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Attraverso un vetro oscurato

La curatrice Sascha Hastings riflette sulle conseguenze del COVID-19 a partire dal rinvio de La Biennale di Venezia – Architettura

di Sascha Hastings
4 settembre 2020

Il 14 aprile l’Australia è stata il primo paese ad annunciare che non avrebbe partecipato alla Biennale di Architettura di Venezia 2020. Nella dichiarazione, l’Australian Institute of Architects afferma che “La rapida evoluzione e l’aggravamento della situazione legata al COVID-19 ci ha reso impossibile pianificare l’esposizione. La salute e la sicurezza del nostro staff, membri, partner e volontari è per noi la priorità principale. Siamo consci del fatto che il COVID-19 pone gli architetti di fronte a notevoli difficoltà dal punto di vista finanziario ed economico. Di conseguenza, abbiamo deciso di riallocare le risorse a nostra disposizione per finanziare iniziative a supporto dei nostri membri, affinché possano affrontare e superare la crisi.” Difficile opporsi a questa argomentazione.

Rimane da vedere quanti altri paesi seguiranno la strada dell’Australia e quanto rapidamente. La Biennale ha infatti confermato recentemente l’intenzione di aprire come pianificato (dopo aver posticipato la data originale, prevista per la fine di maggio). Come ulteriore rassicurazione il direttore artistico, Hashim Sarkis, ha inviato e-mail personali a tutti i partecipanti, ponendo l’accento sul ruolo vitale che l’architettura ha rivestito storicamente per la sua capacità di richiamare a sé le altre arti e creare città resilienti, anche in epoche di guerre ed epidemie. Le sue lettere esprimono uno spirito di immensa generosità e speranza, con l’impegno di aiutare i partecipanti a trovare nuove forme creative di coinvolgimento del pubblico, in uno scenario dove le risorse rischiano di evaporare, mentre la sopravvivenza delle persone e dei posti di lavoro diventava la preoccupazione maggiore. Tuttavia, anche se l’Italia riuscirà a respingere il COVID-19 entro l'estate, è possibile che un paese, così profondamente colpito dalla perdita di vite umane e della libertà fisica, oltre che dalla violenta distruzione di attività commerciali e mezzi di sostentamento, accetti di mettere a repentaglio i primi segni di ripresa richiamando fiumi di visitatori stranieri, ticchettanti bombe a orologeria virali?

Mentre l'esposizione di architettura più importante del mondo lotta per mantenere la sede abituale di Venezia e, allo stesso tempo, predisporsi adeguatamente nel caso di una pandemia globale, si cercano risposte a domande pregnanti: Cosa potrà accadere all'esposizione di architettura nel breve termine? Come ne sarà influenzata l’organizzazione di esposizioni di design e architettura in futuro? Cosa comporta questo in termini di coinvolgimento del pubblico e sviluppo?

Elevation view of central shell structures, Meander, Cambridge, Canada, 2020. Courtesy of Philip Beesley Studio Inc.

Penso che, nel breve periodo, molte esposizioni saranno realizzate parzialmente -o interamente- online oppure, dove possibile, spostate all’aperto. Architetti e designer potrebbero creare opere e installazioni, o relativi modelli in scala minore, nei propri studi, immaginando esperienze intime e immersive di realtà virtuale e realtà aumentata, anche con tecnologie raffinate come la fotogrammetria, che consentono di “sorvolare” un oggetto da casa. La programmazione pubblica potrà proseguire invece attraverso eventi live online. In caso di visite fisiche, il numero dei visitatori sarà limitato, i percorsi espositivi saranno a senso unico, chiaramente delineati e ci sarà un numero minore di opere in mostra e maggiore spazio tra le opere. Nulla di terribile in questo, anche perché, attualmente, la maggior parte delle persone trascorre circa cinque secondi davanti a ogni opera, comunque. Avere meno cose da vedere potrebbe insegnare alla gente a osservare le opere presenti con maggiore attenzione e con più profondo apprezzamento.

Forse alcuni di questi cambiamenti potranno diventare permanenti, ma quando il rischio del COVID-19 si ridurrà (e sarà così, inevitabilmente), le persone torneranno a essere persone, con la voglia di stare insieme e godere dell’opera originale attraverso esperienze fisiche condivise. I luoghi dedicati all'esposizione torneranno, alla fine, a una situazione di normalità, dove gli spettatori si potranno muovere liberamente. La memoria del COVID-19, però, non svanirà e, proprio come i sistemi della sanità pubblica verranno riformati (spero), in modo da rispondere con rapidità ed efficacia alla prossima pandemia, così anche i musei, le grandi esposizioni come La Biennale e altre istituzioni culturali attueranno piani d'azione, per passare alla programmazione in modalità distanziamento sociale più agevolmente.

PROVISIONAL ADVERTISEMENTS by Traumnovelle, inspired by this text by Sascha Hastings

Ritengo che La Biennale di Venezia 2020 proseguirà in qualche forma e che architetti e curatori riusciranno a escogitare nuovi modi di allestire un’esposizione internazionale, che includa come al solito oltre settanta padiglioni nazionali, una grande esposizione centrale e decine di eventi ufficiali collaterali, senza dimenticare una quantità stupefacente di viaggi e attività logistiche da coordinare. Di certo il tema della Biennale di quest'anno “Come vivremo insieme?” ha assunto una rilevanza inattesa. La Russia ha già annunciato che il suo padiglione nazionale sarà online. La Biennale ha recentemente invitato i partecipanti a creare video e altri contenuti multi-piattaforma, probabilmente anticipando l’idea di una prima Biennale completamente virtuale. È possibile che La Biennale possa aprire fisicamente le porte ai visitatori, ma forse solo a quelli in grado di raggiungere Venezia senza usare l’aereo. Grove Nebula, la nuova opera di Philip Beesley che sto curando per l’esposizione centrale, potrebbe assumere forme diversissime: da una versione più condensata, rispetto all’installazione fisica di circa 110 mq, immersiva e interattiva del progetto originale, unita a un componente espanso, audio e/o di realtà virtuale/aumentata, fino a qualcosa che viva nel puro mondo virtuale. Non lo sappiamo ancora. Noi, come tutti, stiamo cercando di scoprirlo.

 

Questo è il compito di architetti, designer, artisti, curatori e altri professionisti del mondo dell’arte: cercare di scoprirlo. Cerchiamo di trovare un senso al nostro mondo ed esprimerlo in modi che consentano alle persone di vivere nell’incertezza, ponendosi domande abbastanza a lungo per trovare risposte migliori. Cerchiamo di offrire spazi ed esperienze, fisiche e virtuali, di significato, connessione, comunità e appartenenza. La precarietà e la vulnerabilità della nostra esistenza sono state messe a nudo e questa nuova consapevolezza avrà effetti permanenti sul nostro modo di vivere insieme, sul modo di esprimerci creativamente e condividere con gli altri questa espressione creativa. Tuttavia, questo non cambia il fatto che le crisi rivelano sempre delle opportunità e che l'architettura e le arti sono fondamentalmente sforzi di speranza, perché ci ricordano che possiamo immaginare e costruire un futuro diverso.

Crediti

Questo testo è stato pubblicato originariamente su thesitemagazine.com in occasione dell numero speciale Provisions: Observing and Archiving COVID-19, curato da Matthew Claudel. La collaborazione con The Site Magazine fa parte di DIARIO 2022, il progetto editoriale che racconta il percorso di avvicinamento alla XXIII Triennale di Milano.

Cover image: Panoramic view of central shell cluster and flanking canopies, Meander, Cambridge, Canada, 2020. Courtesy of Philip Beesley Studio Inc.

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