere come e perché il nostro corpo e la nostra mente sono molto diversi da quelli delle generazioni che ci hanno preceduto, e come svilupparne meglio le potenzialità. Nel corso dell’ultimo secolo infatti la condizione umana è cambiata come mai era avvenuto prima: non ce ne siamo accorti perché il cambiamento è stato graduale, ma siamo diventati più alti, più, forti e persino più intelligenti. In media naturalmente. E poiché viviamo il doppio rispetto a prima, abbiamo avuto in regalo per così dire una vita in più. Nei sei ambienti espositivi, uno per ogni età dell’esistenza umana, le intuizioni di alcuni grandi artisti contemporanei (Evan Baden, Guy Ben-Ner, Martin Creed, Hans Peter Feldmann, Stefania Galegati, Ryan Mc Ginley, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini, Gabriel Orozco, Adrian Paci, John Pilson, Cindy Sherman, Miwa Yanagi) saranno messe a confronto con le attuali scoperte della scienza. A Milano la mostra sarà arricchita da una performance di Marcello Maloberti.

Insieme alle opere d’arte, alcune delle quali realizzate appositamente per l’esposizione, una serie di exhibit scientifici spiegheranno anche cosa oggi sappiamo di nuovo su ogni età della vita.  Attraverso gli exhibit, i visitatori potranno anche sperimentare in prima persona la crescita del quoziente intellettivo rispetto ai propri antenati con il test di Raven, oppure, con un’altra semplice prova, calcolare il tessuto adiposo sulla pancia per valutare i rischi crescenti di malattie cardiovascolari. E ancora: misurando il rapporto tra la lunghezza del dito anulare e dell’indice della mano destra, calcolare la quantità di testosterone ricevuto dalla madre, ormone responsabile non solo dei caratteri sessuali ma anche di importanti aspetti della personalità.

Vitality - Korea Young Design

Il progetto MINI & Triennale CreativeSet presenta la mostra Vitality. Korea Young Design, secondo appuntamento del ciclo dedicato al New Far Est Design, che propone una selezione dei più interessanti lavori dei designer coreani contemporanei, in molti casi inediti per l’Italia. 
Ne emerge un panorama ricco e variegato, che parte dal furniture design fino ad abbracciare nuove forme di comunicazione, dal fashion design al design del gioiello, dalla grafica alla multimedialità fino ai complementi d’arredo e all’oggettistica. I pezzi esposti spaziano da autoproduzioni a produzioni in grande serie, da oggetti artistici a altri prettamente industriali.

Dopo due cicli dedicati al nuovo e giovane design italiano, il focus dedicato al New Far East Design, iniziato con China New Design, rappresenta la prima di una serie di finestre sul mondo per indagare e analizzare lo sfaccettato panorama del nuovo design internazionale.

This is today - L'invasione degli ultracorpi interattivi

Una mostra che raccoglie alcuni dei lavori più rappresentativi degli studenti, progettisti e docenti dell'Interaction Design Institute Ivrea (IDII).

Una vecchia Lettera 22 che invia email; della carta da parati interattiva che, se sfiorata, consente di impartire comandi agli elettrodomestici di casa; una caverna gonfiabile per lasciare audiograffiti digitali, uno psico-tavolo con funzioni di chiromante virtuale, delle tecno-borse che si macchiano quando “percepiscono” una telefonata al cellulare, una Fiat-Cinquecento d'epoca che “scarica” file Mp3 mentre fa benzina.

Un caleidoscopio di proposte (16 progetti in tutto) dove le anime tecnologiche – ma “nascoste” - degli oggetti si fondono con i loro corpi morbidi, lucidi, translucidi, gonfiabili, metallici o trasparenti.

L'IDII si presenta dunque come una “capsula” giunta dal nostro futuro prossimo col suo bagaglio di idee, suggestioni e progetti innovativi fusi con le tecnologie comunicative di ultima generazione. Ma anche come un laboratorio le cui radici affondano nel passato della ricerca progettuale e dell'umanità vissuta nella sua realtà biologica, ludica, onirica.

Il titolo della mostra - diretto riferimento al celebre film di fantascienza di Don Siegel degli anni '50, L'invasione degli ultracorpi, non è casuale. Se allora il futuro poteva assumere connotati preoccupanti con l'acutizzarsi della Guerra Fredda, oggi invece può essere anticipato (pre-vissuto) in maniera gioiosa e al contempo consapevole attraverso l'approccio concettuale e progettuale promosso dall'IDII.

L'interaction designer diventa dunque l'”alieno amico”, in grado di recuperare il passato – con inaspettata ironia - per guardare al futuro attraverso lenti “umane”. E' l'”ultracorpo creativo” che sa sfruttare le tecnologie per ideare oggetti e servizi non solo funzionali ma anche in grado di trasmetterci una vena critica sulla nostra modernità e, soprattutto, capaci di offrirci momenti d'intrattenimento scanzonato oltre che di pura piacevolezza estetica.

Tra martello e incudine

A cura di Silvana Annicchiarico

Triennale Design Museum presenta Tra martello e incudine una selezione di opere in metallo ideate da Federico Angi, Carlo Contin, Dunja Weber e lo studio 4P1B, elaborate e prodotte all'interno di un workshop coordinato da Giulio Iacchetti e in media partnership con la rivista IQD, per l'azienda Sampietro 1927.

L'idea alla base del progetto è quella di raccontare la storia della lavorazione dei metalli e della maestria necessaria per dar vita a opere in metallo, per cui è richiesto un elevato livello di competenza, precisione e professionalità, reinterpretata in chiave contemporanea.

L'intero workshop è stato caratterizzato da un confronto costante tra i responsabili dell'azienda, il coordinatore e i singoli progettisti, che ha portato a un perfezionamento delle soluzioni progettuali arricchite dallo scambio di esperienze e competenze. Ne è scaturito così uno stimolante dialogo fra tradizione e innovazione, artigianato e design.

Da Balla alla Transavanguardia

A cura di Marco Meneguzzo

Oltre sessanta grandi opere che costituiscono il nucleo delle collezioni d’arte moderna e contemporanea attualmente presenti al palazzo della Farnesina, a Roma, sede del Ministero agli Affari Esteri. Si tratta di un'occasione particolarmente interessante per rileggere le vicende dell'arte italiana in un excursus che dal Futurismo giunge sino alla Transavanguardia attraverso una serie di testimonianze di particolare rilievo, mai viste prima d'ora in una sede espositiva pubblica.

La collezione d’arte moderna e contemporanea, curata da Maurizio Calvesi con l’assistenza di Lorenzo Canova, visibile sulle pareti del palazzo della Farnesina progettato dagli architetti Morpurgo, Foschini e Del Debbio negli anni Trenta/Quaranta, si avvale del sistema del prestito a breve e medio termine da parte di istituzioni, gallerie, collezionisti, in una delle possibili accezioni del tanto auspicato rapporto tra pubblico e privato. Di fatto, attualmente la collezione comprende circa centocinquanta opere, molte delle quali di grande impegno, di artisti italiani attivi tra l’inizio del Novecento ed oggi. Tuttavia, le necessarie restrizioni alla visita, collegate agli attuali sistemi di protezione del palazzo ai fini della sicurezza, non ne consentono una ampia fruizione da parte del pubblico. È per questo che il Ministro degli Esteri Franco Frattini, tramite il Suo Capo Segreteria dott. Fabio Schettini, l’Ambasciatore Achille Vinci Giacchi e l’architetto Luciano Calosso, responsabili dell’Unità Collezione Farnesina, in collaborazione con MiArt, con la Triennale di Milano e con Banca Intesa, hanno fatto in modo che la collezione fosse esposta, in molti dei suoi pezzi più prestigiosi, in un luogo espressamente deputato.

Il visitatore si trova di fronte ad autentiche sorprese, che vanno da un grande ritratto a pastello di Boccioni ai progetti decorativi di Balla sino a Senza titolo, 1993, una grande scultura in bronzo policromo di Mimmo Paladino che misura 300x100x240 centimetri (in questa occasione ci si è limitati cronologicamente alla Transavanguardia, ma la raccolta comprende anche numerose opere di artisti più giovani).

Ma le opportunità per confrontarsi con le differenti anime del Novecento italiano non mancano di certo e alla Triennale si possono ammirare importanti testimonianze di alcuni maestri della figurazione tra cui Marino Marini, Giorgio Morandi, Virgilio Guidi, Filippo De Pisis e Massimo Campigli. Di quest'ultimo viene esposto Donne e Idoli, mosaico del 1940 ca. Per quanto riguarda l'esperienza del dopoguerra, Afro è presente con una storica composizione del 1952 Le città d'America. Ma spicca anche Alberto Burri con Architettura con cactus n.1 del 1991-92, pannello in acrilico su cellotex di 250x375 centimetri.

Il comparto astratto è rappresentato, inoltre, da Gastone Novelli, Carla Accardi e Piero Dorazio e Enrico Castellani. Nell'ambito della scultura, vanno segnalate le rare testimonianze di Leoncillo, Ettore Colla, Mario Ceroli oltre a Giò Pomodoro di cui viene proposto in mostra Grande Ghibellina n.2, un lavoro particolarmente impegnativo realizzato tra il 1965 e il 1969.

Fanno parte, invece, del nucleo dell'arte povera Giulio Paolini, Jannis Kounellis e Michelangelo Pistoletto con L'etrusco del 1976, specchio e bronzo di 230x320 centimetri.

Il filo conduttore della mostra, che mira soprattutto a far conoscere un'importante realtà istituzionale, è l’imponenza monumentale delle opere, che possono trovare posto soltanto in una sede istituzionale altrettanto imponente. Ma è anche, secondo le intenzioni del curatore Marco Meneguzzo, l’occasione per aprire una discussione sui nuovi modi del collezionismo pubblico.

Gérard Rancinan - La Trilogia dei Moderni

Il fotografo Gérard Rancinan e l’autrice Caroline Gaudriault sono acuti osservatori di un mondo in continuo cambiamento. L’opera di Rancinan è unica nel suo genere. Prima arriva lo spettatore è sorpreso dall’impatto fotografico, poi dall’opera scaturisce la forza delle idee sulle quali le immagini sono costruite. Il lavoro di Gérard Rancinan e Caroline Gaudriault è innegabilmente legato al mondo dell’arte contemporanea e combina un approccio purista alla fotografia a un’alta sensibilità letteraria.

La mostra Trilogia dei Moderni può essere riassunta così: sette anni di lavoro, 3 parti di una trilogia, 70 fotografie, 300 modelli, 3 libri, una grande mostra che sarà presentata in tutto il mondo. 

La Trilogia dei Moderni è un’opera divisa in tre parti, la prima intitolata Metamorphoses è stata presentata al Palais de Tokyo a Parigi nel 2009, e la seconda Hypotheses alla Chapelle Saint-Saveur nel 2011. La terza e ultima parte, dal titolo Wonderful World che completa la trilogia, sarà presentata in anteprima assoluta alla Triennale di Milano dal 4 al 27 maggio 2012. 

Dopo il lancio milanese, sarà presentata in numerose istituzioni museali in tutto il mondo.

Un designer per le imprese 2011

Un Designer per le Imprese è il titolo della mostra dell’omonimo progetto realizzato da Material ConneXion Italia in collaborazione con la Camera di Commercio e la Provincia di Milano.

15 aziende, 4 scuole di design, 91 studenti, 59 progetti, 19 vincitori e 26 prototipi realizzati sono i numeri della mostra, risultato finale di un progetto a sostegno dell’innovazione e della creatività delle PMI milanesi.

Tempo libero - Immagini della XIII Triennale di Milano dagli Archivi della Biblioteca del Progetto

In occasione della mostra O’Clock. time design, design time, presentata dal Triennale Design Museum fino all’8 gennaio 2012 alla Triennale di Milano, la Biblioteca del Progetto della Triennale propone una selezione di immagini di archivio che documentano la XIII Triennale di Milano del 1964 dedicata al tema del Tempo libero.

Un’occasione speciale per vedere materiali poco conosciuti e inediti sulla storia dell’istituzione milanese.

Le edizioni delle Triennali precedenti alla XIII guardavano al futuro, alla “fondazione della società di domani”. La XIII Triennale di Milano del 1964 si differenzia dalle precedenti in quanto è concentrata sul presente, uno sguardo sulla realtà della civiltà industriale, uno sguardo al mondo che cresce intorno all’uomo per effetto della sua stessa operosità.

È anche la prima volta che la mostra invece di essere dedicata direttamente alle arti e all’architettura, viene dedicata ad un unico argomento. Il tema del “tempo libero”, proposto dal Centro Studi della Triennale in accordo con i rappresentanti dei paesi esteri, è svolto in una serie di racconti per immagini, opere e oggetti. Un argomento attuale per l’Italia degli anni ‘60 che conosce in quel periodo fenomeni di trasformazione sociale dovuti alla crescente industrializzazione, un argomento comune con altre nazioni che da tempo lottano contro gli stessi fenomeni della società sempre più industrializzata.

Seduto ad arte e illuminato

A cura di Fortunato D’Amico e Massimo Domenicucci

Un atteggiamento deciso a incidere nel pensiero contemporaneo per lasciare ai posteri tracce di una contestazione attiva, antitetica al mondo del design di massa, caratterizza il lavoro di Roberto Fallani e spiega la sua bonaria capacità di andare contro le opinioni comuni per raggiungere deciso il risultato stabilito nelle sue intenzioni progettuali. L'eccitazione originata dall'intuito creativo, vissuto come strumento del cambiamento, contagia progressivamente ogni cosa circonda il suo pianeta e in breve diventa stimolo per criticare gli oggetti dell'industria massiva e denunciarne il loro distacco dall'esistenza affettiva delle persone.

Il suo pensiero progettuale è in asse di equilibrio con l'attività di artista, iniziata negli anni 60, opportunamente integrata alla professione di designer e creatore di interiors.

Intuizione, emozione, pensiero, azione, giungono ad una sintesi illuminata transitando nelle mani dell'artista, inteso come designer consapevole del suo percorso di creatore.

I modelli Roberto Fallani esprimono il calore dell’imperfetto generato dall'uso delle mani, dando vita ad oggetti in cui la rigidezza del metallo e della forma rettilinea  dialoga con la  leggerezza di sostanze filose, fronzoli pendenti, spirali colorate.

Nissan Leaf the Tour

Nissan Leaf The Tour alla Triennale di Milano è l’unica tappa italiana del road show europeo Nissan per presentare al pubblico Nissan Leaf, l’auto 100% elettrica.

La mostra avrà luogo in uno spazio completamente dedicato a Leaf ed alla strategia sulla mobilità sostenibile, dove il pubblico potrà entrare in contatto con la filosofia “zero emission” ed interagire con la tecnologia legata allo sviluppo dell’auto elettrica attraverso 4 aree dedicate.

Questo percorso interattivo e multisensoriale, avrà il compito di aprire la mente del visitatore, cancellando convenzioni e luoghi comuni sulla mobilità elettrica. Si passerà poi dal virtuale al reale con un vero e proprio test drive Leaf che si terrà in un’area dedicata. L’esperienza di guida di Nissan Leaf sarà quindi il passaggio finale di questo percorso educational che porterà ogni visitatore ad una consapevolezza tale da poter cominciare a considerare l’auto elettrica non più come un futuro prossimo ma come un presente alternativo.

Open - Tecnologia, innovazione ed esplorazione del territorio

Milano è OPEN: 3 mesi e mezzo di programmazione, incontri, scoperte, che promuovono il fare rete a Milano.

A partire dal 15 Febbraio tecnologia, innovazione ed esplorazione del territorio si incontrano per creare l'evento più lungo e denso dell'anno.

Il progetto, realizzato da Vodafone e Zero, lancia agli innovatori di tutta Italia un invito a scoprire il presente, in un processo di continua trasformazione, attraverso la tecnologia.

Open ospiterà un laboratorio permanente per lo sviluppo di applicazioni mobile proposte attraverso un bando on line cui tutti possono partecipare.

60 eventi in programma, con personalità emergenti e rappresentative, per indagare le aree che più ci interessano – cibo, design, arte, musica, sport, famiglia - alla scoperta di un nuovo modo di vivere il territorio.

15 - 29 Febbraio 2012
Modulo 1
Open Cibo
A cura di Gianluca Biscalchin

Raccontare il cibo nell'era dei tablet è  un'impresa difficile, ma necessaria. Open è il tentativo di tracciare una mappa delle diverse declinazioni partendo dal prodotto per arrivare all'interpretazione dello chef.

Si seguirà, attraverso le nuove tecnologie, cosa succede fra la nascita di un alimento e il suo consumo in  un percorso lungo 15 giorni attraverso la passione, la narrazione e la socialità.

Tra gli eventi in programma, gli artigiani della birra connessi tra l'Italia e il resto del mondo; la rete del vino prima del web in una serata dedicata al genio di Luigi Veronelli, primo in Italia a pensare vino e cibo come un reticolato di informazione e conoscenze; gli artigiani di Brooklyn e la loro idea di “cibo 2.0” ovvero il food attraverso i social network; e infine blogger, artigiani e chef  nella creazione della cena finale a invito, il 29 febbraio raccontata in tempo reale.

1-15 Marzo 2012
Modulo 2
Open Design
A cura di Marco Sammicheli

Il rapporto fra design e tecnologia vive d’innovazione. Gli impulsi di questo processo incrociano la connettività. Luoghi, applicazioni e device sono gli elementi di un sistema in cui i designer sono gli attori capaci di produrre visioni e servizi. Durante Open parleremo di come disegnare la tecnologia, testeremo le app quale dispositivo per promuovere il proprio lavoro o per riscriverne metodi e percorsi ideativi; racconteremo esperienze e servizi per rileggere il contributo tecnologico come elemento identitario di un progetto di design. Incontreremo i designer, gli studiosi, i curatori e i progettisti delle applicazioni e li interrogheremo sull’aggiornamento che le loro professioni registrano quotidianamente per sintonizzarsi con gli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie. Ne testeremo i risultati e i risvolti sociali con ricadute anche esterne al loro ambito. Sarà una bella storia per incontrare il design da un punto di vista aggiornato e organico, raccontato da alcuni dei suoi nuovi protagonisti.

16-31 Marzo 2012
Modulo 3
Open Sport
A cura di Daniela Scalia

Dopo il cibo e il design è la volta di Open Sport in programma dal 16 al 31 marzo, un modulo anche ricreativo che invita gli utenti a "inventare un nuovo sport di squadra". Tutti gli incontri e i workshop in programma saranno infatti un mix intrattenitivo di cultura sportiva e prove pratiche a cui gli utenti stessi, se lo desidereranno, potranno prendere parte, dalla prova delle attrezzature alla sperimentazione delle nuove tecnologie.

Tutti gli elementi delle diverse discipline verranno indagate attraverso il rapporto con la tecnologia e la connettività, dalla telecronaca di un match, ai materiali utilizzati, all'allenamento. Open Sport prevede anche un laboratorio durante il quale chiunque abbia inviato la propria proposta, potrà venire a raccontarla di persona e poi la "partita" finale in cui si metterà in scena un "nuovo" sport.
Tra gli ospiti del modulo figurano l'ex azzurro del basket Gianmarco Pozzecco, Marco Baron, ex portiere dei Boston Bruins di NHL, Michele Colosio, preparatore atletico del Racing Parigi Rugby, Luca Tramontin, giornalista sportivo e telecronista di Eurosport, Federico Buffa telecronista di Sky Sport, Andrea Saronni, responsabile del sito di Mediaset Sport e Marco Pastonesi, giornalista della Gazzetta dello Sport.

3-15 Aprile 2012
Modulo 4
Open Famiglia
A cura di Matteo Lancini

Dopo il cibo, il design e lo sport è la volta di Open Famiglia in programma dal 3 al 15 aprile curato dal noto psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, costantemente impegnato nel lavoro con adolescenti e giovani adulti.

Open Famiglia presenta come tema dominante "i nativi digitali", esplorando come le tecnologie hanno cambiato nel corso del tempo le relazioni non solo all'interno del nucleo familiare. L'argomento verrà affrontato con dibattiti e confronti aperti al pubblico e tramite due installazioni permanenti: la prima "Parole d'amore" racconta attraverso lettere scritte a mano come si amava e come si ama oggi tra social network e sms, la seconda "Piazza reale e piazza virtuale" porrà un confronto tra i giochi antichi e quelli contemporanei. Tra gli ospiti figurano Paolo Ferri, uno degli autori di riferimento per quanto riguarda le nuove tecnologie e la loro influenza sulla didattica e la cultura, e Gustavo Pietropolli Charmet, uno dei più noti esperti di psicologia dell'adolescenza e dei ruoli familiari.

16-29 Aprile 2012
Modulo 5
Open Idee
A
 cura di Matteo Lenardon

In programma durante la settimana del design fino al 29 aprile, Open Idee, un modulo ricco incontri tra cui  vere e proprie anteprime nel panorama europeo, un confronto su come internet e la tecnologia hanno cambiato il modo in cui affrontiamo ogni aspetto della nostra vita. Open Idee racconta delle capacità implicitamente “disruptive” della rete, che ha permesso a un genere sempre rimasto di nicchia nel nostro paese di diventare cultura dominante, consentendo la diffusione open source di microprocessori per realizzare installazioni artistiche o giochi, ma che rende anche possibile a startup di innovare e rilanciare fotografia e stampa, industrie ritenute morte. Open Idee apre con due anteprime europee: il 17 aprile Eric Cheng presenta per la prima volta in Europa Lytro Camera un sistema che consente di scattare una foto e di decidere solo successivamente che cosa mettere a fuoco, il 18 aprile è di scena in anteprima per il pubblico Little Printer, una rivoluzione nel mondo digitale che rende possibile stampare, grazie all'applicazione per I phone, tutto l”intangibile del web. 

Open Idee è anche focus sull'Hip Hop italiano esploso nella coscienza collettiva grazie anche alla crescita dei social network. Sabato 28 aprile interverranno per parlarne J-Ax. Con lui Fritz Da Cat, Giaime, Mastarais, Gemitaiz e Madman che si esibiranno in uno show case.

2-31 Maggio 2012
Modulo 6
Open Arti
A cura di Andrea Lissoni (arte) e Simone Bertuzzi (musica)

Un vero e proprio festival con performance live, dj set e concerti con più di 3 eventi giornalieri:  per la prima volta una rassegna di arte, musica e tecnologia nel pieno centro della città. Il modulo conclusivo di Open curato da Andrea Lissoni per la sezione arte e Simone Bertuzzi per la musica, è in programma alla Triennale di Milano per tutto il mese di maggio.

L'arte e la musica si trasformano, si mescolano, s’imbastardiscono. Per Open si uniscono, germinano e diventano "le arti": e parlano di musica ma anche alla musica, di arte ma anche all’arte, di rete ma anche alla rete, di comunicazione ma anche alla comunicazione. Arti guarda a quel che accade e si immagina quel che accadrà, rischiando un azzardo. Le punte dell’innovazione possono manifestarsi ovunque, ma quelle più sorprendenti e perturbanti provengono fuori dai centri, a fianco o sotto. L'idea di "scena" non è più indissolubilmente legata ad una città, ad una scuola o ad un brano di spazio urbano; oggi tutto è traslato in rete e nidifica attraverso blog e social network, generando alleanze e condivisioni imprevedibili. OPEN Arti indaga il modo in cui queste scene sono riprese, masticate e rilanciate nei centri, generando alleanze e condivisioni imprevedibili. Tra gli ospiti 0100101110101101.ORG, Awesome Tapes from Africa, Venus X, Chief Boima,Daniele Baldelli,Tetine...

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Fotografie dall’Archivio del Touring Club Italiano

Attraverso la selezione di 25 stampe fotografiche originali, il Centro Documentazione del Touring Club Italiano invita alla conoscenza delle oltre 400.000 immagini storiche conservate nel suo Archivio Fotografico fin dal 1894: preziose stampe all’albumina e cianotipi di fine ‘800, fotografie di costume  e società degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, paesi, campagne, architetture, persone, scatti di grandi autori come David Seymour o Gianni Berengo Gardin,  e di altri ancora sconosciuti.

La ricchezza qualitativa e la varietà tematica sono in questa occasione appena accennate, ma danno già lo spessore del giacimento che racconta del nostro Paese, e oltre i suoi confini, della sua vita culturale e sociale, del lavoro e dello svago e del ruolo che la fotografia ha avuto ed ha ancora in questo racconto.

Red Root 2011

Red Root di Dalya Yaari Luttwak, visibile fino al 31 gennaio 2012 sulla facciata della Triennale di Milano dalla parte del giardino, fa parte della serie delle “Roots” (radici) sculture monumentali in acciaio che l’artista americana realizza a partire dal 2007 e di cui Red Root rappresenta la versione più grande e spettacolare. Lunga circa 20 metri e alta 15, l’opera è stata esposta in una versione precedente sulle torri di guardia dell’Arsenale di Venezia durante la Biennale d’Arte 2011 ed è stata riallestita alla Triennale secondo un progetto in grado di dialogare con lo stile lineare del palazzo razionalista.

L’artista americana di origine israeliana affronta da anni il tema delle radici, una costante che viene reinterpretata in infinite variazioni ispirandosi alle diverse tipologie di radici esistenti in natura.

Il processo produttivo ha nel lavoro della Luttwak una particolare importanza e varia a seconda delle esigenze espressive e dei luoghi per i quali le sculture sono pensate:  di volta in volta l’artista estrae dal terreno le radici stesse  oppure realizza immagini fotografiche, schizzi e disegni che le servono per analizzare la complessa struttura delle ramificazioni che vengono poi riportate su scala monumentale. Il complesso lavoro di fusione, taglio e saldatura del metallo che la Luttwak realizza personalmente richiama la tradizione della grande scultura modernista americana, in cui l’artista si confronta con i difficili materiali industriali come il ferro e l’acciaio e con la realizzazione di opere monumentali pensate per gli spazi esterni delle città e dei musei.

“Ho scelto l’acciaio perché è un materiale particolarmente duro e difficile da lavorare, tradizionalmente considerato ‘maschile’. Ma a me piace questa sfida, mi piace pensare che questo metallo che rimane malleabile solo per pochissimo tempo può raccontare le radici, la parte meno visibile ma più forte e resistente delle piante”.

Rappresentare le radici esprime, infatti, il desiderio di Dalya Yaari Luttwak di scoprire e rivelare la bellezza nascosta delle forme naturali esplorando la relazione tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile, tra ciò che la natura rivela ai nostri occhi e ciò che sceglie di nascondere sotto terra.   

Mobili e arredamento - Immagini e documenti dagli Archivi storici della Triennale

In occasione del Salone del mobile 2012 e di Eurocucina, L’Archivio Fotografico e l’Archivio Audiovisivo della Biblioteca del Progetto della Triennale di Milano, propongono una selezione di immagini di archivio degli allestimenti delle mostre dell’abitazione e dell’arredamento italiano e internazionale delle edizioni storiche delle Triennali, progettati da architetti come Figini e Pollini o Franco Albini. I video provengono dalla mostra del MoMa del 1972 Italy. The New Domestic Landscape Achievements and Problems of Italian Design, ripresi successivamente dalla mostra della Triennale del 1991: Mobili Italiani 1961-1991. Le varie età dei linguaggi.

10 foto per Haiti

Il progetto ha inizio nella primavera del 2010, al rientro del team Italiano del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco in missione ad Haiti dopo il tragico terremoto avvenuto il 13 gennaio 2010, le foto esposte sono circa cinquanta, il nome del progetto parla di "10 foto", questo si riferisce al numero di fotografie che sono state stampate a titolo gratuito e quindi donate, da vari studi fotografici della provincia di Pavia e Venezia. La prima data d’inaugurazione della mostra è stata il 16 ottobre 2010 nelle sale Comunali di Pavia. Il progetto mira a voler toccare più città italiane, per ora la mostra è stata realizzata, oltre che a Pavia, a Venezia, Brescia, Sassari. Un particolare ringraziamento va a tutti i Vigili del Fuoco per la loro disponibilità e partecipazione.

Il mondo che vorrei

Mediafriends e la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone presentano la mostra “Il mondo che vorrei”, esposizione di lenzuola dipinte dagli studenti italiani contro la mafia e per promuovere la legalità.

La mostra ospiterà le opere selezionate dal concorso “Il mondo che vorrei. Il trionfo della legalità, le minacce dell’ecomafia e il valore della memoria” promosso, nell’anno scolastico 2010/2011, dal Ministero dell’Istruzione con la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone e Mediafriends.

La Triennale sarà tappezzata da 200 lenzuola, simbolo della lotta alla mafia, che gli studenti delle scuole italiane hanno elaborato per esprimere il futuro che vorrebbero.

Contestualmente alla mostra, Mediafriends proietterà in anteprima il cortometraggio “Graffiti”, interpretato da Raoul Bova con un gruppo di giovani attori, prodotto dalla Sanmarco Production e dedicato al valore della giustizia sociale.

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III Triennale Design Museum - Quali cose siamo

Direttore: Silvana Annicchiarico
Cura scientifica: Alessandro Mendini
Progetto dell’allestimento: Pierre Charpin
Progetto grafico: Jean-Baptiste Parré
Catalogo Electa

Dopo aver risposto alla domanda Che Cosa è il Design Italiano? con Le Sette Ossessioni del Design Italiano e Serie Fuori Serie, Triennale Design Museum dal 27 marzo 2010 presenta una nuova interpretazione del design italiano dal titolo Quali cose siamo.

Triennale Design Museum conferma così la sua natura di museo dinamico, in grado di rinnovarsi continuamente e di offrire al visitatore sguardi, punti di vista e percorsi inediti e diversificati. Un museo emozionale e coinvolgente. Un organismo vivo e mutante, capace di mettersi in discussione, smentirsi, interrogarsi.
Triennale Design Museum è diretto da Silvana Annicchiarico e ha la cura scientifica di Alessandro Mendini. L'ipotesi curatoriale alla base della terza interpretazione di Triennale Design Museum è che in Italia esista un grande e infinito mondo parallelo a quello del design istituzionale, un design invisibile e non ortodosso. Il punto di osservazione si sposta sulla storia e sulle storie che scaturiscono dai singoli oggetti che, messi uno accanto all'altro, creano una rete di relazioni e rimandi, un paesaggio multiforme capace di provocare squilibri e spiazzamenti, ma ricco di emozione e spettacolarità. Una selezione di opere dei Maestri, di artisti, di giovani designer entra in dialogo con oggetti inaspettati che, di primo acchito, non sembrano “fare sistema” ma, in realtà, non sono quello che sembrano. Se guardati attraverso nuovi punti di vista, mostrano una complessa matrice progettuale, forniscono un’ulteriore, inedita, testimonianza della creatività italiana e contribuiscono a definire in altro modo la nostra identità e l’essenza del design italiano.

Il museo “mette in scena” il design italiano rinnovando non solo il tema-chiave e l’ordinamento scientifico, ma anche l’allestimento che, per questa interpretazione, è affidato al francese Pierre Charpin.

Il piano regolatore di Cesare Beruto: uno sguardo sul passato, un suggerimento per il futuro

A cura di Alberto Ferruzzi e Marco Romano

Nel 1884 il Comune di Milano adotta il piano regolatore redatto da Cesare Beruto che, con la sua estensione nel 1912, e qualche aggiustamento negli anni Trenta del Novecento, configurerà il volto della Milano che conosciamo fino al 1953.

Da sessant’anni questo piano è stato considerato “superato” e visto come un reperto antiquario, mentre in altre città europee i piani regolatori dell’Ottocento venivano presi con successo a modello – a Barcellona, a Monaco di Baviera – per progettare con continuità anche la città più recente.

Questa mostra intende far conoscere meglio questo piano regolatore perché possa costituire anch’esso una consapevole fonte di ispirazione per disegnare con maggiore consapevolezza anche la Milano del futuro.

Napoleone e l’Impero della moda

La Triennale di Milano presenta la mostra Napoleone e l’Impero della moda, una visione a 360° gradi dell’Eta Napoleonica attraverso i costumi dell’epoca. Per la prima volta, a partire da questo periodo, la moda è riconosciuta come strumento di potere,  nascono le prime fashion victim  e la stampa specializzata, si pongono le basi dell’industria moderna come oggi noi la conosciamo.

Dal 16 giugno al 12 settembre sarà messo in scena un viaggio nella quotidianità dell’epoca: dai differenti modi di vestire nell’arco dei giorni e delle stagioni, ai matrimoni, alla maternità, alla nascita e alla morte.

Un percorso tracciato da Cristina Barreto e Martin Lancaster, ricercatori e consulenti tessili del periodo Napoleonico, curatori della mostra che hanno messo a disposizione la loro collezione privata: anni di passione tradotti in migliaia di stampe, centinaia di capi e accessori e un archivio storico della stampa specializzata.

Questa mostra racconta la storia del periodo Napoleonico attraverso i suoi costumi e svela un aspetto inedito del condottiero Napoleone che ha usato la moda come strumento di potere. 
Proprio nel periodo Napoleonico nasce infatti la “passione moda” dove si propongono gli stessi meccanismi e si dà il via ai riti che ritroviamo ancora oggi.  Dalla potenza dei sarti alla scelta del parrucchiere, in un sentiero di vetrine, quelle dei negozi e quelle su stampa: è la nascita di quella specializzata, un insieme pronto a creare le prime Fashion Victim della storia

Un totale di 51 capi che rappresentano la quotidianità e le trasformazioni sociali generate dallo sviluppo industriale e commerciale, conseguenza del nuovo ordine politico in Europa e nelle colonie. Trasformazioni che hanno lasciato una larga impronta nel mondo, ancora visibile oggi. 
Si comincia con il Direttorio, sensuale e stravagante; sobri e rispettabili invece, i costumi della Restaurazione borbonica, a cui si giunge muovendosi tra le sale, fino a sfiorare il puritano pudore vittoriano. La radicale trasformazione della moda maschile, al passo con quella femminile, virile e democratica; la figura del militare, onnipresente in questo periodo. Infine, un’ampia raccolta di stampe, immagini e oggetti del periodo e un archivio storico di Costume Parisien, la prima rivista di moda della storia, completano e contribuiscono a spiegare questo viaggio nella storia, illuminandoci, non senza un pizzico di ironia, sulle radici del fashion system di oggi.

Artefice di questa trasformazione Napoleone Bonaparte, che per primo ha capito come usare la moda come strumento di potere. 

La mostra ha il Patrocinio del Comune di Milano, Assessorato della Moda, Design Eventi

Memories - Uovo performing arts festival

La Triennale di Milano ospita un ampio e importante progetto video, Memories, proiezione di alcune delle più suggestive performance delle nove edizioni di Uovo.

Un progetto sulla memoria del contemporaneo (ma anche sulla scoperta) per offrire l’opportunità anche ad un pubblico più giovane di confrontarsi con la storia del festival e con il lavoro di alcuni dei più interessanti artisti della scena contemporanea.

L’Abbraccio

Poco più di un anno fa, nel marzo 2009, all’ufficio di Gaetano Pesce a New York, arrivava una e-mail quanto mai attraente e lungimirante, era di Michela Barona, amministratore unico di Le Fablier. Si trattava di una proposta di collaborazione tra la sua azienda, leader nel mondo del mobile classico e Gaetano Pesce, progettista conosciuto per il suo spirito innovatore. Per Michela Barona l'idea riguardava la realizzazione di una collezione di mobili lontana dall’accademismo rigido del minimalismo (ormai ai suoi epigoni) e che potesse idealmente ricordare il “calore delle carezze” e la “sensualità dell’abbraccio”. A questa inconsueta, ma originalissima e stimolante proposta, Gaetano rispose, come è ovvio, con curiosità e interesse. Così fu l’inizio della collezione “L’Abbraccio”. Questa serie di mobili è composta da sei tipologie: un tavolo, una sedia, una consolle, una credenza, una libreria ed un armadio. Questi “pezzi” sono realizzati con processi che, pur prodotti in serie, danno origine ad esemplari unici, con dei materiali che vanno dalle resine epossidiche, a quelle poliuretaniche, alle schiume rigide e al legno. I primi tre sono i protagonisti del linguaggio materico di Gaetano Pesce e il quarto è uno dei fautori principali del successo e della fama di Le Fablier. L’Abbraccio evoca l’incontro tra il classico e il contemporaneo e celebra il “mescolamento” caratteristico del nostro tempo, dove i fatti, gli eventi, i pensieri, i comportamenti, le azioni, non corrispondono più a segni di “coerenza”, “monoliticità”, “ripetizione”, “rigidità”, “linearità”, “standardizzazione”, “mascolinità”.

Invece “pluridisciplinarietà”, “sorpresa”, “coesistenza”, “elasticità”, “aleatorietà’’, “liquidità”, “femminilità”, …, ne sono gli attuali segni. Infatti l'innovazione sottintende un radicale cambiamento di valori che siano all’altezza di rappresentare la complessità dei nostri giorni. A voi giudicare, ma a Le Fablier ed a Michela Barona va riconosciuto il merito di voler sperimentare, di promuovere il dialogo tra identità “raggiunta” e quella a venire, di esplorare, provare, scommettere in un futuro fatto di valori non ripetuti, aleatori e “unici” come sono gli esemplari di questa collezione che parla di incontri, di scoperte, di colore e di affetti. In un tempo temporalesco come l'attuale, Le Fablier esprime fiducia e ottimismo che, molto probabilmente, segnano nuove strade e aprono al Design dei nuovi orizzonti.

William Forsythe - Uovo performing arts festival

Dieci anni di Uovo. Dieci anni che hanno posizionato la performing art al centro della scena ridefinendo l’idea stessa di festival. Dieci anni nei quali Uovo ha saputo rinnovarsi costantemente, mescolando linguaggi e formati, affrontando il rischio per declinarsi in direzioni sempre differenti e dar vita a progetti “paralleli” in grado di rinforzarne la vocazione indisciplinata.

Ad inaugurare la decima edizione di Uovo, un’opera di William Forsythe, tra i più importanti coreografi al mondo, capace di mescolare in modo straordinario i linguaggi della danza, dell’arte e della tecnologia, vincitore tra l’altro nel 2010 del “Leone d’Oro” alla carriera alla Biennale di Venezia.

Forsythe, a quasi dieci anni dall’ultima apparizione in Italia con una propria compagnia, presenta negli una videoinstallazione inedita per il nostro Paese: su quattro schermi di grandi dimensioni verranno proiettati tre differenti video presentati nelle più prestigiose manifestazioni internazionali: Solo, Antipodes I / II, Suspense

The  Forsythe Company è sostenuta dalla città di Dresda e dalla regione Sassonia, dalla città di Francoforte e dalla regione Assia, è compagnia in residenza sia al Centro Europeo per le Arti “HELLERAU” di Dresda sia al Teatro “Bockenheimer Depot” di Francoforte. The Forsythe Company rivolge uno speciale ringraziamento per il sostegno alla signora Susanne Klatten.

Una collaborazione Uovo, Fondazione Teatro Grande di Brescia e Triennale di Milano.

Vertigo - Let the surfaces play

La metafora della “vertigine” in un’exhibition di design, un’installazione che avvolge il visitatore catturandolo in un vortice di suggestioni tattili e di colori, rivolti all'interior design.

Vertigo. Let the Surfaces Play racchiude la creatività produttiva di Arpa Industriale e Skema, due aziende leader nella produzione di pannelli HPL e superfici, che scelgono il linguaggio artistico per presentare la propria gamma di prodotti.

 “Vertigo”, la struttura elicoidale che si erge nello spazio all'interno della Triennale di Milano e protagonista dell’exhibition, è il segno grafico (impresso sul pavimento realizzato da Skema con laminato HPL Arpa in stampa digitale) che diventa segno materico, stereotipo tridimensionale: un elemento  iconico, un labirinto verticale che racchiude forma e funzione.

Il gioco dei dischi di laminato HPL Arpa che funge da pelle esterna, invita il visitatore ad avventurarsi all'interno della spirale dove si rivela la funzione delle pareti fonoassorbenti di Skema e dove si svela il vero cuore dell’installazione, custodito da questo insolito "fossile". E’ Ikaray, un imprevedibile oggetto retail oriented, progettato dal designer Pelikan per ispirare architetti e designer sulle molteplici possibilità di lavorazione, taglio, sezionatura e impiego dei laminati HPL di Arpa.

Vivendi - Contemporary Naturalism - Da Lassie ai Pokémon

Triennale VisionLab il Laboratorio dei Laboratori della Triennale di Milano che promuove la cooperazione creativa tra giovani artisti e scienziati, presenta VIVENDI contemporaryNaturalism - da Lassie ai Pokémon un'Opera/Ricerca di Mauro Ceolin in occasione di Labsoflabs 2011

Il progetto, curato da Alberto Pizzati Caiani, consentirà di approfondire la proposta artistica dell'Opera partecipando con l'Artista al Laboratorio Art and Science crossing di ibridazione di codici e canoni; verranno presentati i primi risultati della Ricerca che dal 2006 Ceolin ha sviluppato su personaggi, icone e oggetti transmediali che popolano l'immaginario intragenerazionale mondiale.
Esploratore di paesaggi, luoghi e mondi elettrico/elettronico/informatico/digitali, Mauro Ceolin, novello Darwin, si spinge fino a tracciare una nuova frontiera del concetto di Natura, cercando di carpirne ed esprimerne un innovativo portato di senso per una società globale sempre più pervasa da dimensioni virtuali, immateriali.

La Mostra, integrata da docu-video, sound design performance e drammatizzazioni teatrali, sarà animata da visite guidate a cura dell'Artista e del curatore del progetto e da openConferences che vedranno la partecipazione di artisti e scienziati, compositori, designers, videoartisti, filmakers, filosofi che dialogheranno con il pubblico.

Collaborazioni
Mauro Ceolin e Matteo Scanni
analisi spazio-ambientale attraverso i trailer nel cinema e nella televisione, dagli anni ‘30 a oggi: video

Mauro Ceolin, ricerca e concept; Stefania Giannì elaborazione e interpretazione
Rielaborazione sonora di 3/5 canzoni popolari, utilizzando come spartito musicale i trend di ricerca del search engine googl: performance sonora

Mauro Ceolin, ricerca e concept; Fattoria Vittadini analisi e interpretazione
studio e elaborazione di un linguaggio corporeo rappresentativo e performativo di forme vivendi nel loro ambiente in-naturale.

Asmagita Darvinci
cut-up sonoro dei maggiori prodotti cinematografici e televisivi, dagli anni ‘30 a oggi: composizione sonora

La mostra è stata realizzata con il contributo di Intesa SanPaolo e del Politecnico di Milano, Partners fondatori di Triennale VisionLab

Beyond Entropy - When Energy Becomes Form

Beyond Entropy When Energy becomes Form promuove la collaborazione fra artisti, architetti e scienziati impegnati nella creazione di specifiche installazioni che interessano diversi tipi di energia: energia elettrica, energia potenziale, energia meccanica, suono e massa.

I lavori in mostra sono la conclusione di un processo iniziato al CERN di Ginevra nel febbraio 2010 e culminato con un'esposizione dei prototipi alla Fondazione Giorgio Cini a Venezia in occasione della Biennale di Architettura nell'agosto 2010.

La mostra nasce dall'urgenza con cui il tema dell'energia é stato trattato recentemente nei dibattiti politici, economici e scientifici, ma non abbastanza in ambito culturale. Soprattutto nel dibattito architettonico, l'energia é spesso considerata una questione puramente tecnica, affrontata da tecnici specializzati, o anche come qualcosa di collegato alla retorica della sostenibilità (l'architettura “verde”) ed é quindi trattata dal punto di vista sociale, ecologico e quindi di nuovo tecnico.

Beyond Entropy offre agli architetti la possibilità di riappropriarsi di questo tema così attuale e di configurare nuovamente il dibattito sull'energia insieme ad artisti e scienziati. Obiettivo di questa ricerca é considerare l'energia poeticamente, nella sua valenza culturale più ampia: invece di soffermarsi sulle implicazioni e sulle conseguenze dell'energia in rapporto all'industria delle costruzioni, l'ambizione della mostra é quella di considerare il concetto di energia prima di ogni applicazione architettonica. Come Aldo Rossi ha osservato all'inizio di “Autobiografia scientifica”, in ogni artista o scienziato il principio di conservazione dell'energia è intimamente legato alla ricerca della felicità e della morte. Anche nell'architettura questa ricerca è legata alla materia e all'energia: senza questa riflessione non é possibile capire alcuna costruzione né dal punto di vista statico né compositivo.

Ignazio Moncada - I caldi pomeriggi nei giardini di Polifemo

Triennale Design Museum presenta una selezione di opere in ceramica di Ignazio Moncada: vasi, piatti, sculture che testimoniano la vivace e sfaccettata produzione dell’artista, caratterizzata dalla vitalità del colore e dall’attenzione al segno, talvolta vigoroso (memore delle colature dell’Action Painting), talvolta ispirato al costruttivismo, talvolta rarefatto.

Moncada è un artista estremamente prolifico. Animato da una urgenza della creazione e da una pulsione alla sperimentazione sui materiali, interviene su molteplici e sempre diversi supporti, che vanno da assi di legno recuperati a carte fino a opere monumentali come il Muro di ceramica policroma di 6 x 3 metri, realizzato a Gibellina nel 1979, e la panchina in ceramica lunga 42 metri realizzata per Albissola Marina nel 2007. 
Moncada ha inoltre inventato la Pont-Art, tendenza che nasce sui ponteggi di case in costruzione, che prevede interventi pittorici sulle coperture delle superfici plastiche attorno ai muri delle case.
Anche il suo affascinante studio-abitazione, in un complesso di capannoni industriali a Milano, testimonia questa vivacità produttiva: la differenziazione abitazione-studio è molto labile e anche le suppellettili da cucina sono decorate dall’artista stesso che dà vita a una sorta di “opera d’arte totale”.

Le mostre del Triennale DesignCafé sono un progetto a cura di Silvana Annicchiarico.

MINI Design Award 2007 - I Edizione: La luce

Il primo dei tre concorsi di idee a invito in programma fino al 2007, promossi da MINI in collaborazione con l’Istituto Europeo di Design (IED) e con la partecipazione di ADI, Associazione per il Disegno Industriale e rivolti alle nuove leve del design italiano.

Molti tra i progetti consegnati hanno considerato l’utilizzo di lampioni o, più in generale, di fonti luminose dalle forme e funzioni avveniristiche e hanno posto l’accento sul rapporto duale tra luce e ombra che si risolve in maniera ludica. È questo il caso di Giardino cromatico del designer Ely Rozenberg (Roma), uno spazio urbano costellato da regolatori che, calpestati, emettono luci colorate di intensità variabile.

Tra i lavori presentati dalle università invitate si distinguono La città di Welles di Paolo Virgolini, studente del Politecnico di Milano, e In-contro luce di Mario di Mauro, studente dell’Università di Napoli Federico II. Virgolini, immaginando Milano come una delle tante città invisibili descritte da Italo Calvino, ha concepito un oggetto luminoso astratto da tutto ciò che lo circonda. In sostanza, un disco alieno e “immediatamente riconoscibile, surreale e in continua evoluzione”; di Mauro utilizza, invece, luce e ombra per intervenire sul traffico pedonale e automobilistico. Gli studenti del corso di design dell’Istituto Europeo di Design hanno partecipato al concorso proponendo ipotesi sull’illuminazione della Stazione Centrale di Milano.

Tra gli altri progetti si segnalano Via col velcro di Lucio Lazzara, designer di Milano. Il progetto pone l’accento sull’aspetto “slow” della luce vista come un mezzo per ricostruire un’atmosfera privata negli spazi urbani e renderli più confortevoli. Quindi una luce che rallenta i ritmi e suggerisce un “salotto urbano”, rilassato, caldo; una luce per incontrarsi, per sostare, per parlare, in sintesi una luce da soggiorno per la piazza: Abatjourban cioé un’abatjour per la città.

