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Ecfrasi della finestra #2

di Silvia Costa e Umberto Sebastiano
9 giugno 2020

Roma, lunedì 25 maggio, ore 9:42 > 9:59
Ci sono nuvole che hanno la forma di grinze, piaghe. Arriva un furgoncino della Hertz. In due scaricano una poltrona, la sistemano su un carrellino troppo piccolo, la poltrona oscilla, in qualche modo riescono a sostenerla, raggiungono un portone e scompaiono. Mi accorgo solo ora che incatenate alla ringhiera che costeggia via Catalana ci sono decine di biciclette. Mi fermo un attimo e di colpo lo sento. Il silenzio. In mezzo al brusio di questa città pigra, mi colpisce il silenzio che proviene dalla scuola di fronte. Questo è il periodo dei gavettoni e della schiuma da barba, i giorni in cui l’allegria scomposta preannuncia la fine della scuola. Attraverso i vetri osservo le aule deserte, i banchi accatastati, terribilmente vicini e vuoti. Una lavagna. Un proiettore. Recupero lo sguardo, lo abbasso sulle tegole. Ieri mattina la piuma si è spostata veramente, in pochi istanti, dal mio tetto al tuo computer. Nessuno ci crederà. Non importa. Uso le unghie per graffiare via l’immagine da cartolina che sono costretto a guardare. Mi trasformo nella finestra. E sono anche il corpo che si sporge e attraversa il confine. Appare il vuoto, il nulla, e mi ci tuffo dentro. Nuoto. E ogni tanto urto dei cadaveri, pezzi di legno, il relitto di un’arca colorata con scritto sopra Titanic. E poi raggiungo un piccolo ponte che collega Roma e Casalpusterlengo, e in mezzo a quel ponte c’è una figura androgina, dai lineamenti sfuggenti, con un enorme sombrero che gli proietta addosso un cono d’ombra. Abbraccia una fisarmonica verde e marrone, la comprime, la distende. Suona Senza fine di Gino Paoli e accompagna la melodia con una danza lieve, appena accennata. Comincio a cantare: non m’importa della luna, non m’importa delle stelle, tu per me sei luna e stelle, tu per me sei sole e cielo… poi mi rendo conto che il ponte è fatto di petali e ali di farfalla. Mi chiedo come possa sostenere il mio peso. E precipito. Tu sei sulla sponda del fiume, allunghi una spada verso di me, la spada di Giovanna D’Arco, di Hey Girl!, io l’afferro e mi taglio. Guardo la mia mano. Dalla ferita sbocciano viole mammole. Poi mi lascio trascinare dalla corrente.

Casalpusterlengo, lunedì 25 maggio, ore 9:42 > 10:02
Devo cercare di non farmi vedere. Guardare e poi subito abbassarmi, usare il bordo della finestra come se fossi in una trincea, per proteggermi dal nemico umano che popola l’immagine oggi. È lunedì, c’è il lavoro, l’attività, l’operosità funzionale e regolare, la settimana scandita, gli orari di lavoro, il commercio, il passaggio di denaro di mano in mano. “Sono 37 in tutto”, sento dire dalla voce dal proprietario del negozio edile qui davanti, attutita dalla mascherina bianca. 37 euro corrispondono a due snodi di tubo di plastica arancione. Dove finiranno? Cosa connetteranno? Cosa passerà al loro interno? Che prezzo hanno queste parole che scegliamo per comunicare e connettere noi, che siamo un altro tipo di sistema? Qui si trasportano fluidi di significati, detriti di immagini, esalazioni dello spirito. Quanto valgono? È arrivato un altro cliente. Altre voci ovattate, altre richieste di materiale. Guardo gli scaffali all’aperto sotto il tetto grigio dove camminava il gatto l’altro giorno, e vorrei scendere giù, calarmi dalla finestra e passare il tempo della mia giornata a mettere ordine. Avrei bisogno di aiuto per finire entro il tramonto. L’umano porta caos, polvere. C’è troppo da mettere a posto. Desisto. Neanche un uccello è volato per me stamattina.

