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Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano

DIARIO2022

di Adolfo Ceretti
5 maggio 2020

Il 4 marzo 2020 in Triennale si è svolto il primo seminario dedicato alla XXIII Esposizione Internazionale, che si terrà nel 2022. Sono stati invitati a dare il loro contributo esperti di diversi campi disciplinari: dall’astrofisica alla filosofia, dall’etologia all’arte visiva, dalla geopolitica alla robotica. Il criminologo Adolfo Ceretti, che ha partecipato come uditore al seminario, propone qui un suo contributo che, attraverso il concetto di giustizia riparativa, offre nuovi importanti spunti alla riflessione condivisa che ci accompagnerà alla XXIII Esposizione Internazionale.

In un mio recente libro ho avuto modo di affermare: "Alcune esperienze smuovono le nostre vite in modo imprevedibile. Non parlo di frammenti di vita individuali, interiori, vissuti nel nido della propria intimità. Non soltanto, almeno. Mi riferisco, invece, a quelle esperienze in cui ci ritroviamo a dover coniugare o declinare la nostra visione del mondo con quella degli altri. Ad andare oltre il confine della nostra sensibilità, per superarla, per guardarla finalmente da fuori, con altri occhi. Credo che solo così sia possibile capire qualcosa in più di noi stessi: guardandoci con gli occhi di un altro."

Questa frase, scritta prima dell’avvento del Covid-19, coglie inevitabilmente alcuni aspetti del tempo che stiamo vivendo. Per la prima volta nel corso della storia l’universo intero è stato convocato, da un virus, ad abbandonare l’immediatezza dell’agire quotidiano e a mettere sotto una lente di ingrandimento le angolature che consideravamo più scontate e acquisite dei nostri rapporti affettivi, amicali, lavorativi, di quelli collocati nella sfera pubblica per ridefinirli in un tempo sospeso, senza che l’ieri, l’oggi e il domani siano in grado di dettare la nostra agenda, interiore e non. C’è dunque una novità che ci inchioda a dover fare i conti con il reale che, come insegna Jacques Lacan, è, a differenza della realtà (lo spazio fisico e sociale condiviso e nel quale interagiamo), un’entità fantomatica, invisibile, e per questo ci appare onnipotente. Detto altrimenti il virus mantiene su di noi una potenza persecutoria infinita anche – e forse, paradossalmente, soprattutto – nei confronti di chi non viene contagiato, perché è qualcosa in grado di sfuggire alla dimensione del controllo da parte dell’ordine simbolico: ecco l’eccedenza, lo scandalo del non senso, ecco il reale.

Nel mio ambito di studi il reale è rappresentato dalla violenza, individuale e di massa, da quella terrorista, dai genocidi. Nel corso degli ultimi venti anni in ragione della mia attività di criminologo e di mediatore dei conflitti ho avuto modo di incontrare e far dialogare tra loro vittime e responsabili della lotta armata italiana del secolo scorso, così come alcuni perseguitati e alcuni perpetratori della guerra civile che per oltre cinquant’anni ha dilaniato la popolazione colombiana o, ancora, chi aveva partecipato alla transizione negoziata verso la democrazia in Sud Africa.

Di una cosa sono certo, dopo aver convissuto e aiutato i corpi e le anime di uomini e donne che avevano inflitto o subito il male a fare i conti fino in fondo con quei gesti atroci che avevano avuto ricadute drammatiche anche sulla società civile: la giustizia che queste persone chiedono nel loro profondo e di cui vanno in cerca non è soltanto quella dei Tribunali, ma una sua forma capace di (ri)dimensionare il reale, cioè di dare voce, forma e contenuto ai “mostri” che aleggiano nelle loro vite dopo il passaggio della violenza. Con le parole esatte – da me ascoltate – di chi ha vissuto direttamente quelle esperienze: "Questo gruppo è stato importante, mi ha consentito di portare a un livello di realtà i mostri che popolavano la mia testa. Avete mai provato ad avere dei mostri dentro di voi?"

L’impatto con il crimine efferato è per eccellenza un incontro con una dimensione sfasata e impenetrabile che può assumere le connotazioni del trauma, ovvero di un oggetto difficilmente assimilabile dall’individuo, un "di più" rispetto ai nostri schemi cognitivi ed emotivi. Ma il crimine efferato spezza anche, nelle sue manifestazioni collettive, il rapporto tra la sfera dell’umano e quella della naturalità. In Colombia, per esempio, la Commissione per la Verità istituita dopo gli Accordi di pace del 2016 sta attualmente lavorando per accertare le conseguenze della guerra, delle violazioni dei diritti umani in termini di salute, di democrazia, di ferite alle comunità colpite, perché gli impatti prodotti da tutte queste tragiche azioni non possono essere dimenticati. Non si tratta di mettere a punto una statistica della sofferenza corredata dal numero di morti, di sfollati, di esodi forzati, di rifugiati, ma fare qualcosa per gestire le conseguenze che tutto questo ha avuto sulla convivenza, sulla salute, sullo sviluppo delle comunità, sull’ambiente, e perfino sulla natura.

foto di Jesús Abad Colorado

La "Giustizia riparativa" si colloca al centro di questi terrificanti snodi dando vita a una 'giustizia dell’incontro' tra i responsabili dei fatti e le vittime, ma divenendo al tempo stesso il luogo in cui riequilibrare le vite offese con le loro comunità e il loro ambiente di appartenenza. Lo affermano le Nazioni Unite definendola come "qualsiasi procedimento in cui la vittima e il reo e, se opportuno, altri individui o membri di una comunità lesi da un reato partecipano insieme attivamente alla risoluzioni delle questioni rilevanti sorte dal reato, generalmente con l’aiuto di un facilitatore."