Diverso ma complementare il discorso per Do you light MINI? di Matteo Ragni, designer di Milano, che evidenzia l’aspetto “fast” della luce chiamando al ruolo di protagonista un oggetto tipico dell’arredamento urbano, il lampione la cui forma rimanda ai fanali della MINI che, incontrandosi danno vita a un cuore luminoso, cardine di questo progetto. Nelle ore diurne il lampione comunica con la città attraverso un cuore pulsante, simbolo del lato “fast” della città dove auto e uomini scorrono veloci e sicuri come nel sistema circolatorio del corpo umano. “Durante le ore notturne il cuore si apre dopo aver accumulato l’energia della giornata per donare alla città il suo bagliore.” Questo lampione é dotato di un sistema che, in sincrono con il movimento urbano regola l’intensità luminosa.

La giuria del MINI Design Award è presieduta da Gillo Dorfles, pittore e critico d’arte. Ne sono membri Enrico Finzi, presidente degli istituti di ricerca Astra e Demoskopea, Elio Fiorucci, stilista, Alessandro Mendini, architetto e designer, Piergiovanni Ceregioli, responsabile ricerca e sviluppo IGuzzini, Piero Castiglioni, architetto e designer, Carlo Forcolini, presidente dell’ADI.

Modelli di Giovanni Sacchi

I modelli di Giovanni Sacchi rappresentano un elemento di grande rilievo per chi vuole capire fino in fondo la nascita e le particolarità del design italiano.

Tutti gli oggetti più noti sono passati, in fase di modello, tra le mani di Sacchi: frigoriferi, orologi, radio, macchine da scrivere, macchine per cucire, televisori, telefoni, calcolatori, ecc.

Per cinquant’anni, a partire dall’incontro con Marcello Nizzoli, la “bottega” di Giovanni Sacchi, modellista milanese, è stata crocevia di esperienze, incontri, sperimentazioni che hanno contribuito al successo del design Made in Italy. Quasi tutti i designer più noti, italiani e stranieri (da Nizzoli ai Castiglioni, da Munari a Zanuso, da Bellini a Sottsass, da Sapper a Colombo e tanti altri), hanno lavorato nel laboratorio di via Sirtori, in cui sono stati costruiti più di ventimila modelli di design e di architettura.

Nel 1998 Giovanni Sacchi è stato insignito del Premio 
Compasso d’Oro ADI alla carriera.


In occasione dei Salone 2005, Cosmit e La Triennale di Milano rendono un doveroso omaggio a uno dei principali protagonisti del mondo del design, a chi ha saputo verificare la fattibilità delle idee di cinquant’anni di storia del progetto italiano. 

Fluid

Fluid come una dimensione tra pensiero e materia
Fluid come espressività
Fluid come flessibilità
Fluid come vicina al metabolismo umano
Fluid come naturale
Fluid come semplice e facile
Fluid come ubiqua
Fluid come qualcosa che ci riguarda
Fluid come futuro nel quotidiano

Un habitat fluido tra pensiero e materia nel nome del movimento e della flessibilità.
Un’abitazione dinamica, mediatica e sensoriale.
 “L’allestimento – dice Massimo Iosa Ghini - vuol essere uno spazio che rappresenti l’idea di mutazione, di variabile,utilizzando luci e tecnologie in movimento dinamico, che proponga un futuro vicino e possibile e al tempo stesso una casa vera e propria con gli elementi che fanno parte della vita di tutti i giorni. Questo futuro – aggiunge – desiderabile semimateriale mediatico e sensoriale è così vicino da poterci finalmente entrare”.

Promisedesign - New design from Israel

A cura di Vanni Pasca e Ely Rozenberg

Promisedesign è una collettiva di design israeliano che approda per la prima volta a Milano.

Negli ultimi anni la scena del design israeliano è in continuo fermento. L’attività accademica, i numerosi eventi e mostre nel settore e il riconoscimento dell’establishment sono alcuni acceleratori di questo fenomeno che cresce a vista d’occhio.

Promisedesign vuol essere uno spiraglio sul mondo del design israeliano, cercando di analizzare il tema dell’esistenza di un’identità locale nel design israeliano e quale siano le sue caratteristiche.

I curatori, Vanni Pasca ed Ely Rozenberg, hanno dato vita alla prima collettiva di giovane design israeliano dal titolo Industrious Designers presentata ad Abitare il Tempo (Verona, 2001) e successivamente itinerante in vari paesi europei. Grazie a questa diffusione lo storico del design Mel Byars, autore del Moma

Design Enciclopedia, avendo avuto modo di entrare in contatto con il design israeliano rappresentato nella collettiva ha dichiarato che il design israeliano è »il segreto più nascosto nel mondo del design«.

Il carattere delle opere esibite rispecchia un design sperimentale che indaga sui materiali o sullo stile di vita contemporaneo in continua evoluzione. Promisedesign indaga in particolare su alcuni temi: Shulkan Aruh (La tavola imbandita) ovvero il mondo della ceramica per la tavola; Golem ovvero oggetti interattivi o che simulano il comportamento umano; Wunderkind (bambino prodigio), design per l’infanzia ed infine l’Artigianato post industriale.

Quest’ultimo tema in particolare fa riferimento alla specifica situazione israeliana, dove manca una vera industria di supporto per la produzione di mobili mentre l’industria dell’high-tech è altamente sviluppata. Questi fattori insieme hanno dato vita a un’articolazione di tendenze che vanno da un design molto evoluto sul piano tecnologico (medicale, elettronica etc) a un design che fa uso di strumenti tecnologicamente avanzati ma in modo artigianale, ovvero al di fuori della produzione industriale.

Need, il carrello da supermercato alto 5 mt. Di Ido Bruno. Scelto come immagine della mostra, contiene il volume e la varietà di cibo consumato in un anno da un Israeliano medio. Tra le altre cose esso simboleggia concettualmente un design non industriale basato su un oggetto – simbolo del consumismo industriale.

Promisedesign cerca di rivelare o almeno di svelare in parte quello che sarebbe considerato il segreto più nascosto nel mondo del design, ma anche di puntare i riflettori su quella che è ancora soltanto una promessa che dovrebbe essere mantenuta dai designer ma anche dai produttori e dalle istituzioni.

La porta del paradiso

Cocif, azienda leader nel mercato dei serramenti in legno e Designboom, popolare magazine on line sul design, scelto dalle migliori aziende di tutto il mondo per progettare, gestire e promuovere concorsi di design, hanno organizzato un concorso internazionale, rivolto agli studenti e ai professionisti di tutto il mondo, per la progettazione della “porta del paradiso”, una porta innovativa come forma, funzionalità e tecnologia.

Al concorso hanno partecipato 3652 designer e organizzazioni in rappresentanza di oltre 90 stati di tutto il mondo, dall’Afghanistan all’Albania, dal Mali al Kenia. I progetti sono stati valutati da una giuria internazionale composta da alcuni dei più importanti musicisti, architetti e design del mondo come Philippe Starck (designer), Peter Gabriel (musicista), Oliviero Toscani (fotografo) e Luca Trazzi (Designer). Gli elaborati che presentano le soluzioni più innovative sia per gli aspetti formali che per quelli di uso e di cultura, sono stati premiati il 13 aprile 2005, alla Triennale di Milano. Designboom si è occupata dell’allestimento della mostra, selezionando gli oggetti di design più interessanti per creare una manifestazione che conduca il pubblico verso il ”paradiso”. Alla premiazione presenti alcuni dei componenti della giuria: Oliviero Toscani e Philippe Starck.

Enzo Mari e diecimila milioni di alberi di sugi

Progetto di allestimento: Enzo Mari
Luci: Piero Castiglioni

La mostra Enzo Mari e diecimila milioni di alberi di sugi racconta l’incontro e la collaborazione del noto progettista italiano con l’azienda giapponese HIDA SANGYO, specializzata nella realizzazione di mobili in legno.

Di fronte ad una produzione che sembra quasi esclusivamente obbedire a un’applicazione standardizzata - quando non stregonesca - delle logiche di marketing, Enzo Mari non rinuncia a levare il proprio “grido” e continua caparbiamente a reclamare l’urgenza di ragionare sul design in termini di qualità complessiva del progetto. Come affermava nel suo Manifesto di Barcellona del 1999, la priorità rimane quella di porre Il lavoro al centro, perché la forma, nella sua stessa ontologia, implica Il lavoro che la realizza e dunque non può essere letta solo come segno che conferisce eleganza al prodotto industriale.

Alla piena ed effettiva condivisione di questa premessa si deve la nascita della collaborazione con Hida Sangyo, iniziata nel settembre 2003, a seguito di un ciclo di conferenze tenuto da Mari in Giappone, a Takayama, nella prefettura di Gifu, regione prevalentemente montuosa situata nel centro del paese. Gli incontri erano stati organizzati dall’Istituto Oribe, una istituzione governativa che lavora al rilancio del bacino industriale di Gifu, nel quale è situato il distretto di Takayama, noto come zona di “vocazione” per l’attività di lavorazione del legno.

Il programma dell’Istituto Oribe prevedeva anche la visita ad alcune industrie locali di mobili. L’azienda Hida Sangyo era tra queste e il suo Presidente, Sanzookada, profondamente colpito dalla personalità di Enzo Mari sia per la sua filosofia del design, sia per la profonda conoscenza degli ideali di bellezza dell’antico Giappone, decideva immediatamente di proporgli di progettare per Hida Sangyo una linea di mobili in legno di sugi, destinata ad essere diffusa e commercializzata in tutto il mondo.

In realtà il sugi (una specie autoctona di cipresso anni fa massicciamente impiegata dai Giapponesi per far fronte alle necessità di rimboschimento rapido delle zone devastate durante la Seconda Guerra Mondiale) produce un legno non particolarmente adatto alla realizzazione di mobili, ossia decisamente tenero e caratterizzato da una notevole presenza di nodi. Eppure il suo utilizzo nell’industria mobiliera sarebbe del tutto auspicabile, in quanto consentirebbe di ridurre la sovrabbondanza di questi alberi che oggi, a causa del loro eccessivo numero, sono diventati un serio problema per la salute delle grandi foreste del Giappone.

Oltre a questa positiva ricaduta sulla tutela dell’ambiente, la produzione di mobili in sugi senza dubbio sarebbe in grado di determinare un notevole contenimento del costo della materia prima. Sebbene estremamente evoluta sotto il profilo tecnologico, la lavorazione del legno massiccio rimane ancora molto legata all’antico sapere artigiano ed ha perciò bisogno di manodopera altamente qualificata e specializzata. Abbassare i costi di produzione cercando soluzioni “altre” dall’intervento sui salari e sulle condizioni dei lavoratori dimostra la volontà di perseguire una competitività che non implichi necessariamente una perdita di qualità formale e sociale. Come ribadisce Enzo Mari, è facile capire come “oggi, tale ecologia per l’uomo non sia di minor importanza di quelle per le foreste…”.

Il fattore della eccessiva tenerezza del sugi è stato risolto da Sanzo Okada e dai tecnici di Hida Sangyo che, anche grazie al contributo di alcuni istituti universitari giapponesi, sono riusciti a mettere a punto un particolare sistema di compressione delle fibre che consente di raggiungere un grado di resilienza analogo a quello del legno di faggio.

Per quanto riguarda le nodosità, Okada e Mari non hanno avuto dubbi; essendo una caratteristica naturale, i nodi meritano di essere rispettati. E inoltre: non è forse vero che negli ultimi anni le industrie occidentali, incalzate dal consumo critico, hanno imparato a gareggiare nell’esibire “certificazioni” in grado di attestarne il comportamento virtuoso, sia in termini di rispetto dei diritti dei lavoratori, sia nell’adozione di regole produttive compatibili con i principi di tutela ambientale? Perché dunque non equiparare i nodi del SUGI ad un vero e proprio marchio di scelta sostenibile, dal momento che valorizzare l’utilizzo di questo legno produce azioni eticamente corrette verso la vita delle persone?

La fase preparatoria dei venti prototipi di mobili oggi presentati, in anteprima assoluta, nella mostra Enzo Mari e diecimila milioni di alberi di sugi è durata circa un anno e mezzo, nel corso del quale Mari ha costantemente confrontato e sviluppato le proprie visioni progettuali con il direttore della produzione e il gruppo di lavoro di Hida Sangyo, riuscendo, come non gli accadeva da tempo, ad agire nella dimensione di quel lavoro collettivo di cui egli lamenta, a volte con toni di aspra polemica, l’assoluta rimozione e l’ormai totale inattuabilità culturale nell’ambito della committenza industriale del nostro paese.

Il pubblico si trova nella condizione privilegiata di poter avere esperienza di una differente modalità per stabilire una relazione tra il proprio “sé” e le sedie, i tavoli, i divani e tutti gli altri mobili esposti. Qui infatti non si è immersi in una sorta di solipsistica autorappresentazione del creativo-narciso. La dimensione epica di Enzo Mari e diecimila milioni di alberi di sugi consiste nel pretendere l’empatia del visitatore e nell’avere il coraggio di pronunciare a voce alta la parola Utopia, affermando la necessità di progetti che ne contengano almeno un barlume, anche solo una traccia, come una sorta di freccia che indirizzi verso altri percorsi possibili.

Un richiamo forte, un monito che Enzo Mari rivolge ad una collettività che, ai suoi occhi, appare troppo docilmente rassegnata alla perdita di strumenti critici e spazi per distinguere ciò che è indotta a volere da ciò che invece realmente desidera.

Cité du Design Saint–Étienne

Questa avventura nasce in un contesto culturale particolare, legato alla storia industriale della Regione. Memoria e attualità si nutrono l'una dall'altra in seno ai musei di Saint Etienne le cui collezioni sono uniche in Europa.

Ma l'attualità creatrice della città si esprime prima di tutto attraverso la Biennale Internazionale Design Saint Etienne, iniziata nel 1998 dalla Scuola Regionale delle Belle Arti il cui scopo è di federare le energie e di radunare in Francia gli attori del mondo del design.

La città del design si articola attorno a tre assi maggiori, connessi gli uni tra gli altri: ricerca, cultura e industria.

Nel cuore del dispositivo, il dipartimento design della Scuola delle Belle Arti ha stabilito un legame con le università e le scuole di ingegneria e di commercio, nello scopo di generare un insieme di formazioni attorno alla ricerca nel campo del design. Questi giovani ricercatori rappresentano il motore dell'attività della Città.

Ubicata nel cuore della città, la Città del Design ridà vita a un luogo chiuso al pubblico da più anni. Costituisce un nuovo centro di animazione urbana.

40/4 Designeventi - I primi 40 anni della sedia 40/4 di David Rowland

Per i primi 40 anni della sedia 40/4, la HOWE ha deciso di allestire una mostra celebrativa presso la Triennale di Milano - la medesima sede in cui, nel 1964, la sedia di David Rowland è stata insignita del Grand Prix Award.

La celebrazione consiste in una serie di omaggi a David Rowland e alla sua 40/4, firmati da 19 designers di fama internazionale.

La mostra-omaggio dedicata alla 40/4 è curata dall'Architetto Boris Berlin dello Studio Komplot.

Negli anni si è detto e scritto molto della classica 40/4 di David Rowland. Si è messo l'accento sul suo design senza tempo, sulla sua semplicità e funzionalità.

Sette milioni di pezzi venduti in tutto il mondo, in un periodo di quarant'anni, forniscono la misura del successo di un progetto sempre al passo con i tempi.

In occasione del quarantennale della sedia 40/4, la HOWE ha deciso di chiedere a 19 noti designer internazionali di attingere al proprio bagaglio creativo e, utilizzando le varie componenti della 40/4, realizzare uno speciale omaggio alla sedia, mettendo in risalto le qualità più evidenti ai loro occhi.

Elenco dei partecipanti
Patricia Urquiola (I), Komplot Design (DK), Justus Kolberg (D), Erik Simonsen (DK), Gunilla Allard (S)
Louise Campbell (DK)
Sigurdur Gústafsson (ICL)
Simo Heikkilä (FIN)
Finn Sködt (DK)
Timo Salli (FIN)
Shigeru Uchida (JP)
Hans Sandgren Jakobsen (DK)
Yrjö + Kristina Wiherheimo (FIN)
Piero Lissoni (I)
Nanna Ditzel (DK)
John Bollen (UK)
Konstantin Grcic (D)

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Next Stop Milano - Designers australiani emergenti

La mostra Next Milano - Designers australiani emergenti è il risultato del Premio Città di Milano 2005 per giovani designer stranieri, organizzato dal Comune di Milano e Camera di Commercio di Milano/Promos. Il concorso, giunto nel 2005 alla terza edizione, nasce con l’intento di selezionare e scoprire giovani designer stranieri per invitarli a trascorrere un periodo della loro formazione professionale a Milano.

Ai giovani designer australiani è stato chiesto di realizzare un progetto di design volto alla scoperta e all’interpretazione della cultura milanese a partire dalla propria realtà, realizzando una sorta di “kit di immersione” che permetta ai visitatori di partecipare e fruire della vita della città immergendosi profondamente nel suo tessuto urbano e rendendo possibile il superamento degli strati superficiali del cosiddetto “sistema Milano”.

L’evento prevede la premiazione del vincitore del concorso, alla presenza delle autorità istituzionali della Città di Milano e della Città di Melbourne, di esponenti del mondo del design milanese e di ospiti di spicco e la mostra Next Stop Milano – Designers australiani emergenti, che presenta i 17 progetti finalisti che spaziano dall’arredamento, all’architettura e all’arredo urbano.

La progettazione della mostra è stata affidata alla società Design Innovation mentre l’allestimento è a cura della società Krea di Massimo Marelli.

Giuria in Australia:
Andrea McNamara, Development Editor Allen & Unwin
Susan Cohn, Direttore Workshop 3000
John Denton, Direttore Denton Corker Marshall
Garry Emery, Direttore Emery Frost Design
Simonetta Magnani, Direttore Italian Institute of Culture Melbourne

Giuria a Milano:
Carmelo Di Bartolo, Direttore Design Innovation (coordinatore giuria)
Arturo Dell’Acqua Bellavitis, Vice Presidente Triennale di Milano
Aldo Colonetti, Direttore scientificoIED
Rodrigo Rodriquez, Vice Presidente Flos S.p.a.
Roberto Giolito, Responsabile Advanced Design Fiat Auto
Carlo Branzaglia, Politecnico di Milano e Accademia delle Belle Arti di Bologna
Andrea Branzi, Professore Industrial DesignPolitecnico di Milano

Abet Laminati e Ettore Sottsass - 40 anni di lavoro insieme

La collaborazione tra Abet Laminati e Ettore Sottsass ha dato origine ad un modo nuovo di concepire il laminato. Una committenza illuminata e coraggiosa da una parte e la straordinaria sensibilità al colore e la grande capacità di Ettore Sottsass di utilizzare il disegno e la sua forza evocativa dall’altra hanno generato una serie di lavori e di manufatti che sono raccolti in questa mostra in cui Abet Laminati festeggia con Ettore Sottsass 40 anni di felice intesa e intenso lavoro.

Il laminato era stato utilizzato fino agli anni ’60 come mera superficie che riproduceva, per imitazione, qualcosa di già esistente in natura (il finto legno, il finto marmo, etc). La grande intuizione di Abet Laminati fu quella di comprendere che il laminato poteva avere una propria indipendente ed originale capacità espressiva, che poteva contribuire a dare identità alla superficie di un oggetto, che poteva vestire un mobile o una piano cambiandone la percezione.

Un approccio rivoluzionario e innovativo che col progredire delle tecniche di stampa e serigrafia ha dato origine a nuove ed inedite soluzioni creative.

Questo percorso è raccontato nella mostra allestita su progetto di Milco Carboni, Studio Sottsass Associati. Vengono esposti pezzi di Alchimia, Memphis e Poltronova, il lavoro fatto per Esprit e alcuni pezzi unici realizzati per la Galleria Mourmans.

Sedetevi con Uli, una panchina per Milano

L’iniziativa Sedetevi con ULI, una panchina per Milano, promossa da Urban Land Institute Italia con il patrocinio del Comune di Milano, dell’ADI (Associazione Designer Italiani), di Assolombarda, della Camera di Commercio di Milano, del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, della Provincia di Milano e della Regione Lombardia, ha avuto l’obiettivo di coinvolgere i cittadini nella scelta della Nuova Panchina per Milano.

All’Ottagono e alla Triennale, i milanesi vedono i prototipi delle panchine realizzate dai sei designer di fama internazionale, Antonio Citterio, Michele De Lucchi, James Irvine, Piero Lissoni, Alberto Meda e Paolo Rizzatto, ciascuno dei quali ha ideato un prototipo di panchina.

Il voto della Panchina per Milano è suddiviso pariteticamente tra voto pubblico (50%) ed un voto tecnico (50%) dato da una giuria specializzata presieduta da Vico Magistretti. Il voto pubblico si riferisce al gradimento da parte dei cittadini milanesi, il voto della giuria riflette un giudizio per ogni panchina con riferimento a cinque specifiche caratteristiche tecniche.

La realizzazione dell’iniziativa Sedetevi con ULI, una panchina per Milano è stata possibile anche grazie al supporto di importanti sostenitori privati, quali Pirelli RE e IGP-Decaux in qualità di Co-Leading Sponsor. Banca Intesa, Còrio, Deutsche Bank Fondimmobiliari SGR, Hines, ING-Real Estate, Monte Paschi Asset Management SGR, Gruppo Fondiaria Sai sono i Corporate Sponsor dell’iniziativa. Gli Sponsor sono: Arup, Banca Popolare di Milano, Massimo Colleoni Tappezziere, Colombo Costruzioni Spa, Galotti, IPI Spa, Marsh, The Carlyle Group, mentre i soci sostenitori sono: Auredia, Fabbrika, Ixis Aew Europe, McDermott Will & Emery Carnelutti, Ras Immobiliare e Reddy’s Group.

Urban Land Institute Italia
Urban Land Institute Italia, presieduta da Manfredi Catella, fa parte dell’associazione culturale Urban Land Institute e opera in Italia dal 2001 con le proprie attività di ricerca ed approfondimento sulla gestione del territorio. Fondato nel 1936, Urban Land Institute è presente in oltre 65 nazioni oltre 23.000 soci, che rappresentano di fatto tutti i mestieri impegnati nello sviluppo del territorio: amministratori pubblici, società di costruzioni, istituti finanziari, promotori immobiliari, investitori, architetti, rappresentanti accademici, analisti e studenti. L’associazione in Italia è presieduta da Manfredi Catella e opera tramite un comitato operativo composto da Matteo Abis, Carlo Berizzi, Ezio Bruna, Massimo Biasin, Valerio Castelli, Kelly Russell, ed un comitato scientifico di cui fanno parte Mario Abis, Paolo Bassi, Mario Breglia, Riccardo Delli Santi, Cesare Ferrero, Paolo Insom, Guido Martinotti, Gianni Ranaulo, Gerardo Solaro Del Borgo. Urban Land Institute (Italia) ha in corso un programma di diffusione sul territorio attraverso l’avvio di distretti nelle principali città italiane. Il primo distretto avviato a Milano sta per essere affiancato dall’avvio del secondo distretto di Roma a cui seguiranno altre città italiane nelle quali gruppi di lavoro locali stanno già lavorando.

Openair Design

Ideazione e cura Gilda Bojardi
Coordinamento: Michele De Lucchi
Luci: Fulvio Michelazzi con Philips

In occasione dei suoi primi 50 anni, Interni, in collaborazione con la Triennale di Milano, ha voluto ribadire il ruolo di Milano Capitale del Design.

L’idea è quella di rendere omaggio alla Triennale con un intervento che qualifichi in modo permanente il grande giardino. Questa area, che una volta costituiva l’ingresso principale al palazzo progettato da Giovanni Muzio, risulta già nobilitata dalla presenza di un’importante scultura: I bagni misteriosi di Giorgio De Chirico.

In questo contesto Interni interviene, in collaborazione con una serie di aziende leader, coinvolgendo noti designer internazionali nella realizzazione di un percorso architettonico: una serie di sculture di design che qualificano l’immagine e l’uso del giardino.

Sono dieci i progettisti invitati a partecipare a questa iniziativa: Ron Arad, Aldo Cibic, Toyo Ito, Toshiyuki Kita, Piero Lissoni, Jean Marie Massaud, Alessandro e Francesco Mendini, Fabio Novembre, Ettore Sottsass.

Dieci designer appartenenti a diverse generazioni progettuali ma accomunati da un forte spessore di sperimentazione progettuale, sono chiamati in questa sede a realizzare oggetti sculture che, nella loro diversità di forme e materiali, interpretano il tema del relax e del lavoro all’aria aperta. Il percorso architettonico si snoderà nel giardino della Triennale sotto la regia compositiva di Michele De Lucchi.

MINI Design Award 2006 - II Edizione: La città su misura

A cura di Rossella Bertolazzi

In mostra i progetti dei concorrenti che hanno aderito a MINI Design Award 2006 – “Il futuro della città. slow o fast? La socializzazione, il gioco e il tempo libero” ovvero “La città su misura”.

MINI Design Award 2006 è il secondo dei tre concorsi di idee a invito in programma fino al 2007 e rivolti alle nuove leve del design italiano, promossi da MINI in collaborazione con l’Istituto Europeo di Design (IED) e con la partecipazione dell’Associazione per il Disegno Industriale (ADI).

38 progetti sul tema degli spazi urbani dedicati alla socializzazione, al gioco e al tempo libero.
Molti tra i progetti consegnati dai designer hanno considerato l’aspetto ludico e aggregante del vivere in città. E’ questo il caso di Soundscape di Frida Andersson, di Traccia, giardino dei pensieri di Lorenza Clivio e di Luco di Daniele Rastelli.

Soundscape invita i più piccoli a creare il proprio percorso di suoni e ritmi attraverso una foresta di morbidi bastoni di varie misure che, sfiorati, producono note di diversa intensità.

Traccia, giardino dei pensieri è un sistema di lavagne in ardesia installato all’interno di un parco che permette a tutti di lasciare una traccia del proprio passaggio, di dare spazio a discussioni e incontri.

Luco, invece, è una colorata struttura in polietilene dalla forma di serpentone, che, a seconda delle esigenze, diventa una seduta per riposarsi e chiacchierare, oppure una struttura complessa per divertirsi con skateboard e bici MBK.

Tra gli altri progetti consegnati, infine, spiccano Minimesis di Dodo Arslan, Skywatcher di Masaki Yamamasu e Spidi_lòu del designer Riccardo Gatti.

Minimesis propone un sistema di sedute in tondino o fusione capace di integrarsi, quando non di mimetizzarsi, con l’ambiente urbano.

Skywatcher è un enorme cannocchiale che permette di guardare la città “oltre al necessario”, in alto, verso il cielo mentre Spidi_lòu è un sistema di arredo urbano pensato per l’integrazione dei momenti “fast” e “slow” della quotidianità. L’inconfondibile profilo della MINI, si trasforma in sedute e piattaforme multifunzionali per la vita all’aperto.

Tra i lavori presentati dalle università invitate si distinguono Trama e Ordito di Raffaella Amoruso, Giuseppe De Gennaro, Fabiana Ernesto, studenti della Facoltà di Architettura del Politecnico di Bari e Dolmen di Dora Alexandra Nacsa, studentessa dell’Istituto Europeo di Design di Roma. Entrambi i progetti, intendono soddisfare l’aspetto “slow” del vivere cittadino e quindi propongono delle sedute fatte di materiali organici.

La giuria del MINI Design Award è presieduta da Gillo Dorfles, critico d’arte e da Marco Saltalamacchia, presidente e amministratore delegato BMW Group Italia. Ne sono membri François Burkhardt, critico di design e architettura, Juli Capella, architetto e designer del Foment de les Arts Decoratives (FAD) di Barcellona, Carlo Forcolini, presidente dell’Associazione Disegno Industriale (ADI), Bianca Pitzorno, scrittrice specializzata in letteratura per l’infanzia, Marco Romano, architetto e autore di libri di architettura e storia dell’arte.

Designer under 35 in concorso:
Avril Accolla, Milano, “Gino, dentro e fuori dai cerchi” – Frida Andersson, Milano, “Soundscape” – Dodo Arslan, Pioltello (Mi), “Minimesis” – Manolo Bossi, Verona, “Libera un libro” – Andrea Carbone, Crotone (Kr), “17 x 17” – Tommaso Ceschi, Milano, “Swing City” – Lorenza Clivio, Arenzano (Ge), “Traccia, giardino dei pensieri” – Andrea Cucchi, Gallarate (Va), “Sofà” – Sandro Danesi, Milano, “Urban living” – Cristina De Agostini, Milano, “Bidonville” – Roberto Delfanti, Brescia, “Urban Idleness” – Odoardo Fioravanti, Milano, “Roundabout” – Alessandro Fonio, Milano, “No MINI, no motion” - Riccardo Gatti, Milano, “Spidi_lòu“ – Tony Lanzillo, Vimodrone (Mi), “Play&Joy” – Tommaso Maggio, Milano, “Omaggio” – Elio Misuriello, Milano, “Leggere al parco” – Matteo Montani, Vailate (Cr), “Modo 3” – Margaret Moser, Chiesa Valmalenco (So), “Poltrona luminosa per arredo urbano” – Antal Nagy, Roma, “Hata” – Francesco Parrella, Milano, “I colori della polvere” – Daniele Rastelli, Misano Adriatico (Rn), “Luco” – Manuel Remeggio, Villorba (Tv), “Mini House” – Masaki Yamamasu, Milano, “Skywatcher” – Arianna Vivenzio, Roma, “Simpodium”.

Università coinvolte e i docenti di riferimento per i loro studenti:
Istituto Europeo di Design (Roma), prof. Alessandro Spalletta, Docente relatore di tesi Industrial Design 2005, arch. Stefano Cassio, Direttore IED Design Roma, arch. Carlo Bordin, Docente relatore di tesi Interior Design.
Domus Academy (Milano), prof. Claudio Moderini, Direttore del corso di Master in I-Design (Interactive Objects Spaces and Services), arch. Andrea Branzi, III Facoltà di Architettura e Disegno Industriale, Politecnico di Milano.
Politecnico di Torino, arch. Claudia De Giorgi, Facoltà di Architettura, Corso di Laurea in Disegno Industriale.
Politecnico di Bari, prof. Annalisa Di Roma e prof. Rosa Pagliarulo Facoltà di Architettura, Corso di Laurea in Disegno Industriale.
Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Architettura, prof. Massimo Ruffilli, Presidente del Corso di Laurea in Disegno Industriale.

PensieriVasiPoesie

Progetto di allestimento e grafica: Fragile

Numa, Nuovi Materiali Antichi, è il progetto guidato da Roberto Zani che da alcuni anni lavora alla rilettura dei materiali della tradizione attraverso linguaggi espressivi contemporanei, producendo piccole serie e oggetti di design in tiratura limitata.

La storia delle collezioni Numa Limited Edition inizia nel 2001 con Just for Flowers, sei vasi in peltro disegnati da Ettore Sottsass e prosegue negli anni successivi con altre tre collezioni in tiratura limitata, in legno, peltro e vetro.

PensieriVasiPoesie è la mostra che racconta il nuovo percorso di ricerca intrapreso dal marchio Numa: l’incontro con la poesia, l’architettura, la filosofia. Insieme a sedici nuovi oggetti in peltro, legno e vetro, Numa edita per la prima volta due volumetti in tiratura limitata con versi inediti del poeta Mario Luzi e un saggio del filosofo Remo Bodei.

Tre le nuove collezioni nate da questo incontro e proposte in un'atmosfera rarefatta percorsa dai segni e le grafie degli autori alle pareti: la straordinaria collezione di “architetture di peltro” Tredicivasi, disegnata da Mario Botta; la collezione Delle segrete e silenziose lacrime -dalla prima delle cinque poesie di Mario Luzi- composta da un libro delicato e leggero in carta riso e da un calice-lacrimatoio in vetro di murano disegnato per quei versi da Ettore Sottsass; la collezione Ospiti della vita, che propone l’omonimo saggio del filosofo Remo Bodei, restituito in un piccolo libro-manifesto lungo 10 metri e per il quale Michele De Lucchi e Giuseppe Rivadossi hanno realizzato due custodie speciali in pelle e alluminio e in legno.

Mundus Vivendi

La Regione Campania porta in Triennale l’innovazione e la qualità del design delle produzioni delle aziende campane. “Mundus Vivendi - Una casa, un ambiente: una combinazione di sensi. Feel at home", mira ad enfatizzare l’elemento caratterizzante della cultura del design campano che non si pone fuori dalla modernità, ma intorno ad essa, attraverso un filo conduttore che lega le produzioni proposte come qualcosa di vivo e attualizzabile. 
Materiali pregiati, lavorati artigianalmente, tradotti in idee e progetti. 
L’evento offre alle aziende campane un’occasione per rilanciare l’economia del settore che rappresenta uno dei punti di forza dell’Italia che con le sue 80 mila imprese e 400 mila addetti (dati Istat 2003) è uno dei maggiori produttori del comparto.
E’ anche un’ottima opportunità per gli espositori di incontrare i rappresentanti dell'offerta italiana ed internazionale, di proporsi a nuovi mercati, di trovare strumenti e soluzioni per migliorare la qualità del lavoro, aggiornarsi sulle ultime tendenze, favorendo gli scambi ed incrementando le vendite.

Nespresso Design Contest

La Triennale di Milano ospita i 24 modelli tridimensionali e video realizzati dagli studenti delle scuole di design europee finalisti del concorso Nespresso CoffeeUnplugged.

Lanciato nel giugno 2005 da Nestlé Nespresso S.A., l’azienda del caffè di altissima qualità, dell’eccellenza nel design e dell’arte nell’innovazione, in collaborazione con il media partner Interni, il contest è giunto al suo momento clou: l’esposizione ufficiale dei progetti selezionati lo scorso 7 novembre 2005 in Triennale da una Giuria di nomi eccellenti del design internazionale e la premiazione dei vincitori.

Una visione sul futuro del consumo del caffè, una particolare attenzione ai moderni stili di vita e all’attuale cultura nomade: questi i temi sui quali gli studenti sono stati invitati a riflettere e progettare.

Tra tutti i lavori pervenuti, oltre 360 tavole da 22 Paesi diversi, sono stati scelti 24 progetti, di cui 5 italiani, selezionati per il contenuto innovativo, la qualità del design e le future potenzialità di applicazione e commercializzazione.

I 24 progetti finalisti, sviluppati in modelli e video per l’appuntamento di aprile con il design, sono i protagonisti di uuna mostra in Triennale progettata dal Graphic Designer svizzero Werner Jeker, che ha animato le eleganti scalinate del Palazzo dell’Arte, raccontando il futuro del caffè.

In mostra modelli di macchine da caffè portatili, pensate per una cultura nomade, sempre in movimento; nuovi packaging e sistemi di esposizione delle varietà di capsule Gran Cru nei luoghi di ristoro e ancora: ricerca sui materiali, sull’utilizzo delle capsule dopo l’uso e su innovativi sistemi di preparazione e consumo del caffè. Tecnologia e creatività ridisegnano un nuovo rituale del caffè che pensa al futuro adattandosi al mondo Nespresso più attuale.

La mostra si è inaugurata con la cerimonia di premiazione, durante la quale sono stati annunciati i vincitori: la Giuria ha infatti assegnato 3 premi per il primo, secondo e terzo classificato (oltre ad uno special prize) con un montepremi complessivo in denaro pari a 26.000 €.

Presenti Gerhard Berssenbrügge (Ceo Nestlé Nespresso S.A.), Gilda Bojardi (direttore di Interni), i membri della giuria e gli studenti e professori che hanno partecipato al concorso.

I membri della Giuria invitata a selezionare i progetti finalisti sono: Alberto Alessi, Alessi (Italia), Elisa Astori, Driade (Italia), Antoine Cahen designer (Svizzera), Giulio Cappellini, Poltrona Frau Group (Italia), Konstantin Grcic, designer (Germania), Alfredo Häberli, designer (Svizzera), Ineke Hans, designer (Olanda), Javier Mariscal, designer (Spagna), Patrick Norguet, designer (Francia), oltre a Gerhard Berssenbrügge, Ceo Nestlé Nespresso S.A. e Gilda Bojardi, Direttore di Interni.

Le scuole che hanno partecipato al concorso con la supervisione di docenti noti a livello internazionale:
Fabrica, Treviso (Italia): Aldo Cibic
Politecnico, Milano (Italia): Prof. Arturo dell'Acqua Bellavitis
Ecal, Losanna (Svizzera): Prof. Alexis Georgacopoulos
Hgkz, Zurigo (Svizzera): Prof. Ruedi Widmer
Royal College of Art, Londra (UK): Tom Dixon
Escuela de Arte y Superior de Diseño, Valencia (Spagna): Prof. Vicente Blasco
Uiah, Helsinki (Finlandia): Prof: Timo Salli
Design Academy, Eindhoven (Olanda): Lisa Smith
Akademie der bildenden Künste, Stuttgart (Germania): Prof. Uwe Fischer
Universität der Künste, Berlino (Germania): Prof. Egon Chemaitis
Universität für angewandte Kunst, Vienna (Austria): Prof. Paolo Piva
Ecole Camondo, Parigi (Francia): Dominique Averland
Ecole Boulle, Parigi (Francia): Prof. Vaïana Le Coustumer

1949–2006 oggi è già domani

A cura di Aldo Colonetti
Progetto di allestimento: Origoni&Steiner

Caimi Brevetti si racconta attraverso un progetto importante che racchiude gli oltre cinquant’anni della sua storia; quella di un’azienda che ha fatto di innovazione, ricerca e funzionalità i capisaldi del suo lavoro.

Una mostra trasversale che illustra, attraverso brevetti e progetti, l’evoluzione degli anni più caldi del made in Italy.

La mostra si propone come un percorso che segue ipoteticamente l’iter produttivo di tutti i modelli Caimi: ideazione, progettazione e prototipazione, verifica della qualità e ricerca continua sui materiali e determinazione, attraverso il brevetto, di una assoluta e indiscussa originalità.
Oggetti in cui è facile riconoscersi e identificarsi, perchè nascono da specifiche esigenze, come supporto alla vita quotidiana di ognuno e alle sue necessità che cambiano con il passare degli anni e che spesso Caimi Brevetti ha anticipato.
Conoscere il passato dunque per capire il futuro.

Materials Matter 2006

Mostra di materiali e processi innovativi raccolti all’interno di Materials Matter 2006, una pubblicazione che riguarda principalmente tre aree interessanti dello sviluppo dei materiali.

Una nuova piazza effimera per la Triennale di Milano

Un progetto che si distingue per semplicità ed eleganza, pensato per la Triennale nei lucenti toni argentei del bianco damascato della nuova collezione Stile di Refin.

Dalla collaborazione di Refin Ceramiche con l’Architetto Simone Micheli nasce il nuovo progetto di arredo della piazza antistante la Triennale di Milano, tempio dell’architettura e sede di confronto fra le tendenze emergenti del design.

La nuova piazza, ridipinta di bianco dall’immaginazione di Simone Micheli e avvolta nella incantata cornice del decoro damascato argento della collezione Stile di Refin, dà vita a un’originale e seducente idea di spazio metropolitano. Semplicità ed eleganza definiscono un ambiente esterno moderno e quasi surreale, arredato secondo lo stile del designer.

Per lo spazio della Triennale, Simone Micheli mette in opera la sua capacità di risvegliare le emozioni che hanno origine da intense sensazioni visive e di creare ambienti sensoriali, con una ricercata e al tempo stesso lineare architettura di profumi, luci, ombre e mix di chiaro-scuri

L’energia del bianco, l’eleganza e la purezza ricercate da Simone Micheli, trasformano una piazza nel centro di Milano in una temporanea oasi di delicatezza e splendore, dove anche i rumori della città sembrano dissolversi.

Con Stile, Refin propone una nuova tendenza fatta di colore e di ambienti luminosi e vivaci, con la semplice raffinatezza dell’Italian Style. La nuova collezione, caratterizzata da superfici graffiate e colori intensi, riproduce l’effetto delle vernicidei muralescon cui gli artisti post-moderni ornano le grandi facciate degli edifici metropolitani.

50 Years Japan: Good Design Award

Per la prima volta a Milano sono raccolti 100 prodotti made in Japan, espressione dei più diversi linguaggi industriali, dall’ambiente, alla comunicazione, al design sperimentale applicato alla tecnologia e ai modelli aziendali e comunque accomunati dal design.

Good design Award è il premio per il design giapponese per antonomasia, a conferma del progresso industriale-creativo raggiunto dalle aziende nipponiche negli ultimi 50 anni. Istituito da Japan Industrial Design Promotion Organization (JIDPO) e concretizzato nel 1957 dal Ministero del Commercio Internazionale allo scopo di migliorare la qualità della vita e promuovere l’industria attraverso il prodotto di design”, si divide in quattro categorie: Product Design; Architectural and Environment Design; Communication Design e New Frontier Design.

Il percorso espositivo pone l’accento sul design come canale per il progresso dell’industria giapponese, nonché su alcune delle aziende insignite del prestigioso premio negli ultimi anni.

Si ritrovano pezzi emblematici che hanno rivoluzionato il panorama industriale come Soy Sauce Pitcher di Hakusan Toki premiato nel 1961, Transistor Radio di Sony del 1963 e Butterfly Stool di Tendo Co. del 1966 e aziende tra le quali ricordiamo Brothers Industries, Hitachi, Itoki, KDDI, Mitsuifudosan, Ryohin-Keikaku, Nikon, Okamura, Seiko Epson, Sharp, Shiseido, TOTO, Sanyo, Inax, Matsushida.

Bagno con camera

Gioielli by Visentin, il marchio più prestigioso dell’azienda novarese tra i leader nella produzione italiana di articoli dedicati al mondo del bagno arricchisce la nuova collezione BAGNO ICE sviluppando un progetto ambizioso di ricerca ed innovazione nei materiali.

La nuova collezione Bagno ice di Marcello Ziliani per Visentin ha il sapore del futuribile, del progetto d’arredo che completa la sua utilità divenendo elemento multifunzionale all’interno della sala da bagno.

Leggerezza e fusione sono i due concetti-chiave intorno ai quali il designer ha lavorato, concentrando la propria attenzione su un programma completo per l’ambiente bagno che comprende rubinetterie, docce ed accessori coordinati.

Il concept creativo legato alla leggerezza ed alla fusione è di facile ed immediata letturaci illustra lo stesso Ziliani. “Si è trattato di lavorare con l’ottone cromato, elemento tradizionale utilizzato nel mondo del bagno per la produzione della rubinetteria, per conciliarlo con l’acqua e la sua particolare essenza non essenza“.

Studi e ricerche sino ad oggi condotte evidenziavano la volontà di rendere la trasparenza motivo dominante e centrale dei progetti, con soluzioni che avevano portato a prodotti completamente trasparenti. Essi risultavano belli esteticamente ma legati a problematiche di funzionamento, imputabili alla natura stessa dell’acqua, foriera di impurità e calcare come risaputo.

“La soluzione è stata quella di ribaltare il problema” prosegue Ziliani” quindi di non concepire trasparente il cuore dell’oggetto ma trasferire l’elemento cristallino a tutto quanto stesse intorno al “motore” dell’oggetto. Dematerializzare quanto più possibile il segno creativo, rendendo ai minimi termini le dimensioni del prodotto, è stata la vera sfida progettuale di Bagno ice” aggiunge il designer “unitamente alla declinazione del motivo in una collezione estremamente varia di oggetti di cui si contano sino ad oggi oltre 30 elementi”.

Gli articoli della collezione Bagno ice sono infatti molti ed abbracciano rubinetti monocomando da lavabo classico o a parete, rubinetti per bidet, doccia esterno, vasca esterno, doccia incasso, oltre a soffioni e docce a mano con aste saliscendi coordinate. Anche gli accessori sono caratterizzati dalla compresenza dei due elementi: portatelo, portasciugamano, porta-accappatoio, portasapone, portaspazzolino, portarotolo e portascopino.

L’elemento trasparente arricchisce di significato il progetto e ne è parte integrante, anche se si tratta di inserti rimovibili. Essi divengono, oltre che segno distintivo, componente funzionale per l’appoggio degli accessori, utili per godersi un momento di personalissimo relax: il lavabo incasso, così come l’esterno doccia e il gruppo vasca presentano una mensola che diviene base d’appoggio per un dispenser, per un portaspazzolino o quanto altro si ritiene necessario al momento dell’utilizzo.

Si tratta di metacrilato trasparente, materiale scelto per le doti di resistenza a graffi, raggi UV e per l’inalterabilità ai detergenti e materiali di pulizia. Proprio per esigenze di pulizia l’elemento trasparente è stato concepito per poter essere rimosso, ed i pezzi sono uniti con un gioco di incastri, o supportati da altri elementi.

Bagno ice by Visentin è disponibile in due soluzioni: Bagno ice round, in cui la forma cilindrica diviene motivo dominante, nella rubinetteria come nella doccia e negli accessori, e Bagno ice cube, che presenta le stesse soluzioni progettuali interpretate secondo la forma quadrata.

Abbinando abilmente l’ottone cromato al metacrilato trasparente, luci e ombre circondano le forme ed il movimento dell’acqua si riflette magicamente negli oggetti.

Mai si era raggiunta un’armonica fusione tra materiali così diversi con un effetto così accattivante e rilassante, come si conviene proprio a una sala da bagno destinata al benessere del proprio fisico e alla rigenerazione della mente.

Natura (L) mente

Natura (L) mente è una mostra, che continua il percorso Home Nature iniziato lo scorso anno, con cui Teuco Guzzini Spa ha presentato la sua innovativa strategia di cultura del benessere.

Un’iniziativa importante per Teuco, che ancora una volta si dimostra estremamente attenta alle novità e alle tendenze del design e dell’architettura internazionale, portando in Italia l’opera dell’artista giapponese Susumu Shingu, colto maestro-scultore, da sempre attento alle capacità espressive delle materia. Shingu, presenta in questa occasione una scultura interamente dedicata all’acqua e alla luce ispirata al mondo e alla filosofia Teuco Guzzini.

La scelta di Shingu non è casuale: la sua opera di grande modernità, ne fa uno scultore dell’aria e dell’acqua tra antico e moderno, tra spirito dell’uomo e respiro della natura, filosofia che rispecchia perfettamente il nuovo percorso Home Nature intrapreso e concepito da Teuco.

La scultura di Shingu, infatti, parla la lingua della natura che lui sapientemente declina nella dimensione del sogno, dello spazio, del tempo e del lavoro.

Agire con l’aria e con l’acqua promette un’idea della varietà e dello stile evocativo delle opere di Shingu ed evidenzia le caratteristiche della sua arte: sculture che si muovono in modo perpetuo attraverso moti opposti l’uno all’altro, dati da elementi che ruotano a velocità diverse e in diverse direzioni e contrapposti al moto costante delle assi su cui girano. Movimenti non sempre prevedibili che non si ripetono mai nello stesso modo e che offrono moltissime variabili esattamente come in natura.

Lui stesso dichiara:” Sono molti anni che costruisco opere che si muovono nel vento e con l’acqua e, attraverso di esse, mi sembra quasi di avere familiarizzato con l’essenza stessa della natura, che per quanto difficile ed esigente, è anche infinitamente interessante. Se costruisco una struttura debole con un materiale inadeguato, oppure se tento di forzare un movimento innaturale senza rendermene conto, è proprio quella essenza che mi mostrerà inesorabilmente il mio errore. Ma, al contrario, quando scopro forme che sono appropriate al movimento, quell’essenza sarà felice di cooperare con me. Allora i lavori che faccio si fondono con la natura. Nello stesso tempo l’esperienza, le conoscenze scientifiche e le tecniche ingegneristiche che ho accumulato mi hanno insegnato a non sottomettermi alle limitazioni pratiche del mio lavoro, mi ritrovo sempre a meditare sulle infinite possibilità della mia creazione e a lottare per catturare i ritmi della natura”.

