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Per un uso improprio della quarantena

NOBODY'S INDISCIPLINE

di Livia Andrea Piazza
21 maggio 2020

Chissà che cosa è successo nelle cucine, nelle docce e alle scrivanie delle persone che hanno partecipato a Nobody’s Indiscipline dalle rispettive quarantene, più o meno rigide, collegandosi ogni tanto alla Hang Out Room. Oppure facendo, ciascuna nel buio figurato della propria Dark Room, tutte la stessa cosa, chi nel proprio salotto, chi in bagno, chi sul divano o su un tappeto. A volte nel buio letterale dei propri letti, o dei propri balconi notturni. Cosa sia successo precisamente a Nobody’s Indiscipline è difficile a dirsi.


Anche se nessuno è arrivato a Milano, Nobody’s Indiscipline 2020 è stato un raduno, e non tanto per la possibilità di connettersi a una stanza virtuale. È stato un radunarsi fatto di spazi e tempi principalmente asincroni e di una ventina di persone che, per una settimana, si sono trovate un po’ più a conoscenza dell’esistenza degli altri, e della possibilità che gli altri fossero un po’ più a conoscenza della loro.

Ideato e realizzato da Alice Daneluzzo con i partecipanti di Nobody's Indiscipline 2020

Se quello che è successo è difficile a dirsi, la forma che questo succedere ha preso è stata più chiara: Nobody’s Indiscipline è stato un invito a fare un uso spudoratamente improprio della quarantena. L’intuizione è debitrice di Sara Ahmed, della sua analisi dei significati emersi e sommersi di “uso” e delle implicazioni politiche del nostro modo di usare gli spazi e gli oggetti, che l’ha portata ad articolare la nozione di queer use. Nel testo integrale dell’omonima lecture, si trova molto sulle possibili accezioni di uso queer e sulle strade che esso spiana per quel lavoro, sempre più necessario, di cambiamento e reinvenzione delle istituzioni artistiche e culturali. In queste righe, prendo in prestito il concetto per metterlo in gioco a un livello micro: quello delle persone che hanno dato corpo a Nobody’s Indiscipline quest’anno, creando un’interferenza nei modi usuali di raggrupparci, di dare corpo, ma anche di usare la quarantena.

L’accezione di uso queer come uso improprio si sviluppa all’interno del campo semantico stesso dell’usare, che comprende: utilizzare per uno scopo; dedicare energie a un obiettivo; approfittarsi o sfruttare; abituarsi. Ahmed definisce l’uso come “una relazione e un’attività che spesso indica la funzione di quello che viene usato”. L’uso, scrive Ahmed, indica “per cosa” è un certo oggetto. L’uso indica anche per chi è un certo spazio. Queer use è dunque usare qualcosa per una funzione diversa da quella prevista, o usare uno spazio destinato ad altro o altri. Queer use come uso improprio è descritto da Ahmed con diversi esempi, alcuni carichi di gioia, come gli uccelli che nidificano nella cassetta delle lettere interrompendone il normale uso, e altri carichi di apprensione, come il bambino che usando il giocattolo “da bambina” – Sara Ahmed sottolinea come l’esistenza stessa di questa categoria sia preoccupante – viene redarguito non tanto riguardo al suo comportamento con il giocattolo, piuttosto riguardo al modo in cui usa il proprio essere bambino. Queer use è anche il rivelarci a noi stessi usando quello che non era stato previsto per noi. L’uso queer è un gesto leggero che va in profondità, è un usare diversamente che espone le norme insite nell’uso abituale e, infrangendole, mostra per chi o per che cosa è una certa attività, un certo oggetto, un certo spazio. E per chi non lo è, evidenziando le dinamiche di inclusione ed esclusione insite nel nostro uso abituale di spazi, oggetti, parole.

Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020

Sara Ahmed indaga l’uso come strategia di preservazione e il disuso come possibile strategia opposta: l’uso abituale assicura che un modo specifico di fare venga tramandato e si diffonda, il lasciare cadere in disuso rende le altre strade più difficili o onerose da intraprendere. Seguendo le tracce di questa idea fino alla biologia moderna, Ahmed arriva alle riflessioni del naturalista francese Jean-Baptiste de Lamarck, vissuto alla fine del XVIII secolo, che investigando le origini delle forme animali, conclude che sia proprio la “legge dell’uso e del disuso” a dare forma alla vita. Secondo Lamarck, gli sforzi fatti dalle giraffe per cause naturali o ambientali non sarebbero mai potuti risultare nel cambiamento della forma del loro collo, se non fossero stati usuali. Se Lamarck pensava al collo delle giraffe, Sara Ahmed pensa alle convenzioni che diventano istituzioni, al nostro uso ripetuto che dà forma alle cose e alle norme che ci si celano dietro queste forme.

Se “le norme diventano forme e le forme si trascinano dietro le norme”, quali sono le possibili implicazioni queer nella relazione tra uso abituale e forma? Anche la biologia può essere queer e Ahmed trova spunto negli studi di Stephen Gould, sul cosiddetto “sorriso dei fenicotteri”. Questi animali si cibano a testa in giù e il loro becco è frutto di una lenta strategia adattativa alle acque in cui si nutrono: per questo presenta le sue parti costitutive sottosopra. Secondo Gould, questa come altre singolari invenzioni del regno animale, è dovuta al ritardo osservabile tra il cambiamento comportamentale degli animali e il cambiamento della forma dei loro corpi. Questo ritardo offre ad Ahmed un’altra accezione di uso queer, che riguarda questo genere di capovolgimenti: discordanze temporali che si manifestano come discordanze tra forma e funzione.

Nella discordanza tra le edizioni passate e le condizioni presenti, Nobody’s Indiscipline è arrivato a questa edizione 2020 proprio come uno sparuto gruppo di fenicotteri in un lago ipersalino. La forma sviluppatasi negli anni, fatta di tanti corpi e della loro co-presenza in uno stesso spazio in funzione dello scambio di pratiche, si è scontrata con la sua implacabile inadeguatezza nei mesi di quarantena e di distanziamento fisico. Un capovolgimento c’è stato anche nel caso di Nobody’s Indiscipline, un adattamento animato da una radicale inadattabilità alle condizioni date. Sara Ahmed racconta come l’usare diversamente possa a sua volta aprire la strada ad usi ancora diversi. Nel contesto di Nobody’s Indiscipline, l’uso diverso di una forma memore di un ambiente altro, un tipo di uso queer, ha creato le condizioni per un ulteriore uso queer: un esercizio collettivo all’uso improprio della quarantena.

Partecipare a Nobody’s Indiscipline è stato come osservare da vicino la quarantena e leggere la narrazione che a questa condizione è stata data in termini di usi più o meno corretti e produttivi. Ci si è trovati parte di un tacito accordo, stipulato in un altro tempo e in tanti luoghi contemporaneamente, a farne un uso queer. A impiegare i tempi e gli spazi in modi che non avevano nulla a che fare con l’obbligo di essere produttivi o con quello di non esserlo; con la pressione di sfruttare la sospensione del tempo, o di goderne, o di soffrirne. A fare impropriamente uso della quarantena e fermarsi a vedere le possibilità che avrebbe dischiuso. 

Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020
Nobody's Indiscipline 2020

Quali possibilità, tra stanze e balconi, rimane difficile a dirsi. Quello che sono riuscita a vedere io, dalla stanza dove lavoro, è stato un lasciarsi andare al desiderio e al piacere di ciò che, nel gap temporale tra il cambio del comportamento e quello di forma di un corpo, è risultato necessariamente disfunzionale.

