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Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano

DIARIO 2022

di Stefano Boeri
18 giugno 2020

L'11 giugno 2020 in Triennale si è svolto il secondo appuntamento di Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano, intitolato La Terra vista dalla Luna. L’incontro è parte del percorso di avvicinamento all'Esposizione del 2022 e intende stimolare il confronto su alcuni temi centrali del nostro presente. A seguire, l'intervento di apertura del Presidente di Triennale Milano Stefano Boeri.

La Terra vista dalla Luna, il secondo appuntamento di Verso la XXIII Esposizione Internazionale di Triennale Milano

Grazie innanzitutto di essere con noi oggi e di partecipare a questo secondo Simposio preparativo dei temi della prossima Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, la XXIII della sua storia, iniziata nel 1923, quasi 100 anni fa. Come sapete il 3 giugno scorso, abbiamo deciso tutti insieme di spostare di una settimana questo simposio, come segno di rispetto e partecipazione per le proteste del movimento Black Lives Matter in seguito all’omicidio di George Floyd.

Se oggi iniziamo questo Simposio non è certo perché qualcosa sia cambiato nelle condizioni di vita e nei diritti delle minoranze che abitano il Pianeta. Nulla è cambiato e nulla poteva cambiare in una settimana. Al contrario, l’omicidio di George Floyd ha fatto esplodere la consapevolezza che oggi stiamo vivendo un momento cruciale di ripensamento sull’evoluzione della nostra specie. 

Viviamo infatti un momento storico unico. Un momento in cui alla crisi climatica, diventata evidente a tutti nel 2015, e alla crisi del modello di sviluppo economico esplosa con il collasso finanziario del 2008, si sono sommate – in seguito alla Pandemia di Coronavirus e all’omicidio di Minneapolis – la consapevolezza della crisi della nostra relazione con la sfera dei fenomeni naturali e la fondamentale certezza che non ci saranno prospettive per un’evoluzione della specie umana se prima non si affronteranno con coraggio e nuova determinazione le piaghe del razzismo e dell’ingiustizia sociale. Un tema, quello della giustizia sociale, cui abbiamo deciso di dedicare il prossimo Simposio, come ci illustrerà a conclusione del nostro dialogo Joseph Grima, direttore del Museo del Design Italiano. 

Se oggi siamo qui è perché vorremmo provare tutti insieme a far sì che la prossima Esposizione Internazionale parta col piede giusto, considerando l’intreccio formidabile di queste quattro grandi crisi e gli squilibri che tutte insieme determinano e ingigantiscono nei rapporti sociali ed economici tra noi umani. Accentuando le distanze tra ricchi e poveri nel mondo. La crisi finanziaria, la crisi climatica, la crisi pandemica e la crisi della giustizia sociale sono insieme un’eredità antica e il più grande freno a qualsiasi evoluzione della nostra vita sul Pianeta Terra. E non c’è dubbio che proprio l’intreccio di queste crisi avvicini la prospettiva di un’estinzione di specie.

La Terra vista dalla Luna, 11 giugno 2020, foto di Gianluca Di Ioia
La Terra vista dalla Luna, 11 giugno 2020, foto di Gianluca Di Ioia

Fragilità di Specie
Vorrei adesso introdurre il nostro scambio di opinioni e pensieri partendo da una breve riflessione circa il concetto di Fragilità. Credo infatti che la vera grande eredità di questa Pandemia sia proprio l’aver finalmente acquisito, tutti e ovunque nel mondo, una irreversibile consapevolezza di una Fragilità di specie. Ci siamo scoperti fragili nelle nostre tecnocratiche presunzioni di dominio sulla Natura rivelatesi improvvisamente lesive per noi stessi.

Ci siamo riconosciuti fragili nelle nostre capacità intellettuale di predizione, rilevatesi incapaci di prevedere un’infezione che rappresenta semplicemente l’ultimo di una catena di episodi di contagio da un Virus. Fragili nella nostra volontà disperata di essere presenti, fisicamente nel mondo, e di ritardare la prospettiva della nostra morte – davanti a una Pandemia che, come una tempesta (la bellissima metafora di Papa Francesco), e pur tuttavia senza essere una guerra, ha spazzato via centinaia di migliaia di corpi vivi dalla superficie del mondo.

Dobbiamo, io credo, accettare e lavorare su questa Fragilità svelata e per molti aspetti inaspettata. E forse l’unico modo per usare questa fragilità come fertile compagnia, e non solo come una tremebonda debolezza, è di ripensare criticamente alla nostra centralità nel Pianeta, al nostro posto al centro della scena sul piedistallo della vita.

Quale antropocentrismo?
Ragionare su un nuovo Antropocentismo non significa necessariamente scegliere una posizione decentrata e cullarsi in una sorta di relativismo ontologico, ma piuttosto favorire una sorta di doppio simultaneo movimento.

Da un lato, imparare a concepire la vita umana intendendola come quella di una specie vivente immersa, come le altre, nella grande miscellanea della Vita (come ci ricorda di continuo Emanuele Coccia). Il che significa misurare e calibrare ogni gesto, ogni politica, ogni decisione che opera nel presente del mondo e delle città e degli spazi, tenendo conto della prospettiva, delle aspettative e dei bisogni delle altre specie viventi. Significa decentrarsi a partire da uno sguardo empatico, che assume il punto di vista dell’altro – quello di ogni specie vivente – come risorsa necessaria a ogni agire nel mondo. Dunque come misura e potenziale correzione (sia nel senso del ridimensionamento che in quello dell’estensione) del nostro agire.

Dall’altro lato, è indiscutibile che questo decentramento nasca e crei le condizioni per un potenziamento cognitivo. Non solo perché, come ci hanno mostrato James Lovelock e Ersilia Vaudo Scarpetta, la visione della Terra come ecosistema unitario è nata da un decentramento visivo, ottico: quello di vederci dalla Luna o da Marte. Un decentramento che ha bisogno di tutta la nostra sapienza, tecnologia e, aggiungo, volontà di dominio sul mondo.

Ma anche perché il movimento verso l’assunzione dello sguardo degli altri richiede un gigantesco salto culturale e cognitivo, che ci interroga sulle nostre capacità culturali e scientifiche. Ci chiede di trasformare una conquistata fragilità nella forza consapevole di un nuovo tipo di intelligenza di specie. Ma dobbiamo essere consapevoli che questa nuova intelligenza dovrà fare prima di tutto i conti con gli squilibri non solo economici e sociali, ma anche culturali, che ancora condannano la nostra specie a inaccettabili forme di razzismo e di disprezzo dei diritti delle minoranze.

Il Mondo sconosciuto
Nella gigantesca porzione di Mondo che ancora non conosciamo, dovremo allora – anzi, da ora in poi – introdurre il punto di vista delle minoranze, di chi non ha voce, di chi vive in condizioni inaccettabili di povertà e assenza di diritti, di chi paga per tutti gli effetti del riscaldamento globale, della desertificazione, dell’assenza di acqua e di cibo.

Con la XXIII Esposizione Internazionale vorremmo capire come mettere in scena, e in mostra, l’intreccio cruciale delle quattro crisi che sconvolgono oggi la nostra vita e i progetti culturali, politici e di ricerca che aspirano, grazie a un nuovo Antropocentrismo, ad affrontarle con un nuovo coraggio e una nuova determinazione. 

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