Il risultato è, spesso, quello di un’opera dalle soluzioni tecnologicamente molto sofisticate, accompagnate da uno studio di ingegneria rilevante e dall’uso sapiente di materiali contemporanei come l’acciaio, l’alluminio, il Toflan, che rendono le sue opere degli oggetti dalle altissime performance industriali e dalle forme astratte, ma che una volta in uso possono diventare inaspettatamente particolari e leggiadre. Come i fenomeni che rappresentano.

Una ricerca sperimentale della conoscenza e del sapere che trova la giusta esemplificazione nell’allestimento della mostra promossa da Teuco presso la Triennale di Milano, che vede, tra l’altro, la partecipazione – oltre che della grande opera protagonista di Susumu Shingu - di molti attori di riconosciuta professionalità: lo studio Cerri per la parte relativa all’allestimento complessivo, Aldo Colonetti per i contenuti, Giorgio Di Tullio per l’intera regia di luci, suoni e i profumi, e infine Tiziano Barbieri per la composizione dell’ ambiente sonoro.

Teuco Home Nature grazie a Susumu Shingu è ancora una volta in grado di interpretare e sperimentare nuove concezioni del benessere e dell’essere, attraverso una creatività che non si esprime concentrandosi su se stessi ma che volge l’attenzione alle vaste dinamiche della natura attraverso un percorso culturale che porta alla migliore comprensione e rispetto della stessa.

Short Stories

In questa edizione 2006, Short Stories presenta il suo nuovo racconto breve, una collezione di oggetti d’arredo e gioielli contemporanei, prodotti in 9 esemplari, pensati e disegnati dagli architetti Doriana e Massimiliano Fuksas e dall’artista Mimmo Paladino.

Non c’è stato nessun particolare briefing da rispettare, nessun preciso materiale da utilizzare, nessun genere di prodotto di cui aver bisogno. C’è invece stata la voglia di incontrarsi tra le intuizioni creative di tre diverse personalità, c’è stata la libertà di ciascuno di aggiungere del proprio a un’idea dell’altro, c’è stata la disponibilità di lasciar fare l’altro sulla propria idea.

Adesso sicuramente ci sono delle cose, degli oggetti da guardare, da toccare e anche da indossare, ci sono tavoli da appendere come quadri o che fanno luce come lampade discrete, ci sono candele e personaggi che si riflettono su un nastro d’argento, ci sono la terracotta, il mosaico e l’oro.

Il progetto nasce dall'idea di far lavorare artisti e architetti su oggetti poetici, dunque ad alto contenuto artistico e allo stesso tempo decisamente contemporanei, da riprodurre in piccola serie.

Il diavolo del focolare

Evento collaterale dei Saloni 2006 organizzato da Cosmit. In mostra emozioni e visioni di 35 importanti figure del complesso universo artistico femminile sul tema della casa e dei rapporti che al suo interno si intrecciano.

Negli ultimi vent’anni il territorio della creatività nelle arti visive, nel cinema, nella letteratura, e in molte altre discipline, è stato percorso ed esplorato da un inedito e nutrito drappello di presenze femminili,sempre più interessanti, singolari e attraenti.

Tale affermazione non sottende alcunché di vagamente femminista, ma prende semplicemente atto di una realtà socio-culturale in continua evoluzione, che vede nella presenza femminile l’aspetto più propositivo, sovvertitore e innovativo nello scenario culturale e artistico di questi ultimi decenni.

Tra l’altro, con l’utilizzazione di tutti i media a disposizione – installazione, performance, video, fotografia, o disegno – l’artista al femminile ha sottratto all’opera d’arte aura e mistero, avvicinandola più decisamente alla vita quotidiana, al proprio vissuto e a una conquistata consapevolezza di ruoli.

La mostra Il diavolo del focolare si configura come un attraversamento di stati d’animo, emozioni, coinvolgimenti di sensi a volta lievi a volte pesanti, a seconda delle interpretazioni date dalle diverse artiste dell’idea di casa come luogo dell’anima o dell’immaginazione, come territorio da inventare oppure ancora come sede e dimora dei propri sogni o dei propri incubi.

Gli alberi di Lara Favaretto colgono attimi di mutamento, passaggi di stato, metamorfosi, nel desiderio 
– fra il giocoso e il serioso – di regalare allo spettatore una speranza di cambiamento o una fantasia di spensieratezza.

Mentre la stanza di Paola Pivi – chiusa e ossessiva nella decorazione minimale e quasi impercettibile 
– ne azzera speranze e desideri con la sua energia disarmonica fortemente disturbante.

Lo spazio buio di Tracey Emin accoglie un diario personale per immagini, che raccontano, con un’autenticità e una schiettezza brutali e al tempo stesso disarmanti, aspetti intimi e atteggiamenti scandalosi.

Leggiadra, attraente, confortevole e consolante la stanza di Lily van der Stokker, dove un wall painting di nuvole e fiori si spande fino a coprire il divano, in un poetico canto di tenera festosità ma insieme rimando di deteriorabilità e di effimero.

Praticamente una stanza dell’anima, dove rifugiarsi e riconoscersi, è quella di Patti Smith: a dividere lo spazio quadrato, due tavoli, due punti di meditazione – quello dell’artista visivo (un’opera di Marco Tirelli, che da sempre svolge una profonda disamina delle regole geometriche e del rapporto spazio-volume) e quello del poeta (una sedia quale luogo del raccoglimento contemplativo); nel punto d’incontro delle linee immaginarie una frase simbolica, a epigrafe del suo essere artista e poeta.

La stanza-teatro-messa-in-scena di Irene Papas ci trasporta, con la ricostruzione del personaggio di Teodora – regina ammaliante e malvagia – nella straordinaria decadenza del periodo bizantino, dove ogni eccesso, sfrenatezza o esuberanza diventava stile di vita ma anche di morte, dove la spietatezza era simbolo di raffinatezza intellettiva e l’intrigo di corte rappresentava la più ampia manifestazione del potere.

Un’altra stanza e la scena cambia ancora: una struttura di fili sottili sospende a mezz’aria arazzi con i motivi grafici di Pae White, costruendo corridoi colorati che trasformano l’immaginazione in realtà visiva attraverso un percorso di levità e fragile consistenza. Al centro della stanza un grande letto, ricoperto da un ampio arazzo che riprende i colori e il pattern visivo degli intrecci sospesi.

Nell’ottava e ultima stanza, cinque grandi schermi al plasma proiettano visioni oniriche e surreali di Chiho Aoshima, in cui è forte la relazione con la tradizione decorativa giapponese, ma anche con l’estetica pop dei manga e la grafica dei cartoon; poesia e fiaba, immaginazione e colore, estetismo digitale e raffinatezza di disegno ci conducono in una dimensione suggestiva e fantastica nella quale i grattacieli si animano e la vegetazione è percorsa da strane specie viventi con gli occhi a mandorla.

Attorno alle stanze espressamente realizzate per l’evento, è ricostruita una complessa e dialettica immagine di interior, con opere di artiste che con il tema della casa in vario modo e nei vari tempi si sono confrontate: dallo zerbino di chiodi con la scritta Welcome di Mona Hatoum al tavolo di gesso, legno e vetro di Rachel Whiteread che produce il sentimento di uno spazio negativo, come se nella cristallizzazione del calco dell’oggetto fosse insito il concetto stesso di privazione.

O ancora la seggiola-manichino dissacratoria e allusiva di Sarah Lucas, l’impossibile cucina di Rosemarie Trockel, con la quale l’artista rimette in discussione ruoli e preconcetti dell’universo femminile; o le otto lame di coltello ciascuna con incisa una parola, una frase, di Eva Marisaldi, impegnata nel ridiscutere e riproporre in termini diversi gli elementari elementi del quotidiano; e ancora l’enorme divano tondo di Angela Bulloch con il quale il pubblico deve interagire ponendosi in complicate situazioni di instabilità.

L’installazione di Sarah Ciracì, con due immense viti filettate che fuoriescono dal pavimento squarciandolo, punta il dito verso i rischi e le angosce del nostro mondo tecnologico; e poi le valige impilate di Zoe Leonard, quasi un monumento a ricordo del padre Robert, silenzioso atto di memoria e di amore; e la Virgin di Kiki Smith, simbolo, figura metaforica, allegoria della donna posta in un angolo, eccentrica rispetto al mondo che le sta attorno, mentre dalla sua bocca escono fiumi di parole che nessuno ascolta; 
ai suoi piedi l’accumulo di Jessica Stockholder, arruffato e colorato di attrezzi per pulire la casa, inutilizzabili e semplicemente emblematici della vacuità dell’oggetto; Spazi bucati è il titolo dell’installazione di Alessandra Tesi con 24 fotografie di interni di case di abitazione, abbandonate, svuotate, ma con forti impronte e tracce di memoria della vita di chi vi aveva abitato.

Il giocoso e rigoroso allestimento di Matali Crasset prevede contrappunti di pausa con opere a parete, come i quattro collages della serie Bedtimesquare di Monica Bonvicini nei quali il letto è trasformato in luogo di tortura o di gabbia-prigione, mentre nel dipinto di Margherita Manzelli Tutte le teorie si equivalgono il letto sul quale è seduta una anoressica fanciulla bendata è come sospeso, e punteggiato di farfalle scure che nulla hanno di armonioso e tanto meno di leggiadro.

Ancora letti: quello dello psicanalista sul quale resta, nella fotografia di Sarah Jones, l’impronta del corpo di chi si è appena liberato dalle proprie angosce abbandonandole sul copriletto; quello di una camera da ragazza nella fotografia di Stefania Galegati, dove la traccia di un uomo lascia un segno così profondo da sottrarre anche la realtà di una spalliera di legno; o infine quello che si scopre all’interno di un container insieme a una nutrita schiera di housekeepers di colore, nel frame dal video della performance di Vanessa Beecroft.

Nella grande fotografia di Sam Taylor-Wood un giovane a torso nudo gioca con i suoi cani, ma alla base, quasi una ‘predella’, una sequenza di scene erotiche all’interno di un ipotetico bagno turco contrastano l’apparente armonia della scena bucolica.

Simbolica, ieratica, emblematica la fotografia di Marina Abramovic nel gesto di pulire la casa prima di abbandonarla. Fantasia assolutamente kitch nella fotografia di un salotto borghese dove uomini e cose sono rivestiti da Sandy Skoglund di cipster per il Cocktail party, una polemica critica nei confronti di una società che ha perso la propria identità culturale e sociale.

Gli elementi di arredo della casa sono il soggetto di una serie di fotografie di Paola Di Bello, che li rintraccia abbandonati nelle discariche o in mezzo ai prati e ce li riconsegna riposizionando l’immagine nel verso nel quale originariamente erano vissuti.

Due giovani artiste presentano video: l’olandese Tessa Manon den Uyl incarna un personaggio da fiaba che con lenti movimenti scanditi da un ritmico e calmo sonoro estrae una bacchetta con la quale manifesta una barca e poi una casa e mentre questa prende fuoco e lentamente si distrugge, la fanciulla sceglie la morte, impiccandosi e l’ultima immagine è la fissità del vaporoso abito bianco da cui spuntano, sospesi e immobili, i piedi calzati con raffinate scarpette; la spagnola Lucia Gironés, riabilita e reinventa i luoghi della quotidianità, per ogni giorno della settimana, attraverso l’intervento del proprio corpo danzante, cosicché resti l’impronta armoniosa e giocosa nello spazio modificato da un intervento inaspettato e imprevedibile.

Per confermare l’intenzione di dare, in mostra, spazio a un linguaggio fondamentale come quello della poesia, abbiamo convinto Patrizia Valduga a recitare personalmente, attraverso un video, alcuni suoi bellissimi, intensi versi. E allo stesso modo abbiamo voluto ospitare l’intervento di tre attrici così tanto differenti e diavolesse come sono Irene Papas, Maria Cassi e Luciana Littizzetto. Irene Papas, icona del teatro classico, trasferisce al pubblico, dalla stanza che è in mostra, il personaggio di Teodora; Maria Cassi ci parla di uno spiritoso e assai pungente galateo domestico; Luciana Littizzetto racconta alla sua brillante maniera i compromettenti rapporti che avvengono tra la donna, l’uomo e i servizi della casa.

Anche La Fura dels Baus (il cui intervento tutto al femminile è stato scelto per inaugurare la sera del 4 aprile la nuova sede espositiva del Salone Internazionale del Mobile a Rho-Pero) trova collocazione nella mostra attraverso un video.

Infine la fotografia di Nan Goldin che è stata scelta come immagine della mostra e dell’intero evento: l’interno di un bar di Berlino, addobbato con ampi drappi rossi fra cui spunta la riproduzione di un dipinto di Renoir incoronato da una ghirlanda di finte rose rosse: una perfetta sintesi visiva dell’immaginario diabolico.

Artisti
Marina Abramovic (Ex Jugoslavia);
Chiho Aoshima (Giappone);
Vanessa Beecroft (Italia); 
Monica Bonvicini (Italia);
Angela Bulloch (Canada); 
Maria Cassi (Italia) 
Sarah Ciracì (Italia); 
Paola Di Bello (Italia);
Tracey Emin (Gran Bratagna);
Lara Favaretto (Italia);
Stefania Galegati (Italia); 
Lucia Gironés (Spagna);
Nan Goldin (USA);
Mona Hatoum (Palestina); 
Sarah Jones (Gran Bretagna); 
Zoe Leonard (USA); 
Luciana Littizzetto (Italia);
Sarah Lucas (Gran Bretagna);
Tessa Manon den Uyl (Olanda); 
Margherita Manzelli (Italia);
Eva Marisaldi (Italia);
Irene Papas (Grecia)
Paola Pivi (Italia);
Sandy Skoglund (USA);
Kiki Smith (Germania);
Patti Smith (USA);
Jessica Stockholder (USA);
Sam Taylor-Wood (Gran Bretagna);
Alessandra Tesi (Italia);
Rosemarie Trockel (Germania); 
Patrizia Valduga (Italia); 
Lily van der Stokker (Olanda);
Pae White (USA);
Rachel Whiteread (Gran Bretagna).

Citytape

Migliaia di metri di nastro adesivo Pattex Power Tape sono state trasformate dalla creatività degli artisti in originali visioni dei luoghi urbani di oggi, di ieri e di domani. Un’intera settimana dedicata alle diverse forme d’espressione artistica in cui si alterneranno workshop di architettura, fotografia ed arte tenuti da grandi esperti a momenti più conviviali come spettacoli teatrali e laboratori creativi.

Maestri

Inaugura oggi al MOD Design Centre di Mosca la mostra itinerante Maestri, presentata dal Triennale Design Museum di Milano: una selezione di oggetti emblematici di alcune fra le più importanti figure del design italiano, parte della Collezione Permanente del Triennale Design Museum, selezionati da Silvana Annicchiarico, direttore del museo, e messi in scena da AR.CH.IT Architetti Associati.

Da Bruno Munari a Ettore Sottsass, da Achille Castiglioni a Gaetano Pesce, la mostra passa in rassegna la ricchezza e la forza del design italiano, soffermandosi in particolare sulla creatività di quei designer che hanno reinventato le tipologie, introdotto nuovi materiali, sperimentato tecnologie inedite, ed elaborato rinnovati rapporti fra forma e funzione, sempre nella prospettiva di rendere più confortevole il mondo e di introdurre la bellezza nella vita quotidiana.

Dovendo operare una necessaria selezione il più possibile rappresentativa la scelta è ricaduta sul lavoro di alcuni di quei progettisti che, senza tema di smentita, possono essere definiti Maestri. Non perché abbiano fondato scuole o formato allievi, ma perché, ognuno a suo modo, hanno costituito dei modelli o fondato dei codici poi ripresi e imitati da altri, sempre integrandosi con i diversi attori del settore (le aziende, i committenti, il pubblico) in un rapporto di intensa e ininterrotta sinergia. 

Gli oggetti presentati ed esposti in mostra sono in questo senso emblematici e paradigmatici non solo del lavoro e del metodo di ogni singolo progettista, ma anche dello scenario sociale ed epocale in cui sono venuti a collocarsi. Valgono, insomma, non solo per la funzione strumentale che svolgono, ma anche e soprattutto per le domande che sollecitano, per le risposte che offrono e per il modo innovativo con cui ci invitano a costruire nuovi rapporti e nuove relazioni con le cose. 

Nella concreta materialità di ognuno di essi affiorano e si risolvono complesse questioni teoriche e formali, si sperimentano nuovi materiali e nuove tecnologie, si prospettano inediti rapporti fra progetto e consumo.

Completa la mostra un video dedicato a ciascun Maestro, realizzato dal regista Marco Pozzi, in cui i designer espongono la propria idea di progetto e riflettono sul proprio lavoro.

Maestri in mostra: Franco Albini, Gae Aulenti, Mario Bellini, Cini Boeri, Anna Castelli Ferrieri, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Antonio Citterio, Joe Colombo, Michele De Lucchi, Vico Magistretti, Angelo Mangiarotti, Enzo Mari, Alessandro Mendini, Bruno Munari, Gaetano Pesce, Gio Ponti, Paolo Rizzatto e Alberto Meda, Aldo Rossi, Denis Santachiara, Ettore Sottsass, Marco Zanuso e Richard Sapper.

Nuovi scenari domestici

A cura di Andrea Branzi e Lapo Lani

L’evento è un’indagine sulle nuove tipologie dell’abitare in relazione alle evoluzioni tecnologiche dei comandi e dei servizi.

Con la mostra Nuovi scenari domestici: ambienti relazionali, a cura di Andrea Branzi e Lapo Lani, BTicino intende suggerire un modello abitativo al servizio dell’uomo, ribaltando totalmente l’antico concetto della casa tecnologica e iper-interattiva dove tutto è programmato e automatizzato; qui, al contrario, sono le attività umane al centro della scena e i sistemi tecnologici puri strumenti di servizio.

Dopo anni di ricerche, studi e verifiche, BTicino ha sviluppato precise competenze nel campo della tecnologia applicata all’impiantistica, approfondendo il tema dell’integrazione e controllo dei dispositivi elettronici, degli elettrodomestici e dei sistemi di comunicazione presenti nelle abitazioni. Con la realizzazione del sistema MY HOME, BTicino ha voluto introdurre un uso intelligente della tecnologia applicata ai servizi e ai comandi: un unico sistema in grado di gestire ambiti diversi (illuminazione, riscaldamento, allarmi, comunicazione vocale e visiva) attraverso un semplice strumento di comando e di interazione.

L’allestimento della mostra in Triennale, a cura di Lapo Lani, consiste in un unico ambiente monocromo, definito da una grande tenda di tessuto semitrasparente, internamente arredato con elementi sospesi a varie altezze - trapezi bidimensionali rivestiti con lo stesso tipo di tessuto, e pannelli trasparenti. Lo spazio, essenziale dal punto di vista architettonico, è caratterizzato da ambientazioni multimediali, programmabili e integrabili attraverso il sistema domotico della BTicino. L’ambiente è quindi articolato da scenari atmosferici dinamici - ambientazioni luminose, sonore, proiezioni d’immagini, video, ecc.; lo spazio diventa continuo e fluido, capace di accogliere qualsiasi tipo di funzione. Il sistema tecnologico, unico interprete della qualità d’insieme, permette di indagare nuove tipologie dell’abitare: gli scenari domestici risultano finalmente adattabili a qualsiasi esigenza, capaci, tramite una tecnologia integrata e serena, di ampliare gli orizzonti dell’abitare.

Con questa mostra BTicino intende proporre, sia dal punto di vista teorico che rappresentativo, un filone di ricerca intorno ad un tema ancora poco esplorato - il rapporto tra l’abitare e la tecnologia.

Multipli di cibo

a cura di Aldo Colonetti

Multipli di Cibo è prima fase del progetto Foodesign Guzzini, iniziativa di Fratelli Guzzini che vede coinvolte diverse personalità del mondo alimentare e del design in un percorso di studio, confronto e innovazione: attraverso incontri, pubblicazioni, ricerche specializzate, seminari e mostre, Foodesign vuole sviluppare nuovi concetti da applicare alla progettazione e alla produzione di innovativi oggetti per il cibo e per la casa.

Dalla prima fase della ricerca, presentata in Triennale, emerge la visione di una "tavola multipla" dove c'è posto per tutti: dai cibi più tradizionali, che hanno bisogno di regole precise nella preparazione e nel consumo, fino al nomadismo alimentare; dalla multifunzionalità all'ambiguità di alcune soluzioni formali in grado di soddisfare diversi "palati". La multimaterialità è presente un po' dovunque, insieme a una visione dei tempi e degli spazi del consumo alimentare che abbandonano i luoghi tradizionali della cucina, per approdare in una sorta di non-luogo. Sempre e dovunque: l'importante è esserci.

Da Ettore Sottsass a Ron Arad, da Tom Dixon a Karim Rashid, Marc Sadler a George Sowden, Antonio Citterio, Elena Manferdini, 88 tra i maggiori nomi del design hanno raccolto l'invito dell'azienda e si sono cimentati nella ideazione di strumenti legati al cibo o meglio ai tre momenti che ne scandiscono il rito: la preparazione, il consumo e la conservazione.

I designer, in alcuni casi coadiuvati da prestigiosi chef, hanno re-interpretato oggetti di uso comune o "inventato" nuovi strumenti che facilitano la preparazione degli alimenti e creano un tocco di raffinatezza ed originalità nella vita di tutti i giorni.

Il risultato? Oggetti curiosi, forme d'avanguardia per una perfetta fusione fra il cibo ed il design. Strumenti belli già di per sé che non "dimenticano" però che l'essenza per la quale sono stati creati, è di essere usati.

In Multipli di Cibo è possibile ammirare, per citarne alcuni, er rompiova di Joe Velluto, il portagrissini di Marc Sadler, Armadillo lo scolapasta "futuribile" di Elena Manferdini, il servizio da thé "Cocò" di Angeletti Ruzza, la Mezzaluna di Giacomucci Design, un decanter per il vino di Ron Arad e il Panuvole portapane a forma di nuvola di Hiroshi Ono. A proposito del suo progetto quest'ultimo afferma "la mia ambizione è di dare forma a ciò che forma non ha. Infatti in questa linea ho voluto associare la forma metaforica di nuvola ad un oggetto di uso quotidiano". Ma per qualcuno l'oggetto ha un significato ancora più profondamente legato al nostro immaginario. Spiega infatti Elena Manferdini - che ha scelto di realizzare un originalissimo e "avveniristico" scolapasta - "lo scolapasta così come il setaccio ci permette di fare distinzioni. Rappresenta un oggetto di uso quotidiano, sia nella pratica culinaria che nella vita".

La mostra Multipli di Cibo è stata curata da Aldo Colonetti, filosofo, Direttore Scientifico dell'Istituto Europeo del Design, supportato dal gruppo di esperti che Guzzini ha riunito per Foodesign, come il "calderaio umanista" Eugenio Medagliani, lo storico dell'alimentazione Alberto Capatti, lo chef Moreno Cedroni, il documentarista-designer Giorgio Di Tullio, il ricercatore Enrico Finzi.

Guzzini celebra con il progetto Foodesign e con la mostra, il suo impegno nell'ambito del design e la sua competenza in fatto di preparazione, consumo e conservazione degli alimenti, caratteristiche proprie dell'identità dell'azienda. Una competenza tutta made in Italy che fonde le radici della cultura alimentare italiana con l'esperienza e l'innovazione del design internazionale.

Street Dining Design

Interni presenta Street Dining Design, una mostra di progetti legati al consumo del cibo attraverso le varie espressioni tipologiche contemporanee di architetture di interni con il coinvolgimento di nuove forze progettuali.

In sinergia Cosmit organizza, all'interno del Salone Internazionale del Mobile, la mostra "Dining Design", che coinvolge in una affascinante avventura i mondi della ristorazione, della moda e del design.

La mostra propone 10 Chioschi, progettati da architetti/designers e caratterizzati da un forte spessore di sperimentazione progettuale in grado di creare un percorso architettonico legato alla progettazione di spazi per il popolo della strada, e un percorso gastronomico con diverse tipologie di cibo da consumare standing nelle diverse ore della giornata.

Dieci designer sono stati invitati ad interpretare questo tema: Karim Azzabi, Diego Grandi, Marco Piva, Future Systems, Aldo Cibic & Partners, Patricia Urquiola & Martino Berghinz, Riccardo Diotallevi, Simone Micheli, Claudio Monti & Francesco Muti, Studio Sigla. Essi appartengono all'ultima generazione di progettisti e i loro Chioschi saranno realizzati con il contributo tecnico di aziende sponsor per la costruzione e la distribuzione del cibo.

In questi spazi è dato grande rilievo al packaging e alla grafica di: bicchieri, tovaglioli, sottobicchieri, trattandosi di utensili confortevoli per il consumo veloce del cibo. Ogni spazio è operativo, funzionante e arredato per accogliere ospiti e visitatori che potranno degustare menù creativi dalla prima colazione all'aperitivo, dal pranzo all'happy hour.

Allestimento generale
Progetto Video
Studio Azzurro ‘10000 foglie vaganti'
Progetto Green
Anna Scaravella ‘Bamboo bamboo'

Chioschi

1. Biomorphic Café
di Karim Azzabi con Lavazza, Mostre e Fiere e Ferran Adrià

2. Bubble blog
di Diego Grandi con Lea Ceramiche e Laurent Perrier, Carpéne Malvolti/D&C

3. Konopizza
di Marco Piva con GMC Contract&Mobili e Boscolo Etoile

4. Acquæ
di Future Systems con Marzorati Ronchetti e S.Pellegrino, Acqua Panna

5. Gelateria
di Aldo Cibic & Partners con Antica Gelateria del Corso

6. Risotteria
di Patricia Urquiola & Martino Berghinz con Scholtès

7. Om Foodloose
di Riccardo Diotallevi con Elica

8. Ice croissanterie
di Simone Micheli con Cinova, Conceria Chiorino, Glaverbel Italy, Santa Margherita, Tino Sana, Rossi Dimension e Sammontana

9. Enoteca
di Claudio Monti & Francesco Muti con Cenacchi e Enoteca d'Italia

10. Fine Chocolate Glass Garden
di Studio Sigla con Saint-Gobain Glass e Godiva Chocolatier

Dreams - I sogni degli italiani in 50 anni di pubblicità televisiva

A cura di Silvana Annicchiarico e Gianni Canova
Progetto di allestimento: Karim Azzabi

Il 3 gennaio 1954 nasceva ufficialmente la televisione italiana con le prime trasmissioni realizzate dalla sede Rai di Milano.

Per celebrare il cinquantenario, la Triennale di Milano, in collaborazione con la RAI, e con il patrocinio della Regione Lombardia, del Comune di Milano e della Provincia di Milano, propone una mostra tematica che ripercorre e rivisita mezzo secolo di televisione attraverso la prospettiva peculiare della pubblicità televisiva. C

Curata da Silvana Annicchiarico e Gianni Canova, allestita da Karim Azzabi, con un Comitato Scientifico composto da Gillo Dorfles, Francesco Casetti, Giorgio De Vincenti, Aldo Grasso, Vanni Pasca, Emanuele Pirella e Ugo Volli, la mostra Dreams. I sogni degli italiani in 50 anni di pubblicità televisiva si propone di indagare come la pubblicità televisiva abbia rappresentato, prefigurato e modellizzato i sogni individuali e collettivi degli ultimi 50 anni di storia sociale italiana, contribuendo in modo determinante a ridefinire i comportamenti, i consumi e l’immaginario in relazione ad alcune figure o funzioni-chiave quali ad esempio l’alimentazione, l’igiene, la comunicazione, la memoria, il desiderio e – più in generale – la costruzione dell’identità.

 

In 50 anni di storia, dai primi Caroselli ai più recenti spot, la pubblicità televisiva ha modificato la Tv e i suoi palinsesti. Ha trasformato le modalità di percezione. Si è implicata con le estetiche del visuale. Ha influenzato l’economia simbolica così come quella politica e monetaria. E ha ridefinito – attraverso i consumi – le soggettività e il sistema di relazioni io-noi-mondo.

La mostra intende ripercorrere questa vicenda seguendo due piste diverse ma strettamente intricate: la prima – più didattica – rivisita la storia della pubblicità televisiva utilizzando i linguaggi, le forme e i canali attraverso cui essa stessa si è autorappresentata; la seconda – più interpretativa – cerca di applicare alla pubblicità la strategia della remediation, provando a sottrarla alla sua funzione ancillare nei confronti delle merci che l’hanno fatta e la fanno vivere e cercando di rivisitarla attraverso lo sguardo di altri media, altre estetiche, altre modalità di percezione, altri e diversi modi di rapporto e di relazione fra io-noi-mondo.

 

L’esposizione si articola lungo un percorso che prevede l’attraversamento di 9 stanze connesse tra loro da piazze e passages.

Le stanze esprimono la componente progettuale e interpretativa della Mostra, le piazze contengono invece la sua componente più didattica e narrativa.

 

Ognuna delle stanze è appositamente progettata da un designer, da un artista o da un architetto con la funzione di accogliere, contenere e mostrare la memoria storica della pubblicità televisiva italiana

Ogni stanza è uno spazio progettuale d’autore che, contenendo al proprio interno – in video di montaggio appositamente realizzati – la traccia memoriale dei sogni del passato, sappia aprirsi prospetticamente sui sogni del presente e del futuro.

 

Questa l’articolazione delle 9 stanze:

- Stanza dei nutrimenti Stefano Giovannoni

- Stanza degli affetti e dei sentimenti Ciprì e Maresco

- Stanza dei rimedi, dei rifugi e dei ripari Denis Santachiara

- Stanza delle nostalgie Italo Lupi

- Stanza delle comunicazioni e delle relazioni Fabrizio Plessi

- Stanza delle maschere e dei trucchi Franca Bertagnolli

- Stanza dell’altrove Stalker

- Stanza delle (tele)visioni Mario Bellini

- Stanza delle cose Karim Azzabi

 

I materiali presentati e proiettati nelle varie stanze sono accorpati secondo un ordine più metaforico che merceologico: nella Stanza dei nutrimenti, ad esempio, vengono riuniti Caroselli e spot che hanno a che fare non solo con l’alimentazione in senso stretto ma anche con varie tipologie di nutrimento simbolico o “spirituale”; sempre a titolo di esempio, la Stanza delle cose contiene invece una selezione sia di spot che hanno pubblicizzato in maniera diretta oggetti-simbolo del design italiano (la Vespa, la lavatrice Candy, il Supercortemaggiore, la moka Bialetti, la caffettiera Carmencita, la macchina da cucire Singer…), sia di spot che hanno utilizzato scenograficamente oggetti del design, pur senza farne i protagonisti principali della comunicazione.

Molto più che semplici spazi di transito, le piazze costituiscono cioè il tessuto connettivo dell’esposizione. Al loro interno è possibile ripercorrere:

- la storia e l’evoluzione tecnologica dell’apparecchio televisivo attraverso un’esposizione di modelli realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”;

- una fenomenologia delle modalità di ricezione e fruizione della Tv attraverso un percorso fotografico;

- una rassegna delle sigle delle più importanti trasmissioni pubblicitarie e delle strategie di trattenimento di volta in volta adottate per cercare di mantenere il contatto con il destinatario dello spot;

- elementi di contestualizzazione storico-sociale che consentano di connettere le trasformazioni della pubblicità con la parallela evoluzione della Tv, sullo sfondo dei cambiamenti e delle trasformazioni della società italiana.

 

Il percorso espositivo sfocia in uno spazio interattivo dedicato alla rilettura tematica dei primi vent’anni di pubblicità televisiva: quando carosello rappresentava un autonomo programma, un riconosciuto spettacolo all’interno del palinsesto televisivo.

 

La RAI, attraverso apposite postazioni, permette al visitatore di accedere a una selezione spiritosa e inconsueta di film pubblicitari.

Particolare attenzione verrà dedicata ad un fenomeno dimostratosi molto vitale: la fortuna e il successo incontrati dalle parodie televisive degli spot pubblicitari.

Una apposita antologia mostracome i migliori talenti comici del piccolo schermo abbiano saputo interpretare e deformare linguaggi e contenuti dell’universo pubblicitario.

Un’apposita saletta, infine, è riservata alla proiezione no stop, secondo un calendario settimanale, delle principali trasmissioni sulla pubblicità realizzate o trasmesse dalla RAI negli ultimi decenni, da La notte dei pubblivori a Publimania.

 

Eventi e manifestazioni collaterali

Ogni settimana, per tutto il periodo di apertura, sono organizzate delle visite guidate con autorevoli esponenti della cultura, della televisione e della pubblicità che faranno da “ciceroni” al pubblico della Mostra.

In maniera analoga, ogni settimana un appuntamento fisso di approfondimento – di volta in volta una tavola rotonda, una conferenza, un dibattito, una performance o un convegno – su alcuni dei temi affrontati dalla Mostra. 

Scandinavian Design

Negli anni ‘50 e ‘60 il design scandinavo è divenuto sinonimo dello sviluppo del modernismo e i suoi oggetti sono stati protagonisti in numerose mostre, fiere e pubblicazioni. Vuoi come prodotto del commercio internazionale o parte di un progetto culturale, ufficiale e non, questo design doveva rappresentare la Scandinavia. In tal modo ha finito con l’assumere molteplici significati, spesso derivati dai miti intorno alla Scandinavia, alla sua terra e ai suoi abitanti. Il design scandinavo si è fatto strada sui mercati internazionali con oggetti che sono divenuti “icone” della modernità e del buon gusto; alcuni di essi sono tuttora prodotti e venduti come pezzi classici.
Tradizionalmente esso è stato associato a un tipo di design semplice e funzionale e a un approccio democratico, caratteristiche che vanno rivalutate alla luce di recenti ricerche sul modernismo. Il design scandinavo ci fornisce, in ogni caso, un “paradigma” utile a comprendere lo sviluppo della vita moderna e continua a essere apprezzato da un gran numero di persone in tutto il mondo. Nell’arco di mezzo secolo esso è divenuto un fenomeno consolidato, che ha mantenuto una risonanza positiva.
Con l’affermarsi del postmoderno negli anni ‘70 e negli anni ‘80, l’attenzione nei suoi confronti è diminuita, ma all’inizio degli anni ‘90 si è assistito a una ripresa. Si rende quindi necessaria una seria rivalutazione del design scandinavo, estesa a tutti i paesi nordici che hanno contribuito a formarne l’identità: Danimarca, Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia.

Sironi - La Grande Decorazione

A cura di Andrea Sironi

La mostra Sironi. La Grande Decorazione è dedicata alle opere monumentali, affreschi, mosaici, sculture, vetrate, allestimenti, realizzate dall’artista tra la fine degli anni Venti e i primi anni Quaranta. Oltre trenta furono le commissioni pubbliche di Sironi in quel periodo. Si possono citare, tra le imprese più celebri, la vetrata La Carta del Lavoro (Ministero dell’Industria, Roma), la Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, tenutasi al Palazzo delle Esposizioni di Roma, i molti interventi per la V Triennale di Milano tra cui il murale Il lavoro nel Salone d’Onore, i teleri del Palazzo delle Poste di Bergamo L’Architettura o Il lavoro in città e L’Agricoltura o Il lavoro nei campi, l’affresco L’Italia tra le Arti e le Scienze nell’Aula Magna della Città Universitaria di Roma, gli affreschi della Casa Madre dei Mutilati a Roma, quello, Venezia l’Italia e gli Studi, dell’Università di Venezia a Ca’ Foscari, il mosaico del Palazzo di Giustizia di Milano, la vetrata L’Annunciazione dell’Ospedale Maggiore di Niguarda a Milano, e le opere conservate presso il Palazzo dell’Informazione di Milano, già Palazzo del “Popolo d’Italia”: il rilievo Il Popolo Italiano, il balcone in porfido sulla facciata, e il mosaico L’Italia corporativa all’interno, originariamente concepito per la VI Triennale.

Questa produzione riveste un’importanza centrale nel percorso creativo di Sironi, che fu convinto assertore del primato dell’opera d’arte realizzata su commissione pubblica, rispetto alla pittura “da cavalletto”, al quadro realizzato nello studio e destinato al mercato dell’arte. Nel suo operare artistico e nei suoi scritti sull’arte Sironi ribadì la necessità del ritorno alla decorazione di grandi superfici murarie, già gloria e vanto dell’arte italiana, non per tornare al passato ma per realizzarvi arte moderna. Decorazione, Grande Decorazione, affermava Sironi, furono gli affreschi di Masaccio e di Piero, le tombe tebane e la Cappella Sistina. Il suo concetto di decorazione è pertanto del tutto antitetico rispetto a quello, ottocentesco, della decorazione - ornamento. Ovunque, nel mondo, negli anni venti e trenta, una domanda assilla gli artisti, siano essi quelli legati alla Bauhaus o i costruttivisti russi, i muralisti messicani o Léger: è la domanda su quale sia il ruolo dell’artista e dell’arte nel mondo moderno. La crisi della pittura “da cavalletto” è avvertita da tutti e febbrilmente si tenta di trovare nuove strade del rapporto artista - pubblico e nuove forme di pratica artistica. L’idea sironiana della Grande Decorazione fu una delle risposte più attrezzate intellettualmente e più produttive a questa inquieta riflessione sulla destinazione dell’arte moderna. Ma fu anche uno dei principali veicoli di rappresentazione e propaganda del fascismo italiano, il che fece cadere su di essa nel dopoguerra l’ombra di una inevitabile damnatio memoriae. Solo oggi è possibile accostarsi a questo momento significativo di storia della cultura oggettivamente e criticamente, in modo lontano sia da ogni celebrazione sia da ogni polemica.

Ad alcune delle imprese monumentali di Sironi sono stati dedicati, nel corso degli ultimi quindici anni, mostre e contributi scientifici specifici. Tuttavia, nessuna esposizione e nessuno studio sono stati dedicati finora a questo tema fondamentale della teoria e della pratica dell’arte sironiane nel suo insieme, contrariamente a quanto è avvenuto a proposito di altri aspetti della produzione dell’artista, dall’illustrazione all’architettura, dalla scultura alla scenografia e alle arti applicate, già esaurientemente analizzati e portati a conoscenza del pubblico. Questa mostra rappresenta quindi un punto d’arrivo e un coronamento di quasi vent’anni di studi sironiani, colmando una lacuna, probabilmente la più grande ancora esistente nella conoscenza della sua opera.

Per le imprese monumentali Sironi dipinse un grande numero di grandi cartoni a tempera, e una sterminata quantità di studi, bozzetti e schizzi di più piccolo formato. Una selezione di trentotto opere di grandi dimensioni e di oltre centocinquanta disegni e tempere più piccoli costuisce il nucleo centrale della mostra, e offre al pubblico un panorama esauriente e spettacolare di un corpus grandioso, di straordinario interesse, e ancora in gran parte poco noto, l’“officina” dalla quale scaturirono le opere pubbliche. Queste, salvo poche eccezioni intrasportabili, sono documentate nella sezione didattica della mostra attraverso suggestive immagini fotografiche in back light.

Dopo essere stata presentata a Bologna, presso la Pinacoteca Nazionale (30 novembre 2003 - 11 aprile 2004) la mostra è presentata nel luogo che più di ogni altro è legato storicamente alla Grande Decorazione sironiana: la Triennale di Milano. La V Triennale del 1933 costituì l’episodio centrale tra tutte le grandi commissioni pubbliche dell’artista, sia per la vastità e l’importanza dei suoi interventi, sia per il ruolo preminente che egli ricoprì nella manifestazione, che si spostava in quell’anno dalla storica sede di Monza al nuovo edificio costruito appositamente da Muzio nel Parco Sempione di Milano, il Palazzo dell’Arte. Ideologia e pratica della decorazione parietale trovarono nella Triennale del 1933 il loro più compiuto “manifesto”: il maggiore ciclo pittorico di tutto il decennio in Italia. Oltre trenta artisti, chiamati da Sironi, decorarono i muri del Palazzo dell’Arte, tra i quali Carrà e Cagli nel vestibolo inferiore, Sironi stesso, De Chirico, Campigli e Funi nel Salone d’Onore, in una grande nicchia del quale trovò posto anche il mosaico di Severini Le arti, l’unica opera oggi ancora conservata nella collocazione originaria, scampata alla distruzione del ciclo avvenuta dopo la chiusura dell’edizione del 1933 della Triennale. Un’altra opera fondamentale della Grande Decorazione sironiana, il mosaico L’Italia corporativa, avrebbe dovuto costituire, sulla parete di fondo dello Scalone del Palazzo, un’immagine chiave della successiva edizione, la VI Triennale del 1936. Ciò riuscì solo in parte: del mosaico fu completato in tempo solo il settore centrale, che tuttavia risultò di grande impatto e profondamente suggestivo nella sistemazione appositamente concepita da Giuseppe Pagano. L’Italia corporativa nella sua integrità sarà presentata solo l’anno successivo, e non a Milano ma all’Esposizione Internazionale di Parigi.

Alla mostra si affianca una vasta monografia sulla Grande Decorazione sironiana, edita da Electa, con un apparato iconografico di oltre ottocento immagini e nella quale a ciascuna delle imprese monumentali dell’artista è dedicato un saggio specifico. Curata da Andrea Sironi, questa monografia è il risultato di diversi anni di studio dei membri di un ampio comitato scientifico formato da Libero Andreotti, Rosanna Barbiellini Amidei, Emily Braun, Claudia Gian Ferrari, Giovanna Ginex, Elisabetta Longari, Mariastella Margozzi, Maria Perosino, Elena Pontiggia, Michela Scolaro e Tulliola Sparagni.

Architettura e bellezza - L'altra sede della Regione Lombardia

Una mostra sui progetti dell'altra sede della Regione Lombardia.

Sono presentati per la prima volta i risultati del concorso internazionale indetto dalla Regione Lombardia per l’altra sede, al quale hanno partecipato 10 finalisti. I progetti definiscono la rosa tra cui la giuria ha scelto il miglior progetto.

La mostra espone i progetti - plastici di oltre 2 metri per due, pannelli, foto virtuali e animazioni - prodotti da 10 tra i più noti e affermati studi di architettura di tutto il mondo, che erano stati ammessi - su una rosa di 90 candidati - a partecipare al concorso internazionale per la costruzione dell'altra sede della Regione Lombardia. Il 30 aprile la Giuria (presieduta da Stefano Zecchi e composta da Kurt W. Forster, Antonio Piva, Maria A. Crippa, Ennio Brion, Giulio Ballio, Lorenzo Ornaghi, Carlo Secchi, Giancarlo Giambelli, Michele Stramandinoli, Laura Burzilleri) nominata dalla Regione ha aggiudicato l'incarico al raggruppamento di imprese guidato da Pei Cobb Freed con Paolo Caputo partnership e Sistema 2000.

Gli altri progetti esposti sono quelli di - Brt Engineering Gmbh (Amburgo, Germania) - Coop Himmelb(l)Au Prix & Swiczinsky Gmbh (Vienna, Austria) - Foster And Partners - Gehry Partners - Steven Holl Architects - Hans Kollhoff - Arassociati - Metrogramma Studio Associato/Foreign Office Architects - Aimaro Oreglia D'Isola - Boris Podrecca.

La scelta della Regione Lombardia di costruire l'altra sede (la prima rimarrà il restaurato Grattacielo Pirelli) non solo risponde ad esigenze funzionali, ma ha anche forti motivazioni culturali. Essa è, infatti, il primo palazzo pubblico di governo edificato in Lombardia da 500 anni a questa parte.

Il bando di concorso che ha portato alla scelta del progetto di Pei Cobb ha indicato come parametri di valutazione la "Qualità della soluzione architettonica", la "Qualità funzionale" e le "Innovazioni costruttive e impiantistiche", quali si richiedono a un complesso edilizio pubblico di grande qualità e bellezza, ecologicamente esemplare, capace di rappresentare un'eccellenza per architettura, ecologia, comfort, funzionalità, impiego di materiali e di tecnologie innovative.

Passaggio al moderno - Architetture di fondazione dall'Italia all'Oltremare

Realizzata in collaborazione con la Regione Lazio e il Comune di Sabaudia, la mostra presenta un’indagine fotografica sulle Città nuove degli anni Trenta dall’Italia all’Oltremare, un itinerario contemporaneo attraverso le architetture di fondazione in diverse regioni italiane e nei possedimenti coloniali (Libia, Etiopia, Eritrea e Dodecaneso).

Le città nuove sono, infatti, numerosissime ed escludendo quelle più note dell’agro pontino (Latina, Sabaudia, Pomezia, Aprilia, Pontinia) rappresentano un patrimonio in gran parte sconosciuto e solo ultimamente rivisitato dalla critica e dagli storici.
Borghi di fondazione si trovano in diverse regioni italiane: città rurali in Puglia e Sicilia, città minerarie in Sardegna e Istria, insediamenti industriali come Torviscosa in Friuli.
A questi si riaccostano, per la prima volta in questa occasione, gli insediamenti d’Oltremare: progettati contemporaneamente a quelli italiani, sprofondati nell’oblio dalla loro tragica storia, rappresentano un patrimonio ancora consistente e altrettanto ignorato.

Il progetto illustra, quindi, l’importante fase di transizione al moderno dell’architettura italiana negli anni Trenta, nella sua connotazione più intimistica, di fondazione (bonifiche, territori recuperati all’abbandono, latifondi, possedimenti coloniali) e di supporto alle nuove programmazioni economiche (agricole, minerarie, industriali, turistiche).

Le città nuove e i borghi di fondazione si connotano come essenziali materializzazioni di innovativi parametri architettonici razionali, che nascono in Europa in quegli anni. L’esercizio professionale che le genera, fuori dai condizionamenti celebrativi, disegna i nuovi insediamenti ricercando l’origine funzionale ed una estetica primordiale da città ideali del Novecento.

Le fotografie di Donata Pizzi vogliono recuperare l’immagine di una storia reale ma al contempo di un’utopia molto sofisticata e complessa che contraddice la semplicità delle forme architettoniche. È il vivere dell’uomo moderno espresso dalle sue necessità sociali.

La fotografia in questo lavoro sincretizza due momenti: il bisogno di conoscenza di queste tracce del moderno, non immediatamente percepibili, quasi sempre nascoste tra le pieghe della attuale realtà, collocate ai margini di una storiografia distratta e la possibilità attraverso l’obiettivo fotografico di perimetrarle nel fotogramma, di marginare e quindi di astrarre/estrarre, l’aspetto naturalmente evocativo che genera suggestioni metafisiche ma reali.

Sensidivini

Ideazione e coordinamento di Silvana Annicchiarico
A cura di Carlo Palazzolo (sezione architettura), Beppe Finessi (sezione design) e Davide Manfredi (sezione fotografia)
Progetto di allestimento: Migliore + Servetto

La mostra realizzata in collaborazione con Fiera Milano Spa ed Enoteca d'Italia/ Buonitalia indaga la cultura del vino e il suo rapporto con l’architettura, il design e il territorio. L’esposizione mette in scena non solo il vino, oggi bene di lusso e contemporaneamente prodotto di qualità accessibile a tutti, ma anche tutti gli elementi che fanno del vino qualcosa di più di una semplice bevanda. Nel vino, infatti, si esprimono una cultura, una sensibilità, un’identità.

L’apertura di Sensidivini coincide con il debutto di MiWine – mostra professionale dedicata al vino e ai distillati organizzata da Fiera Milano spa e Unione Italiana Vini – e rappresenta in effetti l’evento culturale di punta nel ricco programma di iniziative con cui MiWine usce dai padiglioni di Fiera per coinvolgere l’intera città.

