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Una visione aperta, dinamica che è in sé la dimensione dell’arte

Un ricordo di Germano Celant

8 maggio 2020

Il Presidente di Triennale Milano Stefano Boeri, il Direttore artistico delle Serpentine Galleries di Londra Hans Ulrich Obrist e l'artista Michelangelo Pistoletto ricordano Germano Celant (1940-2020), figura fondamentale dell’arte e della cultura in Italia e in tutto il mondo.

Video della diretta con Stefano Boeri, Hans Ulrich Obrist e Michelangelo Pistoletto

Giancarlo Politi, fondatore di "Flash Art", ha ricordato Germano Celant con queste parole: "A Torino ho partecipato alle primissime riunioni che preludevano la nascita del’Arte povera. Si era agli inizi del 1967 e il grande collezionista torinese Marcello Levi aveva affittato un grande spazio, il DAP, Deposito Arte Presente, dove aveva raccolto opere di Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Mario Merz, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio, Ugo Nespolo, Gianni Piacentino, Piero Gilardi. [...] Un giorno con tutti gli artisti riuniti, oltre al sottoscritto, Gian Enzo Sperone e Tucci Russo, arrivò da Genova Germano Celant, tutto di nero vestito. Al centro del conclave, prese la parola e rivolto agli artisti, disse: “tra noi dobbiamo stabilire un rapporto da regime militare. Nessuno di voi potrà realizzare una mostra senza il consenso di tutti gli altri, nessuno potrà decidere di esporre in un museo o galleria se non avallato da tutti. Nessuno potrà vendere un’opera se non saremo tutti d’accordo”. Il bastone del comando resta a me (questo non lo disse ma lo fece capire). [...] La parola di Germano aveva sempre un grande potere, mentre io sono ancora sorpreso da come il grande critico genovese sia riuscito a tenere in pugno un gruppo di scalmanati sempre imbizzarriti."

“Ricordo tanti momenti, tante discussioni. In quel momento si parlava di guerriglia, di tensioni che esistevano. La posizione che prendeva Germano a volte era molto ferma, legate alle situazioni, usava il termine “guerriglia”. Assumeva una posizione militante. […] Quando nasceva l’Arte povera si stava cercando di mettere insieme delle situazioni che fossero una risposta al sistema consumistico, al sistema americano che aveva preso il dominio. Si sentiva il bisogno di fare dell’arte che fosse radicale, che arrivasse alla radice: questo era veramente il significato dell’Arte povera. Povero come essenziale, come rifiuto del superfluo. Eravamo tutti presi dalla politica stravolgente e sconvolgente di quel momento.”
Michelangelo Pistoletto

Arte Povera 1967-2011, a cura di Germano Celant, 2011, Triennale Milano, foto di Dario Curatolo

“Celant contrapponeva due attitudini: da un lato, quella cleptomane, mimetica rispetto al sistema del potere dell’arte; dall’altra, invece, il libero progettare dell’uomo. Arte povera come guerriglia, come azione, come lavoro quasi situazionista, come gesti sociali, come l’artista che rifiuta un’etichetta e si identifica solo con se stesso.”
Stefano Boeri

“L’artista si sentiva un attore vivo della società, un attore responsabile nella società. È questa responsabilità di cui parla Germano, che ognuno assume nella società. Arte come dinamica attiva nei confronti di un sistema di potere devastante che occupava tutta la dimensione artistica e quella sociale.”
Michelangelo Pistoletto

Arte Povera 1967-2011, a cura di Germano Celant, 2011, Triennale Milano, foto di Dario Curatolo
Arte Povera 1967-2011, a cura di Germano Celant, 2011, Triennale Milano, foto di Dario Curatolo
Arts & Foods, a cura di Germano Celant, 2015, Triennale Milano, foto di Attilio Maranzano
Arts & Foods, a cura di Germano Celant, 2015, Triennale Milano, foto di Attilio Maranzano
Disquieting images, a cura di Germano Celant e Melissa Harris, 2010, Triennale Milano, foto di Fabrizio Marchesi
Disquieting images, a cura di Germano Celant e Melissa Harris, 2010, Triennale Milano, foto di Fabrizio Marchesi
Arte Povera 1967-2011, a cura di Germano Celant, 2011, Triennale Milano, foto di Dario Curatolo
Arte Povera 1967-2011, a cura di Germano Celant, 2011, Triennale Milano, foto di Dario Curatolo

