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Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano

DIARIO2022

di Emanuele Coccia
12 giugno 2020

Il 4 marzo 2020 in Triennale si è svolto il primo seminario dedicato alla XXIII Esposizione Internazionale, che si terrà nel 2022. Sono stati invitati a dare il loro contributo esperti di diversi campi disciplinari: dall’astrofisica alla filosofia, dall’etologia all’arte visiva, dalla geopolitica alla robotica. Il filosofo Emanuele Coccia, che ha partecipato all'evento, ripropone, attraverso questo testo, la suggestione fatta durante il seminario di un Museo per la Natura Contemporanea.

Il Museo per la Natura Contemporanea

Da secoli abbiamo considerato la città come il risultato più importante e impressionante della nostra intelligenza. Abbiamo costruito oggetti che superano per dimensioni, complessità, importanza qualsiasi altro artefatto umano. La città è l’opera tecnica e artistica più grande che la nostra specie possa costruire. È l’arte delle arti, la tecnica delle tecniche: in nessun altro oggetto la nostra mente può rispecchiarsi in modo così limpido e definitivo come in una città. Ogni città è stato uno specchio riflesso di quello che chiamiamo spirito, mente, coscienza, la sua manifestazione materica, la sua traduzione in un fatto geologico.

La forma delle città, quindi, la loro storia non è che il risultato del modo in cui ci rappresentiamo questo stesso elemento ‘spirituale’. Per cambiare radicalmente le città non bisogna quindi cambiare le forme geometriche dei parallelepipedi con cui componiamo edifici, né immaginare tracciati alternativi di strade e canalizzazione o mezzi di trasporto futuristici. Bisogna cambiare l’immagine con cui concepiamo la nostra mente, il nostro spirito, la nostra coscienza.

Chiara Vigo, Ape d'oro, 2019. XXII Triennale di Milano Broken Nature: Design Takes on Human Survival. Photo Gianluca di Ioia
Chiara Vigo, Ape d'oro, 2019. XXII Triennale di Milano Broken Nature: Design Takes on Human Survival. Photo Gianluca di Ioia

In questo la filosofia, la biologia e la medicina non sembrano aiutare molto. La prima sembra bloccata da un eredità teologica che le impone ogni volta di riconoscere nell’uomo la più nobile delle creature. Le seconde, irrigidite dall’osservazione quasi esclusiva della vita animale, sembrano imbrigliate nell’ossessione cerebrale che è incapace di misurare intelligenza e coscienza fuori dalla presenza di un sistema nervoso.

Per provare a farlo è forse più utile partire da un’opera d’arte. Si tratta di una scultura di Pierre Huyghe, che ritrae una sorta di sfinge, una figura femminile accovacciata. Ma in questo caso il corpo umano si compone con un alveare. Exomind, è questo il nome dell’opera, non è solo un'incredibile opera d'arte. È un trattato di biologia inter-specifica. Si tratta, prima di tutto di un manifesto per il superamento della neurobiologia: la mente, ci insegna Exomind, non è un organo, ma esiste al di fuori del corpo di ogni individuo vivente. La mente non è una cosa, è una relazione: la mente non esiste nel nostro corpo, ma nella relazione che il nostro corpo stabilisce con i nostri corpi. Ma soprattutto, se la mente esiste al di fuori del corpo è perché non è un equipaggiamento monospecifico degli individui: ciò che chiamiamo mente è sempre un'associazione tra la vita di due specie. Le api, per esempio, incarnano la mente degli esseri umani. Questa idea - che potrebbe essere ripresa con la formula: la mente non è un organo, è un'ecologia (prendendo un titolo molto famoso di un libro di Bateson) non è affatto estranea all'ecologia o alla biologia contemporanea. Il primo a proporre una tesi di questo tipo è stato Paul Shepard, in Thinking animals: il pensiero è l'effetto e non la condizione di possibilità della convivenza simbiotica tra piante, animali, batteri, ecc. È solo e sempre nel rapporto interspecifico che i grandi predatori hanno sviluppato la loro intelligenza: senza gli erbivori, i grandi predatori carnivori sarebbero stati completamente stupidi.