La mostra è stata ideata e coordinata da Silvana Annicchiarico e curata da Carlo Palazzolo (sezione architettura), Beppe Finessi (sezione design), Davide Manfredi (sezione fotografia), con un progetto di allestimento di Migliore + Servetto. Sensidivini è articolata in tre sezioni: Vino e architettura, Vino e Design, Vino e Immaginario – cinema e fotografia.

Vino e architettura propone un excursus sul mondo delle cantine contemporanee, cercando di mettere a fuoco alcune delle modalità con cui la cantina si relaziona al territorio circostante. La lettura di alcune “architetture del vino” offre l’occasione per spostare l’attenzione dagli edifici ai luoghi in cui essi si collocano, per chiarire il rapporto che i progetti instaurano con il loro contesto. Le cantine oltre ad essere edifici funzionali alla produzione vinicola sono anche segno di riconoscimento – emblema che spesso compare sulle etichette – delle singole aziende. Molte aziende storiche si distinguono per lo stile particolare che caratterizza le loro cantine. Negli ultimi anni lo “stile” al quale molte aziende hanno scelto di legare la propria immagine è quello dei più famosi architetti internazionali; sono presenti in mostra cinque esempi emblematici: Jaime Bach e Gabriel Mora, Santiago Calatrava, Frank O. Gehry, Steven Holl, Rafael Moneo.

Vino e Design offre una panoramica riassuntiva sui modi e le forme attraverso cui il vino ha comunicato se stesso e ha dato identità ai propri prodotti. Attraverso allestimenti scenografici saranno analizzate forma, tipologia e evoluzione del fiasco e della bottiglia ed anche bicchieri, cristalli e caraffe. In mostra saranno presenti anche le etichette, intese come forme primarie di comunicazione del vino, e i segni grafici, pittorici e coloristici che conferiscono alle singole marche la loro specifica identità.

La fotografia del gesto del "bere" ("L'indice, il medio, l'anulare e il mignolo piegati danno l'immagine del bicchiere, e il pollice, rivolto verso la bocca, simboleggia il liquido che fluisce") del "Supplemento al dizionario italiano" (Bruno Munari, 1963) accoglie lo spettatore nella prima delle tre stazioni del design. Un primo momento è dedicato al design anonimo, agli archetipi (temi cari ad Achille Castiglioni e a Enzo Mari) e al "Compasso d'oro a Ignoti" (ironicamente e lucidamente immaginato dallo stesso Munari già alla fine degli anni cinquanta): un fiasco classico impagliato è attorniato con leggerezza da alcune bottiglie tradizionali e da bicchieri da "osteria", raccolti a suo tempo proprio da Castiglioni. Le attrezzature e i bicchieri tecnici sono ordinati e messi a confronto nelle diverse tipologie, raccontando le peculiarità dei diversi modelli rispetto ai diversi tipi di vini. Un'inedita e sorprendente sezione ospita brevetti italiani intorno a questo tema, sottolineando la sempreverde genialità della nostra brulicante realtà.

Il secondo ambiente gioca di rimbalzo tra il design dei grandi maestri, da Joe Colombo a Roberto Sambonet, da Angelo Mangiarotti a Ettore Sottsass, sui temi classici del bicchiere, della caraffa e del decanter, e una collezione di "Corolle d'autore" in vetro di Murano disegnate da alcuni dei più importanti progettisti internazionali, da Toyo Ito a Massimo Vignelli a Philip Johnson. Nella terza e ultima stazione, oltre alla presenza di autori più giovani (da Paolo Ulian a Enrico Azzimonti, da Fabio Bortolani a Gabriele Pezzini a Lorenzo Damiani), che in alcuni casi espongono progetti appositamente realizzati, si incontra il lavoro di Alessandro Mendini, con i cavatappi Anna G. e Alessandro M, di Vico Magistretti e di Martì Guixé.

Un manifesto per imparare a progettare un'etichetta per bottiglie da vino, a opera di Enzo Mari, è l'ideale chiave di lettura di un corpus di etichette d'autore, selezionate attingendo da una importante collezione privata (che vanta oltre 120.000 esemplari).

Un'immagine audace di Carlo Mollino accompagna il visitatore all’uscita, ricordando che il vino può essere con successo abbinato ad altri piaceri.

Vino e Immaginario – cinema e fotografia

La rappresentazione del vino avviene anche attraverso il cinema e la fotografia.

In mostra è proiettata una antologia di immagini filmiche con scene legate al vino e al suo consumo, tratte da alcuni celebri film, da Amarcord di Federico Fellini (1974) a Blow-up di Michelangelo Antonioni (1966), da Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick (1999) a Mulholland Drive di David Lynch (2001).

Undici maestri della fotografia si misurano con un vino, nell’ambito di un progetto durato 14 anni e che si articola in un libro e in una mostra (Triennale di Milano, autunno 2004), di cui si presenta una parziale anteprima. Franco Bonetti, Franco Fontana, Georg Gerster, Ralph Gibson, Eikoh Hosoe, William Klein, Mimmo Jodice, Don McCullin, Helmut Newton, Ferdinando Scianna e Alice Springs si confrontano con un unico vino mantenendo il proprio sguardo autoriale, la propria cifra stilistica Sulle pareti saranno scritte frasi sul vino tratte dalla letteratura e dalla poesia.

La capacità del vino di dialogare con tutti i sensi attraverso profumi e colori è evidenziata dalla presenza di ambienti speciali che rievocano gli odori della terra, degli interni delle cantine e gli aromi dei vini, dei legni, dei vitigni e un muro di provette di vetro renderà visibile la gamma dei rossi, dei bianchi, dei gialli, dei rosati creando un’ideale tavolozza enologica.

Il progetto espositivo, pensato da Migliore e Servetto, tende a ricreare l’atmosfera della cantina e dei suoi colori, la penombra, la suggestione, i profumi tramite l’abbassamento dei soffitti e un susseguirsi di nicchie di luce a tutta altezza dove fisicamente poter entrare e scoprire via via oggetti e progetti che appartengono al mondo contemporaneo del design e dell’architettura in relazione al vino. La lettura si sviluppa, attraverso la moltiplicazione dei moduli e la circoscrizione in universi tematici da esplorare, lungo un percorso che partendo da una suggestione sul territorio, segna, come la vigna, lo spazio. Dalle cantine dei grandi architetti, agli strumenti e “accessori” per il vino che hanno fatto la storia del design, la lettura è portata fino all’immaginario, alle proiezioni nel soffitto che obbligano a guardare in alto, in contrapposizione all’usuale cantina interrata. Chiude il percorso la selezione di 22 fotografie d’autore.

Motociclismo 1914–2004 - La passione infinita

L’iniziativa si propone di evocare e ripercorrere 90 anni di vita, storia, impresa, sport, ma anche sogni e miti attraverso le pagine le copertine e soprattutto l’archivio della più antica diffusa e prestigiosa rivista al mondo del settore moto: Motociclismo.

Vengono evidenziati i momenti salienti degli ultimi 90 anni, fino a sintetizzare una trentina di episodi cardine legati a sport, cultura, politica, glamour.

Venti episodi per un racconto lungo novant’anni.

Ogni episodio sarà rappresentato con materiale iconografico, schede illustrative/didattiche, ma soprattutto con esemplari di motociclette, alcune delle quali rappresentano straordinarie rarità: a cominciare dalla “Frera” pubblicata sulla prima copertina di Motociclismo, per passare attraverso gli esemplari da Gran Premio di Guzzi ,Gilera degli anni Trenta e Quaranta, Benelli e Mv degli anni Sessanta e Settanta (esporremo quelle con cui Giacomo Agostini ha conseguito quindici campionati mondiali), fino alla più recenti Honda, Yamaha (mostreremo gli esemplari guidati da Valentino Rossi e Max Biaggi).

Un nuovo centro per milano

Alla presenza del Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e del Sindaco di Milano, Gabriele Albertini è stato firmato il 29 luglio 2004 il contratto preliminare di compravendita di parte del quartiere storico di Fiera Milano tra Fondazione Fiera Milano e i membri della cordata CityLife, il raggruppamento che il 2 luglio 2004 , con un’offerta di 523 milioni di Euro, si è aggiudicato la gara internazionale per la vendita e riqualificazione del quartiere storico di Fiera Milano. CityLife, composto da Generali Properties (capocordata), RAS, Progestim, Lamaro Appalti, Grupo Lar , realizzerà il progetto firmato da Zaha Hadid, Arata Isozaki, Daniel Libeskind e Pier Paolo Maggiora.

Il contratto è stato firmato da Luigi Roth, presidente di Fondazione Fiera Milano, Virgilio Tesan, Amministratore Delegato di Generali Properties, Pierluigi Riches, Direttore Generale RAS, Marco Plazzotta, Direttore Generale di RAS Immobiliare, Antonio Talarico, Amministratore Delegato di Progestim, Claudio Toti, Amministratore Delegato Lamaro Appalti e Julia Garcia Navarro, rappresentante di Grupo Lar. Il contratto, inoltre, è stato anche sottoscritto dalle società mandatarie Sviluppo Sistema Fiera e Citylife nelle persone, rispettivamente, dell’amministratore delegato, Claudio Artusi e del Presidente, Ugo Debernardi.

La firma del contratto preliminare ha comportato da parte di CityLife il contestuale versamento di una caparra del 10% sul prezzo, oltre al rilascio di una garanzia bancaria di pari importo.

Con l’atto, Fondazione Fiera Milano, soggetto economico privato alla guida del progetto di trasformazione del sistema espositivo milanese, si è impegnato a consegnare a CityLife - entro il primo trimestre del 2006 – l’area. Il progetto, per la sua realizzazione ha necessitato dell'approvazione del Programma Integrato di Intervento da parte del Comune di Milano. Fondazione Fiera Milano è stata mandataria dell’acquirente nei confronti della pubblica amministrazione per il procedimento per l'approvazione del Programma Integrato relativo al progetto vincitore proposto da Citylife.

CityLife è la società costituita da tutti i membri della cordata (Generali Properties, Ras, Progestim, Lamaro Appalti e Grupo Lar) con l’obiettivo di realizzare il nuovo quartiere che sorgerà nell’area del quartiere storico della Fiera di Milano. Il Consiglio di amministrazione è presieduto da Ugo Debernardi. Il progetto di CityLife ha visto la collaborazione di oltre 200 specialisti che ne hanno definito gli aspetti qualitativi in termini ambientali, viabilistici, urbanistici, strutturali e di servizio sociale. “CityLife. Un progetto per Milano” conta inoltre su Mediobanca e Deloitte Financial Advisory Services come Advisor finanziari; Clifford Chance come studio legale; gli Avvocati Riccardo Delli Santi ed Ercole Romano quali consulenti di diritto amministrativo ed urbanistico, Bovis Lend Lease, come Project Manager.

Il momento della firma rappresenta un passaggio fondamentale – ha dichiarato Luigi Roth, anche se in realtà non siamo ancora giunti alla conclusione del processo. Dobbiamo ancora ottenere, infatti, dopo la messa a punto definitiva del progetto, l’approvazione del Programma Integrato di Intervento. Questa stabilirà definitivamente il punto di incontro tra le esigenze della cordata vincitrice con quelle dell’Amministrazione della città. Ci vorrà ancora qualche anno prima che le torri comincino a essere visibili nel nostro cielo, ma il mio augurio, è di continuare con lo stesso spirito e metodo che ci ha condotto fino a qui: la ricerca della qualità, la professionalità, l’ascolto della cittadinanza e l’accordo con le Istituzioni. E poi il desiderio di fare qualcosa di bello e di buono per tutti, di lasciare una traccia positiva, di innovare e al tempo stesso di rendere le opere sempre più a misura d’uomo. Infine due parole su CityLife, un raggruppamento solido, che ci offre forti garanzie per il buon risultato del progetto perché compendia l’esperienza di investimenti di lungo periodo nel settore immobiliare con quella dello sviluppo di progetti di riqualificazione immobiliare e di trasformazione di grandi aree urbane.

Il progetto CityLife – ha dichiarato Ugo Debernardi, Presidente di CityLife - si basa su tre scelte fondamentali: la qualità urbanistica e architettonica, l’ascolto della città e l’attenzione ai valori della vivibilità, dell’ambiente e della socialità. I soci di CityLife garantiscono l’esperienza, la solidità e l’impegno per mantenere e realizzare tutte le promesse di qualità contenute nel progetto in risposta alle attese dei cittadini di Milano. Grazie al fondamentale ruolo di stimolo e di guida delle Istituzioni lombarde e milanesi, CityLife partecipa a una esperienza di sviluppo della città che è al centro dell’attenzione della comunità nazionale e internazionale.

Milano sta vivendo una trasformazione urbanistica senza precedenti – ha concluso il Sindaco di Milano, Gabriele Albertini. Il comune denominatore di tutti i progetti in atto è la qualità: più verde, più bellezza, più funzionalità, più prestigio internazionale. Il progetto di riqualificazione del quartiere storico della Fiera di Milano cambierà il volto di quest’area della città e di tutta la metropoli. Poiché sarà uno dei più importanti interventi architettonici d’Europa, tutti finora abbiamo concentrato la nostra attenzione sull’aspetto estetico, dell’ideazione, della creatività. È giusto così, per la fama universale dei progettisti. Ma oggi dobbiamo rendere merito anche all’aspetto imprenditoriale, alle competenze, alle qualità manageriali delle aziende che mettono a disposizione le risorse necessarie alla realizzazione di un progetto straordinario.

La firma conclude un processo durato circa 15 mesi e condotto dalla Commissione di Valutazione composta dal Consiglio di Amministrazione di Sviluppo Sistema Fiera (Claudio Artusi, Marcello Botta, Giorgio Montingelli, Rodrigo Rodriquez, Luigi Roth), con la collaborazione di Lazard & Co Real Estate in qualità di advisor, degli studi Benatti e Magrì per gli aspetti legali, e con l’assistenza dei rappresentanti del Comune di Milano e della Regione Lombardia. La Commissione, nella sua attività di analisi, è stata inoltre coadiuvata da un gruppo multidisciplinare di 11 esperti.

Come Comete - Annunci e messaggi nella grafica della Triennale

A cura di Silvana Annicchiarico e Mario Piazza
Progetto di allestimento: Mario Piazza

Da una parte manifesti, inviti, locandine pubblicitarie, tessere di riduzione o di ingresso, cataloghi, bandiere, vetrofanie.
Dall’altra parte carte da lettera, buste, biglietti, diplomi d’onore, medaglie.
70 anni di comunicazione pubblica, altrettanti di comunicazione istituzionale.

La mostra Come Comete raccoglie e rende di nuovo visibili gli annunci e i messaggi che hanno tracciato la storia grafica e comunicativa della Triennale di Milano, riflettendo al contempo l’evoluzione della grafica nella storia e nel gusto del Novecento.

Il titolo non è casuale: come una cometa che appare, annuncia e scompare lasciando soltanto una labile traccia del proprio passaggio, anche la grafica ha illuminato mostre ed eventi spesso destinati a rimanere impressi nella memoria collettiva, senza mai pretendere per sé la luce diretta dei riflettori.

Questa mostra intende almeno in parte offrire alla grafica una sorta di doveroso risarcimento considerandola una volta tanto non come dispositivo linguistico subordinato alla necessità di comunicare qualcos’altro, ma come artefatto comunicativo dotato di un suo intrinseco valore e di un’autonoma capacità di produrre senso.

Recuperati dalla polvere degli archivi e ritrovati nei sotterranei della Triennale, i manifesti, le locandine e i più diversi elaborati con cui la Triennale ha comunicato se stessa nei vari decenni costituiscono un patrimonio prezioso e un documento imprescindibile per ricostruire la storia di un’istituzione e insieme per raccontare l’evoluzione dei modi e delle forme con cui la grafica ha saputo comunicare.

Spesso di sorprendente modernità, sempre di grande complessità progettuale, i materiali selezionati all’interno della mostra "Come Comete" non sono che il primo nucleo di un più vasto archivio che la Triennale sta recuperando, restaurando e catalogando.

Sono esposti, tra gli altri, lavori di Mario Sironi, Enrico Ciuti, Max Huber, Albe Steiner, Marcello Nizzoli, Bruno Munari, Eugenio Carmi, Roberto Sambonet, Massimo Vignelli, Bob Noorda, Giulio Confalonieri, Italo Lupi, Alberto Marangoni. 

11 fotografi 1 vino

Centosettantuno immagini di undici dei più celebri fotografi del mondo sono in mostra - in un allestimento a cura di Davide Manfredi - e accompagnano il pubblico a scoprire gli aspetti più nascosti e per così dire “intimi” del vino e del suo mondo.

Da Helmut Newton, che per primo fu chiamato da Maurizio Zanella, patron di Ca’ del Bosco, nella tenuta di Erbusco, allo svizzero Georg Gerster, dagli americani Ralph Gibson e William Klein al giapponese Eikoh Hosoe, dall’inglese Don McCullin all’australiana Alice Springs sino agli italiani Franco Fontana, Mimmo Jodice, Ferdinando Scianna e Flavio Bonetti, un cast “stellare” di grandissimi nomi della fotografia interpreta, ciascuno con il proprio sguardo e il proprio inconfondibile stile, l’ambiente, le persone, i ritmi, il lavoro, gli oggetti, tutto ciò che ruota intorno al vino e alla sua vita.

È difficile descrivere la poesia di queste immagini, raccolte nel volume omonimo 11 fotografi 1 vino, edito da Skira: stampate in un rigoglioso bianco e nero, caldo e calibrato in ogni più piccola sfumatura, colpiscono dapprima per la bellezza intrinseca di ciascuna, ma poi, se ci si ferma a guardare con più attenzione, suggeriscono atmosfere, immagini, sensazioni, addirittura odori. Nebbia, fumo, raggi di sole, umidità, buio, fatica, risate, buon cibo, insomma tutto un mondo che ci appare familiare e in cui ci fa piacere abbandonarci, come quando si assapora ad occhi chiusi l’aroma di un buon vino.

Vino che – come ricorda Fumino Arisaka nel testo di presentazione alle immagini di Ralph Gibson – “ è una sorta di collante fra tutti i popoli d’Europa nonostante essi abbiano storie e tradizioni diverse…Persone che vivono in maniere diverse e parlano lingue differenti possono dividersi una bottiglia di vino e così superare le loro diversità. Vino che riesce a creare quella che i francesi chiamano la convivialité, lo spirito conviviale”.

Il vino dunque come linguaggio universale che unisce le persone e che facilita il dialogo, l’incontro, la condivisione umana. Ma dietro al vino, un mondo di persone, un lavoro duro e sempre minacciato dal tempo, un’arte vera e propria, fatta di rigore e creatività, conoscenza e mestiere, per cui ogni singola azione è importante e fondamentale per arrivare al risultato finale.

Tutto questo: gli ordinati filari di vigne, gi uomini e le donne della vendemmia, le grandi cantine a volta, le botti, le bottiglie rigorosamente disposte, le etichette, i bicchieri, i cavatappi, gli attrezzi ma anche i cieli e le piogge, gli alberi, le morbide colline e la campagna sterminata, le luci, le atmosfere, il freddo e il calore, escono in modo vivissimo dalle pagine del libro e nella mostra della Triennale, accogliendo il visitatore in un viaggio piacevolissimo e denso di emozioni.

Impossibile scegliere un fotografo sugli altri: ognuno ha una sua visione del mondo, coglie alcuni particolari, propone una diversa angolazione delle sue immagini, interpreta l’ambiente in cui è stato chiamato a vivere nelle diverse stagioni, nei diversi momenti del giorno. In tutti si sente però un profondo coinvolgimento, un rapporto caldo con queste terre lombarde, una forte empatia con il lavoro di molte persone, la voglia di esprimere al meglio quello che l’occhio ha catturato.

La decisione di Maurizio Zanella di pubblicare il libro e della Triennale di esporre queste immagini nasce dunque, oltre che dall’orgoglio legittimo per la propria tenuta e la propria eccellente produzione, dal desiderio di far partecipi molte persone della bellezza e della magia di queste immagini, che colgono pienamente l’essenza del vino.

“Noi fortunati che lo beviamo – scrive Serena Sutcliffe nel commento alle immagini di Ferdinando Scianna – non sentiamo il dolore, il freddo, le membra indolenzite, possiamo permetterci il lusso di usare gli occhi per esultare nel suo colore, il naso per immergerci nella fragranza, il palato per tuffarci nell’estensione e nella profondità, nel tessuto e nei gusti. Il fotografo ha tolto il velo, ci ha portato le intemperie e il legno e le muffe che fermentano. Lo ha visto e lo ha incapsulato. Forse in fondo il vino è un’arte, ma con le unghie sporche di terra e le mani piene di tagli. Tanto più interessante il suo sapore. L’esperienza è più ricca. E noi siamo infinitamente più grati per la sua esistenza”.

Objects – Shadow - Larry Kagan

A cura di Gianni Mercurio

Objects - Shadow presenta per la prima volta in Europa il lavoro di Larry Kagan, attraverso una selezione di dieci installazioni realizzate negli ultimi cinque anni. Il titolo definisce una condizione in cui la componente solida della scultura proietta un'ombra specifica attraverso la quale la scultura stessa si auto-completa e si auto-determina.

La scultura tradizionalmente abita il volume per creare la propria forma; la novità della shadow-art di Larry Kagan è che, pur essendo una scultura e un'installazione, deriva da un rapporto di una linea e di un elemento immateriale (la luce) con lo spazio. All'oggetto-ombra non è sufficiente la materia per la sua esistenza, tuttavia proprio in virtù di questa sua duplice natura (materiale e immateriale), spiazza il nostro senso di percezione.

La forma ibrida della scultura provoca nell'osservatore una nuova esperienza visuale e rende l'opera un ponte virtuale tra universi estetici che di regola non hanno affinità. 

Premio Compasso d’Oro - XX Edizione - 50 Anni (1954–2004)

La Giuria Internazionale del XX Premio Compasso d'Oro ADI - l'edizione che coincide con i 50 anni di storia del Premio istituito a Milano nel 1954, e che rappresenta il massimo riconoscimento al progetto, al prodotto, alla ricerca e al merito - si è riunita a Milano nei giorni 8-9-10 luglio 2004 e ha esaminato le candidature ai Premi e alle Segnalazioni per l'edizione 2004.

La Giuria, Presidente Onorario Gillo Dorfles, è stata individuata in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e gli Istituti Italiani di Cultura di Berlino, Chicago, Istanbul, Praga, e Tokyo, ed è composta da sette membri: cinque stranieri e due italiani:
- Fulya Erdemci, Direttore, Proje4L- Istanbul Museum of Contemporary Art, Istanbul - Turchia;
- Robert Fitzpatrick, Direttore, Museum of Contemporary Art, Chicago - USA;
- Yutaka Mino, Direttore, The Osaka Municipal Museum of Arts, Osaka;
- 21st Century Museum of Contemporary Art, Kanazawa - Giappone;
- Pietro Petraroia, Direttore Generale Culture, Identità e Autonomie, Regione Lombardia, Milano - Italia;
- Richard Sapper, Designer, Milano - Italia;
- Angela Schönberger, Direttore, Kunstgewerbemuseum Staatliche Museen zu Berlin - Germania;
- Tomás Vlcek, Direttore, Collection of Modern and Contemporary Art, The National Gallery, Praga - Repubblica Ceca.

Per questa Edizione la Giuria Internazionale del XX° Premio Compasso d'Oro ADI ha prima analizzato circa 600 prodotti selezionati dall' Osservatorio Permanente del Design nelle 3 edizioni dei volumi ADI DESIGN INDEX (2002-2003-2004), e tra questi ha poi individuato le "nomination" per la selezione finale che la Segreteria ADI ha raccolto in uno spazio dedicato in Fiera Milano. A conclusione dei suoi lavori la Giuria Internazionale del XX° Premio Compasso d'Oro ADI ha attribuito n.16 Premi Compasso d'Oro e n. 100 Segnalazioni. Come da Regolamento del Premio, la Giuria ha inoltre preso in esame le candidature della sezione "Progetto Giovane", e deciso di attribuire n.2 Targhe Giovani e 9 Segnalazioni.

I nominativi dei vincitori (Premiati, Segnalati e Targhe Giovani), insieme ai destinatari dei Premi Compasso d'Oro alla Carriera e Premio Europeo e alle relative motivazioni, sono stati resi noti da ADI - Associazione per il Disegno Industriale e da Fondazione ADI per il Design Italiano il 16 settembre 2004, durante la Cerimonia di assegnazione dei Premi e in concomitanza con l'inaugurazione della Mostra XX ° Premio Compasso d'Oro ADI, alla Triennale di Milano.

Diritti e rovesci

A quindici anni dalla Convenzione dei diritti sull'infanzia la mostra propone un ripensamento su quanto fatto nella città di Milano, evidenziando come, da parte delle istituzioni cittadine, sia stata rivolta particolare attenzione alle scuole dell’infanzia: nidi e materne.

Un breve excursus storico, testimonianza della presenza, in Milano, di esperienze pedagogiche e architettoniche significative, precede la documentazione del più recente processo culturale che ha interessato tali scuole e che, a partire da un percorso formativo rivolto agli educatori ha assunto, quale centralità del discorso pedagogico, la figura complessa del bambino all’interno di un sistema dinamico di relazioni col mondo degli adulti e dei coetanei.

Le riflessioni relative a questi temi che hanno portato, in questi ultimi anni, a una trasformazione degli spazi educativi milanesi da spazi eminentemente deputati alla “custodia” dei bambini a spazi “abitati” da bambini e adulti, sono per la prima volta presentate attraverso il linguaggio visivo, sintetico e immediato della mostra, con l’intento di rendere visibili, quindi condivisibili, tali esperienze in un processo continuo di verifiche e approfondimenti.

La mostra si rivolge sia a un pubblico adulto: educatori, famiglie, addetti ai lavori, curiosi; sia a un pubblico di bambini. Saranno quindi proposte occasioni d’interesse diverse:
- al pubblico adulto sarà mostrato il livello di avanzamento degli studi e delle riflessioni che hanno interessato alcuni percorsi di ricerche realizzate in questi ultimi anni nei nidi e nelle scuole milanesi dell’infanzia e saranno presentate esperienze significative in altri luoghi/servizi che il Comune ha realizzato nella città per i bambini;
- il pubblico dei bambini troverà occasioni di esperienze, scoperte, sorprese e potrà essere visitatore-protagonista insieme.

Accanto alla sezione espositiva vera e propria è previsto lo spazio della narrazione, composto da una “platea-installazione per arrampicarsi” a gradoni colorati, da una pedana-palco circolare con pannelli scorrevoli per creare diverse ambientazioni e da una zona dedicata al travestimento.

Infine viene proposto “Il Giardino dei diritti di tutti i giorni”, un percorso scandito in tappe dove, con la guida di attori e di un musicista, i bambini sono accompagnati a compiere esperienze sensoriali ed emozionali.

Lo spazio sarà pertanto allestito come una sorta di giardino ideale dove passeggiare e imbattersi:
- nell’albero delle coccole;
- nella fontana dei desideri;
- nell’aiuola dove tutti si può essere ascoltati e ci si può ascoltare;
- nel labirinto dove non ci si perde ma ci si trova;
- nel prato dell’armonia;
- nell’orto delle fiabe;
- nell’albero dei diritti di tutti i giorni.

Nello spazio/percorso si accede a piccoli gruppi (max 25 persone) ogni 20 minuti: Il percorso è condotto da attori e musicisti professionisti.

Il pubblico dei bambini e degli adulti è invitato ad ascoltare, a fare piccoli giochi, a produrre piccole testimonianze.

Installazione “Il giardino dei diritti di tutti i giorni” – Fiorenza Mariotti, Teatro Laboratorio di Figure.

Video Village - Media Art Festival

A cura di Isabella Galli e Marina Turco

Video Village – WWVF Edition è un festival di media arte promosso da Futurshow 3004. La Triennale, sede principale del festival e partner dell'iniziativa, ospita una mostra di videoinstallazioni, un 'media lounge', numerosi incontri con artisti e performance.

Video Village è organizzato dall'associazione culturale Art-U ONLUS e curato da Isabella Galli e Marina Turco, in collaborazione con il direttore del WWVF Tom van Vliet.

Tecnologia, talento e tolleranza sono i principali fattori che generano innovazione nelle società contemporanee. La “teoria delle tre T” descritta da Richard Florida, che ispira Futurshow 3004, è sicuramente confermata dalla storia della videoarte. Da quarant'anni il medium video (la tecnologia) nelle mani degli artisti (il talento) ha generato innovazione estetica e nuovi modelli di comunicazione.

Video Village è un nuovo festival che si propone di esplorare le tecnologie “visive” (analogiche e digitali) in tutte le loro applicazioni culturali. Ma poiché non ci può essere innovazione senza storia, Art-U ha scelto di cominciare questa esplorazione con una rassegna storica, una retrospettiva di un importante festival di video arte, il World Wide Video Festival di Amsterdam (1982-).

Il WWVF ci porta alla terza “T”, quella di “tolleranza”. La fondazione olandese, infatti, ha scelto negli ultimi anni di ricercare e promuovere opere di artisti non occidentali, e di analizzare l'uso delle nuove tecnologie in contesti sociali e politici diversi dal nostro.

Video Village, nella sua prima edizione, presenta una selezione delle opere più significative presentate e prodotte dal WWVF negli ultimi dieci anni, insieme alla videoinstallazione di un giovane italiano, Luigi Rizzo, creata appositamente per l’occasione.

Nelle videoinstallazioni l’immagine elettronica viene proiettata su grandi schermi, creando complessi ambienti scenografici in cui lo spettatore si immerge.

Nei media lounge sono presentati dieci monitor tematici con un’ampia panoramica della videoarte internazionale (Asia, Africa, America, Europa), scelti dagli archivi della fondazione olandese, e una selezione di video di artisti italiani. Qui il visitatore può costruirsi un percorso personale, selezionando le opere da visionare su ogni singolo monitor.

Il festival avvicina l’artista al suo pubblico, talvolta con la stessa presenza fisica degli autori, attraverso performance e progetti realizzati in loco. Nelle videoperformance l’autore “dialoga” con il medium elettronico, sperimentandone le possibilità tecnologiche o narrative. In occasione dell’apertura del festival è stato presentato un cine-concerto.

Programma "Meet the artist"

Gli artisti che espongono un’installazione o eseguono una performance e gli italiani che presentano dei video sui monitor riservati all’Italia parlano del loro lavoro e rispondono alle domande del pubblico durante gli incontri previsti alla Triennale. Moderatori: Isabella Galli, Marina Turco, Tom van Vliet.

World Wide Video Festival: vent’anni di media arte

Il WWVF è una fondazione sorta all’Aia nel 1982. Nei primi anni Ottanta, quando il video era considerato un fenomeno di avanguardia nel mondo dell’arte, il WWVF presentava in Olanda artisti come Nam June Paik, Bill Viola, Tony Oursler, Gary Hill, Robert Cahen, oggi celebrati nei principali musei del mondo.

Nell’ultimo decennio, trasformatosi da occasione di incontro per pochi specialisti e artisti nel campo del video in evento sempre più importante e ricco di proposte, il WWVF ha presentato artisti come Marina Abramovic, Sam Taylor-Wood e William Kentridge.

Negli anni Novanta, inoltre, il festival ha svolto un ruolo importante nella ricerca di nuove forme di presentazione e di produzione per la media arte. Il programma comprende ogni anno videoinstallazioni allestite in spazi pubblici, seminari, proiezioni di tipo “cinematografico”, performance. Oltre a proporre allestimenti innovativi per opere già esistenti, il WWVF ha prodotto e commissionato lavori nuovi. La ricerca dei curatori si è orientata soprattutto verso i paesi in via di sviluppo, dove la media arte ha un ruolo spesso molto diverso che in Occidente, e il video può ancora avere una forte funzione sociale e politica. Tra gli esempi più significativi ci sono la presentazione di videoartisti sudafricani (Minnette Vári, Tracey Rose, Rodney Place) e indiani (Nalini Malani) e il progetto In/tangible cartographies. New Arab Video (2001).

E-dentità: identità elettroniche e cultura globale

Le tecnologie della comunicazione hanno svolto un ruolo fondamentale nella nascita della network society. Manuel Castells definisce così le società contemporanee, in cui l'information technology è causa determinante di radicali cambiamenti non solo politici, sociali ed economici, ma soprattutto antropologici e culturali. I “flussi” sempre più complessi e numerosi di informazioni e di esseri umani che attraversano il pianeta hanno rimesso in discussione l'identità degli individui, dei gruppi sociali e politici. Due termini come globalizzazione e identità sono stati visti spesso come opposti e inconciliabili. Ma solo all'interno del network globale possono ricostituirsi, faticosamente e con molti conflitti, le nuove identità locali. E solo non negando, bensì “personalizzando” il progresso tecnologico, si potrà costruire un equilibrio mondiale.

Il World Wide Video Festival ha tracciato, in vent'anni di attività, una mappa storica di questi cambiamenti, partendo proprio dai “mezzi” che li determinano (le tecnologie della comunicazione, televisione, video, computer). Migliaia di voci raccontano il proprio personale viaggio verso la ricostruzione di una identità, a tutti i livelli: politico (nuovi colonialismi e nazionalismi, conflitti “tribali”, crollo dei regimi comunisti), sociale (fenomeno dell'immigrazione, clandestini, metropoli globalizzate, nuovi movimenti sociali), religioso (integralismo islamico, conflitti religiosi, nuova spiritualità in Occidente), culturale (ritorno alle culture d'origine degli immigrati nei paesi industrializzati, questione delle etnie “senza nazione”, come i popoli nomadi), artistica (fine degli “ismi” e dei movimenti unitari, crisi dell‘estetica occidentale, diversa funzione dell'arte nei paesi in via di sviluppo), personale.

Percorso espositivo

Sezione I:
Tre installazioni dalla sezione ‘Double Vision’ (WWVF 2004)
- Wang GongXin, My Sun, Cina (2000)
- Martijn Veldhoen, (why do I keep going) FORWARD, Olanda (2004)
- Sebastián Díaz Morales, The Man with the Bag, Argentina (2004)

Sezione II:
Tre lavori commissionati e prodotti dal WWVF
- Minnette Vári, Chimera, Sudafrica (2001) (WWVF 2001)
- Anne Quirijnen, Peter Missotten & Annemarie Lambrechts, Everything will be All Right, Belgio (1997) (WWVF 1997)
- Éder Santos, The Encyclopedia of Ignorance, Brasile (2003) (WWVF 2003)

Sezione III:
- Luigi Rizzo, Noir, Italia (2004) (première Video Village)

I Media Lounge In Triennale e Futurshow
- World Wide Africa: Minnette Vári
- World Wide Asia: Wang Gongxin
- World Wide South America I: Sebastián Díaz Morales
- World Wide South America Ii: Éder Santos
- In/Tangible Cartographies. New Arab Video
- East Meets West: Jayce Salloum
- World Wide Europe I: Edgar Pêra
- World Wide Europe II: Dutch Perspective
- Video Village Italia I: Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini
- Video Village Italia II: Paesaggi della mente

Innatural - Gianpaolo Barbieri

Innatural è il più recente ciclo di opere di Gianpaolo Barbieri dedicato a frammenti di natura tropicale, che da tempo costituisce uno dei temi caratterizzanti della sua ricerca fotografica, inseguita ai quattro angoli dell’emisfero australe, dal Madagascar alle Seychelles, dalla Polinesia all’Indonesia.

In mostra vengono proposte oltre cinquanta fotografie stampate in diversi formati e ottenute da negativi polaroid. La serie, che costituisce questa produzione, realizzata la scorsa estate alle isole Seychelles, è articolata per pezzi singoli, ma anche “dittici” e “polittici” e propone differenti variazioni sullo stesso soggetto, con una scelta che riflette la ricchezza di riferimenti del fotografo milanese, che rivolge costantemente il suo sguardo alla storia dell’arte.

Il suo sguardo è quello di un insaziabile cultore dell’effetto, un abilissimo creatore di composizioni tanto raffinate quanto artificiali, che celebrano il dettaglio e ne valorizzano ogni impercettibile minuzia, ma che al tempo stesso ne smentiscono ogni possibile “verità”.

La natura di Gianpaolo Barbieri insomma non è naturale, anzi, è costruita come il più complicato dei set fotografici. Di fronte a una modella, un casco di banane, un pesce volante o un abito da sera, il suo atteggiamento non cambia. Per questo Innatural, per l’innaturalità che sta dentro la “sua” natura.

Gianpaolo Barbieri e’ conquistato dalla bellezza: la carnosità morbida di un petalo di orchidea, la tensione tagliente di una foglia, la texture grumosa di una roccia, sono esaltati dal suo originalissimo modo di vedere e dalla sua tecnica capace di distinguere anche piani molto ravvicinati, di costruire rilievi e approfondire contrasti tattili e cromatici. Si tratta per lo più di primi piani molto drammatici, che tendono ad ingigantire gli oggetti trasformandoli in presenze monumentali, che tendono ad escludere il paesaggio e anche l’uomo. Una scelta interessante e atipica per il fotografo milanese nel cui lavoro di moda la presenza umana e’ stata la più ricorrente.

Nato come fotografo di moda, celebre nel mondo per le sue immagini perfette, raffinatissime, uscite dall’obiettivo di chi conosce bene la luce, Barbieri vive la  fotografia come “continua ricerca, evoluzione, studio”. Per lui l’immagine è “una sensazione, una seduzione, uno spunto per l’immaginazione e un richiamo per il desiderio”.

Nel 1971 firma la prima campagna pubblicitaria realizzata per Pomellato, azienda che fin dalla sua nascita ha scelto l’occhio di grandi fotografi, e che all’inizio del suo percorso di comunicazione, ha utilizzato il bianco e nero per le sue campagne.

Sul filo dell’immaginazione e del desiderio, nasce la campagna fotografica Pomellato del 1989: una campagna che racconta un viaggio, con partenza dal porto di Genova e destinazione Caraibi, alla ricerca di suggestioni esotiche, di volti di un tropico più immaginato che ritratto, di una natura sognata, estatica, percorsa da fremiti di sensualità.

Ed è proprio questa campagna realizzata da Gianpaolo Barbieri per Pomellato che segna l’origine della sua ricerca fotografica e questa la ragione per cui insieme hanno pensato questa mostra, e il libro che ne è nato corredato dai testi di Martina Corgnati e Giusi Ferrè, realizzati in collaborazione con Contrasto.

Tutto ha inizio da lì, e con un’immagine tratta da quella serie si aprono la mostra e il libro.

Innatural è il lavoro in assoluto più pittorico mai realizzato da Barbieri: nell’uso discreto e attento del colore, nella sensibilità per la consistenza delle cose, nel ricorso frequente ad animali e dettagli, una lucertola, un insetto, dal sapore simbolico, che richiamano le nature morte cinque e seicentesche, e soprattutto nell’irresistibile attrazione per un’impossibile natura originaria che già Gauguin aveva inseguito, trascinato dal miraggio di un’ispirazione senza cultura.

The Andy Warhol Show

A cura di Gianni Mercurio e Daniela Morera

La Triennale di Milano presenta la mostra The Andy Warhol Show, realizzata con la collaborazione di Chrysler, marchio del gruppo automobilistico DaimlerChrysler, per celebrare l’innovazione, la creatività e l’ispirazione di questo grande artista.

Personaggio eclettico, sin dai suoi esordi Andy Warhol è considerato un emblema della cultura americana degli anni Sessanta e Settanta. Pittore, fotografo, cineasta, scrittore (filosofo e sociologo), promoter di gruppi musicali e teatrali, editore, animatore della vita mondana newyorkese, ma soprattutto grande comunicatore, Warhol creando la Factory inventò la corporation dell’artista, il sistema di lavoro della collaboration.

Ciò che maggiormente emerge da questa rassegna è come dietro la facciata delle immagini e dietro la superficie della pittura, Warhol afferma un'estetica basata sulla comunicazione e sulla collaborazione tra lui e quanti gli sono stati vicino.

Considerevole il nucleo delle opere presentate in mostra, che oltre a circa 200 dipinti, è ricca di foto, opere grafiche, disegni, tra i quali quelli giovanili appositamente realizzati come illustrazioni per le riviste di moda newyorkesi.

Non mancano inoltre materiali di supporto, come le copertine di Interview, filmati, documentazioni di moda ed oggettistica, ordinati all'interno di un ampio apparato filologico che consente di avvicinare la complessa personalità dell'artista di Pittsburgh scomparso nel 1987 all'età di 59 anni.

Quanta basta per comprendere che The Andy Warhol Show si qualifica come una delle mostre più originali e complete a lui dedicate in Europa, di certo la più vasta realizzata in Italia fino al 2004.

La mostra è resa possibile grazie alla partecipazione di importanti collezioni e istituzioni pubbliche e private internazionali, tra le quali The Warhol Museum di Pittsburgh e The Andy Warhol Foundation di New York.

I temi fondanti l'estetica di Warhol sono affrontati attraverso opere tra le più rappresentative. L'ampio ventaglio delle icone warholiane è largamente rappresentato:
– mito bellezza-successo-potere (ritratti di Marilyn, Liz Taylor, Elvis Presley, Jaqueline Kennedy, Mao);
– consumismo (Campbell's Soup, Brillo Box, Dollar Sign);
– advertising, la ripetizione seriale dell'immagine, i simboli tragici di catastrofi e morte (Suicide, Electric Chair, Vesuvio, incidenti stradali);
– ritratti di artisti, dealers, stilisti, amici, personaggi del jet set dalla social life, all’underground. Volti noti tra cui Leo Castelli, Ileana Sonnabend, Keith Haring, Robert Mappelthorpe, Yves Saint-Laurent, Giorgio Armani, Caroline di Monaco, Gianni Agnelli, Dennis Hopper, Jane Fonda, Grace Jones e molti altri;
– attraversamento di un'arte di matrice astratta (Camouflage, Shadows);
– Collaborations con Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente;
– The Last Supper, l’ultima serie di opere della sua vita presentate proprio a Milano, un mese prima della sua morte.

L'ampia rassegna fotografica dedicata all'artista raccoglie immagini di Peter Beard, Ronnie Cutrone, Fred W. McDarrah, Christopher Makos, Billy Name, Gerard Malanga, Patrick Mc Mullan, Tsen Kwong Chi, Mario Schifano, David McCabe, Victor Bokris, Anton Perich, Maripol, Maria Mulas, Edo Bertoglio. Non mancano ovviamente foto realizzate dallo stesso Warhol.

Tra i materiali filmati, oltre ad un importante documentario di Daniela Morera, dove appare in esclusiva la vendita all’asta delle collezioni dell’artista, saranno proiettati un video di Lana Jokel che intervista un Warhol insolitamente loquace ed una scelta di brani tratti da Andy Warhol TV e Factory Diaries per terminare con un video dell’artista Tracey Moffatt.

La mostra prevede inoltre la sezione Fashion and Style, con disegni e sculture pre-pop realizzate negli anni '50, quando il giovane Warhol era appena approdato a New York e si guadagnava da vivere come illustratore, grafico e vetrinista. La sezione è arricchita da abiti, accessori e tessuti ispirati all'iconografia warholiana. Tra le rarità che questa mostra offre troviamo anche una delle sue celeberrime parrucche (silver wig).

Il catalogo di circa 400 pagine, bilingue, è edito da Skira. Introdotto dai curatori Gianni Mercurio e Daniela Morera, include testimonianze inedite di Bruno Bischofberger, Victor Bokris, Ronald Feldman, Glenn 'O Brien e un saggio critico di Demetrio Paparoni.

Daniela Morera, giornalista, amica e collaboratrice di Andy Warhol, vive e lavora tra New York e Milano. È stata per quasi vent'anni european editor di Interview la rivista fondata da Andy Warhol negli anni ’70 e ‘80 da lui pubblicata fino alla sua morte. È autrice del video "Andy Warhol – My saint or satanic friend?” presente in mostra. 

Architettura e design del Portogallo

A cura di Henrique Cayatte, Victor Mestre, Guta Moura Guedes.

La mostra propone una lettura e una sintesi della produzione portoghese nei campi dell’architettura, del design, della grafica e della comunicazione dal 1990 al 2004, un periodo di tempo in cui i legami fra le diverse discipline si sono rafforzati e la cui massima espressione si è manifestata nell’Esposizione Mondiale di Lisbona nel 1998.

La mostra è divisa in tre sezioni: Architettura e Spazio Pubblico, a cura di Victor Mestre; Design della Comunicazione e Multimedialità, a cura di Henrique Cayatte; Design dell’Arredamento e del Prodotto, a cura di Guta Moura Guedes.

Architettura e Spazio Pubblico
La recente produzione architettonica, profondamente caratterizzata dall’opera di Álvaro Siza Vieira ma attenta anche alle generazioni più giovani, è influenzata da diversi fattori, come lo sgretolamento del contrasto tra città e campagna, il superamento del confronto fra architettura locale e architettura moderna, l’attenzione nei confronti dell’ecologia legata al paesaggio culturale.

Per definire la sezione dedicata all’architettura sono state individuate quattro tematiche, in relazione alle quali sono state selezionate trenta opere già costruite e cinque in fase di progettazione. Le tematiche sono: Territorio, Città, Paesaggio; Patrimonio e Contemporaneità; Pluralità; Internazionalizzazione.

Territorio, Città, Paesaggio analizza il rapporto che i progetti instaurano con il contesto in cui si collocano, che ne risulta trasformato, come, per esempio, il Padiglione Del Portogallo realizzato per l’Expo del 1998 da Álvaro Siza Vieira e lo Stadio Comunale di Braga di Eduardo Souto de Moura. Patrimonio e Contemporaneità propone il dialogo fra l’architettura contemporanea e il patrimonio preesistente legato alla tradizione, nella sezione è presentato ad esempio il progetto di riconversione dell’Ala Ponente dell’Antico Collegio delle Arti CAV – Centro D’Arti Visive.

Pluralità evidenzia l’assimilazione da parte dell’architettura portoghese dei codici espressivi della produzione internazionale.

Internazionalizzazione ospita progetti concretizzatisi al di fuori del territorio nazionale.

La tematica fa riferimento al processo di internazionalizzazione dell’architettura portoghese, iniziata nella decade degli anni ’70 con la scoperta italiana dell’opera di Álvaro Siza e delle figure della Scuola di Porto, tra cui spiccano Fernando Távora e Alexandre Alves Costa. Negli stessi anni a Lisbona è attivo lo Studio Nuno Teotónio Pereira che consacra un insieme di personalità che caratterizzano il dibattito teorico nella decade degli anni Settanta e che porta alla rinascita culturale del Portogallo degli anni Ottanta-Novanta.

Design dell’Arredamento e del Prodotto
La storia del design industriale in Portogallo è recente: nel corso degli ultimi trent’anni, si è evoluto in parallelo allo sviluppo industriale e tecnologico del paese.

I pezzi in mostra sono distribuiti in dieci spazi espositivi modulari che contribuiscono a presentarlo attraverso differenti prospettive.

Il modulo iniziale è denominato Punto di partenza, che trascende l’inquadramento temporale della mostra per contestualizzarla storicamente. Gli altri moduli sono: Essere insieme; Solidità. Linea; Osservazione. Sottigliezza. Reinterpretare; Trasparenza. Musicalità; Humor; Solitudine; Riciclare. Rinnovare; Inventare. Sperimentare; Bianco. Luce.

Dieci possibili scenari sull’attuale design industriale portoghese, i cui nomi di riferimento sono, fra gli altri, il già citato Álvaro Siza Vieira con il fermalibri Suporte 0 Marco Sousa Santos con la lampada da tavolo Action, Fernando Brízio con le coppe che fanno parte del Project 01 Think Tank Pino, João Sabino con il set per il sale e il pepe Bottled Spices.