"Ci sono tante dimensioni del lavoro immenso di Germano Celant. Un aspetto è stato quello di inventare un modo di lavorare come curatore indipendente e, allo stesso tempo, molto legato alle istituzioni. Dagli anni Ottanta in poi, Celant era molto legato al Guggenheim come Senior Curator di arte contemporanea. Nella sua lunga e straordinaria carriera, dagli anni Novanta in poi, fino a oggi, è stato legato a Fondazione Prada. Ma, nello stesso tempo, è sempre rimasto libero. Un altro aspetto riguarda i libri. Ha scritto più di 200 libri. Già nel 1969 pubblica il primo libro che io, come studente, ho studiato sull’Arte povera, a cui seguono moltissimi altri. Il libro ha un ruolo fondamentale, è stato un’ispirazione enorme per me e per tanta gente. Un altro aspetto che mi ha colpito davvero è quello della rievocazione, che comincia molto presto nel lavoro di Celant, già nel 1976, quando alla Biennale di Venezia realizza una delle mostre più importanti della storia del Novecento. Lui ha portato il suo spazio in Biennale e poi ha invitato i vari ambienti, non soltanto contemporanei, ma anche storici a interagire fra loro. Era fondamentale per lui il fatto di essere circondato dall'arte, di non mostrarne solamente frammenti. Diceva che nei musei molto spesso si trovano frammenti legati alla storia dell’arte, ma non si ha l’esperienza totale, così come l’artista l’ha concepita. Parlava anche dell’importanza dello studio, di ricostituire delle situazioni di studio."

"È molto interessante la capacità di andare al di là dell’arte, di metterla in dialogo con arte discipline come architettura, urbanismo e design." 
Hans Ulrich Obrist

Cucine & Ultracorpi, a cura di Germano Celant, 2015, Triennale Milano, foto di Attilio Maranzano

"Un altro indiscutibile ruolo di Germano, che in qualche modo spiega il vuoto che la sua scomparsa lascia, è legato alla sua costante attenzione verso l'arte e la cultura in Italia e all'estero. Due episodi famosissimi sono, nel 1981, la mostra che realizza a Centre Pompidou sull'identité italienne e, nel 1994, la mostra al Guggenheim, dove nel catalogo scrivono Umberto Eco, Giorgio Galli e Vittorio Gregotti. C’è una costante capacità di selezionare le punte avanzate dalla cultura italiana e di metterle a confronto con la cultura internazionale."
Stefano Boeri

Disquieting images, a cura di Germano Celant e Melissa Harris, 2010, Triennale Milano, foto di Fabrizio Marchesi

Nell'articolo "Appunti per una guerriglia" pubblicato su "Flash Art" nel 1967, Germano Celant scrive a proposito dell'artista Michelangelo Pistoletto: "Così Pistoletto (come Warhol, Mari e Grotowski) si è posto sin dal 1964 il problema della libertà del linguaggio non più legato al sistema, alla coerenza visiva, ma alla coerenza “interiore”, e ha realizzato nel 1966 opere estremamente “povere”, un presepe, un pozzo di cartone con tele spaccate al centro, una bacheca per vestiti, una struttura per parlare in piedi e una struttura per parlare seduti, un tavolo fatto di cornici e quadri, una foto gigante di Jasper Johns, una lampada a luce di mercurio. Un lavoro teso alla registrazione “dell’irrepetibilità di ogni istante” (Pistoletto), che presuppone il rifiuto di ogni sistema e di ogni aspettativa codificata. Un libero agire, invincolato e imprevedibile (nel 1967 un sarcofago, una casa dipinta con estrema libertà cromatica, una sfera di carta di giornali pressata, un corpo ricoperto di mica), un frustrare l’aspettativa, che permette a Pistoletto di rimanere sempre al confine tra arte e vita."

“La storia originale, originaria del mio rapporto con Celant è stata quella della nascita dell’Arte povera […] Lui ha dato un nome a un movimento fatto di persone così differenti, non era così semplice. Ha capito molte cose, che le differenze erano sostanzialmente basate sulla capacità di essere fenomelogico degli artisti. Sono tutti artisti che usano una fenomenologia: non soltanto la fantasia, non soltanto una espressione personale o emozionale. È proprio la radicalità del pensiero che lui ha colto nella diversità. […] Lui ha capito che nella diversità ci poteva essere un nucleo fondamentale di cambiamento.”

"Germano aveva una duplice qualità: quella di essere molto preciso, molto organizzato; dall’altra, di essere estremamente duttile e aperto alla ricerca sempre di qualche cosa di nuovo, alla ricerca dell’avvenimento più sensibile e profondo. Questo lo ha sempre praticato. Per me, parlare con Germano di quello che stava succedendo nel mondo, nei vari momenti in cui ci siamo incontrati, è sempre  stato importante. Non abbiamo parlato soltanto di oggetti realizzati da mostrare, ma di come tutti gli oggetti diventavano parte di una dinamica del pensiero e di come questo pensiero poteva anche allontanarsi da questi oggetti per ritornare in maniera diversa. Una visione aperta, dinamica che è in sé la dimensione dell’arte, che diventa attiva nella creazione anche quando è verifica, reportage di fatti."

"A prescindere dalla storia di una persona che ho stimato in tutta la sua vita, per tutto quello che ha fatto, la cosa che per me è più straordinaria, come artista italiano, è il fatto che lui ha dato un nome e ha teorizzato l’Arte povera: l’ultimo movimento del Novecento."
Michelangelo Pistoletto

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