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“È sempre pericoloso affidarsi eccessivamente alla contemporaneità, alle emozioni che provoca e che rischiano di annebbiare il nostro sguardo; ma è quasi impossibile non interrogarsi oggi sul brusco risveglio di una natura che non è più solo contaminata, ma essa stessa capace di contaminare la sfera dell’umano”

Verso la XXIII Esposizione Internazionale

di Stefano Boeri
9 marzo 2020

Verso la XXIII Esposizione Internazionale, il primo di tre eventi che ci accompagnano verso la scelta del tema e del curatore della XXIII Esposizione internazionale di Triennale Milano del 2022.

Veniamo da un’Esposizione, la XXII edizione (marzo-settembre 2019) curata magistralmente da Paola Antonelli, grazie alla quale ci siamo interrogati sugli esiti infausti e sulle possibili correzioni di un rapporto di oggettivazione della natura da parte della sfera vitale dell’umano: una natura compromessa, negata, spezzata, contaminata dall’impronta dell’uomo, dalla “macchia umana” (Philip Roth).
Broken Nature, questo era il titolo di una mostra che ospitava una ricerca ancora in corso, si è interrogata sulle modalità – artistiche, tecnologiche, progettuali – per ricostituire un rapporto spezzato tra la sfera dell’umano e quella della naturalità. Per ristabilire una forma di rispetto e di equilibrio tra le due sfere vitali a partire ancora da un gesto di grande fiducia sul potenziale positivo della cultura antropocentrica del progettare, di una ragione illuminista (la cui indiscutibile nobiltà ci è ricordata oggi da autori come Steven Arthur Pinker). Sulle capacità autocritiche e riparative della cultura del progetto.
Una prospettiva che fino a oggi ha guidato non solo le discipline del progetto, ma ben prima le scienze ambientali e quelle fondamentali branche del sapere scientifico (penso alle ricerche di astrofisica ma anche alla fisica delle particelle) che hanno potenziato lo sguardo dell’uomo sui fenomeni naturali fino a raggiungere distanze siderali e/o a mettere a fuoco fenomeni invisibili perché microscopici o lontanissimi dal nostro campo, dal nostro terreno di vita.

Earth at night, detail. Credit: Nasa

Sono passati pochi mesi e il mondo sembra cambiato.
È sempre pericoloso affidarsi eccessivamente alla contemporaneità, alle emozioni che provoca e che rischiano di annebbiare il nostro sguardo; ma è quasi impossibile non interrogarsi oggi, guardando all’improvvisa e non inedita esplosione di un virus che proviene da un contatto apparentemente incongruo tra un umano vivente e un animale vivente, sul brusco risveglio di una natura che non è più solo contaminata, ma essa stessa capace di contaminare la sfera dell’umano.
Una natura dove le altre specie viventi, forse anche perché costrette dall’esplosione dell’umano e dall’esplosione dell’urbano nei territori del pianeta a convivere e intrecciare i passi con la nostra specie, sembrano dimostrare la loro alterità. La loro indisponibilità a lasciarsi addomesticare, controllare, fosse anche solo per essere sottoposte a un equilibrio riparativo.
Del resto è impossibile oggi non domandarsi come tra gli esiti nefasti del Coronavirus non ci sia anche una formidabile e velocissima riduzione della produzione di gas serra nell’atmosfera del nostro Pianeta.
Quello che le assunzioni degli Stati, delle reti di città e delle associazioni ambientaliste non sono riuscite a fare in anni di campagne e battaglie sui rischi di un irreversibile riscaldamento globale, è stato fatto in poche settimane da un virus trasmessoci da un piccolo roditore.
Quasi che fosse in corso, senza che oggi nessuno possa dire “finalmente”, una sorta di ribaltamento del nostro rapporto con la sfera della natura vivente – vegetale o faunistica che sia – dove sono i soggetti fino a ieri additati come vittime dell’Antropocene a prendersi una formidabile e temibile rivincita sulle ambizioni di potenza della nostra specie.
Quasi a richiamare la nostra indiscutibile responsabilità di specie nella progressiva erosione della biodiversità sul Pianeta.
Al punto che tra le pochissime opportunità positive che la diffusione del contagio provoca, oltre all’intensa applicazione di alcune pratiche di interazione a distanza, in assenza della prossimità dei corpi, ci sta anche l’improvvisa evidenza che la riduzione degli spostamenti dei corpi umani – la decrescita dei movimenti e dei flussi di persone e cose – è un fattore decisivo nella lotta al cambiamento climatico.
Un processo di riduzione che non siamo riusciti ad applicare e che la Natura sembra, dunque, oggi imporci.