Roma, lunedì 25 maggio, ore 22:42 > 23:29
Mi sporgo, guardo alla mia sinistra: la facciata del Quirinale è illuminata di verde, bianco e rosso. Il tricolore ostentato sulle facciate dei palazzi e sulle mascherine dei politici mi dà la nausea. Non me ne frega niente di essere italiano, friulano, romano, lombardo. C’è troppo poco tempo e un’estinzione alle porte. Sopra l’altare della patria i gabbiani si muovono in circolo come avvoltoi. Lì accanto, più discreta e nobile, la basilica dell’Ara Coeli è avvolta da una luce calda che ha il colore dell’ambra. La luce cola in basso, liquida, e si riversa sui centoventiquattro gradini della scalinata. Chi vuole vincere al gioco deve salire quei gradini in ginocchio, recitando il De Profundis. Recupero lo sguardo come fosse la lenza di una canna da pesca. Sulle finestre della scuola si riflettono delle lucine azzurre intermittenti: fanno da cornice all’entrata del ristorante sulla piazza. Rosso è il piccolo semaforo accanto ai dissuasori a scomparsa. Nel palazzo accanto qualcuno sta guardando la televisione. Sento un rumore, mi volto. Alle mie spalle, nell’altra finestra, brilla la prima falce di luna crescente. Torno a guardare di fronte. Le luci della sinagoga spengono le stelle. Riesco a distinguere solo quelle più luminose. Mi faccio aiutare da una app del telefonino. Sullo schermo appaiono le costellazioni come le immaginavano gli antichi. Alla mia sinistra c’è Vega. Sopra la mia testa Arturo. E a destra, un po’ più in basso, Spiga, nella costellazione della Vergine. Spiga sembra una stella, ma in realtà è un sistema binario: due stelle talmente vicine da deformarsi a vicenda. Rifletto su questa vicinanza che deforma, stravolge, infetta. Penso all’isolamento e alla distanza come possibilità di salvezza. Penso a quanto siamo cambiati. A quanto sia ridicolo questo nostro istinto di sopravvivenza visto dalla prospettiva di una stella.

Casalpusterlengo, lunedì 25 maggio, ore 22:42 > 23:10
Per la prima volta tutto è sparito. Ho davanti a me solo piccoli punti luminosi su sfondi più o meno neri, costellazioni di finestre, lampioni, bagliori flebili, quasi tutti caldi e piccoli, che orientano la mia visione notturna. Vorrei unirli e disegnare nel vuoto, uno dei miei Night Drawings, si avvicina d'altronde l’ora, e lo farei grande, enorme, infinito. Una linea lunga km. Una linea che da Casalpusterlengo arriva alle porte di Roma. Una parabola senza incrinature, un tratto sicuro. Una volta giunta a Roma, la linea dovrebbe bussare, creando tre piccole ondine, che attenderebbero i grandi scuri aprirsi. Poi le si vedrebbe gioire per le vie della capitale, andare veloce ora a destra, ora a sinistra, virate veloci, giravolte, rallentamenti davanti a certi angoli o monumenti, per guardarli un po’ meglio e per capire perché li odi. 
Poi però arriverebbe il momento di salire, e per facilitare il movimento ascensionale, le ondine si allineerebbero nuovamente in una sola linea. Ti immagino molto in alto, sopra tutti, come lo sguardo di Dio melanconico, con il pugno che sostiene il volto un po’ imbronciato e di cattivo umore, ma che a suo piacimento può far apparire fiori e petali, profumi esotici, canzoni di un passato che non conosco, cose che fanno sorridere, che ondeggiano insieme a lui in una grande culla di legno.
La linea che ho tracciato serve per camminarci sopra, come l’attrezzo di un saltimbanco, come l’artista di Starobinski. Dovremmo camminare su questo filo, trovare l’equilibrio, volteggiare sul vuoto e camminare mettendo un passo esattamente davanti all’altro. É difficile, ma nel buio non avrei paura di cadere. 

Roma - Casalpusterlengo, martedì 26 maggio
Oggi, niente. 