Emanuele Coccia, Métamorphoses, 2020. Bibliothèque Rivages

La novità, l'originalità e la genialità del gesto di Huyghe sta prima di tutto nel fatto che attribuisce per la prima volta la tesi della natura inter-specifica della mente alla mente umana: la nostra mente non dipende dall'avere un cervello e un sistema nervoso ma è all'interno del corpo di un gruppo di altri individui di specie diverse (e forse di un regno diverso) che ha letteralmente colonizzato la nostra testa.  In un certo senso il corpo umano è un iper-oggetto composto da almeno due specie (e dice che ogni specie è un iper-oggetto - questa era anche l'idea del film The Human Mask). In secondo luogo, Exomind afferma anche che ciò che chiamiamo arte non è altro che la ricerca di questa mente sempre incarnata in un'altra specie, o meglio nel rapporto con un'altra specie. Grazie al lavoro di Huyghe, la nostra mente è ora incarnata dalle api. Viceversa, e forse ancora più importante, il gesto di Exomind ci permette di pensare che questo rapporto interspecifico che chiamiamo mente, spirito, intelligenza o cervello non è qualcosa di naturale - non è spontaneo, eterno, puramente biologico, ma un fatto tecnico, artistico. Ogni rapporto tra le specie va letto non solo come qualcosa di contingente, ma come qualcosa di simile al rapporto tra un artista e il pezzo di materia che lei o lui sta manipolando, o meglio ancora come il rapporto tra curatore e artista. Nell'ipotesi biologica di Exomind, le api, in quanto menti umane, sono i curatori dell'umanità. Al contrario, saremmo un'installazione artistica di api. Una sorta di biennale che dura da circa 300 mila anni.  Ciò che questo lavoro ipotizza è che il rapporto tra le specie sia un rapporto logico, mentale e non puramente materiale, ma anche artistico-curatoriale. 

È a partire da questa ipotesi che dovremmo immaginare la città del futuro. Cosa significa immaginare le città se la mente per ogni specie si incarna nella vita di un'altra specie (o che ogni specie è la mente di un'altra specie). Cosa significa pensare la città se partiamo dall’ipotesi che il rapporto tra le specie è di ordine tecnico e artistico.

Pierre Huyghe, Human Mask, 2014

A cadere è innanzitutto l’idea di selezione naturale e di evoluzione. Pesci, piante, polli, batteri, virus, venti, oceani, luna, funghi e cavalli: non importa se sono grandi o estremamente piccoli, non importa a quale regno appartengano, tutti gli esseri viventi sono menti, e menti non per se stessi (pensanti, senzienti, in grado di decidere cosa fare) ma per le altre specie. Tutti gli esseri viventi sono in grado non solo di cambiare il loro ambiente e le altre specie in modo consapevole e di stabilire relazioni arbitrarie con altre specie non necessariamente orientate verso una qualsiasi utilità, ma di cambiare il destino di altre specie. Quella che chiamiamo natura, osservata da questo punto di vista, è una immensa città in cui ogni specie pianifica la vita di altre, e al contrario si costruisce una sorta di mente cosmica collettiva, prodotta da una serie infinita di incontri e decisioni arbitrarie e razionali, prese da specie diverse in tempi diversi, seguendo le intenzioni più bizzarre e strane di ciascuna di esse. La mente, cioè la città interspecifica, è il risultato di incontri casuali e di coabitazoni effimere.

Ora, se ogni specie è legata ad un'altra specie come la sua mente, ciò significa non solo che tutto lo sviluppo evolutivo è una co-evoluzione (come hanno insegnato Peter Raven e Paul Ehrlich), ma anche che la co-evoluzione è ciò che normalmente chiamiamo agricoltura o allevamento. Oppure, se si vuole, l'agricoltura diventa la forma trascendentale di qualsiasi relazione interspecifica.