Design della Comunicazione e Multimedialità
Nel corso della dittatura che il Portogallo vive per quarantotto anni, la produzione della comunicazione grafica raggiunge il suo culmine nel passaggio tra gli anni trenta e gli anni quaranta con l’Esposizione del Mondo Portoghese. Con una produzione artistica basata sull’esaltazione dei valori propugnati dal regime, quelle che allora venivano chiamate arti grafiche attraversano un periodo di grande espansione. Nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, Anche gli artisti si dedicano alla produzione grafica. Negli anni Cinquanta e Sessanta nasce, soprattutto nelle pubblicazioni e nella pubblicità, una produzione di qualità sempre maggiore, opera di professionisti che sarebbero stati poi riconosciuti come membri della prima generazione del design portoghese. L’opera di Sebastião Rodrigues è esemplare di questo periodo.

Con l’affermarsi della democrazia, nell’aprile del 1974, si assiste, fino alla fine degli anni Settanta, ad una forte esplosione nell’ambito della comunicazione. Sono pubblicati migliaia d’opuscoli di propaganda politica e sindacale.

Gli anni Novanta vedono la trasformazione del design grafico in design della comunicazione, legato alla maggiore circolazione delle informazioni, alla maggior produzione, alle nuove opportunità e nuove tecnologie ed anche al maggior interesse per la disciplina e la nascita di molti corsi di design. Durante il periodo di apertura della mostra si svolgeranno eventi collaterali legati al cinema, all’arte, alla musica e all’enogastronomia portoghesi. 

The portraits of elegance at Teatro alla Scala

Una mostra per celebrare la riapertura della Scala dopo il laborioso intervento di restauro degli ultimi tre anni, ideata da Franca Sozzani e sotto il patrocinio del Comune di Milano. Strutturata come una sorta di grande layout di un fotogiornale si articola in circa trecento immagini fotografiche. Una galleria dove si intersecano figure epocali del mondo musicale, culturale e del glamour milanese, un viaggio lungo oltre un quarto di secolo e fondamentale per la città lombarda, quello dalla ricostruzione post-bellica ai prodromi della contestazione studentesca. Voci insuperabili quali Maria Callas, la sua grande antagonista Renata Tebaldi, Giulietta Simionato. Poi Wally Toscanini, vero trait d’union fra la Scala e i salons meneghini. Tante donne dallo chic emblematico, opulenza e stilizzazione, eccesso e sobrietà, la tradizione che si stempera nel nuovo. Fil rouge, l’elogio dell’eleganza, elemento imprescindibile di lettura che si rivela attraverso la fiction e il montaggio quasi cinematografico delle immagini.

L’allestimento si avvale anche di parallelepipedi di specchio, silhouettes high size di abiti, per dare vita a un patchwork emozionale che si propone di rievocare la magia, le cadenze letterarie, le ragioni emblematiche di un rito consacrato della modernità. Protagonista assoluta la grande musica.

Ma la première alla Scala significa anche altro. Una spasmodica attenzione mediatica, il comporsi o smembrarsi di un’autentica semantica estetica e sociale, eleganza, rappresentazione mondana, vanità. Vanno in scena i fasti arbasiniani del boom economico, si accavallano i cambiamenti del costume, sullo sfondo si avvertono le prime avvisaglie della contestazione studentesca e della crisi della metà degli anni Settanta.

Foto per raccontare il gusto, i tic e i tabù di un milieu sociale composito e in forte trasformazione, la dinamica cangiante delle declinazioni dell’haute couture dei massimi ateliers parigini, fra New Look Dior e sperimentazioni Seventies, fino al nascere e progressivo affermarsi della moda italiana lungo il fondamentale arco di tempo che va dai primi anni ’50 al debutto dei ’70, appunto.

Una folla di personaggi e attitudes evocative palcoscenico di suggestioni e frammenti narrativi significanti, di abiti e gioielli favolosi. Pierre Balmain immancabile habitué, Grace Kelly e la Begum, Liz Taylor e Luchino Visconti, Valentina Cortese e Carla Fracci, un pulviscolo di royalties, l’aristocrazia milanese al completo, la borghesia ascendente, gossip e fourrures, l’indimenticata allure di Biki e Gigliola Curiel, poi Mila Schön, sacerdotesse del fashion made in Milano. Biki, in particolare, col suo imprinting pucciniano e con l’invenzione del personaggio Callas definitivamente consegnato al mito.

Un percorso diverso dal consueto, che partendo dalla mitologia musicale e delle grandi voci vuole porre l’accento su un rituale collettivo profondamente significante per Milano, quello della prima scaligera, che secondo tradizione si consuma immancabilmente ogni sette dicembre. Un evento fortemente simbolico per il capoluogo lombardo ma anche per il mondo intero, che lungo i decenni susseguitisi dalla ricostruzione post-bellica ha ormai assunto contorni leggendari.

Volti nuovi di antichi teatri

A cura di Luca Molinari

La Triennale di Milano ha festeggiato la riapertura del Teatro alla Scala dopo due anni di lavori di restauro e ristrutturazione presentando una inedita mostra, curata da Luca Molinari, dedicata ai progetti più significativi portati avanti da architetti contemporanei in Italia ed Europa per la riqualificazione di teatri all’italiana o come spunto progettuale per un nuovo edificio per la musica.

La ristrutturazione del Teatro alla Scala di Mario Botta dimostra come sia possibile costruire un confronto vitale tra architettura antica e opera contemporanea, insieme il teatro, e in particolare il teatro all’italiana, come tipologia architettonica continua a mantenere una forza e una riconoscibilità pubblica straordinaria che conosce una continua metamorfosi nei secoli senza mai perdere la sua identità.

Il modello del Teatro alla Scala di Mario Botta introduce la sequenza dei modelli dei progetti di Aldo Rossi per il Teatro della Fenice di Venezia e del teatro Carlo Felice a Genova, l’intervento di Danilo Guerri per il Teatro delle Muse ad Ancona, il provocatorio progetto di Dominique Perrault per il raddoppiamento del teatro Marinskij a San Pietroburgo, l’intervento di Jean Nouvel per la ristrutturazione del Teatro dell’opera di Lione, il progetto del giovane francese Rudi Ricciotti per il teatro di Postdam e i nuovi interventi per teatri di nuova fondazione di Renzo Piano all’interno del Lingotto a Torino e di Vittorio Gregotti per il Teatro degli Arcimboldi a Milano.

I modelli sono presentati scenograficamente lungo lo scalone d’onore della Triennale. Una mostra concepita per comunicare direttamente e con facilità la ricchezza e complessità del progetto architettonico.


Il design della gioia

A cura di Alba Cappellieri e Marco Romanelli
Progetto di allestimento di Marco Romanelli e Marcello Pinzero
Grafica di Giuseppe Basile 

La mostra si propone di evidenziare la specificità del gioiello di design rispetto al vasto mondo della gioielleria. In quest’ultimo afferiscono, infatti, oltre ai settori tipici della produzione, categorie diverse quali il “gioiello d’artista”, il “gioiello dei jewellery designers” (ovvero di chi, occupandosene in via costante ed esclusiva, adotta un approccio specialistico al tema) e il “gioiello pezzo unico”.

Nel gioiello pensato dai designer le componenti materiche, tecnologiche e persino formali non sono dettate né da un puro atto creativo, né da un’esigenza produttiva o di marketing, ma rappresentano piuttosto l’applicazione di un processo analogo a quello adottato, dagli stessi autori, ad altre scale progettuali (dal furniture al product design fino, a volte, all’architettura).

Le opere esposte sono state quindi selezionate in quanto frutto del lavoro di creativi abituati a confrontarsi con il più ampio alveo della progettazione architettonica e del design. I rimandi a queste discipline, ovvero alla scala maggiore, vengono cristallizzati nei gioielli proposti, a volte attraverso un processo di auto-citazione, altre volte secondo rimandi più segreti. Sempre comunque sostituendo, come parametro di attribuzione del valore, le scelte progettuali alla tradizionale preziosità del materiale. Le opere presentate riassumono le recenti stagioni artistiche, suggeriscono analogie formali con architetture e mobili e invitano al confronto trasversale tra le diverse scale progettuali. Sul piano del linguaggio lo scontro generazionale - da Sottsass ai Bouroullec - giocato sui materiali e sulle tecniche, oltrechè sulla forma- si fa evidente, confermando l’alto valore simbolico, e quindi la relazione con la tendenza e il dibattito, insiti nell’atto stesso di decorare il corpo.

Per contrappunto, e per chiarire il concetto di “gioiello di design”, si è scelto di presentare cinque categorie esemplari: - Gioiello d’artista (Carla Accardi, Getulio Alviani, Afro Basaldella, Pietro Consagra, Fausto Melotti); Gioiello di Jewellery Designer (Giampaolo Babetto, Mario Pinton, Gerd Rothmann); Gioiello Pièce Unique (Bulgari, Cartier, Chanel, Damiani); Gioiello di Fashion Designer (Chanel, Gucci); Gioiello di Produzione: (Bulgari, Cartier, Salvini) -che evidenzino altri modi della gioielleria contemporanea e quindi segnalino differenze e analogie con il gioiello di design.

L’allestimento, progettato da Marco Romanelli e Marcello Pinzero, si propone di valorizzare ciascun percorso progettuale individuale ponendolo tuttavia in relazione con tutti gli altri. Nasce così una suggestiva selva di colonne autoilluminate che racconta l’approccio di ogni singolo designer al tema del gioiello. Particolarmente incisivo il progetto grafico, della mostra e del catalogo, a cura di Giuseppe Basile, in particolare nell’immagine-logo de “Il design della gioia” ove compare la riproposizione stilizzata di un volto costruito attraverso alcuni dei gioielli in mostra.

Opere di Franco Albini e Franca Helg, Ron Arad, Shin&Tomoko Azumi, Gijs Bakker, Mario Bellini, Sebastian  Bergne, Afra Bianchin Scarpa, Ronan e Erwan Bouroullec, Fernando e Huberto Campana, Matali Crasset, Björn Dahlström, Riccardo Dalisi, Manolo De Giorgi, Michele De Lucchi, Peter Eisenman, Uwe Fischer, Emanuela Frattini Magnusson, Konstantin Grcic, Martĺ Guixé, Arata Isozaki, Nathalie Jean, Harri Koskinen, Axel Kufus, Marta Laudani, Angelo Mangiarotti, Alberto Meda, Richard Meier, Alessandro Mendini, Benedetta Miralles Tagliabue, Bruno Munari, Maria Eugenia Muratori, Emilio Nanni, Marc Newson, Paolo Portoghesi, Marco Romanelli, Rolf Sachs, Afra e Tobia Scarpa, Ettore Sottsass, Martin Szekely, Giovanna Talocci, Frank Tjepkema, Patricia Urquiola, Lella e Massimo Vignelli, Pia Wallén, Marcel Wanders, Hannes Wettstein, Michael Young

Lombardia d'autore

Quattro fotografi interpretano una regione: Gianni Berengo Gardin, Giorgio Lotti, Peter Marlow e Alex Webb. Il progetto, voluto dalla Regione Lombardia, giunge ora in mostra alla Triennale di Milano.

L’intento del progetto è stato quello di offrire una versione inedita della Lombardia, di creare attraverso la fotografia un’opera scritta dalle immagini. Attraverso l’obiettivo di quattro grandi fotografi, Lombardia d’Autore ha cercato di fissare l’essenza poetica della regione.

Gianni Berengo Gardin si è occupato di ritrarre le città d’arte, Giorgio Lotti e Alex Webb hanno prestato il loro sguardo alle zone dei laghi e delle vie d’acqua mentre Peter Marlow ha catturato la vita e il paesaggio delle montagne.

In mostra circa 80 immagini da Milano, Cremona, Brescia, dal Lago di Como e quello di Garda, passando per il Ticino e il suo parco, arrivando a Ponte di Legno sino a Livigno. Un itinerario affascinante tra natura, storia e arte.

Itinerari lunghi un fiume - Il Po e la sua immagine dal 1811 al 13 marzo 2005

A cura di Graziella Sibra

Progetto di allestimento e grafica: AR.CH.IT Luca Cipelletti, Daniele Mastrapasqua, Paolo Pelando

La mostra è parte del progetto interregionale di valorizzazione del fiume Po, realizzato con il contributo del Ministero dell’Industria e delle Regioni Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto e mostra i risultati di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano/Dipartimento di Progettazione dell’Architettura.

Poche sono state nel passato le rappresentazioni di tutta l'asta dalla fonte al mare Adriatico. La prima risale al periodo napoleonico quando, con la costituzione del Regno d’Italia, il Po venne visto per la prima volta nel suo insieme.

Il continuo spostamento dell'alveo, il bisogno di opere idrauliche, l'inquadramento geografico, la moltitudine dei confini hanno contribuito a fare della rappresentazione del Po il migliore esercizio grafico per quanti si sono impegnati a volerlo raffigurare. Da sempre i migliori tecnici, cartografi, fisici, topografi hanno sperimentato in questo luogo i risultati delle ultime ricerche nelle discipline scientifiche, idrauliche e del disegno.

La mostra è aperta da una sezione introduttiva nella quale il visitatore può camminare sulla rappresentazione dell’intero corso e dei suoi affluenti, mentre dal pavimento emergono schermi al plasma dai quali si potrà godere delle riprese del Po, dello spostamento delle sue masse d’acqua, della vita che si svolge lungo il suo percorso, dalla proiezione della sorgente, attraverso i ponti vicini alle città più importanti (Torino, Alessandria, Pavia, Piacenza, Cremona, Mantova, Ferrara), fino al delta.

Il nucleo centrale è costituito dall'esposizione di quattro cartografie ottocentesche.

La prima, realizzata nel 1811, rappresenta il territorio del Basso Po, quella porzione ferrarese che va da Ficarolo al mare e nasce per prevenire nuove alluvioni, risollevare economicamente e socialmente il territorio e migliorare le vie di comunicazione. E’ composta da 38 tavole (scala 1:15.000) disegnate a china e colorate ad acquarello.

La seconda, risalente al 1821 e aggiornata nel 1853, comprende 47 tavole a colori che rappresentano il fiume da Pavia al mare; la terza è l’aggiornamento della medesima al 1872. Camminando lungo queste due piante, poste in piano per una lunghezza di 20 metri, il visitatore può avere l’impressione di spostarsi lungo le sponde del Po.

Infine, l’ultima pianta del 1887 è ancora oggi utilizzata per aggiornamenti e per la rappresentazione di tutto il corso del Po. Lo studio e la conoscenza oggi di questa mappa è importante per il suo valore storico, scientifico, culturale, idraulico e per poter avviare la realizzazione di un nuovo disegno del fiume.

A corredo delle piante sono esposte trenta fotografie di Valerio Rebecchi, che si confronta con il paesaggio costruito dal Po, la sua visione e rappresentazione della sponda reggiana e modenese del fiume (raccolta Touring Club Italiano).

Una sezione curata dal Touring Club Italiano è dedicata alla rappresentazione turistica, cartografica e guidistica del Po attraverso l’esposizione di originali e riproduzioni della cartografia turistica del fiume e di foto che documentano le prime crociere motonautiche, il Po d’inizio secolo scorso e ambienti fluviali di particolare interesse turistico.

La mostra fa parte di un insieme di proposte e iniziative messe in campo dalle quattro regioni - Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto – di valorizzazione di un sistema caratterizzato dalle città d’arte, riserve naturali, fiumi navigabili, località termali, oasi naturali e prodotti enogastronomici delle aree relative al corso del Po.

Colore

A cura di Muba, Museo dei Bambini Milano

La mostra vuole presentare in modo giocoso e innovativo l'elemento del colore, inteso non nelle sue caratteristiche tecniche o scientifiche, bensì come elemento della comunicazione e modo dell'essere.

Il Muba si propone con questa mostra di creare un contesto e delle attività che consentano ai bambini di esercitare la propria capacità di osservare e sentire il colore, portare i bambini a percepire il colore come un’esperienza affascinante, di cui sono protagonisti consapevoli.

Dressing Ourselves

 30 grandi personalità internazionali dell’architettura, design, musica e arte disegnano e indossano la propria personalissima e rivoluzionaria visione di abito.

Dressing Ourselves è stata ideata da Alessandro Guerriero, Compasso d’Oro per il design, che ha riunito grandi personalità del mondo dell’architettura, del design, della musica e dell’arte ad esprimere riflessioni e provocazioni sul valore dell’abito nella cultura contemporanea.

Yoox, azienda eclettica nata con Internet, ha scelto di produrre e di ideare questa mostra per la libertà di sperimentazione multidisciplinare che la contraddistingue e per l’affinità con il laboratorio di produzione di progetti culturali e innovativi che la società da sempre abbraccia e sostiene all’insegna della creatività del futuro prossimo.

Agli autori, 30 grandi personalità internazionali, fra cui l’architetto Ettore Sottsass, il musicista Jimi Tenor, il pittore/architetto William Alsop, è stato chiesto di scegliere e, quindi, progettare l’abito che oggi meglio li rappresenta, un abito che assume il valore di un autoritratto. Gli schizzi ricevuti hanno dato origine ad una collezione di “abiti-opere-d’arte” indossati da sculture polimateriche, raffiguranti gli autori, in scala reale e realizzate dall’artista Attilio Tono [Atelier Almayer].

Il tema dell’abito offre il pretesto per indagare sulla creatività contemporanea, sempre in bilico tra la libertà "inutile" dell'arte e il vincolo "utile" del progetto oggettivo: l'unico, l'opera d'arte, l'originale irripetibile, sono diventati i segni di un passato artistico e artigianale, mentre ciò che è riprodotto, l'oggetto in serie, il duplicato, sono i segni del presente industriale.

“Ogni oggetto – dice Alessandro Guerriero, curatore del progetto, – è un racconto frutto di contingenze, di utopie, di scommesse progettuali, di umori espressivi... ogni abito ha una sua letterarietà, e la mostra vuole semplicemente valorizzare questa narrazione.”

La progettazione e produzione della mostra è stata affidata ad Alberto Biagetti, riconosciuto tra i migliori designer italiani, mentre gli abiti sono stati realizzati da Anna Cardani insieme dagli studenti della NABA (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano, con l‘art direction di Giorgio Correggiari, stilista e sperimentatore nel mondo della moda.

Autori:
William Alsop, pittore architetto, Regno Unito
The Aluminum Group, musicisti, Stati Uniti
Antony, musicista, Stati Uniti
Devendra Banhart, musicista, Stati Uniti
Johannsson Bardi, musicista, Islanda
Markus Benesch, designer, Germania
Andrea Branzi, architetto designer, Italia
Enzo Cucchi, artista, Italia
Nathalie du Pasquier, designer, Francia
Enrica Borghi, artista, Italia
Pablo Echaurren, artista, Italia
Meschac Gaba, artista, West Africa
Johanna Grawunder, architetto designer, Stati Uniti
Alessandro Guerriero, architetto, Italia
Hariri& Hariri, architetti, Stati Uniti
Massimo Giacon, artista, Italia
Choi Jeong-hwa, artista, Korea
Toshiyuki Kita, designer, Giappone
Gianluca Lerici alias Prof. Bad Trip, artista, Italia
Alessandro Mendini, architetto designer, Italia
Mimmo Paladino, artista, Italia
Penezic&Rogina, architetti, Croazia
Gaetano Pesce, architetto designer artista, Italia
Ettore Sottsass, architetto designer, Italia
Jimi Tenor, musicista, Stati Uniti
Patrick Tuttofuoco/Ciboh, artista, Italia
Un Studio, architetti, Olanda
Makoto Sei Watanabe, architetto, Giappone
Peter Wilson, architetto, Australia

Gaetano Pesce - Il rumore del tempo

A cura di Silvana Annicchiarico
Progetto di allestimento: Franca Bertagnolli
Grafica: Elio Carmi

La mostra su Gaetano Pesce non vuole essere una classica monografica in cui raccontare tutta l’opera dell’autore, dai suoi esordi fino ai giorni nostri; bensì vuole essere l’occasione, attraverso l’analisi di alcune tappe della sua opera, per riflettere su questioni teoriche aperte, problematiche, che affondano le loro radici nel passato ma nello stesso tempo prefigurano il futuro.

L’esposizione non si avvale solo di oggetti, disegni, testi e video, ma cerca di mettere in scena nuovi metodi di rappresentazione, per poter coinvolgere in maniera emozionale e interattiva i visitatori.

Uno dei nuovi metodi di fruizione è il cambiamento del percorso espositivo. Ogni 15 giorni un personaggio riconosciuto – non necessariamente un esperto – sceglie di mostrare alcune opere e nasconderne altre. La mostra è pertanto composta da opere visibili e invisibili e cambia la sua rappresentazione a seconda dell’occhio del curatore temporaneo.

L’esposizione è suddivisa in 9 capitoli, ognuno dei quali mette a fuoco temi e questioni che, a partire da aspetti specifici dell’opera di Pesce, si allargano prospetticamente fino a coinvolgere nodi centrali nel dibattito contemporaneo sulla cultura del progetto. Ogni capitolo della mostra viene qui presentato attraverso riflessioni e dichiarazioni dello stesso Gaetano Pesce.

1. Personalizzazione della serie
«Questo tema è in egual misura un soggetto politico, tocca il contenuto delle libertà, il diritto alla differenza. In generale, come gli individui sono liberi di accettare la loro diversità, anche gli oggetti possono farlo.
Nella storia, alcune popolazioni hanno conosciuto la schiavitù che, a mio parere, equivale alla funzionalità: lo schiavo è utile e dunque funzionale. Appena non possiede più questa qualità, finisce per morire. Gli oggetti conoscono la stessa storia: quello che non è più funzionale perde la sua ragion d’essere. E’ per questo che gli oggetti-schiavi diverranno un giorno liberi, e ciò significa liberi di assumere la loro forma, il loro colore, la loro espressione o il loro messaggio, in altre parole la loro diversità».

2. Dell’espressività: fra figurativismo e astrattismo
«All’inizio del XXI secolo, si esce da un lungo periodo in cui la conoscenza si costruiva attraverso un linguaggio astratto. Questo modo di apprendere è a mio avviso rigido e, per usare un termine impegnativo, totalitario. Nel linguaggio scritto, eccezioni a parte, l’interpretazione è impossibile, e si impedisce ogni partecipazione
Nel corso degli ultimi decenni, si nota una presenza sempre più importante dell’immagine sia nei metodi di apprendimento dei bambini nella scuola, sia nei mezzi di comunicazione quali l’informatica.
Gli oggetti e l’architettura fino a pochi anni fa erano privi di questo apporto dell’immagine, in nome di una bellezza estetizzante».

3. Nuovi Materiali, Nuovi Linguaggi
«Sono convinto che un’innovazione sia perpetrata attraverso tre mezzi: l’innovazione del linguaggio, l’innovazione tecnica e l’utilizzo di nuovi materiali. Nel momento in cui questi tre fattori sono rispettati, l’innovazione esiste.
In più, un nuovo linguaggio rappresentato con dei materiali tradizionali veicola l’incertezza della menzogna. Un creatore deve dunque esprimersi coi materiali del suo tempo per essere sincero. Una tal pratica facilita l’innovazione, che resta molto limitata se si tratta di esprimersi con una materia che è stata nel passato il mezzo d’espressione di una moltitudine di creatori».

4. Femminilità e Mascolinità Come Motori Del Progetto
«La storia che ci precede ha sempre avuto come modo di educazione degli individui quello che metteva in evidenza le qualità della mascolinità e che teneva represse le espressioni della femminilità.
Questa storia è durata circa 5000 anni.
Per me la mascolinità rappresenta l’aspetto ‘pubblico’ del pensiero e la femminilità il suo aspetto ‘privato’.
Come sappiamo la storia del mondo è entrata da qualche decennio in quel che chiamiamo la ‘sfera privata’, la cui maggiore espressione proviene dalla parte del cervello degli individui che definiamo femminile.
La rigidità, l’aspetto serio delle cose, l’assenza di colore, la forza, l’ideologia, il monolitismo e, alla fin fine, lo spirito totalitario, sono delle caratteristiche che hanno perso la loro energia. Per contro, l’ironia, la presenza del colore, la gioia, la frammentazione, la multidisciplinarietà, l’elasticità, la sensualità, sono dei territori in cui si può scoprire tutto e attraverso i quali si possono arricchire le nostre vite e i nostri progetti.
Nel nostro mondo dell’architettura e degli oggetti, sarebbe tempo di vedere delle creazioni fondate su questa femminilità. Questo permetterebbe a mio avviso di rinnovare profondamente l’ambito della creazione e di aprire così un periodo tanto ricco come quelli da cui siamo generati».

5. Il Canone della Bellezza e il Malfatto
«Oggi possiamo affermare che l’ideale di bellezza è l’espressione di una mentalità totalitaria. Per esempio, l’ideale del corpo nella città di Sparta nella Grecia antica, fino all’orrenda ideologia hitleriana in cui l’ideale della razza e della bellezza ha portato a milioni di vittime. Nel mondo della moda, ancora oggi, si perpetua l’ideale del corpo, immagine che rende molti esseri umani tristi.
Dall’altra parte in certi paesi si vive da tempo secondo un sistema democratico o di pluralismo che contrasta con un’idea di bellezza monolitica e univoca.
Il fatto di fare degli oggetti che, nel loro processo di fabbricazione, ammettono l’errore e il difetto, è un mezzo per affermare che l’ideale della bellezza del nostro momento storico è quello della realtà quotidiana, con le sue qualità di differenza, le sue contraddizioni, e le sue trasgressioni.
Come sappiamo, l’oggetto difettoso è quello che, nella produzione standardizzata, ha il coraggio, la forza e la volontà di essere diverso, malgrado la potente macchina standardizzatrice. Questo possiede il valore più grande, gli altri erano solo dei numeri.
Nella cultura zen, la tazza di the perfetta è quella che è la meno cara, mentre quella che presenta degli sbagli e delle deformazioni è destinata all’imperatore.
Il malfatto crea una categoria di oggetti portatrice di segni umani e,quindi, l’errore diviene sinonimo di qualità».

6. Design come Espressione Politica
«Con il movimento moderno, il progetto diviene apolitico, e ciò significa che questo movimento ha tolto al creatore la sua capacità di esprimere il suo punto di vista personale, esistenziale e politico. Il suo margine di espressione è diventato una serie di dati pragmatici che si rapportano con l’uso razionale dei materiali e con la funzionalità dei prodotti.
L’architettura che una volta era capace di esprimere dei concetti di violenza o di gioia, attraversa oggi un lungo periodo di mutismo. Lo stesso vale per gli oggetti.
Sono convinto che all’inizio di questo secolo l’architettura e gli oggetti potranno riconquistare la possibilità o il loro diritto di esprimere i punti di vista politici dei loro autori, il loro modo di pensare, la loro origine, la loro identità».

7. Design Come Dimensione Religiosa
«Il design e l’architettura dovrebbero allo stesso modo permettere al loro autore di esprimere la loro propria dimensione religiosa, se quest’ultima esiste.
Questa è una tradizione dell’arte occidentale. Se l’architettura e il design possono acquisire una dimensione significante, essi devono anche poter esprimere la credenza del loro autore, o comunque trattare soggetti relativi alla religiosità».

8. Partecipazione dei Sensi
«Dopo secoli di visualità come senso principale, questo mostra oggi i suoi limiti. Abbiamo bisogno in modo urgente de percepire utilizzando tutti i nostri sensi.
Ecco perché l’architettura dovrebbe ‘raggiungerci’ attraverso l’odorato, il tatto (la sua elasticità dovrebbe poter essere simile a quella del corpo umano) e l’udito (dovremmo poter sentire mentre la percorriamo).
Al livello degli oggetti, formulo la stessa speranza. In più gli oggetti possono toccare il gusto, i sapori».

9. Il tempo
Si tratta di una installazione inedita pensata appositamente per questa mostra con l’intento di mettere in scena l’assoluta soggettività del rapporto con il tempo e quindi la sua inevitabile relatività. 

Architetti italiani under 50

La Triennale di Milano e la Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano presentano nell’ambito della Festa per l’Architettura - maggio 2005 - una grande mostra e un convegno sulle relazioni tra ricerca, formazione e progetto di architettura, in cui sono esposte e discusse realizzazioni di architetti italiani “under 50” che si sono laureati nelle Facoltà di Architettura italiane.

L’obiettivo è quello di far emergere le linee culturali di progetto più significative nel campo dell’architettura di ciascuna delle “scuole di architettura” attive in Italia, attraverso la presentazione di progetti di opere realizzate che ogni Facoltà ha selezionato autonomamente.

L’idea di presentare in Italia e successivamente all’estero i migliori lavori realizzati nell’ultimo decennio da architetti che si sono formati in Italia e distinti nella professione si rivela come un’inedita occasione per delineare organicamente i “progetti culturali” che contraddistinguono i programmi formativi oggi offerti dalle varie Facoltà e che può contribuire al dibattito in corso sulla riforma dell’università. La mostra presenta circa 100 progetti.

Mockba XXI

A cura di Luigi Filetici e Umberto Zanetti

Una grande mostra fotografica sulla trasformazione urbana della città di Mosca, analizzata dalla ricerca dell'architetto e fotografo Luigi Filetici, a cura di Luigi Filetici e Umberto Zanetti.
Mosca è uno dei più straordinari laboratori della realtà urbana contemporanea e lo racconta l'architetto e fotografo Luigi Filetici nella mostra MOCKBAXXI che ha visto come precedente tappa espositiva il prestigioso Museo Statale di Architettura di Mosca, MUAR.

La mostra si colloca all'interno dell'importante progetto multidisciplinare "Stagione Italiana in Russia" promosso dal Ministero degli Affari Esteri.
L'esposizione con un minuzioso lavoro filologico racconta un'avventura visiva attraverso le architetture che hanno caratterizzato il panorama moscovita dalle avanguardie degli anni '20 sino ai nostri giorni. Immagini peculiari della città, in un presente dinamico e allo stesso tempo dai tratti antichi, gravide dei mutamenti storici passati e presenti, che conducono il visitatore in un viaggio affascinante.

Mosca, città alla frontiera dell'Europa, rivela tratti originali e sfuggenti ad un primo sguardo. Nella sfera sociale, economica e politica, così come in quella urbana ed architettonica, i quindici anni intercorsi dalla fine dell'URSS e dalla caduta del comunismo hanno reso la città il palcoscenico di mutamenti che non hanno confronti nell'attuale panorama internazionale.

Le grandi fotografie, tutte in bianco e nero, raccontano lo straordinario periodo costruttivista, la monumentale e austera epoca stalinista, l'impulso costruttivo-sociale di Krushev, fino all'attuale architettura controversa dei centri commerciali.

Accompagna le immagini fotografiche un filmato creato per narrare il dinamismo, l'incessante andirivieni di masse di popolazione, la mobilità, il ritmo e l'umore di questo popolo concentrato nel cammino verso il futuro. Luigi Filetici restituisce una riflessione sulla città e un'analisi di un territorio urbano in continuo divenire, assolutamente ricco e stratificato, la cui indagine prosegue oltre le stesse fotografie.

Luigi Filetici (1962) è docente al Corso di Laurea in Disegno Industriale presso il Politecnico di Milano e La Sapienza di Roma; svolge la sua attività professionale in Italia e all'estero.

L'esplosione della città

La mostra L’esplosione della città è frutto di una ricerca realizzata da tredici gruppi di altrettante università di Italia, Francia, Spagna e Portogallo, coordinati da Antonio Font (Universitat Politècnica de Catalunya), Francesco Indovina (Iuav di Venezia) e Nuño Portas (Universidade do Porto).

Le realtà esaminate e proposte all’interno della mostra riguardano Bologna, Genova, Milano, Napoli, l’area del Veneto centrale che si estende da Vicenza a Mestre, Marsiglia, Montpellier, l’area omogenea transfrontaliera di Donostia (San Sebastian) e Bayonne, Barcellona, Madrid, Valencia, Lisbona, Porto.

La mostra è stata allestita a Barcellona nel settembre 2004 e a Bologna a marzo 2005.
Il percorso esposto racconta attraverso quali processi e con quali effetti le tredici aree metropolitane hanno vissuto la loro espansione e profonda trasformazione, analizzando le dinamiche sociali, economiche, territoriali che hanno mutato così in profondità il loro tessuto e fornisce un importante contributo di analisi di respiro europeo sulla complessità di questi temi.

L’edizione milanese della mostra si avvale anche del contributo specifico di analisi da parte della Provincia di Milano e, in specifico, dell’Assessorato al territorio e parchi. Uno spazio espositivo viene infatti riservato ai contenuti del Piano territoriale di coordinamento provinciale, alle previsioni di sviluppo e alla definizione della pianificazione locale d’area: lo studio, cioè, di piani intercomunali che sappiano coordinare gli interessi di una serie di realtà vicine e sintetizzarli a un livello più generale.

Le grandi città europee hanno vissuto negli ultimi decenni un processo di profonda trasformazione che ne ha cambiato il volto e l’anima. La continua espansione fisica ha rotto qualsiasi “cintura” che delimitasse confini una volta percepiti come precisi e definiti, per approdare a dimensioni a scala più vasta, ormai universalmente chiamate area metropolitana. A volte indistinta, a volte più controllata, questa crescita ha modificato la morfologia del territorio, stravolto gli spazi collettivi e individuali incidendo profondamente sulla natura dei rapporti sociali. Aggregare e atomizzare, questa doppia azione si è prodotta su più piani, ad esempio con la creazione di grandi cattedrali del commercio e della distribuzione, parallelamente alla dispersione di abitazioni unifamiliari su aree di nuova espansione. A questo punto sono saltati i riferimenti tradizionali che garantivano a vari livelli l’identificazione degli abitanti con uno spazio fisico storicamente individuato, neanche i centri storici hanno potuto conservare un’identità riconoscibile nel corso del tempo. E se l’evoluzione tecnologica ha permesso di smaterializzare un numero impressionante di attività, rendendo in molti casi ininfluente la presenza fisica delle persone in luoghi determinati, lo smarrimento per il venire meno di una serie di punti cardinali non può che aumentare.
Nascono nuove polarità, le amministrazioni più avvedute hanno saputo distribuire su una vasta area importanti funzioni per suddividere i centri motori delle attività produttive e ricreative, ma prevale ancora l’incertezza per un panorama che non ha ancora acquistato una fisionomia riconoscibile e rassicurante. La scommessa presenta quindi una posta molto alta: il governo del territorio, attraverso le sue articolazioni politiche e amministrative, deve dare risposte in termini di sostenibilità ambientale, controllo e sviluppo della mobilità, garanzia di equità sociale, sviluppo economico, a un quadro così radicalmente mutato.

Snake Space - Nio architecten

La Triennale di Milano presenta la mostra Snake Space - Nio architecten, focalizzata sulla ricerca dell’architetto olandese Maurice Nio e dedicata al tema degli "spazi tecnici", luoghi della città diseredati, di transito o addirittura ad accesso interdetto: discariche, autostrade, parcheggi, aree industriali, tunnel, viadotti. È qui che Nio realizza le sue architetture, donando anima e vita a territori indefiniti, freddi, spazi di scarto e di rifiuto. Particolari oggetti robotici, protagonisti dell’installazione, si insinueranno, come l’architettura di Nio, negli anfratti dimenticati di un paesaggio urbano ai confini tra l’astrazione e la realtà.

Snake Space è lo "spazio del serpente", un luogo recondito e apparentemente insignificante dove l'architettura si insinua, come farebbe un serpente, riscattando paesaggi urbani desolati e anonimi, privi di anima, sciatti, elusi dai consueti scenari di vita cittadina. Sono quelli che NIO architecten, gruppo basato a Rotterdam e protagonista della mostra, insieme a una famiglia di oggetti robotici che rotolano sinuosamente fino a scovare queste zone, chiama "spazi tecnici", luoghi prediletti dalle sue architetture. Architetture originali, sorprendenti, inconsuete, più che mai generatrici di anima e portatrici di qualità urbana.

Per "spazi tecnici" Maurice Nio intende luoghi del contesto metropolitano dimenticati e diseredati, di transito o addirittura ad accesso interdetto: discariche, autostrade, parcheggi, aree industriali, tunnel, viadotti. È qui che Nio realizza le sue architetture, donando vita a territori indefiniti, freddi, spazi di scarto e di rifiuto.

Si parla di luoghi e di architetture in questa mostra, quindi di "spazi", come quelli evocati dal titolo. Ma Snake Space allude anche all'altro protagonista -metaforico e immaginario- della mostra: il serpente che, con movimenti curvi, sensuali e accattivanti, si aggira in cerca di nicchie, di "spazi" a lui congeniali. Si insinua, esattamente come l'architettura di NIO architecten all'interno della città, alla ricerca di ritagli urbani, aree avvilite e spente.

L'installazione che accompagna la mostra prevede un lungo tavolo coperto da una stampa di un paesaggio immaginario, una sorta di mappa dalla quale emergono dieci punti caldi che individuano zone interstiziali, ognuna delle quali corrisponde a uno spazio tecnico e a una diversa occasione di progetto. Gli oggetti robotici si muovono sul tavolo, costantemente ridirezionati e in continua ricerca di nuove mete all'interno di questo paesaggio artificiale. Come l'architettura di Nio, tali oggetti si insinuano in anfratti di territorio mortificati dalle esigenze e dalle priorità della vita metropolitana.
Un secondo tavolo delle stesse dimensioni illustra, attraverso video, libri e immagini, le architetture di Nio, realizzate o in via di realizzazione. Come The Cyclops a Hilversum, un complesso di dodici case situate a ridosso di una strada a scorrimento veloce, isolate da un argine acustico. Il loro profilo stravagante ha ammaliato la gente al punto da superare lo scetticismo iniziale provocato dall'inospitalità del luogo. E ancora The Amazing Whale Jaw, una stazione capolinea di autobus nei pressi dell'ospedale di Hoofddorp. Omaggio a Oscar Niemeyer, la struttura è costituita da un blocco scultoreo dal disegno zoomorfo, pensato per donare un gesto forte alla piazza, spoglia e anonima. La stazione-scultura ora si espone brillante al sole, ora si piega su se stessa a ricavare l'interno e l'ombra, in un dialogo fra "candore modernista e chiaroscuro barocco". Touch of Evil è un progetto che mira a riscattare un tunnel dalla sua mera funzione di collegamento fra due zone: una stampa astratta e brillante si arrampica su parte della parete, come una macchia che si impossessa del cemento rivendicando e dichiarando la presenza del traforo. Una strada priva di identità si trasforma in un'esperienza al tempo stesso visuale ed emotiva. La chiave di lettura della mostra consiste, quindi, in una rinnovata visione del rapporto tra architettura e tecnica. Maurice Nio stabilisce un dialogo diretto, di estrema confidenza, tra la singolarità della sua ricerca e le molteplici potenzialità offerte dallo scenario urbano contemporaneo. Ne emerge un percorso inatteso, a tratti dissacrante ma vivido ed efficace, di una dimensione progettuale sensibile e geniale.

Pulviscoli - Disegni e parole di Alessandro Mendini

Coordinamento: Silvana Annicchiarico
Mostra a cura di Beppe Finessi e Loredana Parmesani
Progetto di allestimento: Anna Gili
Grafica: Massimo Caiazzo

Cura e produzione materiali sonori: Massimo Caiazzo con la collaborazione di Triggerz (Collective Intelligence)

La mostra presenta una selezione di circa 200 disegni dei 2500 dati da Alessandro Mendini alla Collezione Permanente del Design, consultabili digitalmente.

Mendini è personaggio unico, tra le più nitide intelligenze del mondo del progetto.

La mostra presenta il metodo di lavoro di Alessandro Mendini, indagato attraverso i disegni preparatori, febbrili solari e limpidi schizzi colorati, e i testi teorici ed esplicativi che precedono la realizzazione di un progetto, e che da sempre accompagnano l’azione del nostro maestro.

Sono esposti circa 200 disegni, lungo il perimetro dell’impluvium. Una striscia unica, all’altezza degli occhi, per poter apprezzare la precisione e la ricchezza di questo particolare strumento di pensiero elaborato negli anni sempre proposto su semplici e standard fogli bianchi formato A4.

Alcuni piccoli altoparlanti diffondono testi di Mendini letti da vari personaggi (Matia Bazar, Steve Piccolo, Rais, Cristina Donà, Daniela Diakova, Sissi Atanassova ecc.) e da allievi della Paolo Grassi di Milano e da altri studenti.

La mostra allestita da Anna Gili, è occasione di relazioni incrociate tra diverse iniziative intorno all’opera di Alessandro Mendini.

Il volume “Pulviscoli. 2469 disegni di Alessandro Mendini”, Triennale di Milano e Charta, riproduce integralmente i 2468 disegni che saranno ospitati dalla Triennale.

Un CD, curato da Massimo Caiazzo con la collaborazione di Triggerz , raccoglie gli oltre 15 contributi, sia cantati sia recitati, di testi scelti di Alessandro Mendini, in lingue diverse. Il CD, con circa 50 minuti di voce, è parte dell’allestimento diffuso all’interno della mostra, e porta la scrittura di Mendini in un modo coinvolgente.

Emilio Ambasz - Costruire con la Natura

Architetto, designer, autore di fama internazionale, Emilio Ambasz - argentino di nascita, americano d’adozione - non è solo il creatore di oggetti di straordinario successo nel campo del disegno industriale o il brillante ordinatore di mostre come Italy: the new domestic landscap” (1972) o Luis Barraga”(1974) al MoMa di New York, di cui è stato curatore fino al 1976.

Autore della misteriosa Casa de retiro espiritual nei pressi di Cordoba, in Spagna, Ambasz si è imposto in questi ultimi decenni come il profeta e il poeta di un nuovo programma di alleanza tra architettura e natura cui ha improntato il motto della sua filosofia progettuale: “green over gray”.

Restituire alla terra ogni centimetro sottrattole dall’atto di edificare è, infatti, il principio di un’attitudine creativa che mira a riproporre il mondo come una sorta di nuovo Paradiso Artificiale.

Opere come i Giardino Botanici di San Antonio, Texas, il Mycal Cultural Center a Shin-Sanda o il Fukuoka Prefectural Hall a Fukuoka, in Giappone, e più recentemente nel nostro paese il centro turistico-residenziale New Concordia a Castellaneta, dimostrano come una tensione utopica possa tradursi in praticabile realtà grazie all’ausilio di una tecnologia pensata come supporto alla creatività umana.

Proponendo una rassegna di alcuni dei suoi più importanti lavori nel campo della “green architecture”, la mostra vuole essere un omaggio all’inventiva dell’architetto nell’elaborare risposte significative ai bisogni delle società contemporanee.

Allestita dall’architetto in maniera allo stesso tempo austera e spettacolare, la mostra ospita disegni, fotografie, plastici e installazioni che conducono lo spettatore nel cuore dei “giardini domestici” e delle “montagne verdi” pensati da Ambasz come centri commerciali, complessi abitativi e spazi per il terziario nelle varie latitudini della società globale.

Le case nella Triennale - Dal Parco al QT8

La mostra si propone di ricostruire le fasi salienti del contributo della Triennale al dibattito e all’approfondimento del tema della casa in Italia, riproponendo per sezioni significative alcune delle più importanti testimonianze sviluppate nel corso delle prime 8 edizioni. In particolare, infatti, la mostra ripercorre le tappe dell’avvicinamento della nuova istituzione alle problematiche dell'architettura, mettendo in rilievo il progressivo slittamento dei suoi interessi dall’ambito delle arti decorative e industriali a quello dell’architettura e dell’urbanistica.

Sono prese in esame le edizioni del 1927 e 1930 a Monza, quelle del 1933, 1936 e 1947 a Milano, ricostruendo di volta in volta i punti salienti di un accento che dalla generica proposta della casa come luogo di plaisir si sposta sempre più drammaticamente su quella della casa come valore sociale. La costruzione del quartiere QT8 – cui la Triennale su intuizione di Piero Bottoni legò in modo indissolubile il suo legame con la città di Milano - fu l’acme di un interesse e di un pathos etico forse mai più raggiunto in passato e che la Triennale riproporre all’attenzione della società contemporanea e non solo al mondo dell’architettura e dell’urbanistica.

Nata come Mostra Internazionale delle Decorative nella sede della villa Reale di Monza, nel 1923, la Triennale si affacciò al mondo dell’architettura timidamente nel 1927 con la terza edizione della Biennale di Monza in cui esordì il famoso “Gruppo 7”, cellula d’avanguardia del futuro movimento razionalista.
 Nel 1930, la IV edizione sancì ufficialmente il riconoscimento dell’Architettura come arte “maggiore”, sviluppando in particolare il tema della “villa moderna” con 36 progetti di alcuni dei principali rappresentanti dei vari schieramenti dell’architettura italiana, da Albini e Palanti a Griffini, Pagano, Bottoni, Ridolfi, etc.
Oltre ai numerosi allestimenti di spazi interni (come le sale della grafica di Muzio e Sironi, o la sartoria moderna di G.Terragni), nel parco della villa vennero approntate alcune costruzioni temporanee, di cui memorabile rimane la cosiddetta “casa elettrica” di Figini e Pollini.


Fu comunque con il trasferimento della mostra a Milano, nella sede appositamente disegnata da G. Muzio per il Palazzo dell’Arte, che nel 1933 la Triennale incluse l’architettura nella sua stessa titolazione, celebrandone la presenza nelle mostre ma anche e soprattutto nelle architetture effimere edificate nel parco del Sempione, di cui unica superstite rimane la Torre Littoria (oggi Branca) su progetto di Ponti e Chiodi.

Ponendo al centro degli interessi della nuova società il tema della casa, la Mostra dell’abitazione fu la spettacolare versione italiana delle grandi expo razionaliste come il Weissenhof di Stoccarda (1927), dove gli architetti di punta della nuova architettura venivano invitati a produrre in scala reale prototipi della casa del XX secolo: le case popolari di Griffini e Bottoni, la casa a struttura d’acciaio di Pagano, Albini, Camus, Palanti, Mazzoleni, Minoletti, la casa di vacanza per artista del gruppo comasco capitanato da Terragni, la villa-studio di Figini e Pollini, ecc. segnarono la novità della V Triennale, costituendosi, nonostante la loro effimera durata, come caposaldi per lo studio del razionalismo italiano.


Anche la VI Triennale, nel 1936, ritornò sulla Mostra dell’abitazione, improntandone, sotto al direzione di Pagano, lo sviluppo in direzione di quella dimensione sociale dell’abitare collettivo imposto dalle politiche urbane di trasformazione delle città italiane e dall’etica progettuale delle ricerche razionaliste. L’apporto di Bottoni, a esempio, spinse l’attenzione sulla dimensione urbanistica della questione abitative, mostrando l’interrelazione tra studio della cellula e forma della città.
 Da questo punto di vista non a caso si può considerare l’edizione del 1940 (VII Triennale) come una correzione di rotta: nonostante la presenza di mostre sulla produzione di serie e sui criteri della casa d’oggi, l’attenzione ordinatrice rimaneva imperniata sui grandi temi della monumentalità istituzionale, come dimostra a esempio la sala con il plastico dell’E42 o i progetti piacentiniani per via della Conciliazione.



Fu nel 1947, la Triennale della rinascita nell’immediato dopoguerra, che il tema dell’abitazione venne riposto nella posizione di centralità richiesto dalle necessità della ricostruzione, sullo sfondo del dibattito e delle iniziative per l’affermazione del diritto alla casa. Della VIII Triennale fu profeta e anima carismatica Piero Bottoni che, impostando la riflessione sulla “ricostruzione come problema sociale”, dichiarò il tema della casa come “il più reale, il più sentito, più drammatico, oggetto di speranza di milioni di europei”. Nacque da questa convinzione profonda l’intuizione di una mostra dell’abitazione come edificazione di un quartiere modello – il QT8, il quartiere dell’ottava Triennale – che concretizzasse nel vivo della materia architettonica i programmi della casa per tutti e della casa nella città.