Roma, mercoledì 27 maggio 13:42 > 14:07
Prendo il metro e misuro la finestra, ho bisogno di darmi dei limiti. 93 centimetri di larghezza, per 113 di altezza. Poso lo sguardo sui monconi di ferro che sbucano dal muro color mattone. Quando sono entrato per la prima volta in questa casa, alle finestre c’erano sbarre di ferro arrugginito. Ci sono ancora in bagno e nello studio dove lavoro. Servivano a proteggere gli inquilini dai ladri. Protezione e segregazione. Una prigione dove sentirsi al sicuro. Adesso le sbarre non ci sono più. Mi affaccio. Ho capito che gli scenografi si limitano a cambiare lo sfondo del cielo: deve esserci da qualche parte, fuori dalla scena, un grande rullo di tessuto che viene fatto sfilare dietro i palazzi. Ed è così che si simula il movimento delle nuvole, ne sono sicuro. Solo che a quest’ora anche i macchinisti riposano e le nuvole sono inchiodate in una fissità irreale. Il sole fa la sua parte, ti schiaccia a terra. Col favore delle tenebre, come si diceva un tempo, scivolerò fuori dalla cella e proverò a stare in equilibrio sul nulla.

Casalpusterlengo, mercoledì 27 maggio 13:42 > 14:05
Quanto a lungo sono rimasta distesa a terra? Quando e chi mi ha trovata e rimessa qui, nell’ordine delle cose? 
Ho un problema con il tempo, o per meglio dire, con la memoria. Nonostante il mondo stia ripartendo e tutto intorno appare come lo conoscevo ed è sempre stato, io non riesco ancora a tornare quella di prima. Come se non avessi più consistenza o identità, un giorno pesa come una settimana, un mese come un anno. Gli accadimenti sono narrazioni che si mescolano a quello che ho pensato e che ho detto, ma a chi, non ricordo. L’ho solo pensato o l’ho detto veramente? Forse l’ho scritto da qualche parte. L’accensione del motore di un muletto nel cantiere qui davanti mi risveglia. Raccoglie della sabbia dal suolo e la fa cadere dentro un camion parcheggiato nel cortile. Spostare pezzi di mondo. Pensavo fosse anche la mia missione. Più il lavoro che sto osservando prosegue, più l’immagine si fa polverosa e sfocata. C’è un’arietta fresca. Ho voglia di chiudere gli occhi e respirare a pieni polmoni, di non guardare. Granelli di sabbia volano su fino alla mia finestra. Li sento in bocca. Muovo i denti avanti e indietro, ballano nelle gengive, mastico granelli ruvidi e duri, resti di pietre e conchiglie preistoriche, sento risuonare nel cranio un rumore vecchio, come di ossa che si sbriciolano e aggiungono materia alla sabbia che ho in bocca. Per un momento balena in me una strana immagine. Vedo la mia bocca senza più denti. Sono tutti caduti, si sono sbriciolati creando un buco nero nella mia faccia.  Penso che qualcosa mi sia entrato dentro, mi abbia contagiato e ora è al lavoro per appropriarsi di me. Sto diventando un vuoto, forse spazio per qualcosa o qualcuno che verrà a visitarmi presto. 