The Chang’e-4 lander imaged by the Yutu-2 rover on the lunar far side. Credit: CLEP/CNSA

Ma forse è proprio nella relazione oppositiva o distintiva tra sfera dell’umano e sfera della naturalità vivente, che sta il grande equivoco della nostra cultura ambientale.
Oltre ai tentativi, più che opportuni, di decentrare il nostro punto di vista dominante, di guardare al mondo con gli occhi delle altre specie del mondo della natura, è proprio dalla banalizzazione dei caratteri di quella che chiamiamo “sfera della natura” che nascono i principali paradossi ed equivoci della condizione contemporanea e delle nostre riflessioni sulla questione ambientale. Forse è davvero giunto il momento di riposizionare il rapporto tra Natura e Cultura nel mondo. Di osservare finalmente i fenomeni naturali non per “dove” si manifestano, ma per “come” si manifestano: come emersione improvvisa e inaspettata di energie, energie incontrollabili dalle tecnologie e dai saperi dell’umano.
Un’emersione incontrollata che può avvenire dentro la stessa sfera dell’umano, dentro la nostra stessa sfera della vita quotidiana.
Forse è oggi opportuno riprendere il pensiero di autori come Michel Foucault che ci invitavano qualche anno fa a leggere la natura umana come un’espressione analoga a quella della follia: una voce interna eppure alterata, che parla la nostra lingua ma sgretola i codici culturali e richiede il confinamento dell’umano in un altrove, da circoscrivere e espellere (come succede oggi con i contagiati del Coronavirus) dalla vita quotidiana.
Forse è oggi opportuno pensare ad esempio che le nostre città devono tornare ad accettare la sfida dell’imprevedibilità, dell’indeterminatezza. La sfida della coesistenza con le vite degli alberi, delle cornacchie, dei gabbiani, di cinghiali, delle volpi.
La sfera dell’umano e quella della Naturalità non sono più in questa prospettiva due forme per realizzare una geografia delle specie viventi sul Pianeta, ma piuttosto una fenomenologia del vivente, in tutte le sue forme.
Guardare oggi, come alcuni di noi fanno, a una nuova alleanza tra Foreste e Città non significa dunque reimpostare un equilibrio tra Umano e Naturale, tra umani e alberi, tra noi e loro, ma scoprire finalmente l’altro dentro di noi; e finalmente accettarlo.
Significa ripensare alle Città come fenomeni naturali e – come ci insegna Emanuele Coccia – alle foreste come manifestazioni culturali di una tecnologia che consideriamo priva di cultura semplicemente perché non l’abbiamo creata e non la conosciamo.
Foreste e Città, ma potremmo dire anche Oceani e Città, non sono mondi speculari ma forme diverse della vita; manifestazioni di quella ecologia integrale che, tra gli altri, anche Papa Francesco cita come prospettiva fertile sul mondo contemporaneo.
Una prospettiva che oggi ci è lontana, ma che pur in alcuni periodi è stata parte della storia stessa dell’arte occidentale, anticipando di secoli le opportune, contemporanee, consapevolezze.

Verso la XXIII Esposizione Internazionale. Foto di Gianluca di Ioia
Verso la XXIII Esposizione Internazionale. Foto di Gianluca di Ioia

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