Nel corso del tempo mi è apparso sempre più chiaro che è il dialogo – quello specifico dialogo in quello specifico contesto di "Giustizia riparativa", in cui ciascuno può comunicare agli altri la propria storia ed essere ascoltato con rispetto e apertura – che consente alle storie stesse di essere 'messe in comune' senza perdere la propria incommensurabilità. L’attacco portato al corpo o a quello di un proprio caro sfigura infatti la vittima anche ai suoi stessi occhi, fino a quando non riesce (almeno questa è la mia opinione) a trovare e a fare riferimento – individualmente e/o collettivamente – a qualche ordine simbolico in grado di rappresentarla e di (ri)umanizzare il suo rapporto con l’altro, compreso il suo carnefice. Dentro a questo cammino – che è un cammino di giustizia – trova un senso compiuto quanto affermavo pocanzi, e cioè che è possibile capire qualcosa in più di noi stessi soprattutto se ci guardiamo con gli occhi degli altri.

Per la prima volta, infatti, dopo le irrinunciabili conquiste dell’illuminismo penale, sembra imporsi, nella fitta trama del rapporto tra legge, giustizia, vittime del reato e i responsabili delle offese penalmente rilevanti, un invito a non espellere il male catapuldandolo nella sua mimesi, ossia la sanzione punitiva, ma a trattarlo, mettendo a disposizione della società una modalità democratica per assumere e gestire il conflitto – compreso quello più distruttivo – e introducendo, sia pure in forma embrionale, alcune istanze di un "diritto fraterno".

Fragmentos, foto di Alberica Archinto

È senz’altro prematuro, qui, anticipare degli spunti tematici da sviluppare in linguaggio espositivo rispetto a quanto ho pensato e scritto. Per tentare di scendere dal cielo alla terra provo però a immaginare i contorni, i margini di tre diversi ambiti espressivi/esperienziali volti a ripercorrere, ciascuno, una tappa del tragitto che conduce dal conflitto armato alla riparazione.

Il conflitto armato
Identificato qui in tre precise realtà geografiche, storiche e politiche: la lotta armata in Italia degli anni Settanta e Ottanta; gli oltre cinquant’anni di guerra civile in Colombia (1958-2012); il Sud Africa dell’apartheid (1948-1991). Questa tappa potrebbe essere raccontata da un selezionatissimo materiale fotografico (penso, per esempio, all’opera di Jesús Abad Colorado, colombiano), da filmati, da videoinstallazioni che non dovrebbero assumere il ruolo di una testimonianza storica esaustiva ma, al contrario, dovrebbero creare il contesto evocativo di uno spazio destinato a essere animato da esperienze messe in atto da rei e vittime in carne e ossa.

La giustizia declinata con gli occhi degli altri
Se "Nutrire il pianeta. Energia per la vita" è stato il tema di Expo 2015, la giustizia rappresenta forse il cibo più essenziale per la vita dell’uomo, sia dal punto di vista materiale che simbolico. Immagino questa tappa del percorso come una serie di incontri vis-à-vis tra alcuni responsabili della lotta armata e alcune vittime (italiani, colombiani, sudafricani, rwandesi, baschi, israeliani/palestinesi per citarne solo alcuni) che coordinati da un mediatore dei conflitti e aiutati da uno chef di fama si ritrovano nello spazio espositivo racchiuso dalle immagini del conflitto per dialogare sulle esperienze vissute e poi cucinare assieme dei cibi da condividere con il pubblico. Inutile insistere, ora, sul significato potenziale di questi gesti. Le registrazioni di questi eventi diverrebbero, a loro volta, materiale espositivo.

La riparazione
Uno squarcio di bellezza e di senso l’ha donato, nel 2018, la scultrice Doris Salcedo, creando a Bogotá uno spazio di arte e memoria con l’aiuto di un gruppo di donne vittime del conflitto armato. La scultrice ha lastricato i pavimenti di tre stanze fondendo tonnellate di armi consegnate dai guerriglieri delle FARC dopo l’accordo di pace del 2016. Fragmentos è una lezione magistrale sul significato simbolico e sociale della demilitarizzazione, sull’impatto della violenza e tante altre questioni ancora. Esiste un filmato straordinario di circa venti minuti che racconta questa storia. La sua visione potrebbe essere la terza tappa, una sorta di “catarsi” per il visitatore, dopo che ha assistito alle prime due.

Adolfo Ceretti è professore di Criminologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Segretario generale del Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale. Dal 2016 è Visiting Professor nella Universidade Federal di Rio de Janeiro. Dal 2019 lavora a Bogotá per l’International Center for Transitional Justice in collegamento con la Jurisdicción Especial para la Paz.Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Cosmologie violente (Cortina, 2009) e Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo (Il Saggiatore, 2020). Nel 2015 ha curato, insieme a Guido Bertagna e Claudia Mazzucato, Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto (il Saggiatore, 2015).

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