Da questo punto di vista, la scelta delle api non è casuale. Se ci pensate, il rapporto tra fiori e api è quello di una strana agricoltura capovolta, in cui i fiori costringono le api a diventare i loro genetisti, a prendere decisioni sul loro destino genetico (perché sono le api che decidono chi si accoppia con chi). La scelta di mettere la nostra mente nella vita delle api, è analoga al gesto dei fiori. Un fiore, in effetti è una particolare struttura anatomica che mette il destino genetico e biologico di una specie nelle mani di un’altra specie (quella degli insetti o di altri animali impollinatori) o di un soggetto altro non-organico (il vento, l’acqua etc) che prendono quindi decisioni autonome su chi si accoppia con chi, esattamente come farebbe un allevatore, un agricoltore, un genetista. Con una differenza importante. Le decisioni o la scelta delle api, riguardo a quale fiore deve accoppiarsi con quali altri fiori, non si basano su un calcolo razionale ma sul gusto. L’evoluzione, quindi, è risultato di un giudizio di gusto. È il gusto sensibile di una specie che decide il destino di altre specie. Questo, però, significa che l'evoluzione non è altro che una moda in natura, è una passerella che dura milioni di anni, dove una specie lascia indossare nuovi indumenti ad altre specie. Ogni paesaggio è l'equivalente di una mostra d'arte contemporanea o di una collezione di moda. Tutto in natura è quindi artificiale e arbitrario, così come ogni sfera della nostra esistenza umana. Quella che chiamiamo natura è solo una galleria storica d'arte multispecifica, una sorta di Biennale multispecie, un'installazione che aspetta di essere sostituita da centinaia di altre. Ogni foresta è l'equivalente di un'esposizione museale.

Pierre Huyghe, Human Mask, 2014

In questo contesto, seguendo la logica di Pierre, ogni specie come la mente che decide del destino dell'altra per gusto, allora ogni specie è sia l'artista che il curatore di altre specie. E al contrario, ogni specie è sia un'opera d'arte che una performance della specie di cui rappresenta l'evoluzione, ma anche l'oggetto di una mostra le cui specie che l'hanno fatta emergere sono i curatori. 

La città dovrebbe diventare lo spazio di questa costruzione reciproca delle specie e diventare quello che potrebbe essere chiamato il Museo per la Natura Contemporanea.

Dall'inizio del XX secolo, quando l'arte si è affermata come avanguardia, ha cessato di svolgere una funzione estetica. È stata liberata dal compito di produrre bellezza, di decorare l'esistente e di portarlo ad una forma di armonia. Sostenendo di essere contemporanea, cioè di incarnare una forma di tempo e non un modo di spazio o di materia, l'arte è diventata una pratica collettiva di divinazione del futuro. Da quel momento in poi, attraverso l'arte, ogni società costruisce qualcosa che ancora non esiste al suo interno: non è più un riflesso armonico della propria natura, ma un tentativo di riprodursi in modo diverso da ciò che è, un modo di essere diversi e di conoscere questa differenza che ancora non esiste. L'arte contemporanea non è più definita da qualche mezzo, da un metodo, da una disciplina: è un movimento che attraversa e scuote tutti i media sensibili, tutte le pratiche e le discipline culturali per permettere alla cultura di diventare diversa da ciò che è. L'arte è lo spazio in cui una società riesce a rendere visibile ciò che non può confessare, pensare o immaginare.

Pierre Huyghe, Exomind, 2017. Art Basel, Basilea, (KEYSTONE/Georgios Kefalas)

Dobbiamo pensare alla città come uno spazio simile per la relazione reciproca delle specie. La natura non è solo la preistoria immemorabile della cultura, ma il suo futuro non è ancora realizzato. La sua anticipazione surrealista. La natura contemporanea è il palcoscenico in cui la vita è in prima linea nel suo futuro. È la vita come avanguardia naturale. È la riproduzione surrealista delle forme di vita. 

Exomind ci invita a riformare le città come una sorta di biennale di storia naturale. Se la nostra mente si incarna in un'altra specie, la città non può che emergere nel dialogo interspecifico tra le specie. La città del futuro dovrà essere l’incontro spaziale e mentale in cui ogni specie diventa la mente di altre, ogni specie delega alle altre le decisioni sul proprio futuro.

La politica moderna è iniziata con il mito di un mostro prodotto dall'associazione di tutti i corpi di tutti gli esseri umani. Il Leviatano. Quello che chiamiamo stato (il corpo politico) non è altro che questo mostro immaginato da Hobbes. L'opera La città del futuro dovrà essere una sorta di Leviatano interspecifico: un mostro, un iperoggetto, una sfinge prodotti dall'associazione di diverse specie in cui ogni vita è assieme il corpo e la mente di infinite altre.

Crediti

Cover photo Exomind (2017), Pierre Huyghe, Art Basel, Basilea, 2018(KEYSTONE/Georgios Kefalas)

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