Star Wars - The Show

Cura e produzione: Triennale di Milano, ArteUtopia Milano e Lucasfilm Ltd, San Francisco

Progetto di allestimento: Alessandro Perdetti

In occasione dell'uscita dell'ultimo e attesissimo episodio della saga Star Wars- La Vendetta dei Sith - la Triennale di Milano, Lucasfilm e ArteUtopia presentano la mostra Star Wars. The Show.

Il 13 maggio 2005, con una settimana di anticipo su l'uscita del film, e in anteprima europea, la Triennale di Milano ha aperto al pubblico la grande mostra su Star Wars. Gli scenari, i personaggi, i costumi, le architetture, le navi spaziali, gli automi, tutto l’universo di Star Wars è presentato, su una superficie di 1.200 metri quadrati, attraverso circa duecentocinquanta tra oggetti e disegni originali provenienti dagli studi della Lucasfilm (San Francisco, USA).

“Reperti” della lavorazione di tutti e sei i film, compresi quelli completamente inediti dell’ultimo episodio, verranno mostrati in un percorso, insieme spettacolare e fantastico, che suggerirà contemporaneamente la “materialità” di questi oggetti e il valore immaginifico che assumono nella finzione cinematografica, oltre a testimoniare l’altissima perizia tecnica dei loro ideatori e realizzatori.

L’accento è posto sulla bellezza e l’evocatività di questi originali, oltre che sul loro valore di “reperti”, tracce tangibili di un lavoro trentennale che sta all’origine di un genere, se non un mito, riconosciuto in tutto il mondo da milioni di entusiastici fans.

 La mostra rivela la pioneristica creatività degli artisti coinvolti nella creazione della saga Star Wars ed esplora lo sviluppo dell'universo di Starwars, dalla concezione iniziale fino alle scene finali dell'ultimo e attesissimo episodio, documentando inoltre l'evoluzione della tecnica cinematografica degli ultimi trent'anni.

Il nucleo centrale è composto da modelli, costumi e oggetti utilizzati sui set dei sei film, come i celebri droidi R2-D2 e C-3PO, dei quali si possono ammirare gli originali, i costumi per Darth Vader o per la Principessa Amidala, i veicoli spaziali (modelli originali), le maquette dei numerosi e fantastici personaggi creati dalla fantasia di George Lucas e che popolano l'universo Star Wars.



La mostra include alcune sezioni con effetti speciali video e sonori, oltre ad aree interattive, dove il visitatore potrà confrontarsi con la forza dei jedi, o assistere a un duello con le spade laser, o sentirsi Darth Vader per un giorno.

 Una sezione esplora la collaborazione di George Lucas con alcuni artisti capaci di interpretare la sua visione. Sono in mostra disegni originali e dipinti di Ralph McQuarrie, conosciuto per la descrizione dell'Universo Star Wars, e di Doug Chiang, che ha creato il nuovo paesaggio per Episodio I.

 La mostra cerca di creare personaggi e ambientazioni, illustrandone lo sviluppo da disegni concettuali e modelli a rendering e immagini create su computer.



Design e architettura costituiscono, inoltre, un elemento importante nell'immaginario fantastico di Star Wars: dai sofisticati costumi di principi e senatori fino alle straordinarie architetture nelle sterminate città dei vari mondi che costituiscono il teatro dei film. Un rilievo particolare sarà dato all'ambientazione di Episodio II sul lago di Como, attraverso i plastici che assemblano architetture storiche con un risultato fantasioso, e ai fastosi palazzi di Episodio III.



La mostra sarà accompagnata dalla celebre colonna sonora dei film composta da John Williams.

 L'allestimento, curato da Alessandro Pedretti, si propone come uno spettacolo dove gli oggetti protagonisti sono in scena in uno sfondo ricco di suggestioni e atmosfere che ci riportano ad un immaginario di avventura e paesaggio galattico.

Atolli luminosi sui quali sono atterrate astronavi ed esseri stupefacenti, video e colonne sonore dei mitici episodi, gallerie - abitacolo dove si svelano immagini, oggetti e proiezioni, per essere i protagonisti in un’ambientazione di panorami, personaggi e architetture fantastiche.

Vuoto per pieno - Architettura temporanea italiana

Conoscere a fondo l’allestimento made in Italy, una delle più interessanti variabili del progetto italiano e ripercorrere le tappe fondamentali del suo sviluppo in Italia, in un viaggio attraverso i personaggi, i marchi, le opere e i prodotti che ne hanno fatto la storia. È questo il moto che ispira la mostra Vuoto per pieno - Allestimenti per Comunicare. Scenografie come luoghi di conoscenza”, organizzata da ASAL, l’Associazione Nazionale Aziende Allestitrici di Fiere e Mostre associata a Federlegno-Arredo.

L’iniziativa nasce dal desiderio di permettere anche a un pubblico di non addetti ai lavori di concepire l’allestimento come elemento generatore di luoghi di conoscenza e pertanto strumento elettivo di comunicazione tra i contenuti concettuali, culturali e commerciali della produzione e il pubblico stesso.

La mostra si snoda attraverso diversi percorsi: grandi proiezioni di immagini e filmati in scala al vero restituiscono il senso spaziale ed emozionale di queste imponenti “scenografie”, numerosi modellini in scala realizzati dal Laboratorio di modellistica del Politecnico di Milano e da altri Laboratori di progettazione permettono al visitatore di comprendere la complessità degli spazi nel loro insieme. Alcune frazioni di allestimenti significativi realizzati dagli allestitori associati ad ASAL vengono inoltre riproposte al vero e consentono di conoscere in profondità i reali componenti del progetto e apprezzarne le qualità formali e di realizzazione.

Il viaggio attraverso i protagonisti di questi 60 anni di storia dell’allestimento è completato anche grazie a mappe grafiche dinamiche ideate per restituire la cronologia, la sincronia o sinergia tra fermenti, idee, personaggi, prodotti, avvenimenti, nonché il senso del ruolo e peso economico connesso a questi interventi e a momenti di approfondimento che sottolineino l’importanza della sperimentazione trasversale linguistica e tecnologica, dell’innovazione, dei grandi protagonisti e dei grandi realizzatori.

ASAL ha quindi progettato una mostra dettagliata e multiforme, che articolandosi in percorsi paralleli guida il visitatore attraverso 60 anni di originale storia dell’allestimento made in Italy.

Agatha Ruiz de la Prada

25 anni dell’opera di Agatha Ruiz de la Prada.

La geniale disegnatrice spagnola presenta ciò che considera più rappresentativo della sua creatività: vestiti con ruote, icone pop realizzate in seta multicolore, omaggi agli artisti contemporanei che hanno maggiormente influenzato i suoi slanci creativi, vestiti non finiti che offrono mille possibilità all’immaginazione.

Si intuisce come Agatha, che arriva alla moda dall’arte contemporanea e dall’architettura, si senta più a suo agio come artista totale che come stilista.

L’esuberante immaginazione di Agatha lancia dalla Triennale il suo grido di speranza per un mondo migliore, più felice, più vicino alla natura; grido che già si è fatto tante altre volte sentire dalle passerelle e dalle fiere di molti paesi del mondo.

Agatha ha creato la sua tendenza, una moda dalla personalità unica che è sempre di moda: come la natura, sua grande maestra, che rinasce ogni stagione, sempre uguale e sempre più risplendente, così i colori e le creazioni di Agatha ricompaiono in ogni collezione con estrema attualità.
Pochi stilisti potrebbero attraversare una panoramica di 50 collezioni con un senso di unità nello stile come quello che trasmette questa esposizione.

Il temperamento di Agatha Ruiz de la Prada, la sua inesauribile creatività e il suo compromesso con il tempo che vive sono di una tale grandezza da travolgere la storia stessa e da scorrere come un fiume di freschezza che supera il tempo e lo spazio. Un sociologo, o forse un poeta, parlerebbe di “Dimensione Agatha”, ed è proprio grazie a questa esposizione che potremo avvicinarci di più a lei.

Axolute Style Tech

Progetto di allestimento: Marco Romanelli e Marcello Pinzero
Fotografie in proiezione: Gionata Xerra con Pierpaolo Mazzola e Danilo Pasquali
Multivisione: Mario Flandoli, studio Due Effe
Musiche a cura di Paolo Bocchi

L'abitare contemporaneo si esprime sempre più frequentemente attraverso continue interazioni con il fenomeno moda e con le evoluzioni del concetto di lifestyle.

Con la mostra Axolute Style Tech, BTicino intende esprimere il proprio punto di vista su questi temi, già ampiamente esplorati nell’omonimo libro - un volume che racconta per parole e immagini, per visioni e possibili scenari, le profonde contaminazioni che legano il mondo dell’architettura a quello della moda – e ora rappresentati scenograficamente attraverso isole pluri-sensoriali e sotto la sapiente guida di Marco Romanelli.

Sia il libro che la mostra si inseriscono nell’ambito del progetto Axolute di BTicino, un progetto dedicato agli ambienti caratterizzati da uno stile abitativo evoluto, che intende valorizzare le categorie estetiche e tecnologiche e proporre un sistema stilisticamente unico per tutte le applicazioni.

Il corridoio dell’Arte

Il Corridoio dell’Arte per Lo Sport e per la Pace è promossa dal Servizio Programmazione Attività e Beni Culturali della Provincia di Torino. Il messaggio olimpico è raccontato dalle immagini e dai testi di 27 artisti che hanno scelto di confrontarsi con il tema della Pace e dello Sport, per un mondo pacifico e abitabile, conducendo fuori dall’ordine della retorica le loro argomentazioni, in un comune orizzonte composto dai molti tasselli degli imprevedibili percorsi individuali, dove a volte le grandi ideologie possono incontrarsi.

Utilizzando i linguaggi eterogenei del disegno, della pittura, della scultura, della fotografia e dell’installazione, tutti hanno contribuito con le proprie intuizioni, la propria sensibilità, a disegnare una geografia dell’esistenza e della cultura autentica e libera, fatta soprattutto di storie.

Racconti da guardare e da leggere che ci conducono dove sono raccolti i pensieri profondi e le suggestioni degli artisti. Sono piccole appendici verbali delle opere esposte, pronte ad innescare nuove e vitali ipotesi di pensiero che, come un’eco, ci restituiscono il contenuto e le intenzioni dei lavori esposti.

Artisti invitati:

Laura Ambrosi, Adriano Benetti, Maurizio Borzì, Stefano Bruna, Maria Bruni, Andrea Caretto e Raffaella Spagna, Alberto Castelli, Manuele Cerutti, Giuliana Cuneaz, Elmuz Ilaria Ferretti, Francesca Forcella, Elisa Gallenca, Gosia Turzeniecka, Alessandro Grisoni Jess Walter, Ada Mascolo, Marco Memeo, Alex Pinna, Chiara Pirito, Laura Pugno Luisa Raffaelli, Francesco Sena, Saverio Todaro, Fabio Viale, Laura Viale, Ester Viapiano.

Impero - Impressioni dalla Cina - Fotografie di James W. Delano

James Whitlow Delano si è recato in Cina una cinquantina di volte, trattenendosi anche a lungo, captandone un’energia dirompente, che ricorda il fervore della Rivoluzione industriale in Occidente.

Le circa 80 fotografie in mostra propongono una visione critica, a volte ironica, della Cina e del suo popolo, di cui è osservato e documentato il cambiamento.

Con una Leica e lenti da 35 mm, gli strumenti che ha prevalentemente usato, Delano non vuole fornire una visione globale della Cina ma preferisce presentarne una sua versione personale.
Le sue impressioni sono rese in forme visivamente accattivanti, facendo ricorso al bianco e nero e a un viraggio caldo.

L’autore non va a cercare lo straordinario nelle tradizionali ed esotiche festività e neppure nelle esasperazioni delle notizie crude, ma osserva la gente che attende alle faccende quotidiane. Le situazioni rappresentate sono apparentemente casuali, sono colti momenti fuggevoli.
Delano predilige rappresentare scene di quotidianità, energia, movimento, testimoniando la vita che continua, gli esseri umani che cercano un modo per sopravvivere.

Emerge, così, uno scorcio di quell’insieme di immani contraddizioni che è la Cina del ventunesimo secolo, sospesa fra una visione nostalgica del passato e una esasperata modernità. Della Cina è rivelata l’energia primordiale, demoniaca, smodata, che spinge e alimenta la brama di sviluppo, all’apparenza inesauribile.

La Cina ospita un quarto della popolazione mondiale ed è anche il Paese che ha dato vita a una delle culture più importanti e sofisticate che il mondo abbia mai conosciuto e parte integrante della sua tradizione è sempre stato il legame profondo con il proprio passato.

Il personale itinerario fotografico di Delano pone l’attenzione su come questa civiltà e il suo ambiente naturale, uno dei tratti tipici della vita cinese per più di quattro millenni, siano ora sottoposti a un rapido processo di erosione e trasformazione.

Nuove leve dell’Architettura

La mostra è il frutto del concorso di idee per la progettazione del Museo e Scuola della Moda, che saranno localizzati nel parco del PII Garibaldi Repubblica. Il concorso, indetto da Hines nella primavera del 2005 e dedicato agli studenti dell’ultimo anno delle Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e della Yale University, si è concluso oggi con la proclamazione dei vincitori, Forth Bagley e Jonah Gamblin per l’ateneo americano e Matteo Cerini per il Politecnico.

Al concorso hanno partecipato 8 studenti in rappresentanza del Politecnico di Milano e 9 studenti dell’Università di Yale, per un totale di 14 progetti che sono stati giudicati da una commissione composta appositamente dal mondo dell’architettura, dell’imprenditoria e di quello accademico fra i quali Manfredi Catella, Amministratore Delegato di Hines Italia, l’architetto Antonio Citterio, Gerald Hines, fondatore del gruppo Hines, Arturo Dell’Acqua Bellavitis, Direttore del Dipartimento INDACO del Politecnico di Milano, Fulvio Irace, Professore del Politecnico di Milano, l’architetto Giuseppe Marinoni e l’architetto Pierluigi Nicolin, consulenti per la morfologia urbana del PII Garibaldi Repubblica, Robert A. M. Stern, Preside della Facoltà di Architettura di Yale e Beatrice Trussardi, Vice Presidente della Fondazione della Città della Moda, del Design e Polo Istituzionale e l’Architetto Patricia Viel.

Tutti i lavori presentati sono esposti nella mostra con il patrocinio dal Comune di Milano, Università Commerciale Luigi Bocconi, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Politecnico di Milano e Yale Univerisity, e grazie al contributo di Hines Italia e Fondiaria Sai.

I temi discussi dai responsabili del progetto con gli studenti si sono poi concretizzati in proposte progettuali per la realizzazione del Museo e della Scuola all’interno del progetto PII Garibaldi Repubblica (un’area centrale di Milano di oltre 200.000 metri quadri); inoltre, l’esercizio accademico ha contribuito positivamente all’approfondimento delle tematiche relative alla formulazione del bando stesso.

Un logo per ANCE

ANCE, associazione nazionale per i costruttori edili, ha avviato una riflessione sulla proprio identità immagine promovendo, fra l’altro,un percorso di possibile rinnovamento del brand.

Sono stati utilizzati diversi strumenti e livelli di verifica tra cui una ricerca sulla popolazione allargata e sulla business community, una ricerca sugli associati, una consultazione interna e un bando di concorso per l’elaborazione di un logotipo identificativo di ANCE. La combinazione di questi elementi ha generato un percorso creativo che può essere assunto come esempio significativo di come una grande associazione si muova in un contesto moderno combinando strumenti di partecipazione e strumenti di marketing innovativo.

In mostra sono presentate le risposte per la formulazione di un marchio che dovrà accompagnare tutte le attività dell’associazione nei diversi ambiti della comunicazione. I concorrenti hanno potuto proporre, sia nella progettazione del marchio e-o del logotipo sia nell’applicazione qualsiasi soluzione purché attinente alle caratteristiche e agli obiettivi dell’associazione, originale, economica, nella realizzazione e gestione, riproducibile sui vari supporti e media…

La risposta al bando è stata generosa, come dimostrato dagli esiti proposti in mostra, più di trecentocinquanta proposte, e ha permesso la selezione di un vincitore e la segnalazione di altri progetti.

Nonostante la varietà dei lavori esposti avrebbe potuto suggerire una classificazione dei medesimi per famiglie figurative, si è privilegiata una soluzione che uniformasse tutte le proposte secondo un percorso paritetico con un'unica deroga per i progetti vincitori, esposti su di un’apposita parete.

Un’onda di speranza

Attraverso un percorso fotografico e video, la mostra si pone l’obiettivo di rappresentare i risultati concreti della gara di solidarietà a cui moltissimi italiani hanno aderito con le iniziative Tg4-aiutiamoli e Music for asia, megaconcerto in onda su Italia 1.

In mostra i progetti già realizzati e quelli in corso di realizzazione, grazie ai 3.300.000 euro raccolti dal 29 dicembre 2004 al 31 gennaio 2005 dall’iniziativa del Tg4-aiutiamoli, e al Milione di euro raccolto nel corso di Music for Asia, andato in onda il 21 marzo 2005. I fondi sono stati devoluti da Mediafriends a tre associazioni particolarmente attive nei territori colpiti dallo tsunami, CESVI, P.I.M.E e UNHCR.

L’esposizione si sviluppa attraverso due elementi scenografici che idealmente rappresentano la generosità e la ricostruzione. All’interno di un cilindro lungo 13 metri e alto 3, simbolo della grande onda ma soprattutto dell’ondata di solidarietà che per mesi si è mantenuta costante, i visitatori saranno accompagnati dalle immagini scattate da alcuni giornalisti e dai volontari delle tre associazioni. In mostra anche filmati, tratti da speciali televisivi realizzati dagli inviati delle redazioni dei tre Tg Mediaset, e reportage sull’opera di ricostruzione curati da P.I.M.E, CESVI e UNHCR.

Il mondo del libro

Lo scambio di informazioni, così come la lettura e la scrittura hanno subito grandi trasformazioni nel tempo: il sopravvento dell'informatica ha portato sostanziali modifiche nei diversi supporti e nel mondo del libro che e' stato indebolito quale strumento del sapere e della comunicazione.

La mostra-laboratorio per bambini si sviluppa attraverso una sequenza di undici ambienti, in successione logica tra loro, così da garantire un itinerario completo nel mondo del libro.

In Vespa - Un viaggio italiano

A cura di Pier Paride Vidari

La Vespa, scooter disegnato da Corradino D’Ascanio e messo sul mercato dalla Piaggio nel 1946, ha avuto una rapida e duratura ascesa nell’olimpo delle icone del design italiano.

La mostra si propone di evidenziarne non solo l’eccellenza progettuale e performativa, ma anche il valore paradigmatico che questo stesso oggetto assume all’interno della storia non lineare di una disciplina complessa come quella del design e il suo legame con il momento storico e sociale.

Nella storia dello scooter della Piaggio convergono, infatti, il tema della riconversione industriale assieme alla storia della comunicazione, della pubblicità, dell’immaginario, del costume, del paesaggio, della mobilità, dell’apertura verso i mercati internazionali.

La Vespa offre all’Italia dell’immediato dopoguerra e poi dei lunghi e impegnativi anni Cinquanta uno strumento agile per dar corpo ai sogni collettivi di mobilità, sociale oltre che geografica e territoriale. Contemporaneamente intraprende, con rapidità e ampiezza straordinarie per l’epoca, un percorso di successo nel mondo che tuttora la rende uno dei più forti e conosciuti esempi della creatività, dello stile e della capacità di innovazione italiani.

Sono passati sessant’anni dalla sua prima commercializzazione ma è riuscita ad aggirare l’inevitabile obsolescenza degli oggetti d’uso e a ritagliarsi un’immagine comunque molto trendy, se non addirittura rappresentativa dello spirito del tempo.

Se nel dopoguerra incarnava la voglia di spensieratezza e di dinamismo in opposizione al pauperismo post-bellico, e negli anni Settanta si inserì nella corrente delle dinamiche giovanili, oggi, in tempi di congestione del traffico e di ingorghi urbani, la Vespa è sinonimo non solo di stile ma anche di sveltezza, di indipendenza e di autonomia.

La mostra si propone di analizzare la Vespa focalizzando l’attenzione su diversi aspetti fra cui:

- la storia e l’evoluzione del progetto industriale: partendo dal contesto, il periodo di ricostruzione post bellica delle fabbriche, degli impianti e infine dei prodotti, è rievocata la storia della Piaggio e dei personaggi che l’hanno creata;

- il rapporto con l’utenza: la Vespa era ed è destinata al grande numero e il suo valore fortemente simbolico l’ha collocata nell’immaginario collettivo anche attraverso il cinema italiano e internazionale, come testimoniato da alcuni spezzoni presentati in mostra;

- l’evoluzione della forma, delle caratteristiche estetiche, delle tecnologie, che hanno differenziato e caratterizzato i vari prodotti, e, inoltre, l’evoluzione del marchio e della comunicazione.

Modelli di scooter, particolari costruttivi, come fanali, freni, scritte, indicatori, e documenti legati alla storia dei progetti sono i materiali esposti, che contribuiranno a restituire la grande complessità di questa storia, esemplarmente italiana.

Joe Colombo - Inventing the future

A cura di Mateo Kries, Ignazia Favata

Curatore per conto della Triennale di Milano: Arturo Dell'Acqua Bellavitis

Progetto di allestimento e grafica della mostra di Milano: Carmi e Ubertis, Milano

La mostra itinerante è una coproduzione Vitra Design Museum e Triennale di Milano in collaborazione con lo studio Joe Colombo di Milano.

Televisori inseriti nel soffitto, pareti con minibar incorporati che ruotano, “città nucleari” sotterranee – le idee del designer italiano Joe Colombo sembrano uscite da uno dei primi film di James Bond. Trasudano lo spirito dei frenetici anni ’60. La loro funzionalità e le loro forme appariscenti sono impressionanti.

La mostra Joe Colombo: Inventing the future documenta l’intera opera di Joe Colombo in un tour internazionale che toccherà per la prima volta i più importanti musei. Sono in mostra non solo i modelli originali dei progetti più importanti di Colombo, ma anche documenti e pezzi inediti, tra cui modelli sperimentali, disegni e planimetrie.

La mostra Joe Colombo: Inventing the future presenta le opere di Colombo attraverso quattro sezioni tematiche e cronologiche. La prima è rappresentata dalle prime creazioni artistiche e architettoniche accompagnate da un excursus biografico raccontato attraverso un’ampia collezione di oggetti personali e opere grafiche inedite. La seconda sezione comprende le prime creazioni di design tra cui alcuni capolavori come la poltrona “Elda”, la sedia “Universale”, alcune lampade e vari arredi. La terza sezione illustra la svolta di Colombo verso una concezione modulare e flessibile dei sistemi abitativi visibile nel contenitore “Combi Center”, nel “sistema programmabile” e in molte altre creazioni. L’ultima sezione è dedicata alle ultime opere, principalmente finalizzate alla progettazione di unità abitative multifunzionali e di interi ambienti come “Visiona 1” (1969), la “Total Furnishing Unit” (1971) e il suo appartamento del 1968. Oltre all’arredo originale del suo appartamento, la mostra ospita una parziale ricostruzione di Visiona 1 corredata da un video che illustra questo spettacolare interno. Grazie ad approfondite ricerche presso lo Studio Joe Colombo, la mostra presenta un’ampia selezione di disegni, planimetrie e altri oggetti inediti oltre a numerosi modelli architettonici e video di interviste a contemporanei di Colombo.

Accompagna la mostra un catalogo di 300 pagine, edito dal Vitra Design Museum e distribuito Skira, contenente scritti di Ignazia Favata, Arturo Dell’Acqua Bellavitis,Vittorio Fagone, Gianni Ottolini, Mateo Kries, Bill Menking e Marco Romanelli e circa 400 immagini a colori e in bianco e nero.

The Keith Haring Show

Curata da Gianni Mercurio e Julia Gruen, la mostra si qualifica come una delle più grandi esposizioni retrospettive al mondo, dedicate al grande artista americano e comprende circa cento dipinti, quaranta disegni, numerose sculture e opere su carta di grande formato. Una vasta documentazione fotografica, circa seicento immagini, documenta inoltre il contesto attorno a cui è nata e si è sviluppata la sua arte.

L’attività artistica di Haring prende forma nell’arco di una sola decade, dal 1980 al 1990. In questo breve periodo la sua frenetica attività lo ha portato a produrre una mole molto vasta di opere, costituita da wall drawing metropolitani, tele, disegni, sculture, oggetti e gadget, sempre caratterizzati da un segno personale ed esclusivo che lo hanno fatto identificare come uno dei grandi testimoni della sua epoca. Protagonista emblematico della scena newyorkese degli anni ’80, Haring è uno degli artisti più popolari dei nostri tempi. Ancora oggi, a quindici anni dalla morte, avvenuta quand’era ancora trentunenne nel febbraio del 1990, i suoi lavori e il suo linguaggio continuano ad affascinare il pubblico di tutto il mondo. Questo si deve, oltre al suo stile personale, anche alla capacità del suo lavoro di portare all’evidenza lati oscuri e misteriosi della vita. Questa grande esposizione milanese offre così un quadro esaustivo della complessità del suo lavoro, ne evidenzia l’attualità, ma pone anche l’accento sui complessi rapporti che la sua arte ha con iconografie e tematiche dell’arte occidentale (dal Medioevo agli anni Sessanta) e delle culture tribali africane, asiatiche e sudamericane (precolombiane in particolare).

Con la sua arte, Keith Haring ha dato vita a un vero e proprio fenomeno sociale e mass-mediologico oramai legittimato in una collocazione ‘alta’ nella storia dell'arte contemporanea. Questo aspetto significativo della sua complessa personalità è qui messo a confronto con le radici culturali e i riferimenti storico-artistici europei e americani a cui l’artista ha fatto riferimento, dal primitivismo all’arte fantastica, apocalittica, pop, espressionismo astratto.

Il percorso espositivo della mostra The Keith Haring Show dà corpo al concetto di “AllOver” caro a Haring, secondo cui "l'arte deve poter essere per tutti e dappertutto". Tra le tele di grandi dimensioni presentate alcune raggiungono le dimensioni di oltre dieci metri di base o di altezza, tra queste le scenografie realizzate per la discoteca Palladium di New York, tempio della vita notturna negli anni '80, e la scenografia realizzata per "The Marriage of Heaven and Hell" di Roland Petit per il Ballet National de Marseille. Saranno inoltre esposte le famose "subway drawings", le maschere "primitive" e cubiste, i grandi vasi di terracotta, le sculture totemiche in legno pittogrammate e quelle in metallo con i suoi omini realizzati con colori primari, le statue in gesso del David di Michelangelo o Madame Pompadour.

Queste sono solo alcune delle sorprese che la mostra riserverà ai suoi visitatori, che potranno muoversi tra le opere di Haring come all’interno di un'unica grande opera colorata e fantasmagorica.

In occasione della mostra, Skira edizioni ha pubblicato un catalogo con testi in lingua italiana ed inglese, a cura di Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni. Il volume contiene testi appositamente realizzati da David Galloway, Timothy Greenfield-Sanders, Julia Gruen, Kim Hastreiter, Fernanda Pivano, Arturo Schwartz, Tony Shafrazi e nuove interviste a Jeffrey Deitch e Peter Halley, oltre a una serie di estratti da interviste inedite realizzate da John Gruen, il biografo di Keith Haring, all’artista e a suoi amici, fra i quali Yoko Ono, William Burroughs, Leo Castelli, Henry Geldzhaler, Timothy Leary, Roy Lichtenstein e Madonna.

Per enfatizzare ulteriormente il concetto di “AllOver” che ha caratterizzato la creatività dell’artista, Chrysler ha prodotto uno spettacolare filmato, appositamente realizzato per la mostra ed integrato da video tratti dagli archivi della Keith Haring Estate, dal titolo “Haring AllOver, un viaggio con Chrysler”.

Il film di Christina Clausen ha proietato i visitatori in un viaggio virtuale presso le città del mondo in cui Haring ha realizzato grandi opere pubbliche. La sala Chrysler, con una scenografica proiezione multiscreen, porta all’interno della mostra contributi video e interviste inedite girate a New York, Chicago, Philadelphia, Parigi, Dusseldorf, Berlino, Anversa, Knokke, Montecarlo. Un viaggio virtuale che culmina a Pisa, dove l'artista ha realizzato pochi mesi prima della morte il suo ultimo meraviglioso murales, la sua eredità spirituale, intitolato non a caso "Tuttomondo". La mostra comprende anche fotografie di Timothy Greenfield-Sanders, Tseng Kwong Chi e altri.

Le opere selezionate provengono da importanti collezioni americane ed europee e dalla collezione di The Keith Haring Estate.

Julia Gruen vive e lavora a New York, è stata assistente personale di Keith Haring dal 1984 ed è dal 1990 direttore di "The Keith Haring Foundation".

Oggetti Esistibili - La pubblicità fa design

A cura di Giulio Ceppi, TotalTool
Comitato scientifico:
 Virginio Briatore, Fulvio Carmagnola, Paolo Casti, Giulio Ceppi, Giovanni Lanzone, Davide Rampello, Alberto Veca

La mostra indaga una particolare relazione tre design e pubblicità, presentando 30 campagne pubblicitarie, realizzate dalle principali agenzie creative italiane, e riproducendone i relativi modelli tridimensionali: oggetti d’arredo, prodotti alimentari e cosmetici, imballaggi, capi d’abbigliamento, accessori moda...

Particolarità di tali oggetti consiste nell’essere nati esclusivamente per comunicare e non per essere venduti, invertendo la sequenza logica per cui prima si vorrebbe vendere e quindi successivamente si comunica.
Gli oggetti rappresentati, sospesi tra reale e virtuale, tra gioco e citazione, sono organizzati in quattro categorie che ne descrivono il processo creativo: Assemblaggio, Estensione, Ingrandimento, Ibridazione.
Gli Oggetti Esisitibili sono i protagonisti emblematici di un fenomeno comunicativo emergente, e al tempo stesso la dimostrazione della fluidità con cui si muove la creatività nel XXI secolo. Infatti i 30 modelli sono al tempo stesso comunicazione e design, riferimenti ed echi dalla storia della pittura e dell’arte, piuttosto che applicazione disinvolta delle formule del brand business e delle prassi del marketing.

All’esposizione e al convegno di apertura, si affianca un catalogo a colori di 120 pagine, con saggi di Virginio Briatore, Fulvio Carmagnola, Giulio Ceppi, Giovanni Lanzone, Davide Rampello e Alberto Veca, edito da Scheiwiller Edizioni.

Mollino Fragments

A cura di Cecilia Bolognesi e Maurizio Navone

La mostra è stata possibile dal sostegno e dalla collaborazione della Triennale di Milano, della DARC di Roma e del Comune di Torino.
Il percorso progettuale di Carlo Mollino e le molte sfaccettature della sua personalità sono documentati attraverso frammenti significativi, scritti, progetti e immagini visualizzate con ricostruzioni a focale concentrata in uno scenario sintetico e simbolico.

La mostra si articola in cinque container all’interno dei quali sono analizzati temi quali la passione fotografica dell’architetto torinese, la sua esperienza nel campo del design del mobile, degli interni e delle architetture alpine.
I materiali esposti, a cui si aggiungono interviste, filmati originali dei suoi interni, foto d’autore delle sue architetture o realizzazioni, provengono in parte dagli archivi dedicati a Mollino.

Mollino Fragments è anche un esperimento di comunicazione rivolto a un pubblico non specializzato. Con una modalità di rappresentazione assolutamente contemporanea si propone di riflettere i molteplici aspetti della personalità dell’architetto torinese.
Nei container la passione del fotografo si intreccia con quella del designer innamorato di forme antropomorfe presenti nei suoi mobili come nei suoi disegni.

Nella mostra è analizzata la sensibilità dell’autore per gli interni, che precorre i temi di molti autori contemporanei e sono descritte anche le sue architetture, giusto equilibrio tra ricerca tipologica e genius loci di un Piemonte che Mollino andava modificando.

Nei cinque container, cinque “scrigni” di sei metri per due e mezzo, saranno presenti riflessioni, immagini, forme scomposte, come quelle del tavolo Reale, del tavolo di Casa Cremona, del dancing Lutrario, di casa Minola, della casa del Sole a Cervinia e della stazione della funivia Furggen, per citare solo alcuni esempi.

Il progetto intende aprire un nuova modalità espositiva di spazi up date al museo: un format che ritrova nelle dimensioni ridotte del container per il trasporto merci un perimetro fisico che forza il significato verso una concentrazione dell’esposizione utilizzandone tutti gli argomenti funzionali quali mobilità, agilità, nomadismo. Uno spazio espositivo che traccia rinnovate relazioni fra contenuto e contenitore; una modalità esperienziale in cui la fisicità dei materiali esposti è arricchita da una serie di immagini sonore su Mollino e i suoi progetti.

Tadeusz Kantor - La Classe Morta 1975–2005

A cura di Anna Halczak e Franco Laera 

La Classe Morta è iscritto come un’opera fondamentale nella storia del teatro a livello mondiale. Il ricordo dell’infanzia, la memoria e l’onnipresente sentimento della morte sono la materia di questa “seduta drammatica” (come Kantor amava definire questo spettacolo), collocato in “un angolo” di uno spazio buio e indefinito, alla luce di una semplice lampadina.

La prima rappresentazione di questa perfetta macchina teatrale della memoria ha avuto luogo a Cracovia il 15 novembre 1975, nella cantina di un palazzo cinquecentesco dove aveva sede la Galeria Krzysztofory, luogo abituale di incontro di artisti e teatranti.

A distanza di trent’anni la Triennale di Milano e il CRT Artificio – che ha prodotto tutti gli ultimi spettacoli sino alla scomparsa del Maestro polacco avvenuta quindici anni fa, l’8 dicembre del 1990 – hanno organizzato un evento che presenta per la prima volta un gruppo di 24 disegni originali, due installazioni di Tadeusz Kantor e la proiezione del primo video-documento con la ricostruzione integrale del celebre spettacolo.

Incredibilmente infatti, La Classe Morta - rappresentata dal Teatr Cricot 2 più di un migliaio di volte nei teatri di tutto il mondo –non è mai stata registrata integralmente, se si eccettua il film di Andrzej Wajda liberamente ispirato allo spettacolo e una registrazione effettuata senza pubblico in uno studio televisivo di Parigi.

Questa edizione in video - curata da Anna Halczak e Franco Laera – utilizza un raro filmato del 1976 e registrazioni frammentarie effettuate nel corso delle rappresentazioni in tempi e luoghi diversi, che sono state raccolte nel corso di quest’ultimo anno, restaurate ed editate digitalmente per restituire fedelmente l’opera nella sua integralità, sulla base della partitura originale dello spettacolo scritta dallo stesso Kantor.

A sottolineare l’eccezionalità dell’evento, la proiezione de La Classe Morta si interseca dal vivo con alcuni testi di Tadeusz Kantor, in parte inediti,affidati all’attore Giovanni Battista Storti che ha a lungo fatto parte del Teatr Cricot 2 e Gilberto Colla.

Per Sempre Presente - 35 anni di Pubblicità Progresso

La Fondazione Pubblicità Progresso in occasione dei suoi 35 anni di attività, mette in mostra le campagne sociali realizzate dal 1972 ad oggi.
La mostra dal titolo Per Sempre Presente, propone 33 campagne realizzate con i migliori professionisti, creativi e art director italiani che hanno collaborato gratuitamente. In ideale conclusione al convegno internazionale svolto tra il 17 e il 18 ottobre a Milano “Politically un-correct: la comunicazione sociale oltre il buonismo e la provocazione”; due importanti iniziative che fanno di Milano la capitale mondiale della comunicazione sociale.

Alberto Contri, Presidente della Fondazione Pubblicità Progresso, dichiara: “La mostra che racconta i primi 35 anni di Pubblicità Progresso fa capire grazie alle immagini e agli spot quanto la comunicazione sociale in Italia sia debitrice a questa Associazione. Ci sono campagne che si ricordano ancora oggi, mentre tutte sono state realizzate ai massimi livelli di creatività, grazie all’impegno dei più famosi talenti. La storia dell’Associazione che si evince scorrendo le immagini testimonia con quanta preveggenza i fondatori avevano intuito il principio della Sussidiarietà.Trasformatasi da poco in Fondazione, Pubblicità Progresso sviluppa ai massimi livelli quell’intuizione, contribuendo a ridurre il rumore di fondo delle campagne sociali poco professionali, a favorire quelli più efficaci, a rendere i media meno affollati di comunicazione inutile, sì da rendere più efficace tanto quella sociale che quella commerciale.

La mostra, il cui allestimento è curato dallo Studio Moruzzi’s Group di Bologna, si sviluppa su circa 200 mq a modo di “nastro cinematografico”: le campagne sono presentate in ordine cronologico per evidenziare l’evoluzione della creatività italiana mentre affronta grandi temi sociali contemporanei. Pubblicità Progresso mette in mostra le grandi fratture sociali, sanitarie e economiche italiane come A favore della raccolta del sangue nel 1971/19725, i numerosi problemi legati all’inquinamento domestico ed industriale dal 1974 ad oggi, Per una corretta informazione sull’Aids nel 1987, A favore dell’inserimento dei giovani nel lavoro nel 1987/1988, Contro il maltrattamento dei minori nel 1988/1989, Contro il razzismo, nel 1990/91. 
Promuove anche numerosi appelli al “vivere meglio”, in cittadini consapevoli e rispettosi di se stessi e del prossimo, attraverso campagne come Per il rispetto delle opinioni altrui nel 1973, Contro il rumore nel 1973, Contro il fumo nel 1975/76, A difesa dei disabili nel 1977/78, A tutela degli anziani nel 1983, A favore del volontariato nel 1991/92, A difesa dei non vedenti nel 1992; molto note anche le ultime campagne Contro i pregiudizi nei confronti dei disabili dal 2003 al 2005 e la campagna Per il movimento del 2006.
Una successione di immagini e spot a volte impertinenti, spesso ironici, sempre profondamente onesti.

Le campagne di Pubblicità Progresso accompagnano la società e la cultura italiana da 35 anni; un vero e proprio specchio dei mutamenti della società attraverso, le sue aspirazioni e i suoi ideali.

La mostra Per sempre presente: 35 anni di Pubblicità Progresso è l’occasione per conoscere da vicino il lavoro dei professionisti della comunicazione ispirati dall’imperativo etico di diffondere il seme di una coscienza collettiva solidale, attenta e sensibile alla dignità della persona umana, dell’ambiente e dello sviluppo sociale.

Transformations - Nature & Beyond

Nel mese di maggio 2006, in occasione dell’International Contemporary Furniture Fair, Material ConneXion ha presentato Transformations. Nature & Beyond, una rassegna di componenti per l'edilizia e l'arredamento realizzata in collaborazione con il Ministero del Commercio e dell’Industria delle Filippine e grazie al Center for International Trade Expositions and Missions (CITEM).

Questo eccezionale progetto volto all'esplorazione di nuove applicazioni dei materiali autoctoni filippini ha riscosso un diffuso interesse. Gli oggetti esposti non rappresentano solamente uno straordinario esempio di design ma, considerati collettivamente, anche il deciso intento di contribuire alla crescita economica dei paesi in via di sviluppo. 
George M. Beylerian, presidente e fondatore di Material ConneXion afferma: “Con questa rassegna intendiamo mettere in risalto il prodotto di un’idea brillante e universale in grado di adattarsi anche ad altre aree geografiche.”

La mostra è stata progettata dallo Studio Dror. Le colonne triangolari rappresentano metaforicamente una foresta. Lungo il cammino i visitatori sostano a leggere le caratteristiche dei materiali utilizzati e le note relative ai designer che li hanno sviluppati.

Fumetto International

A cura di Fausto Colombo e Matteo Stefanelli

La Triennale di Milano presenta Fumetto International, la prima esposizione in Italia che indaga in modo sistematico le differenti culture del fumetto contemporaneo internazionale.
Dopo aver ospitato alcune occasioni straordinarie di confronto tra l’arte contemporanea e culture pop (le mostre su Andy Warhol e Keith Haring, la recentissima Beautiful Losers) la Triennale apre le porte alle tendenze, agli autori, ai generi e ai formati del fumetto contemporaneo, a partire dalle grandi svolte degli anni Ottanta.

L’esposizione offre al pubblico italiano un confronto a tutto campo con le trasformazioni profonde che hanno investito il linguaggio e le forme editoriali di questo medium antico, e oggi completamente nuovo.

L’allestimento offre ai visitatori un’ampia selezione di materiali che compongono l’universo dei comics: tavole originali, libri, albi e riproduzioni di sequenze di storie, fino a video, action figures, dvd e web-comics. La mostra è inoltre arricchita dalla presenza di una vasta sezione – una Fumettoteca Ideale – che permetterà di osservare e consultare centinaia fra volumi e opere di primissimo piano all’interno della scena contemporanea, alcune delle quali mai apparse sul mercato italiano.

Nei primi due mesi la mostra ospiterà un’ampia gamma di incontri, presentazioni pubbliche e occasioni di approfondimento volti a stimolare il dialogo fra artisti, protagonisti e pubblici del fumetto e della cultura visiva italiana. Tra gli autori presenti: Gipi, trionfatore al Festival Internazionale di Angouleme 2006; Paul Karasik, co-autore del premiato bestseller Città di Vetro (dal romanzo di Paul Auster), Barbucci&Canepa, apripista della nuova estetica post-manga. E inoltre: Davide Toffolo, Igort, Giuseppe Palumbo, Baru, il collettivo “Canicola”, Alfredo Castelli, Gabriella Giandelli e molti altri.

L’esposizione è articolata in due grandi aree tematiche: Graphic Novel Art, sulla ricerca artistica e le innovazioni editoriali che hanno dato vita al boom del “romanzo grafico” contemporaneo, e Asian Wave, sull’ibridazione culturale che ha accompagnato la diffusione del manga e la sua metabolizzazione in Occidente.
In Graphic Novel Art sono presenti autori stranieri che hanno ridefinito i confini tra i generi come gli Hernandez Bros o Dave McKean, narratori italiani di rilevanza internazionale come Gipi e Francesca Ghermandi, e tavole originali o intere sequenze da opere come Cronaca del Grande Male di David B.,Diario di Fabrice Néaud e Pasolini di Davide Toffolo. 
Asian Wave mette a confronto autori giapponesi come Jiro Taniguchi, Ebine Yamaji e Junko Mizuno con gli approcci più pop di Barbucci&Canepa o Humberto Ramos, senza dimenticare le opere di autori di graphic novel molto attenti all’incontro fra le culture fumettistiche occidentale e orientale, come il Frédéric Boilet deLo spinacio di Yukiko, il Paul Pope di Heavy Liquid, e il Baru di L’autostrada del sole.

Lungo il percorso sono collocate quattro “isole-box” pensate come piccole sezioni monografiche. Ogni box è dedicato a un fumettista particolarmente rappresentativo, indagato attraverso tavole originali, schizzi, riproduzioni, bacheche con libri e in alcuni casi oggetti: Igort (Italia), Joann Sfar (Francia), Jiro Taniguchi (Giappone), Chris Ware (Stati Uniti). In apertura, infine, saranno presenti alcune opere in carta pieghettata dell’artista Stefano Arienti, tra cui le celebri Turbine e Cassetto con strisce. In chiusura, un’esplorazione dei differenti disegni e materiali di lavoro realizzati appositamente da Paolo Bacilieri per l’affiche della mostra: uno sconfinamento tra tecniche antiche e digitali a partire dal disegno su carta.

In occasione della mostra La Triennale di Milano, in collaborazione con Edizioni Zero e con Kappa Edizioni, indice il concorso Fumetto International Talent Award, destinato ai giovani autori italiani di fumetto.

I vincitori saranno resi pubblici il 28 giugno in occasione di una serata organizzata in collaborazione con il magazine Zero, e saranno pubblicati sullo speciale “Stile/Fumetto”, edito da Edizioni Zero, nel mese di giugno 2006 e sulla rivista Mondo Naif, edita da Kappa Edizioni, nel numero dell’autunno 2006.

Zero Gravity - Franco Albini - Costruire le modernità

A cura di Fulvio Irace
Progetto di allestimento: Renzo Piano con Franco Origoni
Coordinamento: Federico Bucci
Curatori delle sezioni tematiche: Macchine celibi, a cura di Fulvio Irace; La Città Nuova: Milano e l’architettura razionale, a cura di Matilde Baffa; Spazi atmosferici: l’architettura degli allestimenti, a cura di Federico Bucci; Gli oggetti dell’abitare, a cura di Silvana Annicchiarico; Stanze della memoria, a cura di Marco Albini; Modernità e tradizione, a cura di Augusto Rossari; L’arte del porgere: il museo tra Albini e Scarpa, a cura di Marco Mulazzani e Orietta Lanzarini; La tecnologia e la città, a cura di Claudia Conforti.

La Triennale di Milano e la DARC, Direzione generale per l'architettura e l'arte contemporanee, presentano la mostra Zero Gravity. Franco Albini. Costruire le modernità, in occasione del centenario della nascita dell’architetto e docente milanese.

L’originale allestimento disegnato da Renzo Piano (in collaborazione con Franco Origoni), ben esprime il significato poetico del lavoro di Franco Albini in un ideale omaggio al grande maestro da parte del suo grande allievo. Una suggestiva ragnatela di sottili cavi d’acciaio disegna nell’aria una rete entro la quale vengono sospesi disegni, fotografie, modelli, e testimonianze audiovisive. Seguendo un ordine cronologico lungo gli spazi della Galleria, al piano terra della Triennale, l'obiettivo è offrire un nuovo contributo critico alla conoscenza di una delle stagioni più importanti dell'architettura italiana.

La mostra, la cui cura scientifica è di Fulvio Irace, è organizzata per sezioni tematiche affidate a diversi curatori: Macchine celibi, a cura di Fulvio Irace; La Città Nuova: Milano e l’architettura razionale, a cura di Matilde Baffa; Spazi atmosferici: l’architettura degli allestimenti, a cura di Federico Bucci; Gli oggetti dell’abitare, a cura di Silvana Annicchiarico; Stanze della memoria, a cura di Marco Albini; Modernità e tradizione, a cura di Augusto Rossari; L’arte del porgere: il museo tra Albini e Scarpa, a cura di Marco Mulazzani e Orietta Lanzarini; La tecnologia e la città, a cura di Claudia Conforti.

In mostra il video "Franco Albini: Zero Gravity", ideato e curato da Paola Albini e Gianluigi Bocceda.

 

Leone Lodi - Scultore (1900–1974) - Dal Novecento all’Arte monumentale

A cura di Nicoletta Colombo

La mostra retrospettiva, promossa dalla Provincia di Milano, dalla Provincia di Cremona e dal Comune di Crema, e curata da Nicoletta Colombo in collaborazione con l’Associazione Leone Lodi, presenta complessivamente una cinquantina di opere, e si sviluppa contemporaneamente su tre spazi espositivi: la Triennale di Milano,  storica sede che ospita già in permanenza alcune opere di Leone Lodi, il Museo Civico di Crema e del Cremasco a Crema e Palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano.

La rivalutazione storica del Novecento Italiano, le recenti mostre che hanno posto nella giusta luce la parabola del monumentalismo degli Anni Trenta, secondo il significato europeo di unità delle arti e di collaborazione tra architettura, scultura e decorazione, hanno stimolato la ricerca volta alla rilettura dell’opera di Leone Lodi, artista che è stato tra i protagonisti più attivi di tale clima artistico.