Roma, mercoledì 27 maggio 2:42 > 2:58
Ho puntato la sveglia in piena notte, come se dovessi assistere a un fenomeno celeste, un’eclissi totale. La mia mente è sgombra da nuvole, tutto appare pervaso di senso. Arriva un carabiniere a dare il cambio al suo collega. Si parlano, poi uno se ne va e l’altro resta. Lascia aperta la porta della garitta, forse per cambiare aria. Porta fuori lo sgabello, lo disinfetta. Poi scompare, e con lui i palazzi, la strada. In questa notte che ingoia tutto e che fa piegare il tempo, scavalco il davanzale della finestra e mi metto a camminare scalzo verso la grondaia. Mi sono messo in tasca alcuni oggetti d’oro, so che mi serviranno durante il viaggio. La linea che hai tracciato si è trasformata in una vena dalla quale pende una frangia di capillari azzurri. Ci salgo sopra, cammino, attraverso un banco di nebbia. Mi sento addosso tutte le ferite del mondo. Nasco e muoio continuamente, e ogni volta non riesco a capire, mi sfugge qualcosa, e ogni volta vengo alla luce con una cicatrice diversa. E ci riprovo. Un cane rabbioso mi sbarra la strada: gli getto un soldatino d’oro, l’inghiotte e si accuccia. Mi cammina accanto una donna africana con uno splendido vestito colorato e sulle spalle un fagotto dello stesso tessuto. Dentro il fagotto c’è un bambino con le labbra sporche di latte. Regalo loro un piccolo libro d’oro pieno di storie, un libro magico, capace di riprodursi all’infinito. Mi viene incontro il rappresentante di tutte le solitudini del mondo: lo abbraccio, senza protezioni, senza mascherina. Gli offro una mela d’oro. Poi sbatto la faccia a terra, mastico la polvere, la sabbia. Mi rialzo, mi appoggio a un mucchio di laterizi protetti da un cellophane trasparente. Mi passa accanto un gatto grigio. Di notte sono tutti grigi, ma lo riconosco. Vedo una finestra con la luce accesa, mi arrampico, entro nel tuo sguardo e mi ritrovo al tuo posto. Sento la tua febbre sulla mia pelle. Sotto la finestra c’è un mobiletto, sul mobiletto il tuo computer. È come il mio, solo più leggero. Ci appoggio le dita, cerco di mettere in fila le parole, ma sullo schermo appare quello che stai scrivendo tu. Ti sento respirare.

Casalpusterlengo, mercoledì 27 maggio 2:42 > 3:04
Non ho dormito. Ho discusso. Ed essere ora qui alla finestra che ho fissato in tutti questi giorni è un tornare in me stessa, calmare il respiro, piangere un attimo. La casa dell’uomo della sedia, che non è mai tornato, di notte ha un lumino fissato fuori sul terrazzo. E’ magico, unico, lo vorrei anche io. Pulsa. Mi ipnotizzo, per non pensare più. Ooooooohm. Vedo cerchi concentrici venire verso di me. Come radiazioni che nascono da quel puntino di luce. Nella notte si pensa male, si pensa nel buio. Si parla più lentamente, ma sembra che le parole abbiano d’un tratto significati relativi, mal interpretati. Alla luce del sole le persone sono scoperte, si spostano nel mondo viste, senza zone d’ombra. Poi la notte le rende libere di manifestare il loro buio. Di manipolare i significati. Anche io lo faccio. Pulsa lucina, pulsa e portami lontana. Teletrasportami in paesi che non ho ancora visitato, oppure in mondi paralleli, come nel domani che stasera avrei bisogno di sbirciare un pochino. Lucina parlami. Svelami un segreto con il tuo alfabeto morse, che dovrei conoscere. Ho bisogno di un segno, un racconto, un segreto. Invidio senza misura la tua calma che ti fa crescere d’intensità e decrescere senza paura. La tua stabilità ritmica. Lo sai, credo che si abbia sempre troppa paura. E così non sono uscita dalla mia finestra nemmeno stasera. Ma così sarò qui pronta ad aspettarti. 

Silvia Costa, foto di Elsa Okazaki
Silvia Costa, foto di Elsa Okazaki
Umberto Sebastiano, illustrazione di Valeria Petrone
Umberto Sebastiano, illustrazione di Valeria Petrone

Silvia Costa è una regista e performer italiana, artista associata del Triennale Milano Teatro (2017-19). È autrice di un teatro che si nutre di una ricerca profonda sull'immagine, come motore di riflessione e di scuotimento dello spettatore. Di volta in volta autrice, regista, interprete o scenografa, quest'artista proteiforme utilizza senza discriminazioni ogni campo artistico per condurre la propria personale esplorazione del Teatro. Il suo lavoro è stato presentato nei più importanti festival italiani e internazionali.

Umberto Sebastiano si è occupato di cronaca culturale, architettura e design per il quotidiano "L’Unità". Ha collaborato con periodici e riviste come "L’Espresso", "Left", "Doppiozero". In qualità di autore ha lavorato per le più importanti reti televisive nazionali. Ha da poco ultimato la scrittura del suo primo romanzo. I suoi reportage letterari si possono leggere sul "Primo Amore".

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