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Kevin Frayer, Getty Images

“Di fronte a una tale situazione, la paura non è né irrazionale né filosoficamente o politicamente ridondante”

Il filosofo Ben Ware sui nuovi modi di vedere le 'distanze' nella sfera sociale, politica ed estetica

di Ben Ware
31 luglio 2020

L'11 giugno 2020 in Triennale si è svolto il secondo appuntamento di Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano, intitolato La Terra vista dalla Luna. L’incontro è parte del percorso di avvicinamento all'Esposizione del 2022 e intende stimolare il confronto su alcuni temi centrali del nostro presente. A seguire, l'intervento di Ben Ware, co-direttore del Centre for Philosophy and the Visual Arts del King's College di Londra.

La Terra vista dalla Luna, il secondo appuntamento di Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano

Distanza
In una serie di conferenze tenute nel 1977 presso il Collège de France sul tema “Come vivere insieme”, Roland Barthes indagava il concetto di  distanza. Qual è la distanza, si chiedeva Barthes, che possiamo tollerare nei rapporti interpersonali, nella vita di tutti i giorni, in politica e negli spazi pubblici? A quale distanza dovremmo tenerci gli uni dagli altri per costruire "a sociability without alienation and a solitude without exile"? Secondo Barthes, vivere insieme implica una scienza, un’etica e addirittura un’arte delle distanze: un metodo per gestire la relazione tra prossimità e desiderio.

Tematiche riproposte con veemenza durante il periodo della pandemia, quando il distanziamento sociale è stato uno dei mezzi adottati per cercare di garantire la sopravvivenza reciproca. Alcuni filosofi hanno risposto a questo sforzo collettivo con un atteggiamento critico. Giorgio Agamben, ad esempio, attingendo al concetto della biopolitica di Michel Foucault, ha argomentato che il distanziamento, in questo caso, non è altro che un tentativo da parte dello Stato di controllare le persone attraverso l’imposizione di “misure eccezionali”. Agamben ritiene che, rimanendo a casa nell’interesse della sicurezza pubblica, “noi abdichiamo ai nostri principi etici e politici” e tradiamo quella che lui chiama “l’unità della nostra esperienza vitale.”

Diversamente da quanto affermato da Agamben, tuttavia, appare chiaro come il distanziamento fisico, in molti casi, abbia rafforzato l’intensità dei nostri legami con gli altri, facendo emergere nuove forme di solidarietà. Ci siamo ri-connessi con vecchi amici e collaboratori, recuperando i fili che avevamo scartato e tessendoli fino a formare qualcosa di nuovo, bello e inaspettato. Quando ci troviamo a parlare e interagire con gli amici e le persone che amiamo, le loro parole assumono un nuovo peso, i loro volti un nuovo significato, che ci ricordano ancora una volta la nostra reciproca interdipendenza. In tutto questo, però, è compresa anche una dimensione globale: di fronte a un rischio comune (un virus che supera qualsiasi confine), emerge la possibilità di respingere l’isolazionismo nazionalista e scegliere una politica internazionalista, orientata alla solidarietà. Invece di augurarci un ritorno alla “normalità” o una ripresa dell’“ordinaria amministrazione” (qualunque essa sia), potremmo chiederci come realizzare nuovi stili di vita in cui (come avrebbe potuto pensare lo stesso Barthes) le differenze vengano riconciliate in un’armonia di nuove variazioni ritmiche, espresse all’unisono. 

C’è una questione filosofica correlata che vorrei approfondire. La distanza che ci è stata imposta, e che noi stessi ci siamo imposti durante il recente lockdown, ha generato una nuova apertura, una breccia nella quotidianità capitalista, tale da consentire un cambio di prospettiva. Essendo costretti a fare un passo indietro, cominciamo a vedere le cose sotto un aspetto diverso. Un esempio tratto dall’arte potrebbe illustrare meglio il concetto. Nel dipinto di Hans Holbein Gli ambasciatori, del 1533, l’oggetto obliquo in primo piano si rivela un teschio umano solo osservando l’opera da una certa posizione. Ponendosi di fronte, si vede unicamente una macchia grigio-bruna e non si coglie l’elemento essenziale del dipinto. La creazione di una distanza costituisce quindi una condizione di possibilità per poter  interagire correttamente con l’opera. Considerata la nostra situazione attuale, potremmo domandarci allora quali nuovi modi di vedere il “distanziamento’ si vadano dischiudendo negli ambiti sociale, politico ed estetico. Il distanziamento può rappresentare di per sé una condizione di possibilità per vedere in modo diverso il quotidiano e per risvegliare l’immaginario (collettivo) di futuri possibili e alternativi?   

Hans Holbein, The Ambassadors, 1533

Estinzione
In un articolo pubblicato recentemente su “Le Monde”, il filosofo Bruno Latour si chiede se l’attuale pandemia possa essere considerata una “prova generale” in relazione al cambiamento climatico. Più probabilmente, ciò che il Covid-19 rende oltremodo chiaro è che il futuro dei disastri naturali ricorrenti è già qui. L’evento catastrofico non è più qualcosa “di là da venire” ma, di fatto, è già arrivato.