La sua presenza nella città di Milano, epicentro edificante della “grande scultura” degli anni trenta, e la successiva attività mantenuta sul registro monumentale in territorio cremonese, hanno incoraggiato la collaborazione della  Provincia di Milano e di Cremona, della Triennale di Milano e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Crema, per lavorare in sinergia e con  l’impegno comune a decifrare un consuntivo storico sull’attività dell’artista nella città di Milano e sul territorio d’origine, quello cremonese.

Per una conoscenza più approfondita dell’artista e della sua opera decorativa sono stati previsti anche due percorsi liberi, esterni alle mostre, nei territori milanese, che si estenderà dal cuore della città ai suoi lembi periferici e l’altro nel territorio cremonese, dove sono visibili i lavori di carattere civile e religioso di maggiore impegno nell’ambito della provincia.

Alla Triennale di Milano sono esposti al piano terra i lavori originali come lo spettacolare Il dono in alabastro, dell’altezza di oltre tre metri, e altri saggi preparatori per le opere che l’artista presentò in occasione delle manifestazioni citate, tenutesi al Palazzo dell’Arte. Rientrerà nel percorso espositivo, consistente in una decina di opere e illustrato da pannelli esplicativi, anche la grande scultura Donna seduta, realizzata da Lodi su disegno di Mario Sironi, ciò che ci rimane della maestosa fontana dell’ Impluvium della V Triennale; la statua è in permanenza collocata all’ingresso del Palazzo. 

The Jean–Michel Basquiat Show

A cura di Gianni Mercurio

Dopo le mostre The Keith Haring Show e The Andy Warhol Show, l’ultimo appuntamento con la trilogia della Pop Art è con The Jean-Michel Basquiat Show (New York 1960-1988).

The Jean-Michel Basquiat Show è una delle più vaste retrospettive sinora dedicate al grande artista americano, certamente la più importante mai realizzata in Europa; comprende circa ottanta dipinti e quaranta disegni. Una vasta documentazione fotografica e una sezione video, con molti materiali inediti, documentano il lavoro dell’artista e il contesto in cui è nata e si è sviluppata la sua arte: la New York degli anni Ottanta.

Le opere selezionate provengono da prestigiose collezioni private americane ed europee e da numerosi musei e istituzioni pubbliche quali: Ludwig Forum di Aachen, Museu d’Art Contemporanei de Barcelona, Musée d’Art Contemporain Marseille, Museum der Moderne Kunst Salzburg, Israel Museum of Jerusalem, Museum of Contemporary Art di Los Angeles, Broad Art Foundation di Santa Monica.

Protagonista emblematico della scena newyorchese degli anni ’80, Basquiat è uno degli artisti più popolari dei nostri tempi. Ancora oggi, a quasi venti anni dalla morte, avvenuta quando non era ancora ventottenne nell’agosto del 1988, i suoi lavori e il suo linguaggio continuano ad affascinare il pubblico di tutto il mondo.

L’attività artistica di Basquiat prende forma nell’arco di una sola decade, dal 1978 al 1988. In questo breve periodo la sua febbrile attività lo ha portato a produrre una vasta mole di opere sempre caratterizzate da un segno che lo ha reso uno dei grandi testimoni della sua epoca.

Le opere saranno esposte secondo un percorso che consentirà l’approfondimento di alcune delle tematiche care all’artista tra cui: l’uso ricorrente della parola sin dalla sua attività come graffitista “sui generis”, quando firmava SAMO i suoi aforismi e le sue brevi poesie sui muri di Downtown e per cui il suo lavoro è stato accostato dalla critica all’arte di Cy Twombly; il forte legame con il mondo della musica; le sue radici afroamericane; la costante ricerca di un’identità nei numerosi autoritratti che svelano fragilità e ambizioni, il desiderio di riconoscimento e la fama travolgente; la scena artistica degli anni ’80 e la profonda amicizia con Andy Warhol.

L’allestimento delle opere consente ai visitatori della mostra di entrare a far parte di un mondo che oscilla tra infanzia e perdita dell’innocenza, di godere dello slancio vitale che anima il gesto e l’uso del colore, e di comprendere al tempo stesso l’orrore e la sofferenza contenuti nei segni, nelle parole e nelle forme che implodono provocando deflagrazioni e autodistruzione. Tutto ciò attraverso i materiali poveri che Basquiat utilizza fin dalle prime esperienze di street art e che inserisce nelle sue opere ispirandosi al polimaterismo di Dubuffet, stabilendo un legame profondo con il mondo della strada, un ponte tra quella vita da ‘”refusé” che lui, giovane nero di estrazione borghese, aveva deliberatamente cercato, e la nuova dimensione di agio e fama cui la sua arte e le leggi del mercato dell’arte lo hanno condotto.

All’interno del percorso espositivo una sezione fotografica con contributi di alcuni dei più famosi fotografi che hanno documentato la vita e il lavoro di Basquiat, tra cui: Tseng Kwong Chi, Edo Bertoglio, Maripol, Stephen Torton, Lizze Himmel e altri.

Inoltre, per rendere partecipi i visitatori del background culturale che ha caratterizzato la creatività dell’artista, Chrysler ha prodotto un filmato (ricordiamo ‘Keith Haring AllOver, un viaggio con Chrysler’ del 2005, un viaggio alla scoperta dei murales e delle opere pubbliche di Haring in tutto il mondo). Questo è proiettato su grandi schermi nel salone centrale della mostra all’interno di una spettacolare ‘Chrysler Box’; il filmato racconta le radici afroamericane e l’influenza che hanno esercitato su Basquiat i miti della ‘black culture’, dalla musica allo sport alle tematiche sociali, da Charlie Parker a Miles Davis, da Cassius Clay a Sugar Ray Robinson, da Malcom X a Martin Luther King.

Evento speciale la proiezione del film ‘Downtown ‘81’, prodotto da Maripol e diretto da Edo Bertoglio in cui Basquiat interpreta se stesso e di cui ha prodotto le musiche. Il film racconta la giornata di un artista underground newyorchese, documentando l’effervescenza culturale e creativa della New York degli anni ’80.

Hans Hartung - In principio era il fulmine

A cura di Amnon Barzel, Cristiano Isnardi
Ricerca scientifica: Fondation Hartung – Bergman
Progetto di allestimento e grafico: Studio Isnardi e Fondation Hartung – Bergman

L’esposizione dedicata a Hans Hartung, che inaugura la Triennale Bovisa, raccoglie una selezione di più di 200 tele realizzate dall’artista dal 1922 a Dresda al 1989 (anno della morte) ad Antibes. Insieme ai quadri, sono esposti anche molti disegni a china dell’artista, schizzi e disegni preparatori nonché circa 50 fotografie originali e altro materiale d’archivio.

Tutti i documenti e le opere sono stati selezionati direttamente dell’archivio della Fondazione Hans Hartung di Antibes, l’ultima residenza dell’artista.
Molte delle opere presentate non sono mai state esposte e molti dei temi trattati sono originali e inediti.
La quantità della documentazione in mostra caratterizza l’esposizione come una delle più importanti realizzate nel mondo e sicuramente in Italia. La mostra ha il carattere di un’antologica perché riporta tutta la produzione artistica di Hartung, ma l’originalità dei temi trattati consente di caratterizzarla con una maggiore complessità.

Hartung viene presentato non solo come maestro-innovatore della pittura del Novecento, ma anche come figura poliedrica, interessato a “sconfinamenti” in altri ambiti artistici. In una parte dell’esposizione viene approfondito il suo interesse per l’architettura, che si lega indissolubilmente alle esperienze biografiche, e un’altra sezione è dedicata ai risultati della sua ricerca nell’ambito della fotografia. In particolare, conoscendo gli ambiti di interesse del pubblico della Triennale, viene dato maggior rilievo alle fotografie di Hartung dedicate all’architettura.

La mostra, così come il catalogo, si articola su 7 capitoli, preceduti da un introduzione generale all’opera.
In principio era il fulmine
L'universo
Il linguaggio pittorico
La sezione aurea - la ricerca dell'ordine
La doppia immagine
I disegni neri del dopoguerra
Hans Hartung fotografo
Antibes
Tre spazi

Euro Visions

A cura di Diane Dufour e Quentin Bajac

Dopo una prima tappa al Centre Pompidou di Parigi, la mostra, concepita come un’esposizione itinerante, approda a Milano, poi a Budapest e poi ancora in altre destinazioni europee, per chiudere a Bruxelles, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’Unione Europea.

Milano accoglie la mostra con il pieno sostegno delle maggiori istituzioni, quali i Ministeri degli Affari Esteri, delle Politiche Comunitarie e dei Beni Culturali, la Regione Lombardia e la Provincia di Milano che hanno patrocinato la manifestazione.

“La mostra nasce dalla proposta fatta dalla Magnum Photos al Centre Pompidou di presentare una missione fotografica sul tema dei “nuovi europei”, vale a dire i dieci paesi entrati nell’Unione Europea il 1 maggio 2004: Cipro, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia.

Dieci fotografi della Magnum hanno scelto di esplorare ciascuno un diverso paese con una motivazione e un approccio del tutto individuali. Le regole erano semplici: invece di un illusorio e vano “ritratto” di un paese, come quello solitamente offerto in questo genere di missioni, ai fotografi è stato chiesto di dar conto della propria esperienza personale. Per la loro esplorazione, oltre alla fotografia, gli artisti hanno potuto utilizzare film, video, appunti scritti, commenti orali e altri mezzi.

Nell’enunciare la missione, la commissione ha fatto riferimento a un libro pubblicato da Henri Cartier-Bresson nel 1955, esattamente cinquanta anni fa, Gli Europei. Le “Euro Visions” di oggi evidenziano una differenza piuttosto che una continuazione rispetto a quegli europei del passato. Il continente descritto da Cartier-Bresson diventa un’area geografica più circoscritta, ossia una parte della Comunità Europea, e alla sua visione individuale si sostituisce una polifonia di dieci autori. I progetti in mostra non forniscono un inventario dei rispettivi paesi un anno dopo la loro entrata nell’Unione Europea. Non è questo l’intento della mostra. Tuttavia, la loro giustapposizione evidenzia alcune questioni e linee di forza. Dal nord al sud Europa essi mostrano un'area in rapida trasformazione. I tratti distintivi dei singoli paesi tendono a lasciare il posto a stili di vita e comportamenti più globali, un fenomeno che porta a cambiamenti radicali e a contrasti brutali che a volte sfociano in tensioni e perdita di punti di riferimento. E tutto ciò è ancora più impressionante poiché la maggior parte dei nuovi paesi membri faceva parte del vecchio blocco asiatico. Prese individualmente, tuttavia, le opere presentate in questa mostra rivelano spesso, a volte consapevolmente e altre inconsapevolmente, il persistere di alcune caratteristiche nazionali o geografiche. Attraverso una lettura storica e sociologica delle immagini vengono alla luce le realtà economiche e le politiche locali.

Alcuni fotografi hanno seguito certe loro ossessioni personali o hanno affrontato temi ricorrenti nella loro opera, offrendo in tal modo una visione del tutto soggettiva dei paesi visitati. I ritratti dei paesi costituiscono così una sorta di autoritratto mascherato dei loro autori.Infine sia nell’approccio ai soggetti che nei metodi utilizzati nella presentazione, i dieci progetti invitano paradossalmente a pensare ai limiti del mezzo fotografico. Essi indagano la posizione e lo stato dell’osservatore e mettono in dubbio la nozione di “bella foto” e di “immagine accurata”. A diversi gradi si nota una tendenza verso la finzione. Cinquanta anni dopo il libro di Henri Cartier-Bresson, dunque, questi “nuovi europei” offrono l’occasione di fare il punto sulla fotografia documentaria, sui suoi interessi e sulle idee di un gruppo di fotografi della Magnum che hanno contribuito largamente alla sua evoluzione”.
Diane Dufour e Quentin Bajac, curatori della mostra

Autori:
Carl De Keyzer, Martine Franck, Alex Majoli, Peter Marlow, Martin Parr, Mark Power, Lise Sarfati, Chris Steele-Perkins, Donovan Wylie, Patrick Zachmann.

Premio Europeo di Fotografia Riccardo Pezza - XI Edizione

Il Premio, istituito nel 1995 in memoria di Riccardo Pezza, giovane fotografo che compì i propri studi presso il CFP Riccardo Bauer, è aperto a studenti ed ex studenti italiani e stranieri di scuole e di corsi post diploma con qualifica specifica in fotografia, a studenti ed ex studenti delle Accademie di Belle Arti e delle Facoltà di Architettura e Design di tutta Italia, che abbiano sostenuto un esame specifico di fotografia.

Il tema del Premio, Il racconto di un luogo, intende stimolare nel tempo la riflessione sul concetto di luogo nei suoi attuali mutamenti, dal paesaggio, al corpo, all’identità, ad indicare come nella fotografia contemporanea coesistano tematiche, ambiti e linguaggi trasversali che interessano le molte discipline della comunicazione.

Promosso dagli Amici di Riccardo Pezza, dal CFP Riccardo Bauer e dalla Associazione Culturale Album, con il sostegno dell’Assessorato alla Formazione Professionale e dell’Assessorato alla Cultura, Culture e Integrazione della Provincia di Milano, il Premio Riccardo Pezza è diventato negli anni uno dei più importanti osservatori delle produzioni fotografiche giovanili italiane.

Essendo rivolto a giovani che hanno condotto studi di fotografia dopo il diploma, intende sottolineare l’importanza di una formazione di livello alto ai fini della costruzione di una figura di fotografo adeguata alla complessità della cultura contemporanea. In particolare da quest’anno i giovani fotografi devono aver maturato i titoli richiesti non prima dei cinque anni dall’attuale edizione.

Molti dei giovani che hanno vinto le passate edizioni del Premio Riccardo Pezza, così come molti dei selezionati che vengono ogni anno presentati nella mostra, hanno trovato una significativa collocazione nel mondo dell’arte, della comunicazione, della professione.
Anche nel 2006, la mostra registra il livello di qualità molto alto delle produzioni e mette in luce il momento di particolare trasformazione della fotografia attraversa, nel suo passaggio dall’immagine analogica a quella digitale. Il concetto di “luogo” contenuto nel tema del concorso viene affrontato dai dieci giovani autori in modo molto aperto ed elastico, ed è dunque luogo non solo geografico, ma anche sociologico, antropologico, esistenziale, psicologico.

Giuria:
Roberta Valtorta, critico e storico della fotografia, presidente di giuria
Giovanni Comunale, fotografo, vincitore del Premio Pezza 2002
Monica De Cardenas, gallerista
Filippo Maggia, curatore
Paolo Mazzo, famiglia 38 fotografi
Ivan Taborri, fotografo,
Angelo Cappellini, Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano
Marco Palloni, Assessorato alla Formazione Professionale della Provincia di Milano



Finalisti:
Sara Capatti - “Baustelle”
Diego Casartelli - “Occhi che non vedono”
Viviana Falcomer - “Spazi di confine”
Patrizia Ferreri - “Casa Foppa- the pencil of nature and life-“
Federico Fronterrè - “Spie”
Lucia Orsi - “Milano serie uno”
Simona Paleari - “Costellazioni”
Tommaso Perfetti - “Campo 28”
Lidia Tirri “Berlino - “La vecchia stalinallee”
Rafelio Vertaldi - “Ogni volta, ogni volta che torno” (1955-2005)

Caftani del Marocco

La mostra organizzata dall’Ente Nazionale per il Turismo del Marocco, con il Patrocinio del Comune di Milano porta a Milano una magnifica collezione di gioielli e caftani storici, tradizionali abiti-icona di questo straordinario Paese.

Organizzata in concomitanza con la settimana della moda, la permette ai visitatori di ammirare dei capi d’eccezionale bellezza per decori e ricami, selezionati tra quelli della straordinaria collezione del Museo Belghazi di Rabat e presentati per la prima volta in Italia.

Risalente al VII secolo dopo Cristo, il caftano si diffuse soprattutto durante il Medio Evo in Marocco e lì si radicò profondamente, divenendo elemento significativo e distintivo anche di origini sociali e di luoghi di provenienza di chi lo indossasse. “Decorati di sole e di luna” con fili d’oro giallo e d’oro bianco, i caftani divennero delle vere e proprie opere dell’arte del ricamo e della moda del Marocco, che continuano ad abbagliare per la loro bellezza.

Pur partendo da modelli simili, ciò che colpisce dei capi presenti alla mostra è l’enorme varietà di disegni, ricami, stoffe preziose e colori sapientemente mescolati per creare delle vere e proprie opere d’arte, simili tra loro ma allo stesso tempo uniche per gli innumerevoli dettagli minuziosamente curati e firmati da ogni singolo artigiano.

Czech 100 Design Icons

La Triennale di Milano in collaborazione con UPM Museum (Praga) e CCC s.r.l. presenta la mostra Czech 100 Design Icons che illustra lo stile di vita ceco negli ultimi cento anni attraverso cento oggetti, cento icone, rappresentative dei più importanti traguardi raggiunti nel campo del design e del lifestyle, dal Cubismo al giorno d’oggi, passando dall’arredamento, ceramiche/vetro, illuminazione, giocattoli, graphic design, automobili e apparecchi domestici fino ai film di animazione. Molti degli oggetti in mostra hanno giocato un ruolo significante nelle vite di ogni giorno nelle famiglie ceche.

Le icone del design spaziano dall’automobile Tatra 87 fino alla Škoda Yeti, dalle grafiche avant-garde alle riviste cult come Blok e Živel, dai giocattoli Modernisti fino ai film di animazioni di Little Mole, dalla metro di Praga ai gioielli e alle confezioni di cioccolatini.

Il processo di selezione ha coinvolto importanti figure dal mondo dell’arte ceco, tra cui designers, galleristi, collezionisti, curatori e giornalisti, come Jan Nemecek e Michal Fronek dell’Olgoj Chorchoj studio, Jirí Pelcl, Rettore dell’Accademia d’Arte, Architettura e Design e Janek Jaros, direttore della galleria Modernista di Praga.

La mostra è accompagnata da un catalogo, pubblicato in ceco, inglese e tedesco, che serve come ulteriore guida per gli spettatori attraverso lo stile di vita ceco del XX secolo. Il ricco catalogo di 280 pagine pone particolare attenzione ai diversi periodi storici del design ceco, con riflessioni sull’architettura, moda, cinema del tempo, come anche degli avvenimenti sociali e politici più importanti.

A conclusione del catalogo è stato aggiunto un ricettario di pietanze classiche ceche rivisitate per l’occasione da Jirí Stift, uno dei più rinomati chef di Praga.

La rappresentazione della pena

A cura di Aldo Bonomi e Gianni Canova
Progetto di allestimento e grafica: Franco Origoni e Anna Steiner architetti associati e Marella Santangelo Architetto con la collaborazione di Martina Mariani, Monia Muraro, Veronica Caglio, Annalisa Treccani.


Non si può definire solo una mostra sul carcere, né un semplice evento sui luoghi della pena, bensì una sorta di rappresentazione della pena e della vita nel carcere per riconoscere e riconoscersi in questa marginalità della vita nuda.

La Triennale di Milano è un luogo di rappresentazione della nuda vita, intendendosi con questa metafora filosofica il tumultuoso apparire sulla scena del nuovo millennio del corpo come macchina produttiva, nel suo essere luogo ove si pensa, si comunica e si riproduce. L’altra faccia della nuda vita è la vita nuda: quando il corpo torna ad essere relegato alla sua funzione elementare di macchina di sopravvivenza. Il carcere è uno di questi luoghi. La Triennale ha promosso il progetto per riconoscere e riconoscersi in quell’universo segregato, attraverso una mostra e molteplici momenti di riflessione.

Il Comitato scientifico, composto da Aldo Bonomi (sociologo), Gianni Canova (docente di storia del cinema presso l’Università IULM di Milano), Lucia Castellano (direttrice del Carcere di Bollate), Don Virginio Colmegna, Francesco Maisto (già Magistrato di Sorveglianza e oggi Procuratore della Repubblica a Milano), Luigi Pagano (Provveditore Regionale di Amministrazione Penitenziaria) e dagli architetti Franco Origoni e Marella Santangelo, ha suddiviso il progetto in due momenti: una mostra che rappresenta in Triennale i luoghi della pena e un ciclo di seminari-eventi-proiezioni di riflessione sulla pena.

La mostra che si sviluppa in uno spazio espositivo di 800 metri quadrati si divide in cinque aree:
- L’entrata dove la nuda vita diventa vita nuda.
- 14 celle ove si è cercato di rappresentare simbolicamente il fiele della pena e il miele della pena come riscatto.
- Il teatro del carcere di Bollate che verrà trasferito in Triennale per farne un luogo di rappresentazione di ciò che è stato prodotto in carcere e una piccola agorà ove si discuterà del carcere.
- La rappresentazione che il cinema ha dato dell’universo della pena.
- L’uscita caratterizzata dai numeri dell’universo carcerario italiano e internazionale.

Artesto

Artesto è la prima mostra di “arte mobile” in Italia, cioè di arte concepita appositamente per i telefoni cellulari. Ideata e curata da Lorella Scacco e Marianne Viglione, è il risultato di una collaborazione creativa tra intellettuali, poeti, scrittori, musicisti e artisti visivi, è un’altra tappa dell’iniziativa Connect to Art.

Il progetto Connect to Art parte nel 2004 in Nokia Design dall’idea di portare “l’arte nel palmo della mano” e di trasformare il telefono cellulare in uno strumento di sperimentazione per gli artisti. Nokia perciò diviene committente di opere d’arte allo scopo di diffonderle attraverso un nuovo mezzo, il telefono cellulare.

L’idea di Artesto nasce dall’identificazione di alcuni messaggi chiave, moti e stati della mente relazionati ai temi della sensibilità, della trasparenza e della passione.

Philippe Daverio, Erri De Luca, Carlo Freccero, Alda Merini, Mogol e il gruppo musicale Subsonica sono stati gli autori invitati a identificare e creare i messaggi chiave.

Sono stati poi commissionati dei lavori a sei artisti italiani (Bianco-Valente, Botto & Bruno, Globalgroove, Antonio Rovaldi, Studio Azzurro, ZimmerFrei) che ispirati dalle frasi degli autori hanno creato le opere visive legate ai messaggi.

In mostra le opere dei sei artisti italiani e una selezione dei precedenti progetti internazionali (i finlandesi Kati Åberg, Juha Hemànus, Sari Kaasinen, Stefan Lindfors, Osmo Rauhala, Louise Bourgeois, David Salle, William Wegman, Nam June Paik e Brian Alfred).

“L’arte entra nella sfera comunicativa contemporanea e allo stesso tempo il cellulare diventa un canale alternativo per la diffusione dell’arte” affermano Lorella Scacco e Marianne Viglione. “L’artesto veicolato, dai telefoni cellulari, è una modalità per esprimere attraverso una opera artistica gli stati d’animo e della mente di ognuno di noi. In questo modo l’arte si inserisce nella dimensione comunicativa di oggi per cercare di renderla più sensibile e responsabile alle richieste autentiche della collettività”.

Looking for...

La Collezione Permanente del Design Italiano della Triennale di Milano presenta la mostra Looking forLa collezione di Alessandro Pedretti alla Triennale di Milano, a cura di Silvana Annicchiarico.

La collezione di Alessandro Perdetti che raccoglie circa 400 pezzi, messa a disposizione della Triennale di Milano, nasce dal puro piacere del collezionare, supportato da una profonda consapevolezza storico-teorica.

In più di vent’anni di ricerca lungimirante e consapevole, condotta secondo un preciso progetto, Pedretti ha raccolto una miniera di oggetti appartenenti alla cultura materiale tipicamente italiana. In molti casi si tratta di oggetti anonimi, oppure non ancora entrati a far parte dell’Olimpo del design, ma che in ogni caso contribuiscono a far cogliere l’evoluzione degli oggetti di uso comune, le trasformazioni delle modalità abitative e delle relazioni con le cose e con i luoghi.

Questa ricerca pluriennale è stata costruita a partire da una visione originale del mondo del design che ha consentito di mettere insieme una raccolta a suo modo unica proprio per la peculiarità dello sguardo che l’ha selezionata.

All'inizio la raccolta si è basata soprattutto sulle icone, sui simboli del design. In seguito si è sviluppata una ricerca per famiglie tipologiche. Gli oggetti scelti spesso non sono immediatamente riconoscibili e noti, ma fanno parte di un immaginario formale, di uno spirito sociale e creativo dell'epoca, che li rende altrettanto importanti, degni di attenzione e studio.

Così, accanto a pezzi storici come la Lettera 22 (1950) o la macchina da cucire Mirella di Marcello Nizzoli (1957), il telefono Grillo di Marco Zanuso e Richard Sapper (1967) e le lampade di Achille e Piergiacomo Castiglioni, trovano posto, per fare solo alcuni esempi, famiglie di oggetti come gli orologi sveglia, che spaziano da quelli prodotti da anonimi per Veglia negli anni Settanta a quelli disegnati da Joe Colombo e Rodolfo Bonetto, o gli occhiali, che vanno da quelli anni Trenta a quelli disegnati da Matteo Thun per Swatch nel 1991. Mantenendo sempre l’accostamento di pezzi “anonimi” e icone del design, della collezione fanno parte anche accendini, interruttori, battipanni, calcolatori, sifoni per seltz e tanti altri oggetti di uso quotidiano.

Secondo Pedretti, tutti gli oggetti sono vivi e utili; ha sempre vissuto e tuttora vive circondato da oggetti che entrano ed escono dalla sua vita e che vengono utilizzati con estrema naturalezza: mangia con le posate di Joe Colombo, usa vecchi contenitori Kartell o fa le pulizie con lo Spalter di Castiglioni.

Nel considerare i pezzi della sua collezione, Pedretti va al di là del puro involucro, vuole capire se un oggetto è progettato bene, sia dal punto di vista di chi l'ha disegnato che da quello di chi l'ha prodotto non solo dal punto di vista meccanico...: lo smonta, lo studia da vicino, ne analizza i meccanismi, i funzionamenti, per ricostruirne il valore non solo come “puro segno formale”.

L’idea che anima la collezione è quella di non specializzarsi su un tema particolare, ma di lavorare sulle famiglie tipologiche che hanno contribuito alla cultura materiale e industriale del paese, cercando di trovare un oggetto inatteso,  magari sempre visto, ma mai considerato.

Beautiful Losers

La Triennale di Milano presenta la mostra Beautiful Losers che esplora il lavoro di un gruppo diversificato di artisti provenienti dal mondo dello skate, della graffiti art, delle sottoculture punk e hip-hop.
Il progetto coinvolge pittura, scultura, design, fotografia, film, video e performance con opere di oltre trenta artisti, che si sono distinti negli ultimi dieci anni, alcuni di essi già consacrati nel mondo dell’arte, la maggior parte alla prima occasione espositiva.

La mostra è organizzata in cinque sezioni, fra cui Roots & Influences che indaga il lavoro di artisti e creativi che hanno esercitato diretta influenza sullo stile della generazione che li ha seguiti. Questa sezione ospita al suo interno esempi di progetti di collaborazione, come quello di Jean-Michel Basquiat e Andy Warhol, dipinti, disegni e fotografie di Henry Chalfant, Larry Clark, R. Crumb, Glen E. Friedman, Futura, Keith Haring, Ari Marcopoulos, Raymond Pettibon, Pushead e Craig Stecyk.

Il cuore dell’esposizione mette in mostra i recenti lavori artistici multimediali di Thomas Campbell, Cynthia Connolly, Brian Donnelly (Kaws), Cheryl Dunn, Shepard Fairey, Phil Frost, Mark Gonzales, Evan Hecox, Jo Jackson, Todd James, James Jarvis, Andy Jenkins, Chris Johanson, Spike Jonze, Margaret Kilgallen, Harmony Korine, Geoff McFetridge, Barry McGee, Ryan McGinley, Ryan McGinness, Mike Mills, Steve Powers, Terry Richardson, Clare Rojas, Ed Templeton, Romon Yang e Tobin Yelland.

L’esposizione è arricchita da un “ambiente sonoro” creato da Tommy Guerrero, il cui percorso artistico attraversa le relazioni e gli intrecci tra le sottoculture underground che fanno da sfondo a Beautiful Losers.

La mostra comprende anche una vasta selezione di Ephemera creati dagli artisti esposti e da altre figure di questo contesto artistico. Questa sezione ospita copertine album, scarpe, stampe, skateboards, giocattoli e fanzine.
Inoltre sarà proiettata una rassegna tematica di film e videocontemporanei e storici.

Prima tappa di Beautiful Losers è stata il Contemporary Arts Center di Cincinnati nel marzo 2004, a cui hanno fatto seguito: Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco nel luglio 2004, Orange County Museum of Art e The Contemporary di Baltimora nel 2005. Dopo l’Europa nel 2006, la mostra si sposterà in Asia e Australia nel 2007.

Beautiful Losers è organizzata dal Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco e dal Contemporary Arts Center di Cincinnati.

Tra–vestimenti

Mifur, Salone Internazionale della pellicceria e della pelle presenta Tra-vestimenti, mostra contenitore che attraversa mito e favola per giungere, in un insolito e magico tributo al maestro di sogni Hans Christian Andersen, alla fantasia e al sogno della moda.

Racchiuse in 15 contenitori le favole di Andersen si raccontano e si lasciano interpretare da chi le guarda e le sceglie, come si sceglie un dono da portarsi via, per iniziare il sogno e la favola, attraverso il mito.
Come nei miti, nelle fiabe, i viaggi alla ricerca di se stessi, attraverso caverne oscure e grotte ospitali che contengono tesori da possedere o ostacoli da cui uscire solo sacrificando qualcosa, per avere in cambio nuove opportunità di vita…

Miti e archetipi culturali fra i quali si muove anche il mondo della moda, che attinge alla storia dell’uomo, ai suoi simboli e al suo immaginario per vestire di emozioni universali il quotidiano.

15 capi di moda per interpretare la favola del mondo dello scrittore danese, fatto di immagini che attingono al mito; 15 favole, trasposizioni di un messaggio che è inno alla fantasia, alla ricerca di situazioni e personaggi straordinari, archetipo dei vizi e delle virtù delle società e degli uomini di tutti i tempi.

Mito, favola, moda, il tributo che Mifur dedica ad Hans Christian Andersen e che si inaugura nello stesso giorno di apertura del Salone, è un omaggio ai tra-vestimenti racchiusi nel suo mondo di fiabe.

Suoni

La mostra gioco che Muba presenta alla Triennale di Milano, prende avvio dalla complessità del mondo di suoni in cui siamo immersi fin da prima della nascita. L’obiettivo è rendere i bambini consapevoli del paesaggio sonoro che li circonda, esercitarli a distinguerne i suoni, a riconoscerli, a sperimentare le emozioni che suscitano, privilegiando l’aspetto percettivo ed emozionale dell’esperienza.

I bambini vengono accolti in un teatro. Sullo schermo, senza accompagnamento sonoro, scorre un cartone animato realizzato con Maurizio Nichetti.

Suoni comincia così, con un film muto. Il gioco è in mano ai bambini, veri protagonisti della mostra, sono loro, con semplici strumenti, a creare i suoni che si armonizzano con il filmato. Come la colonna sonora cambia la nostra percezione dell’ambiente e delle immagini che ci circondano?

Poi, l’esperienza si ripete in senso opposto. Sul computer si gioca a combinare filmati e colonne sonore: fa ancora paura un film di mostri con la colonna sonora di un film comico?

Muba non da risposte, ma promuove la curiosità, motore della conoscenza, e porta i bambini a trovare risposte proprie attraverso l’esperienza diretta ed il gioco.

I bambini esplorano il percorso, trovando sorprese ed emozioni: come suonano i colori? Il Muro sonoro indaga sulla relazione suono-colore: guardare con le orecchie, ascoltare con gli occhi…e con tutto il corpo! Il grande tamburo che sembra vibrare dentro di noi consente di avvertire la percezione fisica del suono.

Una “macchina magica, il Theremin, produce dei suoni senza essere toccato… solo interrompendo con la mano raggi invisibili; un’altra, il Bit Byte Beat, traduce in suono i disegni dei bambini.

Nel gioco dell’Orchestra, i bambini impersonano gli strumenti musicali. Sotto la guida del direttore, aggiungono o sottraggono le voci dei singoli strumenti da un brano musicale, ed è una sorpresa anche per loro: “Allora io sono il violino!”, “E io il tamburo!!!”.

Voci allo specchio deforma la voce insieme all’immagine, Batticuore permette di ascoltare il battito del proprio cuore, sempre più veloce man mano che aumenta il ritmo delle pedalate in cyclette: il suono è anche dentro di noi!

Aprendo e chiudendo le porte trasparenti, su ognuna delle quali è indicata una fonte sonora, si gioca a creare il paesaggio urbano, sommando o sottraendo suoni all’ambiente sonoro che si va creando: il bambino è portato così a concentrare l’attenzione sulle molte “voci” della città.

Il paesaggio naturale è affidato alla suggestiva installazione del Mare a dondolo: sette scenografiche “onde”, messe in movimento dai bambini, riecheggiano la risacca del mare su fondali diversi.


Nella galleria sono in mostra opere d’arte molto speciali: quadri realizzati utilizzando tanti materiali diversi, che rivelano inaspettati paesaggi sonori. I materiali apparentemente silenziosi, come carta, plastica, tessuti, hanno una voce segreta. Nel laboratorio, i bambini trovano a disposizione materiali per giocare a loro volta il ruolo dell’artista e comporre il “ loro” quadro sonoro.

Il percorso di gioco passa idealmente dai suoni del corpo, a quelli della natura, a quelli della cultura: in Suoni dal mondo le sonorità diverse di civiltà lontane evidenziano come il linguaggio, che l’uomo ha inventato per comunicare, sia solo un insieme di suoni.

Infine, i suoni in viaggio: le interviste di Radio Muba ai visitatori vanno in onda e raggiungono i bambini di tutta Italia.

Incognito

Persol presenta Incognito una mostra che celebra il mito e il design del marchio che ha fatto la storia dell’eyewear Made in Italy.

Incognito è il primo progetto espositivo di Persol, marchio leggendario dell’eyewear Made in Italy, che debutta in occasione del Salone del Mobile.

Incognito di Persol è un’esposizione interattiva progettata per far vivere l’emozione e la ricchezza di una storia nata quasi 90 anni fa a Torino e che ancora oggi resta un riferimento insuperato del design e dell’artigianato italiani.

Attraverso un percorso fatto di immagini, suoni, colori e tecnologia, i visitatori hanno la possibilità di fare esperienza del mondo Persol: la qualità della manifattura e dei materiali, l’unicità del design dei prodotti e delle collezioni, l’evoluzione tecnologica e i brevetti esclusivi di Persol, la magia e il fascino dei protagonisti del grande schermo.

Le video installazioni, il gioco magico delle luci e dei suoni, le superfici interattive della struttura espositiva Incognito guidano i visitatori con naturalezza e divertimento in un’esperienza ‘see – touch – feel’.

La piramide nel pacifico - Idee di architettura e geopolitica per il rudere del Ryugyong Hotel di Pyongyang

A cura della redazione di Domus (Stefano Boeri, Laura Bossi, Joseph Grima, Matteo Poli, Elena Sommariva, Mario Piazza), con Andrea Petrecca e Armin Linke
Montaggio immagini e video: Joseph Grima, con Gabriele Giussani
Coordinamento e realizzazione: Annalisa Biliato, Nicoletta Cera, Carmen Figini

Nell’ambito della Festa per l’Architettura, la rivista Domus presenta alla Triennale di Milano i risultati della consultazione di idee lanciata nel giugno 2005 (insieme alla Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano) sul riutilizzo del Ryugyong Hotel di Pyongyang.
Centoventi progetti e idee, pervenuti da tutto il mondo, suggeriscono soluzioni realistiche, folli, geniali, spesso provocatorie, per trasformare il rudere di un’utopia architettonica in una nuova antenna della comunicazione globale; per tramutare il simbolo del fallimento di un regime autarchico in un ponte simbolico che scavalchi le barriere della geopolitica.

Accanto ai progetti, Domus presenta una serie di immagini inedite di Pyongyang, in parte realizzate dal fotografo-artista italo-tedesco Armin Linke. Visioni, scorci, panorami inediti e misteriosi di una città dove, in un isolamento assoluto, sopravvive uno degli ultimi regimi dittatoriali del mondo contemporaneo.

Site shots - Immagini del costruire

Cura e progetto di allestimento: Cecilia Bolognesi
Progetto grafico: Giuseppe e Donata Basile


Una mostra fotografica sul mondo delle costruzioni degli ultimi sessant’anni effettuata attraverso gli scatti di

Gabriele Basilico,
Gianni Berengo Gardin,
Luca Campigotto,
Donato Di Bello, 
Ramak Fazel, 
Mimmo Jodice,
Armin Linke, 
Angela Rosati

voluta da ANCE, Associazione Nazionale Costruttori Edili, nel sessantennale della sua fondazione.

Si tratta di una restituzione dalle mille sfaccettature dove trovano posto dall’architettura ormai storicizzata al cantiere appena aperto, dall’operaio addetto agli intonaci agli enormi mezzi per le lavorazioni edili. Non c’è un “fuori tema” nell’ambito delle immagini qui proposte, tutte fanno parte del costruire e la visione, cioè la capacità di ciascuno di questi otto autori di cogliere l’espressione artistica dei luoghi, o di trasformare le situazioni in espressione artistica, è il vero leit motiv di tutto questo lavoro.

Non una mostra documentaria, la realtà che ci ripropongono queste immagini non è una realtà attendibile in sé, ma lo è relativamente a ciò che questi fotografi hanno voluto trasmetterci. 
Tutte le scelte tecniche successive allo scatto da loro operate, dalle ottiche, alla post produzione, alle modalità di stampa fino ai differenti supporti di carta, sono gli strumenti che stanno alla base di ciascuna personale prospettiva. È facile per noi paragonare questo processo di definizione dell’immagine artistica al costruire, inteso come strumento colto per il raggiungimento della migliore espressione di un’opera di architettura.
Così quando la fotografia d’autore cattura una costruzione in corso o conclusa, e in un momento di sublimazione la circoscrive con l’obiettivo e la restituisce quasi trasfigurata in una nuova immagine, riusciamo a comprendere che  siamo veramente di fronte ad un momento privilegiato.

Questi i temi affrontati dagli artisti:
Gabriele Basilico, Residenze storiche e nuove costruzioni a Roma;
Gianni Berengo Gardin, Quartieri residenziali: Genova, Milano, Trieste, Roma, Torino;
Luca Campigotto, Costruzioni nella notte;
Donato Di Bello, Grandi segni urbani e nella natura;
Ramak Fazel, Presenze umane in cantiere;
Mimmo Jodice, La Campania fino ai confini e oltre;
Armin Linke, Laguna e Veneto operoso;
Angela Rosati, Da Potenza a Trapani

La scelta curatoriale dei soggetti da fotografare ha voluto tingersi di molte pulsioni, testimoniare pezzi storici del nostro costruire, cantieri in corso, operai al lavoro quotidiano, facendole proprie, lasciandosi a volte trasportare dall’inclinazione di un singolo autore, dalla sua interpretazione, tenendo però ferma la scelta di restituire prosa e poesia delle nostre costruzioni degli ultimi sessant’anni.

È nata così questa mostra dove l’inscindibilità tra opera fotografata e il singolo autore, e la molteplicità delle vedute sul tema, è divenuta il migliore valore, il momento creativo più profondo per rappresentare la ricchezza ed espressività della nostra arte edificatoria.

In mostra sono presenti 120 foto, di dimensioni variabili da 30 x 40 a 80 x 160, suddivise per sezioni relativamente agli autori. Per le stampe parte in bianco e nero e parte a colori sono state utilizzate tecniche fotografiche avanzatissime o tradizionali. I supporti vanno dalla carta cotone alla stampa baritata. Le cornici sono parte integrante delle opere, scelte dai fotografi stessi in base alle peculiarità degli scatti.

Thanks 50

In occasione del cinquantesimo numero della rivista Materia, Motta Architettura, e d’intesa con 
La Triennale di Milano, organizza una mostra e un convegno che vogliono essere un momento di riflessione sullo stato dell’architettura contemporanea. I due appuntamenti sono promossi da GranitiFiandre, che di Materia è stata la fondatrice e la più forte sostenitrice.

Il cinquantesimo numero di Materia costituisce il pretesto per un’attenta osservazione della produzione architettonica di quella particolare generazione di professionisti che si aggirano intorno ai cinquanta anni di età. Avere cinquant’anni per un architetto significa certamente vivere una stagione di piena maturità e consapevolezza creative e progettuali. Si tratta di un momento in cui la propria identità professionale è ormai definita e coincide con una solida sicurezza delle proprie capacità e della propria esperienza. La riflessione si svolge attraverso la pubblicazione dei progetti di cinque tra i più fertili e significativi studi di architettura, a loro volta guidati da progettisti che raggiunta, o quasi, o superata da poco, la tappa del cinquantesimo anno, possono godere di un indubbio riconoscimento da parte della critica internazionale.

Prendendo spunto dal numero speciale della rivista, alcuni tra i protagonisti delle pagine di 
Materia 50 sono stati invitati a presenziare il convegno “Around 50”, promosso da GranitiFiandre 
e organizzato da Motta Architettura presso la Triennale di Milano il giorno 8 giugno alle ore 15.30. Per l’occasione Dominique Perrault, Luis M. Mansilla e Emilio Tuñón hanno incontrato il pubblico esponendo la propria esperienza professionale. Hanno presenziato il direttore scientifico di Materia Paolo Portoghesi e il direttore responsabile Marco Casamonti.
GranitiFiandre coglie inoltre questo anniversario per compiere un gesto di ringraziamento nei confronti di cinquanta professionisti che hanno creduto ed investito sulla qualità dei prodotti. Oltre alla loro presenza sulle pagine di Materia, i cinquanta studi di architettura presentano ciascuno una propria opera all’interno della mostra Thanks 50 a loro interamente dedicata. Cinquanta video per cinquanta architetti diffondono ininterrottamente le immagini di cinquanta architetture e dei volti di coloro che le hanno concepite. La mostra diventa non soltanto la conferma del profondo legame che unisce l’azienda alla progettazione, ma soprattutto l’omaggio di GranitiFiandre all’architettura contemporanea.

Medaglia d’oro all’Architettura italiana - II Edizione

La Triennale di Milano con la DARC, Direzione Generale per l’architettura e l’arte contemporanea, presenta Medaglia d’oro all’Architettura italiana 2006, che mette in mostra i progetti vincitori e i finalisti dell’omonimo premio, che, con cadenza triennale, intende promuovere e riflettere sulle nuove e più interessanti opere costruite nel Paese.
La Medaglia d’oro all’Architettura italiana punta alla promozione pubblica dell’architettura contemporanea come costruttrice di qualità ambientale e civile e guarda all’architettura come prodotto di un dialogo vitale tra progettista, committenza e impresa.
La Medaglia d’oro all’Architettura italiana si pone come riflessione attiva sul ruolo del progettista e delle sue opere puntando alla diffusione pubblica in Italia e all’estero di un nuovo patrimonio di costruzioni e idee e insieme verificando periodicamente lo stato della produzione architettonica italiana, gli indirizzi, i problemi e i nuovi attori.

Medaglia d’oro all’Opera
Renzo Piano Building Workshop (RPBW) 
Hight Museum of Art, Village of the Arts, Woodroof Arts Center 
Atlanta, Stati Uniti, 2003-2005

Premio Speciale alla Committenza
Ferrari Spa 
Progetto Massimiliano Fuksas 
Centro Sviluppo Prodotto, Ferrari 
Maranello, Modena 2004

Premio Speciale all’Opera Prima
IaN+ 
Edificio per laboratori Università degli Studi di Roma 
Tor Vergata 2003-2004

Premio Speciale per il Restauro
Corvino + Multari e Renato Sarno 
Grattacielo Pirelli 
Milano 2003-2005

Menzione d’onore – Abitare
Gianfranco Gianfriddo, Luigi Pellegrino 
Casa unifamiliare Baglio-Fallisi Contrada Piana, Buccheri, Siracusa 2003-2004

Menzione d’onore – Abitare
Benedetto Camerana e Giorgio Rosental 
Villaggio Olimpico Torino 2006 in area ex Mercati Generali Lotto 4 Torino 2003-2005

Menzione d’onore – Cultura e Tempo Libero
Francesco Garofalo e Sharon Yoshie Miura Garofalo Miura Architetti 
Ampliamento e ristrutturazione dell’edificio della British School at Rome Roma 2003

Menzione d’onore – Spazi e Infrastutture Pubbliche
Studio Italo Rota & partners 
Sistemazione dell’area a mare “Foro Italico” 
Palermo 2005

Menzione d’onore – Spazi e Infrastrutture Pubbliche
Cino Zucchi Architetti CZA
Riqualificazione degli spazi pubblici  di via Basso al quartiere Gratosoglio 
Milano 2001-2003

Menzione d’onore – Attività Produttive e per il Pubblico
Guido Canali – Canali Associati 
Uffici SMEG San Girolamo di Guastalla, Reggio nell’Emilia 2004

Menzione d’onore – Educazione
C+S associati 
Scuola dell’infanzia Covolo di Pederobba 2003-2005

Menzione d’onore – Salute e Benessere
Marco Castelletti 
Stabilimento balneare sul lago del Segrino Eupilio, Como 2003-2004

Menzione d’onore – Salute e Benessere
Guidarini & Salvadeo 
Centro sociosanitario residenziale per sordociechi Lesmo, Milano 2004

In occasione della premiazione della Medaglia d’oro all’Architettura italiana viene presentato il rapporto di partnership tra Ras e La Triennale di Milano. Un rapporto che, iniziato con la sponsorizzazione della mostra Good N.e.w.s., vede Ras partner della mostra Medaglia d’oro e della futura esposizione dedicata a Franco Albini. 
Inoltre Ras diventa partner istituzionale in particolare con un accordo che sostiene lo sforzo della Triennale di Milano nella catalogazione e apertura alla città dello Studio Museo Castiglioni che raccoglie oggetti, documenti, progetti e schizzi del grande designer milanese.

A ferro e a fuoco - Tenaris by Carlo Valsecchi

Con A ferro e a fuoco. Tenaris by Carlo Valsecchi Carlo Valsecchi, fotografo tra i più innovativi della scena nazionale, ha realizzato un grande progetto di investigazione e di restituzione fotografica di tre siti industriali, vicini per produzione, ma lontani per dislocazione geografica.
Si tratta di un’indagine poetica su fabbriche siderurgiche in Italia, in Messico e in Argentina, tutte appartenenti a Tenaris, che nel richiedere questo lavoro fotografico conferma la sua vocazione, ormai consolidata, di promotore dell’arte contemporanea in tutti i paesi in cui l’azienda è presente.

Ventisette fotografie di grandissimo formato, si va dai 180x230 ai 175x300 cm, aggiungono un nuovo capitolo al ciclo d’esplorazione dell’artista nell’ambito grandioso della produzione: si tratta di un mondo nominalmente conosciuto, ma di fatto sconosciuto nei suoi luoghi, nei suoi spazi, nel suo ordine, da un lato asettico, dall’altro contaminato da elementi primordiali come il fuoco, il metallo, il vapore, l’energia. Come luogo della trasformazione, la fabbrica diventa in queste immagini luogo della metamorfosi, e quindi luogo mitico, metafora della creazione originaria.

Valsecchi riesce a rendere questa sensazione con pochi artifici formali: la nitidezza di tutti i particolari, il grande formato, talora una leggera sovraesposizione dell’immagine, restituiscono la dimensione dell’unico luogo “alchemico” ancora esistente al mondo, dove il titanismo romantico dello spazio si unisce a una voluta visione storicamente “moderna” della forma e dell’azione creativo-produttiva. 
Il risultato è una fotografia di spiccata potenza emotiva, con una cifra stilistica assolutamente personale.