Nel suo dizionario delle assemblee, pubblicato nel volume A Live Gathering: Performance and Politics in Contemporary Europe, la coreografa Stina Nyberg scrive: “Tutti i raduni sono disfunzionali. Non c’è assemblea di persone, piccola o grande, variegata o omogenea, ambiziosa o oziosa, che sia pienamente funzionale. Ogni raduno zoppicherà, balbetterà, si rivelerà narcolettico, mostrerà un’ampia gamma di sintomi da stress o soffrirà di anoressia cronica. Quindi, piuttosto che partire dal presupposto che un gruppo sia funzionale per poi diventare disfunzionale solo in un secondo momento, è consigliabile presumere che ogni gruppo sia strutturalmente disfunzionale. Inoltre, ogni assemblea disfunzionale è fatta da personaggi altrettanto disfunzionali. Di conseguenza, ogni raduno, per svolgersi, deve creare spazio per la differenza. Può tornare utile, accettare che gli altri sono sempre degli idioti, ma che potrebbero avere le loro ragioni. Magari sono sensibili al contatto fisico? Oppure sono tra quelli lenti a leggere? Forse si vergognano delle loro incapacità, sono sfiniti a causa di relazioni scadenti, sono consumati da tristezze e malattie, hanno bisogno di lavorare in modo diverso? Questo non deve essere per forza un problema. È solo un bisogno e sebbene non sia il tuo bisogno, lo puoi soddisfare con la stessa cura che gli altri ti dedicheranno. Se riusciamo ad evitare le norme della funzionalità, essere disfunzionali potrebbe smettere di essere uno stigma e tornare ad essere un semplice fatto della vita, forse anche un fattore costitutivo di essa”.

Nobody’s Indiscipline quest’anno non si sarebbe potuto svolgere se non nelle quarantene dei suoi partecipanti e tale assemblea non poteva essere altro che disfunzionale.  Questa condizione necessaria, l’impossibilità di aspirare a funzionare collettivamente, ci ha permesso di fare un uso inappropriato del nostro tempo e della nostra quarantena, volgendola al piacere della disfunzionalità: elemento raramente godibile, perché si cerca sempre di gestirla, di ridurla, di organizzarla. 

Mentre mi domando se i fenicotteri provino piacere a mangiare a testa in giù, con il loro becco all’incontrario, penso a cosa potrebbe essere davvero successo durante questo uso improprio della quarantena. Qualsiasi cosa sia ne rimangono le tracce – “Queer use is the work we have to do to queer use”, nelle parole di Sara Ahmed – e qualche piuma rosa.

Crediti

NOBODY'S INDISCIPLINE 2020/UNTOUCHABLE VERSION è stato curato e organizzato da: Annamaria Ajmone e Sara Leghissa.
Hanno partecipato: Annamaria Ajmone, Dyonisis Argyropoulous, Daniela Bershan, Rahel Barra, Deborah Birch, Alice Daneluzzo, Matteo de Blasio, Valentina Desideri, Rita Duina, Veza Maria Fernandez Wenger, Paola Granato, Catalina Insignares, Jacopo Jenna, Sara leghissa, Sara manente, Paola Stella Minni, Giulia Pallidini, Sarah Parolin, Livia Andra Piazza, Giulia Polenta, Petra Rocca, Glauco Salvo, Marcela Santander Corvàlan, Valerio Sirna, Stella Succi, Chiara Vacirca. 
NOBODY'S INDISCIPLINE 2020/ UNTOUCHABLE VERSION è una piattaforma indipendente prodotta da Nobody’s Indiscipline e sostenuta da Triennale Milano Teatro, Ariella Vidach AIEP/DID STUDIO. Ospitato e sostenuto nella sua forma di NESSUNO/nobody’s party da COX18. Nobody’s Indiscipline fa parte del progetto Nobody’s Business immaginato da Eleanor Bauer, Alice Chauchat, Ellen Söderhult.

Testi citati:
Sara Ahmed, “Queer Use”, su Feministkilljoys, 8 novembre 2018.
Stina Nyberg, “A Live Gathering Dictionary”, in A Live Gathering: Performance and Politics in Contemporary Europe, Vujanović 2019.

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