In questa nuova epoca di crisi in cui si intersecano, con epidemie nuove e fatali, riscaldamento climatico, accelerazione ecocida, violenza di stato razzista e collassi economici e sociali, siamo costretti a domandarci seriamente in quale direzione stiamo andando. È comprensibile che molti di noi si sentano ansiosi e confusi, come i personaggi di un racconto di Kafka che si agitano affannosamente senza sapere a chi rivolgersi in cerca di aiuto. Stiamo affrontando una situazione, in un certo senso, impensabile: lo spettro dell’estinzione di massa; spesso sembra che l’antica domanda socratica “Come si dovrebbe vivere?” sia stata sostituita da un dubbio decisamente più terrificante “Riusciremo a sopravvivere?”

Di fronte a una tale situazione, la paura non è né irrazionale né filosoficamente o politicamente ridondante. Secondo il filosofo tedesco Günther Anders, sopravvivere alla minaccia dell’estinzione comporterà, almeno in parte, la necessità di espandere la nostra capacità di provare ansia e paura, coltivando un rinnovato senso dell’apocalittico. Come sottolinea Anders: ‘“Expand the capacity of your imagination”…“Increase your capacity for fear.” Therefore: don’t fear fear, have the courage to be frightened, and to frighten others, too. Frighten your neighbor as yourself.' ['"Espandi la capacità della tua immaginazione"…"Aumenta la tua capacità di provare paura". Di conseguenza: non aver paura della paura, abbi coraggio di aver paura. E anche quello di far paura. Fa paura al tuo vicino come a te stesso.'] Non dovremmo, tuttavia, lasciarci sopraffare dalla paura, da fantasie di sopravvivenza o dal piacere dell’apocalisse. Piuttosto, in risposta alla domanda concreta “cosa si deve fare?”, dovremmo approfittare della pausa attualmente prodotta dalla pandemia, con le nuove forme di solidarietà generate, per avviare un processo che ci porti a delineare una nuova e positiva etica eco-politica

Etica
Una tale etica, per come io la definisco, poggia su tre basi (linguistica, temporale e politica), che vorrei illustrare brevemente di seguito.


Linguistica
Abbiamo necessità del giusto tipo di vocabolario critico e teoretico per capire la nostra situazione attuale. In questo contesto, termini come “Antropocene” (solo per dare un esempio) dovrebbero essere utilizzati, secondo me, con molta cautela. In base alla definizione attualmente diffusa, l’Antropocene contrassegna il punto in cui la specie umana, l’anthropos, raggiunge la supremazia della biosfera, divenendo a pieno titolo una forza geologica. Questa terminologia, però, serve solo a rafforzare una certa visione del mondo: una in cui supremazia (l'uomo antropocenico devasta la Terra) e impotenza (l’essere umano dell’antropocene è incapace di agire in senso storico) collidono catastroficamente. Per parafrasare Wittgenstein, l’immagine dell’Antropocene serve a “tenerci prigionieri”, perciò ci dobbiamo domandare cosa succederebbe se rimuovessimo le lenti attraverso le quali osserviamo la crisi climatica ed ecologica attuale. 

Temporale
Lo spettro dell’estinzione ritorna per tormentarci, quando le visioni del futuro scompaiono. Se crediamo di vivere alla “fine della storia”, allora tutte le possibili alternative allo stato delle cose attuale risultano precluse e la fine può essere immaginata unicamente come la “fine di tutto”. Uno dei modi per uscire dall’impasse consiste non solo nel recuperare il senso del futuro, ma piuttosto, e più specificamente, nel coltivare la capacità di immaginare partendo dalla prospettiva del futuro. Io definisco questa strategia defamiliarizzante come retrospezione speculativa.

Politica
Una transvalutazione di valori economici, ecologici e politici ora è più urgente che mai. Dobbiamo proclamare, anche a rischio di apparire, in certe situazioni, come l’Uomo pazzo di Nietzsche, che il capitalismo liberale, come l’abbiamo conosciuto finora, è semplicemente una forma di vita fallita. La “catastrofe”, come ha rimarcato una volta Walter Benjamin, è che ‘tutto continui come prima’”. A questo punto resta da chiedersi: cosa succederà dopo?

La Terra vista dalla Luna, il secondo appuntamento di Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano

Ben Ware è il co-direttore del Centre for Philosophy and the Visual Arts del King's College di Londra. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l'Università di Manchester, dove è stato anche ricercatore Leverhulme all'inizio della sua carriera. Ben Ware ha pubblicato svariati testi sulla filosofia moderna europea, la filosofia di Wittgenstein, la teoria critica continentale e l'estetica modernista. Attualmente sta lavorando a un libro sulla filosofia e l'estinzione per Verso. 

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