Carlo Valsecchi è nato a Brescia nel 1965. Fotografa architetture e impianti industriali. Ha compiuto campagne di documentazione e di screening dei luoghi della produzione, sfociate in mostre e in libri. Tra le prime ricordiamo le personali alla Fondazione Guggenheim, Venezia, 2000, alla Galerie 213, Parigi, 2001 e 2003, allo Studio Casoli, Milano, 2001, da Guido Costa Projects, Torino, 2003, alla GAMeC, Bergamo, 2003, e alla Fondazione Rosselli, Torino, 2005; tra le collettive la partecipazione alla Biennale di Architettura, Venezia, 1992, a Le bati, le vivant, settimana dell’immagine europea, alla Chapelle du Rham, Luxembourg, 2002, a Il fantasma della libertà, la sparizione dell’immagine nella fotografia italiana, Spazio Erasmus, Milano, 2002. 
Tra i libri pubblicati: Tector - The architecture of an engine built for reliability testi di Guido Costa, IVECO,Torino, 2000; Porto Vado, testi di Guido Costa, GF Group, Albenga, 2002; # 0148 Dalmine, IT. 2002, Testi di Giacinto di Pietrantonio, Skira, Milano, 2003.

Per l’occasione è stato edito da 5Continents Editions un nuovo libro, che raccoglie un’ampia selezione delle foto di Carlo Valsecchi, Tenaris by Carlo Valsecchi, introdotto da un saggio di Marco Meneguzzo e un’intervista all’artista di Javier Barreiro Cavestany.

La mostra è stata prodotta da Tenaris, società leader nella produzione di tubi di acciaio senza saldatura e nella fornitura di servizi di movimentazione, stoccaggio e commercializzazione di tubi destinati all'industria petrolifera e del gas, dell'energia e all'industria meccanica, con impianti produttivi dislocati in Argentina, Brasile, Canada, Italia, Giappone, Messico, Romania e Venezuela e un network di centri servizi in oltre 20 paesi.

Nanda Vigo - Light is life

A cura di Dominique Stella

La Collezione Permanente del Design Italiano della Triennale di Milano presenta la mostra Nanda Vigo. Light is life che si colloca nel ciclo ideato da Silvana Annicchiarico, conservatore della Collezione Permanente del Design Italiano della Triennale di Milano. Rientra, quindi, nel progetto che, iniziato con Le parole e le cose (Non sono una Signora, Animal House, Il mondo in una stanza) e proseguito con Fuori Serie (indagine sulle origini del design italiano), Acqua da Bere, Come Comete, Design della gioia, Pulviscoli, In Vespa e Looking for… punta a tracciare nuovi possibili percorsi di lettura nella storia del design italiano.

La mostra si sviluppa intorno al tema principale della ricerca di Nanda Vigo, personaggio unico nella storia dell'arte contemporanea: la luce, che l’artista definisce “struttura portante della filosofia del progetto”, declinata attraverso oggetti che la restituiscono in modo essenziale e quasi magico. Nanda Vigo si esprime attraverso l’uso degli specchi e dei vetri elaborati e il conseguente impiego della luce rifratta e delle immagini in trasparenza, dal carattere fortemente suggestivo. 
Dalla sua ricerca artistica, a partire dagli anni Sessanta, sono nati oggetti che appartengono alla storia del design. 
Nanda Vigo, che, con il suo lavoro, ha influenzato una generazione di artisti e di designer, ha sempre privilegiato la sperimentazione. 
La grande curiosità che la anima e il profondo spirito di ricerca l’hanno portata a spaziare dalla performance alle installazioni agli happening, facendole sviluppare un personale linguaggio artistico che procede in parallelo alla pratica di architetto e che l’ha portata naturalmente a confrontarsi con il design.

Guardando la Casa del fascio di Terragni a Como, Nanda Vigo ha compreso l’importanza della luce nel modellare i volumi e nel modificarne la percezione e il valore. 
Questa passione per la luce e l’applicazione rigorosa che ne fa nelle sue installazioni, l’ha condotta alla creazione di luci sperimentali, spot, ma soprattutto realizzazioni a partire dai neon, da lei preferiti alla lampadina perchè emanano un tipo di luce diffusa, impalpabile, che offre grandi possibilità di sperimentazione.

A partire dai primi anni Settanta, Nanda Vigo ha disegnato lampade di produzione (da ricordare in particolare la sua collaborazione con Arredoluce) che si caratterizzano per la loro verticalità, come nel caso della lampada Osiris del 1971, in lamina di vetro e luce alogena, utilizzata per la prima volta nella produzione industriale.
Altri esempi sono la lampada Iceberg, prodotta da Arredoluce nel 1971, in metallo e lastra di vetro smerigliato e serigrafato, e la lampada Cronotopo in metallo bianco e luce lineare (Arredoluce 1970), direttamente ispirate al lavoro dell’artista sui cronotopi divenuti oggetti di design, integrati alla produzione industriale. Fra le più celebri lampade è la Golden Gate, un archetipo degli anni Pop, anch’essa prodotta da Arredoluce nel 1970. Su uno stelo di metallo di circa due metri di altezza, si sviluppa un arco di neon a incastro in una struttura leggera dello stesso metallo. L’originalità di questa lampada consiste nell’utilizzo di un LED rosso nel cilindro di base, che consente una migliore individuazione dell’oggetto. I LED allora erano utilizzati unicamente dalla NASA e sono stati appositamente acquistati negli Stati Uniti per rendere possibile la realizzazione della lampada.

Le lampade di Nanda Vigo travalicano la loro pura funzione di oggetto per diventare fonti di energia dalla potenza scultorea: sono segnali di luce, che si caricano di vibrazioni ed emozioni. Il loro disegno e la loro forma nascono dai rigorosi principi geometrici stabiliti dall’artista all’inizio della sua ricerca, e applicati allo stesso modo a questi oggetti di produzione.

Premio Mies van der Rohe 2005

Organizzazione: Fondazione Mies van der Rohe, Barcellona
Coordinamento: Diane Gray
Adattamento di allestimento e grafica: Studio AR.CH.IT Luca Cipelletti e Daniele Mastrapasqua con Teresa Salvador e Stefano Polli

Nell’ambito della Festa per l’Architettura - III edizione, la Triennale di Milano presenta il Premio per l’architettura contemporanea dell’Unione Europea - Premio Mies van der Rohe 2005, promosso dall’Unione Europea e dalla Fundació Mies van der Rohe di Barcellona, che mette in mostra i progetti vincitori e i finalisti dell’omonimo premio a cadenza biennale.

Lo scopo principale del premio è di mostrare l’eccellenza nel campo dell’architettura, richiamando l’attenzione sull’importante contributo dei professionisti europei allo sviluppo di nuovi concetti e tecnologie architettoniche.

Il premio rappresenta un mezzo attraverso il quale i cittadini e le istituzioni pubbliche possono comprendere maggiormente il ruolo culturale che l’architettura ricopre nella costruzione delle città e delle comunità. Il premio si prefigge inoltre di celebrare il ricco e variegato panorama della produzione architettonica europea in due modi: promuove la circolazione dei professionisti all’interno dell’Unione Europea incoraggiando commissioni transnazionali e supporta i giovani architetti all’inizio della loro carriera.

Per realizzare questi scopi le opere valutate dalla giuria vengono proposte da un ampio gruppo di esperti provenienti da tutta Europa, specializzati in architettura contemporanea e membri di associazioni di architettura facenti parte del Consiglio degli architetti d’Europa e di altre associazioni nazionali di architetti.

In ogni edizione la giuria ricerca l’eccellenza concettuale, tecnica e costruttiva tra i progetti proposti e seleziona un'opera alla quale assegna il Premio dell'Unione Europea per l'architettura contemporanea - Premio Mies van der Rohe e un’opera alla quale riconoscere la Menzione speciale per giovani architetti.

Per questa edizione sono state prese in considerazione opere costruite tra il primo gennaio del 2003 e il 31 dicembre del 2004.

Il progetto vincitore è l’Ambasciata olandese di Berlino di OMA (Rem Koolhaas ed Ellen van Loon).
L’opera rappresenta una potente riconcettualizzazione dell'idea di ambasciata, di agenzia governativa, di edificio all’interno della città. Rem Koolhaas ed Ellen van Loon, rifiutando di adattarsi alla griglia della città e di creare un monumento, hanno optato per la creazione di un frammento attentamente progettato che lascia irrisolta la questione di quale debba essere l’identità di un governo, di un paese.

La giuria ha assegnato la Menzione speciale per giovani architetti al BasketBar del campus universitario di Utrecht in Olanda, un’opera dello studio NL Architects facente parte di un progetto urbano di OMA.

Membri della giuria: Zaha Hadid, presidente, Mohsen Mostafavi, Stefano Boeri (ha partecipato al primo incontro), Suha Özkan, Aaron Betsky, Francis Rambert, Eduard Bru, Kazuyo Sejima, Roberto Collovà, Lluís Hortet, segretario.

Progetto vincitore
Ambasciata olandese di Berlino, Germania 
Office for Metropolitan Architecture / Rem Koolhaas, Ellen van Loon

Menzione speciale per giovani architetti
BasketBar, Utrecht, Olanda 
NL Architects / Pieter Bannenberg, Walter van Dijk, Kamiel Klaasse, Mark Linnemann

Opere finaliste
Numero 30 di St Mary Axe (quartier generale della Swiss), Londra, Regno Unito 
Foster and Partners / Norman Foster
Grandi magazzini Selfridges & Co di Birmingham, Regno Unito 
Future Systems / Jan Kaplicky, Amanda Levete
Piazzale del Forum 2004 e impianto fotovoltaico, Barcellona, Spagna 
Martínez Lapeña - Torres Arquitectos / José Antonio Martínez Lapeña, Elías Torres Tur
Stadio comunale di Braga, Braga, Portogallo 
Souto Moura – Arquitectos / Eduardo Souto de Moura

Il Premio Mies van der Rohe per l’architettura europea è stato assegnato per la prima volta nel 1988. Promosso dalla Fundació Mies van der Rohe di Barcellona, questo premio biennale ha avuto il supporto della Commissione Europea e fin dall’inizio ha potuto contare sulla diretta collaborazione di un ampio gruppo di istituti d'architettura e di professionisti. 
Nel 2000 la Fondazione ha proposto di organizzare il Premio dell’Unione Europea per l’architettura contemporanea - Premio Mies van der Rohe all’interno del programma Culture. La proposta è stata accettata e da allora si sono tenute tre edizioni: nel 2001, nel 2003 e più recentemente nel 2005.

Sotto la vela un altro passo della grande Milano

La mostra Sotto la vela un altro passo della grande Milano – I 5 progetti della gara internazionale per gli alberghi del nuovo polo espositivo vede, per la prima volta insieme, tutti i progetti che hanno preso parte alla gara internazionale per la costruzione dei due alberghi del Nuovo Polo di Fiera di Milano.

Alla gara, indetta da Sviluppo Sistema Fiera, la società di engineering e contracting per la valorizzazione del territorio controllata da Fondazione Fiera Milano, hanno partecipato cinque raggruppamenti con architetti di fama internazionale. La gara è terminata il 23 maggio 2006 con la vittoria del raggruppamento guidato da Consorzio Cooperative Costruzioni (CCC) con Marcora Costruzioni Spa e Pessina Costruzioni Spa su disegno dell’architetto francese Dominique Perrault. La classifica è stata redatta in base alla migliore proposta qualitativo/economica sulla base delle linee guida, che indicavano le caratteristiche e gli obiettivi richiesti per l’assegnazione dell’appalto. I due alberghi a tre e quattro stelle, saranno di proprietà di Fondazione Fiera Milano e verranno gestiti dalla Italjolly – Compagnia Italiana dei Jolly Hotels.

La mostra racconta e documenta l’iter di gara e progettazione grazie all’allestimento dello studio d’architettura Navone Associati che utilizza, oltre ai modelli, anche render, gigantografie, tavole di lavoro e video.

“Come abbiamo fatto al termine della gara per l’aggiudicazione dell’area della ex Fiera, – dichiara Luigi Roth - anche in questa occasione abbiamo deciso, con la trasparenza che ci ha sempre contraddistinto, di mettere in mostra nelle sale della Triennale di Milano i progetti che hanno partecipato alla gara internazionale. Gli alberghi rappresentano due ulteriori segni di eccellenza per il territorio. Esprimono al tempo stesso la contemporaneità nel linguaggio architettonico di livello internazionale e la necessità di consolidare la relazione tra il Nuovo Polo e le aree limitrofe.”

Il progetto di Dominique Perrault prevede due torri a pianta quasi quadrata alte oltre quasi 70 metri, per 18 piani e 398 camere. Le due torri sono accostate e inclinate di 5 gradi; una in direzione del Nuovo Polo, l’altra verso Milano. Il rivestimento dei due edifici è in marmo bicolore: bianco di Carrara sulle facciate rivolte a sud-ovest, nero Nesala su quelle rivolte a nord-est, meno esposte al sole.

Una pensilina semitrasparente in vetro e metallo collega gli alberghi con il Centro Congressi del Nuovo Polo, con l’area a verde dei giardini previsti nell’area adiacente, con gli accessi ai piani delle camere e con bar, brasserie, ristoranti, sale banchetti, sale per riunioni o convegni.

Tra le due torri si trovano i tre accessi principali alle strutture: uno dedicato a pullman e taxi, uno che immette al collegamento pedonale con il Centro Congressi, uno per l’accesso diretto ai parcheggi. Sulla sommità di ciascuno dei due edifici è previsto il “mirador” - un ampio spazio dedicato al relax e all’intrattenimento con terrazze e locali ristoro. Entrambe le terrazze sono orientate verso il Centro Congressi e l’ingresso d’onore della Fiera.

La gara internazionale è iniziata il 14 luglio 2005, con la pubblicazione del bando. Le linee guida, elaborate da Sviluppo Sistema Fiera, sono state articolate in quattro punti, che indicavano le caratteristiche e gli obiettivi richiesti per l’assegnazione dell’appalto. Secondo queste indicazioni, gli alberghi del Nuovo Polo dovevano essere sia espressione dell’eccellenza milanese, sia portatori di internazionalità e di innovazione. Inoltre dovevano dimostrare la capacità di essere parte del Nuovo Polo, esprimendo autonomia formale e funzionale, ma nell’ambito dell’organismo a cui appartengono, concorrendo alla creazione del Nuovo Polo quale unico sistema di eccellenze riconoscibili. Infine i progetti dovevano implementare la relazione del Nuovo Polo con il contesto territoriale.

Dal 15 settembre 2005, termine per la presentazione delle domande di partecipazione, la Commissione di Valutazione ha lavorato per esaminare le candidature formulate dai partecipanti e il 7 novembre 2005 ha reso noti i nomi dei sette selezionati su un totale di nove candidati.

Il 10 febbraio 2006 – termine di scadenza della presentazione dei progetti - Sviluppo Sistema Fiera ha ricevuto le proposte di cinque raggruppamenti e su queste è iniziata la valutazione finale da parte della Commissione che ha portato alla proclamazione del raggruppamento vincitore, che ha presentato un’offerta di 35.589.000 di Euro.

77 million Paintings

Il genio di Brian Eno, videoartista, musicista polistrumentista oltre che produttore, alza il sipario sulla settima edizione de La Milanesiana, manifestazione promossa dalla Provincia di Milano, organizzata dalla Fondazione I Pomeriggi Musicali, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi.

L'installazione audiovisiva 77 Million Paintings che combina il talento grafico e pittorico di Eno e le potenzialità della tecnologia - accompagna tutta la Milanesiana.
L’opera è un generatore casuale di combinazioni visive che produce e varia, all’infinito, i disegni e i dipinti originali di Brian Eno. 77 milioni le combinazioni possibili. Nessuna uguale alle altre, tutte uniche e specifiche. Un’opera che celebra la tecnologia digitale e l'arte e sullo sfondo, un tappeto sonoro e irripetibile, tale che nessun suono sarà udibile due volte nello stesso modo.

Nonostante sia probabilmente più conosciuto per la sua produzione musicale, Eno ha alle spalle una lunga carriera come artista visivo, e ha lavorato con composizioni generative così come con musica generativa in album classici come Music For Airports (1978) e Neroli (1993). Le sue opere visive sono state esposte nelle gallerie d’arte di tutto il mondo.

77 Million Paintings utilizza lo schermo del computer o della televisione per creare dipinti in costante evoluzione. Il dipinto è generato da immagini fatte a mano, che vengono combinate casualmente dal computer grazie ad un sofisticato software. Il software sottopone la musica che accompagna i quadri più o meno allo stesso processo, di modo che la selezione di elementi e la loro durata siano decisi arbitrariamente, formando un numero di variazioni virtualmente infinite. Il risultato diventa quindi imprevedibile perfino per l’artista che ne ha creato il seme, ed ogni spettatore vivrà un’esperienza assolutamente unica del dipinto.

La diffusione di potenti personal computer significa che ad oggi è possibile produrre e distribuire in massa questo tipo di arte. La visione di Brian corrisponde al trasferimento delle installazioni generative dallo spazio limitato della galleria alla casa dello spettatore, dando vita a quella che Brian chiama “musica visiva”, in quello che altrimenti rimarrebbe uno spazio vuoto nella stanza. Ma sorgono anche domande sul concetto dell’originale nell’arte, che Walter Benjamin non avrebbe certo potuto immaginare quando scrisse “L' Opera d'Arte nell'Epoca della sua Riproducibilità Tecnica”. Milioni di originali di Brian Eno saranno creati, e spariranno solamente per essere sostituiti da altri milioni ancora.

Le Corbusier - L'interno del Cabanon

L’esposizione presenta la ricostruzione al vero dell'interno del Cabanon che Le Corbusier progettò e costruì per le sue vacanze a Cap Martin nel 1952, un capanno senza fasto apparente ma che costituisce un esempio singolare di microarchitettura, denso di significati.

Cassina, in continuità con la ricerca dei Maestri dell'architettura, ne ha curato la realizzazione, che viene ora proposta con l'obiettivo di divulgare una conoscenza più profonda dei valori dell'interno architettonico.
 Al Cabanon ricostruito si accede da uno spazio coperto in cui vengono proiettate e esposte immagini e testimonianze relative a Le Corbusier a Cap Martin.


Il Cabanon nasconde un pregevole esercizio di architettura di Le Corbusier, che intese assegnare solo all’interno dell’abitazione il primario valore architettonico.
 Rivelando una ricca composizione, logica e armoniosa, di soluzioni significative, pur nelle sue modeste dimensioni, la costruzione insegna in primo luogo che il problema dell’abitazione implica lo studio di scelte di qualità, piuttosto che di attenzioni sbalorditive e/o rappresentative. È sufficiente già questo primo approccio a ricordare che il fattore primario dell’architettura costruita – monumentale o minimale che sia - è colui che la abita e trasferisce nelle cose il suo fervore umano.


Il Cabanon, ideato, progettato e costruito dallo stesso architetto che lo occupava, racchiude le condizioni ideali della progettazione architettonica, quella sintesi della dialettica tra momento progettuale e fruizione, dove la delega conferita al professionista da quanti pensano alla casa come altro da sé, o come feticcio da emulare, rappresenta la perfetta antitesi.
 Sta dunque nell’intenzione di rendere più consapevole, più partecipativa, la responsabilità del committente nei confronti del progettista, la ragione stessa della ricostruzione di questa testimonianza - appositamente organizzata per mostre itineranti - e specificamente dei valori dell’interno così densi di contenuti magistrali da costituire una ineguagliabile fonte di ispirazione per chiunque sia interessato a scoprire valori e significati altrimenti ignorati.

Good N.e.w.s.
 - Temi e percorsi dell’architettura


A cura di Fulvio Irace e Italo Rota con Fausto Colombo e Luciano Patetta

Progetto di allestimento e delle installazioni: Italo Rota



La Triennale di Milano, nell’ambito della Festa per l’Architettura – III edizione, presenta la mostra Good N.E.W.S. Temi e percorsi dell’architettura, a cura di Fulvio Irace e Italo Rota con Fausto Colombo e Luciano Patetta.


Come suggerisce il titolo, acronimo dei quattro assi di orientamento della cartografia tradizionale (North, South, East, West),  la mostra intende proporre al grande pubblico una serie di temi che da sempre appartengono alla storia di quest’arte nella costruzione dell’ambiente umano: che cos’è l’architettura? Quali sono le sue origini? Come essa si è rappresentata e si rappresenta nelle varie società? Cosa vuol dire fondare una città, costruire una casa, pensare un monumento?
 Di questi temi oggi molto si parla, ma indirettamente: deformati dalla prospettiva mediatica, i temi fondamentali della costruzione sono diventati oggetto di una disputa sui linguaggi, sulla volontà spettacolare degli architetti, sul loro modo di rapportarsi al pubblico e al committente in una visione a volte quasi caricaturale del loro ruolo.


La mostra vuole rivolgersi al pubblico in generale e non solo ai conoscitori dell’architettura: il suo linguaggio quindi è volutamente forte e di grande impatto emotivo. Userà dunque il linguaggio delle immagini, ma in un modo che farà percepire la profondità che si cela dietro la superficie bidimensionale dell’immagine stessa: proponendo, ad esempio, accostamenti di immagini tra loro apparentemente lontane, in maniera da far emergere interrogativi e questioni sopite  mediante una lettura incrociata e ravvicinata.
 L’insieme di queste immagini (circa mille, ordinate per temi secondo le stanze della Galleria della Triennale) configura una sorta di grandioso Atlante della memoria: un muro non mediatico ma immaginifico, dove ogni figura – ridisegnata appositamente da gruppi di stagisti della Facoltà di Design di Milano – diventa un’icona o, se si vuole, letteralmente un “manifesto” della mostra stessa.
L’Atlante è una “fodera” bidimensionale che accompagna il visitatore nel suo percorso ininterrottamente lungo tutte le pareti della Galleria: su di essa alcune frasi, alcuni motti, citazioni di testi e grandi titoli suggeriranno possibili modi di lettura. Una serie di domande formulate da Philippe Daverio stimoleranno il visitatore a cercare una propria risposta.
 Al centro di ciascuna stanza, ogni tema viene presentato attraverso un’ambientazione che è una vera e propria architettura da camera: una Wunderkammer in legno, uno studiolo in plastica, una casa-tenda in acciaio, una torre d’alluminio, una leggera scatola di specchi, un tumulo di sassi artificiali, una gigantesca cupola-tenda. Ogni architettura sintetizza un tema - la casa, la città, l’allegoria, il mondo degli oggetti, ecc. - e ospita al suo interno una lunga lista di materiali storici, che si contrappongono alla bidimensionalità dei “manifesti”.


Preziosi reperti del passato (dalle urne cinerarie etrusche ai frammenti della città di Roma, i modani di Michelangelo, una veduta della Venezia ideale del Canaletto, passando per preziosi e antichi strumenti di misurazione, rare edizioni di Trattati, ritratti di architetti, cartografie urbane e vedute di città, e una stupefacente Hydria di bronzo prestata dal Museo Archeologico di Paestum, ecc.) si mescolano a disegni e plastici di architetture contemporanee, una scultura di Melotti, quadri di Mondrian e di De Chirico, case-città di Alessandro Mendini, le games-cities di E-boy, ecc.


La mostra suggerisce la possibilità (e la libertà) di leggere il mondo in contemporanea, senza che le divisioni della storia possano essere considerate una barriera tra realtà completamente diverse. Il taglio è piuttosto di natura antropologica: pone al centro l’uomo e, se sceglie il suo punto d’osservazione nella più stretta contemporaneità, il suo giro d’orizzonte spazia per millenni.
 D’altra parte, la nuova sensibilità sorretta dalla pervasività delle nuove tecniche digitali e dalle nuove conoscenze del mondo fisico è alla base di una vera e propria rivoluzione culturale: le immagini digitali dell’interno del corpo umano o della sezione di una pianta o di un fiore, ci introducono in un insieme di conoscenze mai prima possibili. Se l’uomo barocco poteva concepire o immaginare l’infinitamente piccolo e riprodurlo immaginificamente nelle superfici curve di un’architettura, di una scultura o di un dipinto, oggi l’esplorazione spinta dell’interno del corpo umano o animale consente la visione stupefacente di strutture fisiche che sembrano fasci astratti di tessiture, di colori, di volumi, che sperano qualunque fantasia del più spericolato cultore del digitale.


Partendo dall’ingresso della Galleria, la mostra si presenta come una serie di “stanze d’autore”, condensate attorno a una micro-architettura e ai suoi oggetti. 
Ogni ambiente offre una particolare chiave di lettura del tema, segnalata anche dalla scelta di un materiale dominante e di un allestimento su misura.


La mostra affronta sette temi che si sviluppano in altrettante stanze/sezioni:
 Proporzioni, Ombre, Origini, Oggetti come microarchitetture, Cupole, Città, Allegorie, Ritratti.

1. Sala delle Proporzioni
La sezione pone il problema del corpo umano come punto di riferimento per la rappresentazione dell’architettura secondo una duplice interpretazione dell’analogia proporzionale e della figurazione antropomorfica. Dall’Uomo leonardesco agli studi rinascimentali sulle proporzioni del corpo umano, si passa a una visione del corpo nella sua realtà materica. Il corpo ideale del Rinascimento e dei Trattati come misura e il corpo come figura evidenziano in tal modo i poli della ricerca.
Un’isola centrale a forma di parallelepipedo strutturato come uno studiolo ligneo rinascimentale contiene alcuni volumi di riferimento per la storia dell’architettura, da Palladio a Le Corbusier, passando da Bernardo Vittone, Sebastiano Serlio o Giuseppe Terragni. Le pareti sono tappezzate da immagini che rappresentano il corpo umano, le sue proporzioni e le sue relazioni con la costruzione dell’architettura.


2. Sala delle Ombre
Attraverso le proiezioni prodotte dallo strumento di misurazione utilizzato da Michelangelo (modano) e dal mendinografo (ironico strumento disegnato da Mendini con le linee curve della sua architettura), all’interno dello spazio centrale si immagina un mondo in bianco e nero determinato dalle ombre (disegnate) sui muri.
La sezione intende infatti l’architettura come organismo con tutte le sue membrature analoghe a quelle del corpo umano: le pareti esterne sono tappezzate da ingrandimenti di parti del corpo umano che presentano sorprendenti analogie con alcune architetture contemporanee (Zaha Hadid, Nox).
Disegno originale di Michelangelo e alcuni riprodotti: studi per la Sagrestia Nuova.


3. Sala delle Origini
L’origine dell’architettura è un tema dibattuto nella storia della disciplina che assume un ruolo centrale in epoca rinascimentale e illuminista. Le forme architettoniche nascono dall’osservazione della natura o derivano dalle necessità dettate dai comportamenti dell’uomo e dall’evoluzione che scaturisce dalle nuove scoperte e dalla nascita dei comportamenti sociali?
Sospesa al soffitto, una costruzione centrale evoca una capanna primitiva. All’interno della sala su piedistalli urne a forma di capanne riconducibili al periodo etrusco e la famosa Hydria di Paestum, simbolo delle origini della colonia greca. Un “fumetto” riproporrà in maniera attuale il rito romano delle fondazioni della città, dove la geometria degli assi (cardo e decumano) si mescola con la natura simbolica ed evocativa del mondo naturale (il fenomeno della divinazione, la lettura delle viscere degli animali, il “fegato” usato dagli etruschi, ecc.).


4. Sala degli Oggetti
Momento fondante dell’architettura, il tema della casa e degli oggetti che la riempiono assume un ruolo centrale nella storia della disciplina e un valore morale ed estetico nei confronti della comunità.
Facendo ricorso alle idee di casa elaborate dalle culture antiche, moderne e contemporanee, la sezione cerca di individuare una serie di archetipi e di prototipi significativi della cultura dell’abitare.
Particolare risalto è dedicato ai risultati maturati dal Movimento Moderno ad oggi: la casa meccanizzata e standardizzata di Le Corbusier, la casa scultura di Kiesler e Bloc, la casa prefabbricata, la casa postmoderna di Venturi e quella decostruttivista di Gehry, le configurazioni della virtual house di Eisenman e di Foreign Office, le case d'urgenza di Shigeru Ban per le aree colpite dallo Tsunami, la casa-landscape di Herzog e De Meuron, le nuove sperimentazioni tipologiche di Steven Holl sono alcune delle manifestazioni dell'abitare contemporaneo raccontate sulle pareti della sala.
Nella suggestiva sala concepita da Alessandro Mendini, accanto ai progetti delle case organiche di Frederick Kiesler, di Maurice Calka, alle opere che hanno ispirato grandi pittori del secolo scorso come Albert Gleizes e Piet Mondrian, sono esposti modelli votivi di epoca etrusca e sperimentazioni contemporanee sul tema dell'abitare di John Heyduk, Peter Eisenman, Eduardo Souto de Moura, a testimonianza dell'invariabilità del significato originale dello spazio domestico nel tempo e nei diversi luoghi del mondo.
Una grande installazione progettata da Mendini che dialoga con la scala elicoidale della Triennale è simbolo della riflessione sull’importanza della “scala” nella lettura della realtà: una torretta in acciaio che potrebbe diventare anche una caffettiera o una torre per uffici; mentre una selezione di oggetti (tazze, caffettiere ecc.) realizzati come architetture rimpicciolite formano lo skyline di una città ideale.


5. Sala delle Cupole
Metafora del cielo e simbolo dell’armonia universale, la Cupola ha un posto preminente e particolare nella costellazione delle “figure” dell’architettura, anche per la sua duplice declinazione come segno astratto di perfezione geometrica e il suo richiamo antropometrico al corpo umano. Ancora simbolico è il ruolo dell’organismo centrico, del quale la cupola è la più perfetta conclusione e copertura. Ma essa è forse anche l’elemento architettonico in cui maggiormente si è cimentata nei secoli la tecnica costruttiva, spingendo la rotazione di un arco intorno ad un asse verticale fino ai limiti consentiti dalla pietra, o dai mattoni, o dal conglomerato cementizio, fino al cemento armato, al precompresso e al ferro. Semisferica, ellittica, parabolica, articolata, liscia o nervata, la cupola ha coperto via via i grandi organismi religiosi e civili (il Pantheon, la Consolazione di Todi, il Duomo di Palermo, La Mole Antonelliana) e alcune realizzazioni moderne, come il Museo Universale di Mendini o il Sea Trade Center a Zeebrugge di Rem Koolhaas/Oma.
Tuttavia un’altra interpretazione si oppone a questa concezione della cupola come spicchio di cielo nella solidità della pietra: quella suggerita dal grande architetto e tecnologico americano Buckminster Füller, inventore negli anni Trenta della cosiddetta cupola “geodetica”: una sottile struttura di fili o di elementi sottili intrecciati a formare tanti elementi triangolari che danno luogo ad un’originale cupola in forma di tenda. La cupola “mobile” di Füller ha dato origine a una nuova tradizione ingegneristica che si è diffusa da allora in tutto il mondo, ma ha anche avviato un suo utilizzo da parte delle culture hippies e del nuovo nomadismo per la sua possibilità di configurare case mobili (shelters), foriere di una nuova libertà.
Le due culture millenarie - stanziale e nomadica - si ripropongono dunque nelle visioni attuali della tradizione stanziale europea che pensa alla cupola e alla casa come piccoli monumenti e quella americano o asiatica che pensa all’architettura come un oggetto a consumo prefissato.


6. Sala delle Città 
La sezione, attraverso l’accostamento di opere e reperti provenienti da luoghi e tempi molto distanti tra loro, tenta di rispondere a una serie di domande. Che cosa ha indotto a rappresentare le città?  È possibile rappresentare, allo stesso tempo, urbs e civitas?
Tra gli autori presenti nella sezione Gian Battista Piranesi, Umberto Boccioni, Le Corbusier, Vittorio Gregotti, Rem Koolhaas.
Si scontrano le diverse concezioni di città. Da una parte la città viene percepita frammentata, come un collage, inconoscibile come forma chiusa, dall’altra la città che non presenta momenti di frattura come quella antica o come l’idea di continuità ed espansione che troviamo nella Città che sale di Boccioni o nell’insediamento di Acilia di Vittorio Gregotti.
Lungo le quinte di una città immaginaria (ricavata sul modello della scena antica di Palladio nel Teatro Olimpico di Vicenza) plastici, disegni, quadri, libri, ecc., compongono la scena delle città visibili e di quelle invisibili.


7. Sala delle Allegorie
Combinando assieme le figure con cui l’architettura si è presentata al pubblico, la sezione intende mettere a fuoco e comparare le immagini attraverso cui l’architettura ha inteso rappresentarsi come paradigma di un sapere tecnico e di un programma culturale o artistico.
Negli ultimi quattrocento anni la rappresentazione dell’architettura ha toccato tutti i registri, dall’allegoria, dai «capricci», all’autoreferenzialità assoluta. Tali immagini hanno avuto l’obiettivo di rendere visibile lo statuto della disciplina di fronte alla società, dichiarare il linguaggio più legittimo, scardinare convenzioni o, al contrario, ribadirne la validità.
Attraverso un percorso parzialmente cronologico, la sezione muove dalle rappresentazioni cinque-seicentesche delle allegorie dell’architettura, per passare alla stagione dei «capricci» e successivamente a quella delle rappresentazioni ideali delle architetture antiche prima e medievali dopo (neoclassicismo e neogotico), e approda alla fase di rottura prodotta dalle avanguardie novecentesche.
Nella parte centrale sono esposti i sistemi di rappresentazione dell’architettura come allegorie del mondo: il teatrino di Aldo Rossi, la percezione di città degli Archizoom come città infinita.

Un’installazione basata sul sistema Manipolo, la cui realizzazione è stata coordinata da Fausto Colombo,  permette al visitatore di lavorare su immagini digitali, tratte dal web e relative a progetti di edifici, scenari di videogiochi, mappe satellitari del territorio, elaborazioni geografiche e tematiche dei flussi comunicativi. Lo spettatore potrà interagire a distanza con le immagini grazie al semplice movimento delle proprie mani, sul modello reso celebre dal film Minority Report.
Spicca all’interno della sezione il capriccio di Canaletto che in quanto rappresentazione di un’architettura ideale viene accostato a un capriccio contemporaneo e virtuale. Infatti vicino all’opera del maestro veneziano sarà possibile per il visitatore attraverso un’installazione interattiva comporre la propria città ideale (gruppo E Boy).
In tal modo, il visitatore si troverà di fronte uno spiazzante confronto: la visione virtuale di Venezia dipinta da Canaletto con gli strumenti tradizionali della pittura e quella evanescente delle immagini di Googleheart, ecc.


8. Sala dei ritratti
Chiude l’esposizione la sala dei ritratti che mostra la visione che l’architetto ha o trasmette di sé. Dalla medaglia con l’effigie di Bramante al ritratto di Carlo Scarpa realizzato da Arturo Martini, dall’autoritratto di Carlo Mollino alla figura dell’architetto dipinta da Mario Sironi, la sezione evidenzia il ruolo sociale che l’architetto ha ricoperto negli ultimi quattro secoli e la sua volontà di imporsi come figura cardine del rinnovamento. In maniera ironica, un grande tumulo di sassi-vetrine celebra il rito dell’Archi-Ego, esponendone i ritratti - foto, dipinti, sculture - come altrettanti ex-voto o immagini di devozione. Sulla parete di fondo, una serie di televisori trasmetterà in contemporanea  brevi filmati  con interviste ad archi-star, spezzoni di pubblicità, perfino un divertente cartoon della serie dei Simpson con le avventure di super-Gehry.

Si ringraziano i fotografi Olivo Barbieri, Gabriele Basilico e Paolo Rosselli per l’indagine paesaggistica.

Milano 2010 - Materiali creativi

La mostra Milano 2010: Materiali Creativi presenta i lavori dei progettisti milanesi che hanno partecipato all’omonimo progetto promosso dall’Assessorato alle Attività Produttive del Comune di Milano e da Material ConneXion Milano.

Il progetto, realizzato con lo scopo di offrire servizi e strumenti per i creativi milanesi (designer, architetti e ingegneri) a sostegno dell’innovazione, ha avuto come tema di riferimento Expo 2015, concentrandosi quindi in modo particolare sui temi della sostenibilità e dell’alimentazione.

Material ConneXion Milano, società che dal 2002 si occupa di ricerca e consulenza nel campo dei materiali innovativi, ha individuato e selezionato 200 progettisti, attivando loro un account per l’accesso ai propri servizi e organizzando 4 seminari/workshop su diversi temi per stimolare i partecipanti all’uso dei materiali presenti nel proprio database. I progettisti coinvolti in cambio dei servizi offerti, si sono impegnati a realizzare degli elaborati progettuali offrendo la loro visione di quello che sono i temi toccati dall’Expo che nel 2015 sarà in scena a Milano.

La mostra Milano 2010: Materiali Creativi si propone infatti come prima vera fotografia di come il mondo della creatività milanese interpreta il tema “Feeding the Planet – Energy for Life”. Proprio l’eterogeneità delle forme e le modalità progettuali impiegate dai partecipanti per sviluppare le proprie idee si riflette nell’allestimento della mostra, per il quale si è scelto di non utilizzare un filo conduttore preciso ma di evidenziare quanto più possibile come i temi proposti possano assumere connotati molto diversi tra loro.

Progetti di giovani architetti italiani

Il GiArch (Coordinamento Nazionale dei Giovani Architetti Italiani) e UTET Scienze Tecniche® hanno avviato una collaborazione per promuovere l’architettura italiana under40, attraverso la serie di monografie della nuova collana editoriale LineaGiArch e attraverso la mostra denominata Progetti di Giovani Architetti Italiani.

Alla Triennale di Milano, sede Bovisa, sono presentate le migliori opere costruite dai giovani professionisti italiani. I progetti, selezionati da una giuria nazionale, sono stati raccolti attraverso un bando di auto candidatura aperto a tutti i giovani architetti. L’ampia panoramica di casi selezionati e la varietà di tipologie e scale di intervento, permettono di rappresentare in modo significativo il quadro dello stato attuale dell’architettura italiana e delle tendenze di sviluppo sulle quali stanno lavorando i giovani architetti. L’iniziativa curata dall’architetto Luca Paschini è il frutto della collaborazione tra la Fondazione La Triennale di Milano, il GiArch - Coordinamento Nazionale dei Giovani Architetti Italiani e Utet Scienze Tecniche®.

La mostra è accompagna da due volumi della nuova collana editoriale LineaGiArch, che in oltre 600 pagine presentano gli 80 progetti selezionati, descrivendo lo sviluppo e la realizzazione di ciascun edificio, dal concetto iniziale sino ai particolari costruttivi e di dettaglio

Brasilia - Un'utopia realizzata - 1960–2010

La Triennale di Milano presenta Brasilia. Un’utopia realizzata. 1960-2010, una mostra sulla capitale brasiliana a 50 anni dalla sua realizzazione, che ne descrive la storia affascinante all’incrocio tra vicende politiche, culturali e sociali di un Brasile in tumultuosa espansione. La mostra si articola lungo un percorso cronologico, dall’epoca coloniale a oggi, affiancando a materiali tecnici e documenti storici, aneddoti, storie personali, oggetti e testimonianze della vita quotidiana nella città costruita nel deserto del Planalto.

I documenti, i disegni, i materiali fotografici e audio-video raccolti per la mostra costruiscono la tesi e il significato dell’esposizione: Brasilia è la realizzazione di una utopia a lungo inseguita, è una città-capitale realizzata in un solo coraggioso atto di fondazione, che oggi si presenta come una città giovane, piena di contraddizioni e al tempo stesso di energia. La mostra apre il campo a una riflessione non solo su una stagione dell’architettura e dell’urbanistica, fortemente segnata dal Movimento Moderno, ma anche, più in generale sul rapporto tra gli spazi della città e la vita che li anima. I materiali presentati consentono di portare argomenti ad un dibattito attualmente in corso che, dopo una lunga fase di rimozione da parte della cultura urbanistica ed architettonica Europea e Nordamericana, riscopre Brasilia e ne discute le ragioni, le forme del progetto, la originale struttura urbana, le architetture, gli spazi aperti e le possibilità di appropriazione da parte dei suoi abitanti.

La mostra si articola in quattro sezioni che affrontano sotto diversi aspetti il tema della concezione e realizzazione di Brasilia capitale, le celebrazioni, le critiche e le contraddizioni che ne hanno accompagnano lo sviluppo, fino al suo significato contemporaneo.

La mostra si avvale di materiali provenienti da numerosi enti e Fondazioni brasiliani (tra gli altri: Arquivo Público do Distrito Federal, Fondazione Niemeyer, Casa de Lucio Costa, , Memorial JK, Fondazione Burle Marx) e di contributi di importanti fotografi: le foto storiche di Marcel Gautherot e quelle attuali di Donata Pizzi e di Iwan Baan recentemente insignito del premio Julius Shulman.

Accanto a materiali documentari sulla città, la mostra prevede inoltre una interessante selezione musicale – dalla Sinfonia dell’Alvorada di Tom Jobim e Vinicius de Moraes alla Brasilia di John Coltrane - e di video d’epoca e attuali, tra cui il recente film del regista Adirley Queirós,“Rap, o Canto da Ceilândia” sulle condizioni di vita degli abitanti di Ceilandia, una delle città satellite intorno a Brasilia, attraverso il racconto di giovani rapper. 

Esercizi in trafila - Experiments in design

Triennale Design Museum presenta la mostra Esercizi in trafila. Experiments in design, che nasce da una ricerca avviata dall’Università degli Studi di Napoli Federico II per testare manufatti in argilla realizzati con la tecnica della trafila.

Anticorpi/Antibodies - Fernando e Humberto Campana 1989-2010

Triennale Design Museum presenta per la prima volta in Italia Anticorpi. Antibodies. Fernando e Humberto Campana 1989-2010, una mostra prodotta dal Vitra Design Museum di Weil am Rhein, Germania.
Si consolida in questo modo il legame della Triennale con un’importante istituzione internazionale come il Vitra Design Museum.

Dopo una prima collaborazione nata in occasione della mostra dedicata agli Eames realizzata dal Vitra Design Museum e aperta alla Triennale nel 2002, il rapporto tra le due istituzioni si è ulteriormente rafforzato nella realizzazione di progetti comuni, come la mostra del 2005 Gaetano Pesce. Il rumore del tempo, prodotta da Triennale e successivamente ospitata dal Vitra Design Museum, e la coproduzione della mostra itinerante Joe Colombo: Inventing the future, sempre del 2005. 

Anticorpi. Antibodies. Fernando e Humberto Campana 1989-2010 illustra i tratti salienti dell’opera dei fratelli Campana, tesa a mettere in luce tematiche quali il riciclaggio, la fusione di materiali naturali e materiali sintetici e l’integrazione delle culture. La mostra rivolge uno sguardo particolare alle loro modalità di lavoro, influenzate da un ricco numero di fonti d’ispirazione: dalla natura rigogliosa delle foreste pluviali brasiliane, alle improvvisazioni dei venditori ambulanti fino alle capanne dei quartieri poveri, dai film alla musica fino all’arte. Inoltre, è volta a documentare l’organizzazione dell’atelier e la collaborazione con laboratori esterni e aziende internazionali come Alessi, Edra o Vitra, oltre a dare evidenza dell’interdisciplinarietà dei nuovi progetti. Si tratta di una mostra estremamente esaustiva con una grande serie di prototipi, studi e modelli, esposti per la prima volta in Italia e che illustra anche la varietà formale della loro opera, rendendo trasparente il processo progettuale. In occasione della mostra i fratelli Campana realizzeranno appositamente per la Triennale un’installazione inedita.

Carlo Contin - Interventi nella sfera domestica

Il progetto MINI & Triennale CreativeSet presenta la mostra di Carlo Contin, che si inserisce nel ciclo dedicato al design italiano contemporaneo nello spazio del CreativeSet del Triennale Design Museum. L'obiettivo della mostra è far emergere il lavoro di Contin partendo dalla osservazione degli oggetti da lui progettati, contestualizzati nella vita quotidiana delle persone che li utilizzano, attraverso una documentazione per immagini condotta dal fotografo Ramak Fazel .

Il rapporto fra gli oggetti e chi li usa viene così indagato attraverso una modalità che in architettura trova il suo corrispettivo in quello che è definito “post-occupancy report”, che vuole riflettere sulla natura ultima dell’oggetto di design come oggetto d’uso indagandone la sua capacità di relazionarsi con chi li usa e l’ambiente che li circonda. La mostra propone una selezione di oggetti progettati da Carlo Contin, tra prototipi ed oggetti in produzione realizzati negli ultimi dieci anni, con la presentazione di tre nuovi progetti realizzati appositamente per questa occasione.

Internet for peace

Arriva a Milano la mostra fotografica itinerante di Internet for Peace, dedicata alla campagna che ha candidato ufficialmente Internet al Premio Nobel per la Pace 2010, lanciata da Wired Italia lo scorso novembre e che raccoglie alcuni degli scatti fotografici che sulle pagine di Wired Italia hanno raccontato nel corso dell'ultimo anno, il lungo e intenso cammino della Rete verso il Nobel.

10 immagini scattate dai fotografi Pier Nicola D’Amico, Alessandro Scotti, Dan Winters e Marcello Bonfanti che catturano il volto di alcuni degli Ambassador di Internet for Peace come il Premio Nobel Shirin Ebadi e la blogger cubana Yoani Sanchez e di quegli uomini e donne che nella loro vita si sono distinti per un uso della Rete capace di costruire dialogo ed integrazione al di sopra di qualsiasi censura o restrizione.

Immagini inquietanti / Disquieting images

A cura di Germano Celant e Melissa Harris
Grafica: Top Tag Milano - Francesco Carli  

immagini inquietanti / disquieting images, curata da Germano Celant e Melissa Harris, raccoglie una serie di fotografie radicate in esperienze inquietanti tanto reali quanto diverse nella loro varietà. La selezione delle opere sottolinea come l'attenzione vada posta nell'interpretazione, nella sfida, in ciò che viene espresso o lasciato inespresso.

È sulla scia degli anni '60 – un decennio cruciale, durante il quale usi e ideali sociopolitici furono criticati, messi in discussione e definitivamente cancellati – che s'inscrive lo stile delle immagini inquietanti / disquieting images in mostra, in gran parte ascrivibili al periodo dagli anni '70 a oggi. Sono immagini che provengono da tutte le parti del mondo, dall'Iraq al Texas, dal Giappone al Vietnam dall'Africa ad Haiti, dal Rwanda all'Afganistan, e riguardano le metropoli quanto i piccoli centri urbani, come San Francisco, New York, Palermo, London, Provincetown, Emeryville o Seattle. Parlano di soggetti che erodono i confini dell'immaginabile, perché si avvicinano ad un universo del sociale che è latente e minaccioso perché tratta la violenza sul femminile, lo stravolgimento ecologico, gli abusi sugli animali, le ossessioni umane, le vittime della guerra e della famiglia.

Disquieting, inquietante, è un termine duttile, difficilmente circoscrivibile. Può descrivere un evento o un oggetto, o può farsi esperienza stessa dell'oggetto o dell'evento. Può essere una risposta profondamente individuale oppure evocata dagli altri: è l'opera o la circostanza a essere inquietante, oppure è la risposta data dagli altri a darne questa chiave di lettura? L'inquietudine è una reazione primaria e, al contempo, è alimentata da un sospetto condiviso e dal disagio. È entrambe le cose: è informe, eppure viscerale; non un giudizio, e tuttavia profondamente sentita; una quiete interrotta, un fragoroso silenzio, qualcosa d'ineludibile eppure minaccioso, angosciante, sgradevole...

In collaborazione con i curatori, i fotografi hanno attuato, con diversi gradi di narratività, una selezione di immagini e progetti che rappresentano – in quanto testimonianza oppure in maniera metaforica – i concetti di comunità, genere, diversità, infanzia, ambiente e conflitto: la natura dell' essere umano quanto l'essere umano e la natura.

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